Il video della domenica. PURISSIMA VIRGINIA

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http://www.ilgiornale.it/video/politica/presidente-brocche-dacqua-e-bindi-ride-faccia-raggi-1323698.html

Il tabacco Virginia è delizioso, tuttavia solo pochi buongustai lo apprezzano fumato puro: è dolce, aromatico, leggero ma risulta un po’ urticante alla lingua e alla gola; per questa ragione viene tagliato con il burley, il latakia e altri tabacchi orientali. Che è un gesto grossolano e insensato come allungare il whisky con ghiaccio e soda. E poi, alcol e tabacco sono già così dannosi per loro conto che una piccola irritazione momentanea è davvero il male minore. Anzi, a pensarci bene, quel leggero fastidio può diventare una specie di compagno segreto che frequentiamo col gusto assurdo racchiuso nelle amicizie dissennate.
Come il tabacco omonimo, anche la sindaca di Roma è per intenditori, quindi nessuna meraviglia che la stampa e i media le diano addosso, prima di lei capitò a John Cage e a Marinetti, a Burri e a Pasolini (da vivo).
Quello che gli aguzzini mediatici di Virginia non hanno capito è una verità così trasparente che corre il rischio di non essere veduta, come certe vetrate troppo terse contro le quali si va a sbattere: la sindaca è, molto semplicemente, una pura di cuore, integrale e doc, come ce ne sono poche, anzi forse nessuna nel girone immondo dei politici che i Cinque stelle fustigano – ed è una sorprendente contraddizione che un movimento, dopo aver predicato (e attuato) una selezione democratica dal basso, sia adesso imbarazzato (infastidito?) dal miracolo del giglio spuntato sul letamaio.
L’ultimo, minuscolo atto unico che Virginia ci ha regalato rappresenta forse il sigillo della sua purezza. Il delicato evento (un fuori onda) si è verificato durante l’ultima commissione antimafia.

Virginia – Ma quand’è che passiamo dalle bottigliette alle brocche d’acqua?
Bindi – (bofonchia, imbarazzata) Abbiamo già tanti problemi organizzativi…”
Virginia – Lo sai che quello è tutto rifiuto? Non va bene, eh…
Bindi – (tamburella con la mano sul tavolo)
Virginia – Io ormai lo dico in ogni commissione nella speranza che qualcosa cambi…

Bindi – (sospira lungamente, sorridendo)
Virginia – Questi rifiuti, poi, li dobbiamo smaltire noi… Ci aiuti! (piccola pausa che precede il più candido dei luoghi comuni, diffuso in tutte le città italiane) Noi, a Roma, abbiamo l’acqua più buona del mondo”.
Bindi – (sospirando ancora) Mah, insomma non so se le tubature sono altrettanto all’altezza dappertutto…

Qualche insensibile ha riso. Anzi, più di uno, a dir la verità. Io invece ho pensato subito al passo del Vangelo di Matteo: “Dal cuore provengono propositi malvagi, omicidi, adultèri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie. Queste sono le cose che rendono impuro l’uomo” (Mt, 15, 19).
Dunque la purezza di cuore preserva da tanti orribili peccati; dei suoi benefici influssi sulla pubblica amministrazione, l’Evangelista purtroppo non ha scritto. È un aggiornamento che tocca a noi.

