David Landoni, Quando nel nulla del colore Mark Rotko trovò il tutto (ArtsLife)

“La linea ingarbuglia l’occhio e lo strappa via dal colore. Un tentacolo segnico che distoglie l’attenzione dal mare cromatico attirando a sé tutto il valore che l’osservatore riversa sul quadro. Si tratta di un principio embrionale di mondo che si inserisce nella dimensione ideale del tessuto coloristico puro. Il tratto si propone in modo irreversibile come elemento catalizzante e propedeutico alla costruzione di una figura. Per questo Mark Rothko dovette abbandonarlo per immergersi nella sua arte.”

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https://www.artslife.com/2019/07/25/quando-nel-nulla-del-colore-mark-rothko-trovo-il-tutto/

Le figurine di Radiospazio. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Il video della domenica. Dino Risi, In nome del popolo italiano (finale). 4’

Mariano Bonifazi (Tognazzi) è un giudice integerrimo, Lorenzo Santenocito (Gassman) un imprenditore corrotto e senza scrupoli. In seguito alla morte di Silvana, prostituta d’alto bordo. Tra i due si gioca una partita dall’esito fallimentare per il giudice che, sconfitto, getta gli incartamenti dell’inchiesta nel rogo di un’auto data alle fiamme da supporter della nazionale di calcio italiana.

Adriano Ercolani, Il segreto di Zerocalcare (Minima et Moralia)

Quando si parla di Zerocalcare, ovvero di uno dei più grandi fenomeni editoriali degli ultimi decenni, bisogna scontare un paradosso: parliamo di un autore che esprime un punto di vista estremamente peculiare sul reale (le sue idee politiche non hanno praticamente rappresentanza parlamentare), utilizzando un gergo dialettale carico di espressioni di un preciso periodo storico (il romanesco adolescenziale degli anni ‘90), costruendo le sue storie su una galassia di riferimenti culturali molto connotati (l’immaginario pop dei ragazzini cresciuti con i cartoni animati e i videogiochi negli anni ‘80) attraverso un medium tuttora purtroppo considerato nella percezione pubblica come qualcosa da ragazzini (il fumetto).

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http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-segreto-di-zerocalcare/

Le figurine di Radiospazio. Libri proibiti

Carlo Goldoni, Memorie

Il canonico Gennari era da sempre l’amico di casa. più spesso da noi che in casa sua. Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile. Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola. Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l’affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente. Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima. La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte. Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola. La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l’avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine. Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.

Umberto Eco, Come dire parolacce in società (Libriantichi online)

“È vero che in questa stessa rubrica io avevo tempo fa rivendicato il diritto di usare la parola stronzo in certe occasioni in cui occorre esprimere il massimo sdegno. Ma l’utilità della parolaccia è appunto data dalla sua eccezionalità. Usare parolacce troppo sovente sarebbe come riscrivere l’intero Signor Bruschino facendo battere soltanto gli archetti contro i leggii, mentre gli altri strumenti tacciono. Mussolini, in un momento tragico della storia d’Italia, disse in parlamento che avrebbe potuto fare di quell’aula sorda e grigia un bivacco per i suoi manipoli, e la frase suonò drammaticamente minacciosa. Se avesse detto (e tale era il senso della sua dichiarazione) “brutte facce di merda, avrei potuto mettervela in culo come niente,” o l’avrebbero trattato come un buffo, o si sarebbero accorti che il condizionale era fuori luogo, perché l’evento si era già verificato.” Leggi l’intero articolo: https://www.libriantichionline.com/divagazioni/umberto_eco_come_dire_parolacce_in_societa?fbclid=IwAR0TVnKD5DPj1lDgO-pwEKU1U-d0xnzDBieHMs1XZ_FXiRFR2tcc75KqDrA

