Galleria. Il tè

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Lizzie era abituata a fare le cose bene, perciò aveva lavorato non poco per organizzare quel tè. Sapeva da sua madre che per la buona riuscita di un ricevimento era importante la scelta degli invitati che devono essere eterogenei ma compatibili. Il cane Spike e l’orso Teddy li aveva già in casa, quindi sarebbe stato scortese non invitarli; eterogenei lo erano senz’altro, e tutto sommato anche compatibili, a parte certe intemperanze di Spike che ogni tanto addentava Teddy scuotendolo dissennatamente col rischio di fargli uscire la segatura e  lanciandolo nell’aria come per risvegliarlo da quel suo torpore, senza capire che ciascuno ha il suo temperamento e che la flemma di Teddy faceva di lui un ottimo compagno di sonno. Per gli altri invitati, Lizzie aveva pensato a tre gatti che frequentavano il giardino e che erano senz’altro affiatati. Forse la mamma, che era un po’ moralista, avrebbe detto: fin troppo, visto che Andy e Asterix erano tutti e due mariti di Blondie, ma per fortuna la stagione degli amori era lontana.
Lizzie aspettava gli ospiti con una certa apprensione: era il suo primo tè (a parte quelli con le bambole); Spike e i gatti si conoscevano solo di vista e non si sapeva se avrebbero legato – basta niente per mandare all’aria un ricevimento: il padre e lo zio di Lizzie, per esempio, gridavano come pazzi quando la domenica parlavano di politica, tanto che la mamma doveva cacciarli tutti e due in giardino. Invece sotto questo aspetto gli invitati si erano comportati bene, nessuno screzio, nessuna parola di troppo. Anzi, nessuna parola in assoluto. Erano entrati e subito si erano disposti intorno al tavolo fissandola con una fastidiosa aria interrogativa – una cosa per niente educata. Lei aveva provato a fare conversazione, ma loro erano rimasti immobili, con quegli sguardi insistenti che ripetevano la stessa domanda: “Quando si mangia?”. Di Spike non si era stupita perché lo conosceva; quanto ai gatti, sperava che fossero gente più di mondo, ma nemmeno loro avevano capito che si trattava di una finzione. Solo Teddy era superiore, non gliene importava niente della pappatoria.
Lizzie era rimasta molto delusa da tanta grossolanità, poi si era consolata pensando che quella sera, sotto le coperte, lei e Teddy avrebbero avuto molto da dirsi su quei quattro zoticoni.

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Annamaria Testa. Modelli di ruolo: ci servono. Ma ci piacciono? E ci bastano? (Nuovo e Utile)

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“Avete mai sentito parlare di modelli di ruolo? E se vi chiedo di individuare un vostro modello di ruolo, presente o passato, qual è il primo che vi viene in mente? Un genitore o un adulto rilevante nella vostra infanzia? Un indimenticabile professore? O un personaggio pubblico che avete ammirato da adolescenti? Oppure un personaggio letterario o cinematografico, che fantasticavate di emulare? E quali sono, se ne avete, i modelli di ruolo a cui vi ispirate oggi?
Beh, se non ci avete mai pensato, prendetevi trenta secondi di tempo e fatelo adesso.”

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Mauro Piras, Un’identità di destra (Le parole e le cose)

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“È utile partire da una nozione di che cosa è “di sinistra”. Una nozione vaga, riferita al senso comune di questo momento, e non una teoria completa, che comprenda anche esperienze storiche molto diverse. Di solito si considera di sinistra una politica che tende a realizzare una eguaglianza inclusiva: che tenda cioè a trattare come eguali i cittadini e tutti quelli che sono coinvolti dalla politica di uno stato democratico. Una politica di questo genere cerca di riconoscere eguali diritti a tutti questi soggetti, eliminando discriminazioni di diritto e di fatto, rimuovendo ostacoli economici e sociali alla realizzazione dei diritti, creando pari opportunità economiche, sociali e culturali. Genera così una dinamica inclusiva, perché cerca di includere tra quanti godono realmente dei diritti (civili, politici e sociali) gruppi che, per vicende storiche, ne sono stati esclusi: i lavoratori, le donne, le minoranze religiose, etniche o di genere, i migranti ecc.”