Il cartellone del Teatro Stabile d’Abruzzo. LA PESANTEZZA OPACA DELLA FRIVOLEZZA

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La questione dei generi (letterari, ma non solo) è antica; volendo, la si può far risalire ad Aristotele. Per restare un po’ più vicini, si può ricordare l’orgogliosa necessità che Henry James rivendica ai generi alla fine del XIX secolo: “I ‘generi’ sono la vita stessa della letteratura, e la verità e la forza nascono dal completo riconoscimento di essi, dall’abbandonarsi al massimo nei loro sensi rispettivi, e dall’affondare profondamente nella loro coerenza”. Ma per un critico della tarda modernità, Fredric Jameson, il sistema del mercato li ha fortemente indeboliti, così che “Persistono nella loro vita dimezzata dei generi subletterari della cultura di massa, trasformati nelle collane di libri economici in vendita nei supermercati e negli aeroporti”.
Insomma, la questione si presenta come delicata e scivolosa ma quest’anno il TSA taglia il nodo proponendo un’efficace, anche se un po’ drastica, sintesi. Commedia, tragedia, dramma, pantomima, atto unico, acte sans paroles, mise en espace, tragicommedia, teatro del racconto, fiaba drammatica, farsa, ecc. sono un ingombrante fardello; come risulta dal cartellone dell’Ente abruzzese, in teatro esistono due generi, e non di più, il Teatro Comico e tutto il resto, che viene denominato, con critica sottigliezza, Panorama Teatro. Gestalticamente, la figura in primo piano è il Comico; il Panorama se ne sta, nella sua indeterminatezza, sullo sfondo; lo si poteva anche indicare come “Quella roba che si fa sul palcoscenico”, ma sarebbe stato inelegante. Qualcuno, da quanto si può leggere in rete, ha mugugnato, ma la dichiarazione della Presidente del TSA ha enunciato con limpida franchezza i suoi intenti, e quando la scelta è nitida si è già molto avanti: “Noi non siamo un ente privato ma un ente pubblico e il nostro dovere è rendere felici le persone che ci sostengono, cioè gli aquilani e gli abruzzesi che, anno dopo anno, continuano a confermare le loro presenze. Il programma che abbiamo elaborato, improntato a una maggiore leggerezza, propone contenuti coerenti con le esigenze degli spettatori.” Il termine “leggerezza” può essere molto variamente declinato; Calvino, ad esempio, nelle sue Lezioni americane, individua due leggerezze opposte: “Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca.” È anche vero che se ci si sofferma troppo su Calvino, un cartellone teatrale chissà quando vien fuori, quindi è meglio tagliar corto e partire dal presupposto che chi governa un ente pubblico conosce, se non altro per ragioni di ruolo, quali sono le esigenze del pubblico – e i palinsesti televisivi stanno lì a confermare che il pubblico vuole soprattutto ridere. Qualcuno, come Walter Benjamin, fin dagli anni Trenta, riflettendo sul servizio pubblico suggerì una piccola regola: “Diamo al pubblico ciò che vuole ma con qualcosa che ci mettiamo noi” (e pazienza, mi viene da aggiungere, se la felicità del pubblico sarà appena un po’ meno estatica). Ma Benjamin, purtroppo, non fa ridere – certo assai meno di Dado, con “i suoi pezzi che hanno scatenato l’euforia del web e che hanno superato online la quantità di spettatori di una seconda serata televisiva.”.

 

PIETRO BARTOLO, LACRIME DI SALE

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Così come lo vediamo sullo schermo, il personaggio è asciutto; sembra perfino refrattario alle polveri sottili della tv del dolore, della compassione e dell’eroismo. Ma sulla pagina i racconti di Pietro Bartolo perdono anche quell’inevitabile luce azzurrina che contamina qualunque ospite di un talk, e soprattutto taglia via la compunzione del conduttore. Lacrime di sale è un contenitore di innumerevoli storie che molti non vorrebbero ascoltare e la testimonianza di una missione impossibile e proprio per questo indispensabile.

Prepararsi un pasto caldo prima di affrontare la lunga traversata. Questo provavano a fare Amina e le altre donne collegando con una canna per l’acqua la bombola del gas a un fornello improvvisato. Il ritorno di fiamma non ha lasciato loro scampo. Ustioni sul novanta per cento del corpo. Una scena terrificante. Ma gli scafisti in Libia non hanno avuto alcuna pietà. Le hanno caricate a forza su un gommone e in quelle condizioni loro hanno viaggiato e sono finite alla deriva in preda a dolori lancinanti, finché a salvarle non è arrivata la guardia di finanza.
I soccorritori non sapevano nemmeno come toccarle, come prenderle a bordo delle motovedette senza farle soffrire ancora di più. Eppure, da loro, non un lamento, un urlo, un pianto. Nemmeno quando in queste condizioni i militari le hanno portate in banchina.
Non potevo crederci. Davanti ai miei occhi avevo una scena terribile. Non sapevo da che parte cominciare. Era l’ennesima sfida. Perché a ogni sbarco non sai cosa ti troverai ad affrontare. Non sai quale delle tante specializzazioni che non hai preso dovrai utilizzare.
Erano in ventitré. Una, appena diciannovenne, non era riuscita a sopravvivere. La più piccola aveva solo due anni ed era completamente bruciata. Ho cercato di procurare loro il minor dolore possibile. La pelle veniva via a brandelli lasciano scoperta la carne viva. Dovevamo trasferirle subito. Palermo, Catania: dovevano essere curato in strutture adeguare. Qui a Lampedusa non potevamo fare molto per loro. Una corsa contro il tempo, con gli elicotteri che facevano la spola avanti e indietro. Quando finalmente l’ultima è salita a bordo abbiamo sentito il nostro respiro tornare regolare. Anche stavolta, almeno in parte ce l’avevamo fatta.