Le figurine di Radiospazio. I bambini dei bambini

Ernst Toller, Una giovinezza in Germania

Un giorno Frieda mi avvicina:
– Perché non giochi più con noi?
– Perché non ne ho voglia.
– Su, vieni a giocare con me.
– Frieda mi prende per mano. È un giorno d’estate, siamo in vacanza. Usciamo di città e andiamo nell’orto dei Mannheim a rubar mele,  poi corriamo pei campi; la segala profuma come pane cotto di fresco, ci nascondiamo in mezzo ad essa. Frieda si raggomitola accanto a me, io la prendo fra le braccia, così come fanno i grandi, e la bacio sulla bocca.
– Oh, guai a noi, mi hai baciato sulla bocca, adesso avrò un bambino!
– Il giorno dopo Frieda viene a trovarmi.
– Di’, sai che ho un bambino?
– Come, è già nato?
– Scemo che sei, ce l’ho nella pancia, come faccio a vederlo? È già grande così.
– Vuoi dire che è più grande di te?!
Frieda corre via. Il giorno dopo vado da lei.
– È nato?
– No, credo che nascerà domani.
– Tuo padre lo sa?
– A mio padre non lo dico. Anche Anna ha avuto un bambino, e lui l’ha cacciata via.
La mattina vado sotto le finestre di Frieda e mi metto a fischiettare. Frieda viene alla finestra, mi vede, mi mostra la lingua e se ne va. Io aspetto. Frieda esce di casa, mi passa davanti, del bambino non se ne parla più.

Dino Buzzati, Il disco si posò (Racconto)

Era già sera quando il disco volante si posò sul tetto della chiesa parrocchiale, che sorge proprio in sommo del paese.
All’insaputa degli uomini, l’ordigno di calò giù verticalmente dagli spazi, esitò qualche istante, mandando una specie di ronzio, poi toccò il tetto senza strepito, come una colomba.
Lassù, nella sua camera, il parroco, Don Pietro, stava leggendo, col suo toscano in bocca. All’udire l’insolito ronzio, si alzò dalla poltrona e andò ad affacciasi al davanzale. Vide allora quel coso straordinario, colore azzurro chiaro, diametro circa dieci metri.
Non gli venne paura, né gridò. Rimase là, col toscano, ad osservare, finché non vide aprirsi uno sportello da cui vide uscire due strani esseri. Zitto, il prete li lasciò armeggiare col disco. Parlottavano tra loro a bassa voce, un dialogo che assomigliava a un cigolio. Poi si arrampicarono sul tetto e raggiunsero la croce, quella che è n cima alla facciata. Allora imbracciò la doppietta.
«Ehi! Giù di là, giovanotti, chi siete?»
I due si voltarono a guardarlo e sembravano un poco emozionati. Poi uno di loro parlò:
«Calmo, tra poco ce ne andiamo. Sai? Da molto tempo noi vi giriamo intorno, e vi osserviamo, abbiamo imparato quasi tutto, anche il vostro linguaggio. Solo una cosa non abbiamo decifrato. Che cosa sono queste antenne? Ne avete dappertutto, in cima alle torri, ai campanili… E poi ne tenete degli eserciti, qua e là, come se fossero dei vivai. Puoi dirmi, uomo, a cosa servono?»
Don Pietro si accorse di quanto fossero diversi da lui quei due strani esseri: «Ma sono croci!»
I due esseri si guardarono in faccia stupiti.
«Croci. E a che cosa servono?»
Don Pietro posò il calcio della doppietta a terra, ma tenendola a portata di mano: «Servono alle nostre anime. Sono il simbolo del figlio di Dio, che per noi è morto in croce.»
I due stranieri ebbero un fremito, come d’emozione. O era il loro modo di ridere.
«Beh, sarebbe una storia lunga, forse troppo lunga per dei sapienti come voi.»
Gli stranieri espressero il desiderio di conoscerla, e il parroco li invitò in canonica. Fu certo una scena straordinaria, nella camera del parroco, lui seduto allo scrittoio con la Bibbia in mano e i due extraterrestri in piedi, perché non erano capaci di sedersi.
«Ecco, ascoltate, così forse vi chiarite le idee: “L’Eterno Iddio prse dunque l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden e diede questo comandamento: Mangia pure liberamente del frutto di ogni albero, ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene edel male non ne mangiare: perché nel giorno che ne mangerai, per certo sarà la tua morte…”»
Levò gli occhi dalla pagina e si accorse che i due stranieri erano estremamente agitati.
«… E voi invece l’avete mangiato, vero? Adesso ho capito com’è andata la storia.»
Don Pietro sentì il sangue montargli alla testa: «Sì, certo, ne mangiarono. Ma avrei voluto veder voi. È forse cresciuto in casa vostra l’albero del bene e del male?»
Gli stranieri si guardarono come se fosse scandalizzati: «Certo che è cresciuto anche da noi. Ed è ancora lì , bello verde. Ma noi non abbiamo mai mangiato quei frutti, perché la legge lo proibisce.»
Don Pietro ansimò, umiliato. Allora quei due erano puri, simili ad angeli del cielo, non conoscevano peccato, non sapevano che cosa fosse cattiveria, odio, menzogna. Il prete non parlò, si limitò a fare un gesto con la mano, come per dire: che vuoi? siamo fatti così, peccatori siamo, poveri vermi peccatori… e qui cadde in ginocchio, coprendosi la faccia con le mani.
Quanto tempo passò? Ore, minuti?
«Uomo, che stai facendo?»
Alla voce degli ospiti Don Pietro si riscosse.
«Che sto facendo? Prego. E voi no? Dio non lo pregate mai?»
Adesso gli stranieri sembravano davvero stupiti: «Ma no, perché dovremmo?»
E si allontanarono scuotendo la testa. Ritornarono al disco e avviarono il motore. Piano piano, quasi per miracolo, il disco si staccò dal tetto, prese a girare su se stesso e partì a velocità incredibile in direzione dei Gemelli.
Don Pietro aveva seguito le fasi della partenza, brontolando fra sé: «Poveracci, voi non avete il peccato originale… galantuomini, sapienti, incensurati… Il demonio non lo avete  mai incontrato… Ma Dio preferisce noi di certo! Meglio dei porci come noi… avidi, turpi, mentitori, che quei primi della classe che non gli rivolgono mai la parola.  Che soddisfazione può avere Dio da gente simile? E che significa la vita se non c’è il male, e il rimorso, e il pianto?»
Per la gioia, imbracciò lo schioppo, miro al disco volante che era ormai un puntolino pallido in mezzo al firmamento, lasciò partire un colpo. E dai remoti colli rispose l’ululio dei cani.