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Le figurine di Radiospazio. Donne decise

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La signora saliva in vettura raccogliendo gli ampi drappeggi della gonna e del mantello. L’uomo, poco distante, sul marciapiede, la guardava tremante.
Aveva un tale desiderio di raggiungerla, che fece ancora alcuni passi verso di lei e, senza accorgersene, posò la mano sulla maniglia della portiera, come per impedire che la carrozza rapisse l’oggetto del suo desiderio.
La donna abbassò la seta che le copriva il viso e domandò, con la massima naturalezza: «Volete salire, caro signore?»
«Scusate, signora, sono un idiota… calpesto il vostro mantello, a momenti salgo sulla vostra vettura… Scusate, scendo subito.»
Ella scoppiò a ridere, d’un riso franco, infantile. Il cocchiere, perplesso, aspettava ordini.
«Su, andiamo, Jean, porto il signore a casa mia!»

Galleria. La baracca degli attrezzi

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In un pomeriggio d’estate, Alice stava seduta sotto un’acacia. Guardava la baracca degli attrezzi e pensava che il giardino avrebbe meritato qualcosa di meglio – quelli delle amiche erano certamente più affascinanti; Amy si vantava molto della sua fontana a forma di sirena che zampillava dalla coda; quante storie avevano inventato su quella prosperosa ragazza-pesce che tendeva le mani verso chissà quale amorosa avventura!; e nel giardino di Jessica c’erano due grandi tartarughe di pietra sulle quali le bambine salivano cavalcioni per farsi trasportare nei regni più straordinari, sopra e sotto il mare, perché erano tartarughe magiche che sapevano nuotare e volare. Quel pomeriggio, la fatiscente baracca le sembrava una zavorra inerte e più indecifrabile del solito. «Credo di non avere abbastanza immaginazione», pensava Alice, «per inventare qualcosa di fantasioso su un rudere come questo.»
Poco più tardi, un coniglio bianco di un metro e settantacinque circa le dimostrò che si sbagliava.

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Carlo Bordini. Gli scrittori di destra (Le parole e le cose)

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“Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera),”

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Le figurine di Radiospazio. Valutazioni errate

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Lui      Allora lui pensa che sono uno scemo?
Lei       Lo pensa di tutti.
Lui      Ma ti ha detto che io sono uno scemo?
Lei       Ha detto tante di quelle cose.
Lui      Ma glielo hai sentito dire?
Lei       Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti.
Lui      Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo.
Lei       Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo.
Lui      A che tipo di giochi gioca?
Lei       Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvissuta.
Lui      Vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così?
Lei       Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora?
Lui      Cosa?
Lei       Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro.
Lui      Davvero?
Lei       Baciami.
Lui      Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo.

A spasso con Mister Hyde. Le donne allo stadio

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. Un vecchio racconto

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C’era un vecchio racconto che tutte le mamme narravano ai loro bambini quando li portavano al parco. Era per l’appunto un racconto sul parco e su un vecchio signore che viveva solo. Nel vecchio racconto, il signore, oltre a essere solo, era anche povero (le mamme sottolineavano sempre questo particolare: per preparare i loro bambini al peggio? per instradarli al risparmio? per instillare in loro il senso del patetico ormai del tutto espunto dalla vita moderna?). Dunque, nonostante le ristrettezze il vecchio signore teneva sempre in tasca una manciata di nocciole quando faceva la sua passeggiata al parco, sì, proprio quel parco in cui si trovavano loro in quel momento (le mamme lo sottolineavano sempre: per creare un effetto realtà?). Dunque, un giorno in quel parco il vecchio signore aveva incrociato uno scoiattolo che attraversava il viale di corsa passandogli quasi sui piedi; solo com’era, subito pensò che quella creaturina doveva assolutamente diventare sua amica. L’indomani lo rivide. Questa volta era su un ramo. Il vecchio signore posò una nocciola per terra e si allontanò di qualche passo. Con molta cautela, l’animaletto scese, afferrò la nocciola e corse via. Da quel momento, il vecchio signore, che non aveva nient’altro da fare, pensò solamente al momento felice in cui il suo futuro amico avrebbe preso la nocciola direttamente dalla sua mano e incominciò ad allontanarsi sempre meno dal boccone, dopo averlo posato per terra. Giunte a questo punto del racconto, le mamme, diminuivano la distanza fra il vecchio signore e lo scoiattolo con una lentezza esasperante: “Un giorno si fermò a due metri… il giorno dopo, a un metro e novantanove centimetri… poi  a un metro e ottantotto centimetri…” (ignoravano che ogni suspense ha un limite), così che ai bambini non gliene importava più niente di quell’addestramento così noioso e correvano via per i viali del parco con le bocche spalancate gridando: “Aria, aria!”. Il vecchio racconto cominciò a perdere la sua energia narrativa (che era già flebile in partenza) finché, anche per ragioni di età (era un racconto anonimo ormai sfibrato dal tempo), non tirò le cuoia lasciando i suoi protagonisti a una ventina di centimetri l’uno dall’altro in attesa di un contatto che non sarebbe mai avvenuto.