Pietro Bartolo, Lidia Tilotta, Lacrime di sale, Mondadori

Il video della domenica.La tristezza planetaria della ricchezza. GIANLUCA VACCHI

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http://www.huffingtonpost.it/2016/10/13/gianluca-vacchi-video-tacchi-spillo_n_12471476.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

“A volte si considera una persona ‘seria’ solo perché indossa una cravatta e si finisce per giudicarla solo superficialmente”. Sono le parole di Gianluca Vacchi, in giacca e cravatta, seduto a una scrivania. Poi si alza, e il resto lo scopriamo in questo video (fortunatamente di un minuto, non di più). Che un signore esegua un balletto nel mezzo di un salotto (di dubbio gusto, diciamolo) esibendosi in doppiopetto, cravatta, mutande e tacchi a spillo non è né originale né sorprendente (le trasgressioni non si sa più dove stiano di casa e le perversioni hanno un sapore molto più forte). L’unico motivo d’interesse per le esibizioni del dottor Vacchi, laureato in economia e commercio, sta nel fatto che ciascuna di esse attira l’interesse di svariati milioni di frequentatori di Instagram, dai tre ai cinque. Uno spirito candido potrebbe chiedersi perché, ma la stessa logica dei social ci ha insegnato che la risposta è contenuta nel corto circuito della domanda stessa: milioni di persone guardano Vacchi perché il dottore è seguito da milioni di persone. Poi ci sono anche le ragazze, le barche, ecc., ma sono elementi di contorno: l’arrosto, il piatto forte è lui. Che naturalmente è ricco. Di famiglia. Non è però un perdigiorno, come si potrebbe pensare. No, il dottor Vacchi è un imprenditore. Creativo. Infatti ha dato vita alla GV Lifestyle. Non so perché, ma il termine “Lifestyle” ha su di me un potere urticante, forse perché riecheggia frasi moralistiche e intimidatorie (Il medico: “Lei deve cambiare il suo stile di vita”), e al tempo stesso profuma di riviste da anticamera del dentista. Comunque ho fatto un giro nello shop della GV, e ho trovato un solo articolo, proposto nella versione  uomo e donna: una t shirt con la scritta “Resilienza”. E questa è stata una sorpresa. Il termine si riferisce alla proprietà che hanno alcuni metalli di riacquistare la forma originaria anche dopo essere stati sottoposti a una deformazione; per analogia, in ambito psicologico indica la capacità che ha una persona di reagire alle avversità. Viene da pensare che un uomo dall’ego così pronunciato abbia voluto imprimere sulla t shirt una personalissima impronta ma riesce difficile immaginare quali traumi abbia potuto subire un personaggio che nuota nel grottesco con tanta felice inconsapevolezza. Forse Vacchi allude con uno sberleffo cinico alla resilienza dei suoi svariati milioni di follower.

