Diario dall’isola di Robinson, pagina 2. MICHEL TOURNIER, LA FINE DI ROBINSON CRUSOE

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Nonostante si cerchi di lavorare con la massima concentrazione, nelle prove si infiltrano pensieri e reminiscenze. Stiamo provando il nostro Robinson Crusoe e di tanto in tanto affiora il ritratto che del naufrago eroe ha fatto Michel Tournier: non nel romanzo “Venerdì o il limbo del Pacifico” ma nel breve racconto “La fine di Robinson Crusoe”. Affiora, ma non ha niente a che fare col nostro Robinson: semmai, è imparentato con il personaggio di De Foe così come lo raffiguriamo nel nostro spettacolo. Non ci addentriamo oltre, per il momento, e ci limitiamo a proporvi questo splendida riscrittura tournieriana, che sarà anche digressiva rispetto al nostro spettacolo ma che è assolutamente da leggere.

“Era là! Là, vedete, al largo della Trinità, a 9° 22′ di latitudine nord. Niente errore possibile!”
L’ubriacone batteva con il suo dito nero un brandello di carta geografica punteggiata di macchie di grasso, e ognuna di quelle sue affermazioni appassionate scatenava le risate dei pescatori e degli scaricatori che circondavano il nostro tavolo.
Lo conoscevano bene.
Quarant’anni prima era scomparso in mare com’era capitato a tanti altri ed era stato dimenticato. Un giorno era riapparso, irsuto e veemente, in compagnia di un negro. Stupefacente era la storia che tirava fuori in ogni occasione. Unico sopravvissuto del naufragio del suo legno, sarebbe rimasto solo su un’isola popolata da capre e pappagalli senza quel negro che lui aveva salvato, diceva, da un’orda di cannibali. Finalmente erano stati raccolti da una goletta inglese e se n’era tornato a casa, non senza aver avuto il tempo di mettere insieme un piccolo patrimonio grazie a certi traffici di varia natura che a quel tempo erano quanto mai facili nei Caraibi.
Tutti l’avevano festeggiato. Aveva sposato un fior di ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia, e sembrava che l’esistenza quotidiana avesse ricoperto quella parentesi beante, incomprensibile, piena di lussureggiante verzura e di gridi d’uccelli che un capriccio del destino aveva aperto suo passato.
Sembrava, sì. Perché, a ben guardare, di anno in anno un sordo fermento cominciava a rosicchiare dall’interno la vita di Robinson. Il primo a scomparire era stato Venerdì, il servo negro. Dopo mesi di condotta irreprensibile si era messo a bere — sulle prime con discrezione, poi in modo sempre più clamoroso. Dopo c’era stata la storia delle due ragazze madri, accolte nell’ospizio del Santo Spirito, che quasi simultaneamente avevano messo al mondo due piccoli meticci di troppo evidente somiglianza. Il doppio crimine non era forse firmato? Ma Robinson aveva difeso Venerdì con singolare accanimento. Perché non lo licenziava? Quale segreto — inconfessabile forse — lo legava al negro?
Ecco che certe somme importanti, poi, erano state rubate in casa del vicino, e ancor prima che si potessero avanzare sospetti, Venerdì era scomparso.
Da quel giorno Robinson era stato visto trascinarsi, sempre più cupo, fra gli attracchi del porto mentre andava ripetendo:
— C’è ritornato, ne sono sicuro, a quest’ora il furfante è laggiù! —
Sì, un ineffabile segreto lo univa a Venerdì, e quel segreto consisteva in una piccola macchia verde che fin dal suo ritorno aveva fatto aggiungere da un cartografo del porto sull’azzurro dell’oceano dei Caraibi. E quell’isola non era forse la sua giovinezza, la sua bella avventura, il suo splendido giardino solitario! Che cosa aspettava lì, sotto quel cielo piovoso, nel vischio di quella città, fra quei mercanti e quei pensionati.
La sua giovane moglie fu la prima a indovinare la sua strana angoscia mortale.
— Non ne puoi più, lo vedo bene. Andiamo, confessa che la rimpiangi! —
— Io? Sei matta? Rimpiangerei chi, che cosa?
— Ma la tua isola deserta! E so bene che cosa ti trattiene dal partire già domattina, via, lo so! Sono io!
Lui protestava ad alta voce, ma più gridava, più lei era sicura di aver ragione.
Lo amava teneramente, lei, e non aveva mai saputo rifiutargli qualcosa. Morì. Immediatamente lui vendette la casa e il campo, e noleggiò un veliero per i Caraibi.
Passarono ancora anni. E cominciarono a dimenticarlo. Ma quando rispuntò di nuovo, pareva ancora più mutato di quanto non fosse dopo il primo viaggio.
Aveva fatto la traversate di ritorno come aiuto-cuoco a bordo di un vecchio cargo. Un uomo invecchiato, distrutto; mezzo annegato dall’alcool.
Ciò che disse aveva scatenato l’ilarità generale. In-tro-va-bi-le! Nonostante mesi di ricerca accanita, l’isola era rimasta introvabile. Si era esaurito in quella vana esplorazione condotta con rabbia disperata, aveva dilapidato le sue forze e i suoi soldi per ritrovare quella terra di felicità e di libertà che sembrava per sempre inghiottita.
— Eppure era qui! — ripeteva ancora una volta una certa sera colpendo la carta con il dito.
Allora un vecchio timoniere si staccò dagli altri e gli venne a toccare la spalla.
— Posso dirti una cosa, Robinson? Ma certo che è sempre là la tua isola deserta. Ti posso anzi assicurare che tu l’hai ritrovata benissimo.
— Ritrovata? — disse Robinson con il fiato mozzo. — Ma se ti sto dicendo…
— L’hai ritrovata! Si sarei passato una diecina di volte davanti. Ma non l’hai riconosciuta.
— Non l’ho riconosciuta?
— No, perché ha fatto come te, la tua isola: è invecchiata! Eh, sì, pensaci: i fiori diventano frutti e i frutti diventano legno, e il legno verde diventa legno secco. Tutto va molto in fretta sotto i tropici. E tu? Guardati in uno specchio, idiota! E dimmi se ti ha riconosciuto, la tua isola, quando tu ci sei passato davanti?
Robinson non si è guardato in uno specchio, il consiglio era superfluo. Ha fatto passare su tutti quegli uomini un viso così triste e così torvo che l’ondata delle risate che stava di nuovo per scatenarsi si è fermata di colpo, e un gran silenzio si è fatto nell’osteria.

Michel Tournier, La fine di Robinson Crusoe, “Il gallo cedrone e altri racconti”, Garzanti
Traduzione di Maria Luisa Spaziani

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