Massimo Gezzi, Qui non può trovarmi nessuno (Le parole e le cose)

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Milena Jesenká (1896-1944) fu la destinataria delle celebri lettere di Kafka, oltre che sua traduttrice e suo amore irrealizzato. La casa editrice Giometti & Antonello ha appena pubblicato “Qui non può trovarmi nessuno” una scelta dei suoi scritti – a cura di Dorothea Rein – e delle sue lettere a Max Brod, per la traduzione di Donatella Frediani. Pubblichiamo due scritti di Jesenská apparsi sul quotidiano «Národný Listy» nel 1921 e nel 1923].

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Le figurine di Radiospazio. Identità variabili

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Ho un’alunna che cambia continuamente nome. Non me ne stupisco. Ho avuto allievi che ogni mattina, a lezione incominciata, entravano dalla finestra invece che dalla porta. Ho fronteggiato crisi epilettiche, crisi mistiche, crisi di panico, crisi puberali, crisi d’astinenza.
«Zanni Ornella», dico. È l’ultima in ordine alfabetico. Silenzio.
«Come ti chiami oggi?», le chiedo. Mi risponde l’amica di Zanni, Storano Samantha: «Se te lo dice, finisce che la chiami.»
«No, non la chiamo. Mi serve solo per vedere se c’è.»
Zanni e Storano si consultano. Vedo che Zanni dice: no no e no. Intanto il resto della classe si annoia per quel rito quotidiano. Lo ammetto: mi annoio anch’io. Zanni va per le lunghe, avverto pulsioni criminali. Ma invecchiando, sono diventato insofferente con gli adulti e più paziente con i ragazzi. Ormai so che niente cambierà.
«Questo nome, Zanni!»
«Forse te lo dice più tardi.»
Allora organizzo una messinscena dell’allegria. Lo faccio sempre, prima di dare inizio alla lezione. Li faccio ridere a crepapelle. Per un po’ sono il loro buffone. Mi piacciono quando ridono: hanno denti ancora sani, risate limpide; sembrano d’animo buono e destinati alla felicità.
Poi dico bruscamente: «Basta!»
È un segnale che non ammette discussioni. Loro si ricompongono, prendono il quaderno degli appunti, si preparano ad annotare. Io faccio la voce grave e mi estraggo dal petto carestie, pesti, catastrofi, regole locali, regole universali, errori probabili, errori in agguato, errori ortografici, errori.
«Zanni, questo nome!» È la prima volta non sono riuscito a farmi dire il suo nome.
Intanto la campanella sta trillando la fine dell’ora. Mi rialzo, chiedo con dolcezza: «Come ti chiami oggi?»
Storano, la sua amica, mi dice: «Non si sa. Non l’ha detto nemmeno a me.»

altre figurine:

Perle di bruttezza
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Nasi misteriosi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16691&action=edit
Rock Star
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16640&action=edit
Deputati/Vita privata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16549&action=edit
Oggetti caduti dal cielo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16559&action=edit
Nonne guardone
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/08/07/le-figurine-di-radiospazio-nonne-guardone/