Le figurine di Radiospazio. I pazzi

Heinrich Heine, Gastronomia di un poeta

Devo dire che l’annata è stata ottima per i pazzi: sono cresciuti che è una meraviglia. Per uno scrittore sono soggetti preziosi, che non vanno sprecati. Io infatti uso solo i più redditizi e conservo gli altri per il futuro. Qualche tempo fa, uno dei miei pazzi preferiti ebbe l’ingenuità di chiedermi di che cosa vivevo. Mi trattenni a stento dal rispondergli: «Ma di lei, caro signore… lei per me è un capitale prezioso, una rendita…». In certi momenti mi viene da pensare come spenderò il denaro ricavato da questo o da quello… Per esempio, con una certa signora mi comprerò un cavallo… Quando la incontro il cuore mi balza in petto, per me è come se fossi già in groppa, do un colpo col frustino, faccio schioccar le dita, effettuo con le gambe ogni sorta di evoluzioni equestri, hop! hop! burr! burr! I passanti mi guardano e scuotono la testa: non possono capire che cosa mi attiri tanto in quella signora.

Il video della domenica. Mussolini sfida Dio (da “Vincere”, di Marco Bellocchio

Marco Pezzella, Da stato d’animo a regime (Le parole e le cose)

All’inizio di Vincere, Benito Mussolini, giovane e ancora socialista, sfida Dio – se esiste – a fulminarlo entro cinque minuti. Apparentemente vince la scommessa, di fronte a un pubblico ammutolito dalla sua trovata fanfaronesca: ma, alla fine del film, dopo una sequenza documentaria in cui vengono mostrati la rovina dei bombardamenti e la desolazione dell’Italia al termine della guerra, viene ripresa l’immagine di Mussolini che fissa l’orologio, e il suo ticchettio ci avverte che quei cinque minuti non sono mai passati, che giungono ora a scadenza, non hanno mai cessato di passare, mentre la storia faceva il suo corso: in un tempo più profondo e misterioso, dotato di un ritmo e di scansioni diverse da quelle cronologiche. Il film si chiude su una testa bronzea di Mussolini, frantumata da uno schiacciasassi. Una stessa dismisura, una stessa hybris, congiunge la sfida iniziale e la rovina finale, l’evocazione del fulmine e il fulmine che arriva, su di lui e sul popolo che con lui si era identificato.

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http://www.leparoleelecose.it/?p=38734#_ftn3

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