 

La striscia. CALAMANDREI

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La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?».
Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante.
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava.
E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda».
Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda».
Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

Piero Calamandrei, Discorso pronunciato nel salone degli Affreschi
della Società Umanitaria,  il 26 gennaio 1955

Quando i filosofi fanno divulgazione. SLAVOJ ŽIŽEK, UNA BARZELLETTA CONIUGALE

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La logica della triade hegeliana può essere tradotta perfettamente nelle seguenti tre versioni del rapporto tra sesso ed emicrania. Cominciamo con la scena classica: un uomo chiede alla moglie di fare sesso, me lei risponde: “Scusa, tesoro ho una terribile emicrania, adesso proprio non posso”. Questa posizione iniziale è poi negata/rovesciata dall’avvento della liberazione femminista; ora è la donna che chiede di far sesso al povero, stanco marito, il quale le risponde: “Scusa, tesoro, ho una terribile emicrania”. L’intervento conclusivo della negazione della negazione, che capovolge di nuovo l’intera logica trasformando questa volta la ragione-contro in ragione-per, si ha quando la moglie esclama: “Tesoro, ho una terribile emicrania, perché non facciamo un po’ di sesso così mi rimetto in sesto?”
E’ perfino possibile immaginare un momento, piuttosto deprimente, di negatività radicale tra la seconda e la terza versione: marito e moglie hanno entrambi l’emicrania e decidono di comune accordo di sorseggiare tranquillamente un tè.

Slavoj Žižek107 storielle di Žižek, Ponte alle Grazie

Il video della domenica. JOSIAH HAWORTH, JOON SHIK SONG & JOON SOO SONG. “BRAIN DIVIDED”. 5′

Il plot si inserisce su una tradizione vetusta, quella delle contraddizioni psichiche (con forti componenti ormonali). Ma il gioco sulle disavventure di un giovanotto tanto timido quanto allupato è divertente.

Le grandi signore della scena

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Si vuole che le grandi signore della scena, e in qualche misura anche i loro omologhi maschi, ma assai meno, indossino in pubblico la maschera di un ascetico – a volte persino tremebondo – distacco e che inorridiscano di fronte a tutto ciò che riguarda il denaro, i contratti, il successo; si tratta di una maschera, naturalmente, ma nessuno chiede loro di essere autentiche; di recitare bene, invece, sì. O se non proprio bene, almeno con un minimo di stile. Per le grandi signore, il successo non esiste (non il loro, non l’insuccesso altrui). Anzi, esse si chinano sull’affanno delle colleghe derelitte con una sollecitudine materna e ricostituente: «Non dimenticherò mai l’occhiata che hai lanciato a quel trombone che fa il protagonista… come si chiama?… non ha importanza… quando l’hai guardato, dal basso in alto, così minutina come sei, con quel vestitino dimesso, per un attimo ho visto la Magnani. E quando gli hai voltato le spalle e subito sei uscita a passi decisi? Una regina!» (In quella scena la piccola attrice non aveva nemmeno una battuta). Per le grandi signore, il successo è solo il primo stadio di un vettore che le ha proiettate nella Storia dello spettacolo e che si è disintegrato tanto tempo fa nel cosmo non meno che nella loro memoria. Non scenderebbero mai dall’Olimpo per sottolineare l’effimero successo di un mortale (paragonandolo, con un modesto rimbalzo dialettico, al loro, che credono sempiterno). Non citerebbero un Andy Warhol da Baci Perugina invecchiati in magazzino – anche perché con Warhol, là dove si trovano, ci prendono il tè ogni mercoledì. Le grandi signore della scena.

Educazione sentimentale e yogurt. Lo spot della Coop

 

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https://www.youtube.com/watch?v=IP-0JRxqn_E

“Come hai scoperto lo yogurt Coop?”
“Me l’ha consigliato la mia fidanzata: l’unica cosa buona che mi abbia mai consigliato”.

Nell’orripilante galleria dei rapporti uomo/donna che ci propongono gli spot, questo non è dei più trucidi, d’accordo. Ma, nel suo piccolo, nel suo piccolissimo, disturba. Nessuno, neppure la Coop, interviene per ricordare al felpato giovanotto che non è elegante alludere all’ex fidanzata in questi termini? Non sappiamo niente di questa storiella se non che al ragazzo, nonostante cerchi di minimizzare, brucia ancora un po’. Ha fatto bene, lei, a dileguarsi. La trovata finale della fidanzata fantasma che rompe una suppellettile è spiritosa, ma meglio sarebbe che la ragazza aggiustasse la mira.

Il video della domenica. BHAUTIK JOSHI. 2001: A PICASSO ODISSEY. 1’50”

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https://vimeo.com/169187915

Una brevissima riscrittura di “2001, Odissea nello spazio” in stile picassiano.

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