A spasso con Mister Hyde. Mors tua vita mea

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“Se l’Io non riconosce l’Ombra e non intesse con essa legami di parziale accettazione e di parziale dominio, l’Ombra facilmente si autonomizza e finisce per instaurare un regime di anarchico disordine all’interno della personalità. Questa può anzi, per così dire, venir “assorbita” dall’Ombra resasi autonoma e vivere a livelli inferiori di esperienza di conoscenza e di reazione creativa, degradando in tal modo l’intera esistenza, con conseguenze che possono variamente collocarsi lungo la mappa che va dal tragicomico alla catastrofe decisamente tragica.”
(dalla prefazione di Mario Trevi a “Il dottor Jekyll e Mister Hyde”, di Robert Louis Stevenson)

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Galleria. La dottoressa Clancy

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La desiderava pazzamente, o almeno così credeva, perché in materia ne sapeva poco. Una volta aveva sentito il dottor Stillman (uno degli ingegneri che l’avevano costruito) confidarsi in laboratorio con il dottor Fuchs. Parlavano di una collega, la dottoressa Clancy. Stillman non parlava con la sua solita voce, emetteva dei brontolii che stavano fra il gemito e il rantolo: «Sono pazzo di lei! Quelle gambe mi mandano fuori di testa!» Il mite e laborioso dottor Stillman. Che passava l’intera giornata curvo tavolo da disegno. Un esempio per tutti. Almeno una volta doveva averla alzata, quella testa mentre passava la dottoressa Clancy. E gli era bastato per perderla.
PJ 18 era un robot programmato per azioni belliche leggere, più che altro come deterrente: lo avevano dotato di una piccola pistola con la quale poteva sparare scariche elettriche che teoricamente avrebbero dovuto spaventare il nemico. Una sera il dottor Stillman lo aveva convocato in laboratorio: «Sdraiati. Facciamo lo straordinario.» Lo aveva aperto, poi aveva incominciato ad armeggiare. Toglieva e metteva, senza dare spiegazioni, come sempre. Intanto parlava con quella voce che faceva paura: «Ho riflettuto a lungo e ho deciso che non è giusto… Anche tu devi sapere cosa significa… Adesso non puoi capire, ma quello che ti faccio è un grande dono, sai?» Lo aveva rimontato e PJ 18 si era sentito un po’ diverso da quando si era sdraiato sul lettino. Il mattino dopo, da come gli altri lo guardavano si rese conto che non era solo una sua sensazione. Quando incrociò la dottoressa Clancy, le si fermò di fronte, quasi sbarrandole il passo. Sentiva una necessità inedita, intensa e dolorosa, quella di parlarle a lungo ma lui stesso non sapeva di che cosa e comunque il vocabolario a sua disposizione sarebbe stato insufficiente. Riuscì soltanto a dirle: «Il dono…» La dottoressa Clancy rise: «Che ti prende, PJ? Siamo su di giri stamattina?» Si rese conto che le stava fissando le gambe. La dottoressa rise ancora e si allontanò.

PJ 18 si rese conto che quello di Stillman non era stato un dono. Senza quella maledetta modifica non si sarebbe mai accorto che la dottoressa Clancy era fornita di un paio di gambe, né tanto meno si sarebbe sorpreso a puntarle contro la pistola emettendo qualcosa che stava fra un gemito e un grugnito.

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Riscritture. Bence Hajdu, E poi non rimase nessuno

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Svuotare non significa necessariamente distruggere. Portar via qualcosa può anche essere un gesto di salvazione (sottrarre qualcosa a qualcuno per preservarlo). Il gesto dell’artista ungherese Bence Hajdu, che sottrae ai capolavori classici l’elemento umano, si presta a svariate interpretazioni – a me ne viene in mente una distopica: lo svuotamento di senso che si manifesta in tante circostanze coinvolge anche l’arte figurativa. Oppure: inorriditi (per molte ragioni), gli abitatori del bello se ne sono andati.
Altri interventi di Bence Hajdu, oltre a questa Annunciazione del Beato Angelico al link: 

https://www.collater.al/bence-hajdu-abandoned-paintings/

 

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