Il video della domenica: un corto di FEDERICO FELLINI, AGENZIA MATRIMONIALE (1953)

È il 1953. Fellini ha alle spalle una discreta attività di sceneggiatore e un esordio nella regia (Luci della ribalta, insieme ad Alberto Lattuada). Zavattini gli offre la possibilità di dirigere da solo un episodio dei sei che compongono, L’amore in città. Gli altri registi sono Antonioni, Lattuada, Lizzani, Maselli, Dino Risi.
Per Zavattini, creatore del progetto, gli episodi del film dovrebbero essere altrettanti tasselli della poetica neorealista che si sta decantando: la prostituzione, il suicidio, le squallide balere della periferia romana, la storia di una madre indigente, incerta se cedere in adozione la sua creatura, il gallismo degli italiani.
Fellini decide di rispettare lo spirito della commissione, ma apporta una piccola, sostanziale modifica: introduce nell’inchiesta sulle agenzie matrimoniali un elemento surreale, il matrimonio di una ragazza povera con un ricco licantropo. In questo corto, Fellni, all’inizio della sua attività di regista, crea un alter ego che anticipa di qualche anno il Mastroianni della Dolce vita: è Antonio Cifariello, un altro bello del cinema italiano, al quale affida il ruolo del giornalista che conduce l’inchiesta.
Sulla contraddizione fra “stile neorealistico” e taglio surreale del soggetto, scriverà Fellini: “Poiché Zavattini mi dava quest’opportunità, stabilii di girare un cortometraggio nello stile più neorealistico possibile con una storia che in nessun caso poteva essere vera, neanche neo-vera. Pensavo: Cosa farebbero James Whale e Tod Browning se dovessero girare Frankenstein o Dracula in stile neorealistico? E così nacque Agenzia matrimoniale.”
Zavattini non apprezzò.

GILDA POLICASTRO, LA PIU’ AMATA DAGLI ITAIANI (da “Le parole e le cose”)

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“Una volta Arbasino disse che giudicare i libri a seconda del gradimento popolare sarebbe stato come valutare McDonald il miglior ristorante al mondo perché il più frequentato…”

LUIGI BONFANTE, L’ORINATOIO CHE IMMAGINO’ L’ARTE CONTEMPORANEA (da DOPPIOZERO)

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Andrea Cortellessa, ANNI OTTANTA, IDEALI ETERNI (da Le parole e le cose)

 

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La Striscia. GIULIO MOZZI

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Giovanni – 27 settembre 2004
Pordenone. Ieri, circa le undici di mattina. Sono sopravvissuto alla premiazione della Vetrina Più Bella di Pordenonelegge, il Festival dei libri con gli autori. Il proprietario del negozio d’abbigliamento «Fou You» ha vinto una targa e due borse piene di libri.
Mi inoltro nel corso pieno di gente.
Mentre contemplo una bancarella di chincaglierie – e mi domando, perplesso, quante siano le chincaglierie esistenti al mondo; e se mai, a forza di vendere, le chincaglierie finiranno – una voce maschile chiama:
«Giovanni! Giovanni!»                                
La voce sembra piuttosto irritata.
Io osservo un piccolo busto di John Kennedy in legno dipinto.
Si sente ancora: «Giovanni! Giovanni!»                
La voce sembra furibonda.
Com’è come non è, mi volto. E mi trovo difronte un tipo ansimante con tantissimi capelli, una camicia a righe fuori dalle braghe, la faccia arrossata.
«Giovanni, cazzo», dice il tipo.
«Ce l’ha con me?», dico, puntandomi l’indice destro al centro del petto.
Il tipo sbianca.
«Scusa», dice continuando ad ansimare, «scusa, cazzo, ti avevo preso per Giovanni, cazzo, dove cazzo sarà finito.»
«Mi spiace», dico,«ma non la posso aiutare».
«Ma che cazzo te ne frega a te» dice il tipo rallentando appena l’ansamento. «Che cazzo te ne frega a te», ripete.
Lascio perdere. Faccio per voltarmi.
«Che c’è?», dico.
«E cazzo», dice il tipo continuando a tenermi la mano sulla spalla, «mi prendi per il culo e ne vai? Che cazzo me ne frega a me, non me ne incula un cazzo, se mi vuoi prendere per il culo fai come cazzo di pare, ma non te ne vai mica così, cazzo».
«Be’», dico rigirandomi verso di lui e incrociando le braccia, «che cosa dovrei fare?»
«Ma fa’ quel cazzo che vuoi, va’», dice il tipo. Mi molla la spalla, si gira e se ne va.
«Giovanni! Giovanni!»                                
Il bancarellaro delle chincaglierie, che evidentemente è del posto, mi strizza l’occhio:
«Non si preoccupi. È fatto così».
«Sì, vabbè», dico, «ma non è il massimo della cortesia, mi pare».
Il bancarellaro ride. «Perché lei non conosce Giovanni», dice.

 Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere (e altre storie), Laurana reloaded

 

Beppe Navello, FRANCO MESCOLINI. IN TEATRO NON SI MUORE

 

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Franco Mescolini era attore sanguigno e romagnolo, eccessivo e fragoroso come la sua esuberante corporatura. L’ho conosciuto nel 1983 al Teatro Stabile dell’Aquila chiamato a dirigere il mio primo spettacolo nel cartellone di un teatro stabile pubblico, Questa sera da Tosti di Alberto Gozzi. Ero arrivato in Abruzzo con il febbrile e incosciente entusiasmo di un trentenne ambizioso per parlare del progetto che mi era stato affidato ma, in quel momento, il teatro era impegnato nelle prove di un altro spettacolo che non ricordo: la compagnia di giovani attori e il loro regista, Alberto Gozzi appunto, erano in attesa di questo per loro famoso Mescolini ma lui ritardava per impegni precedenti; e la compagnia sembrava sperduta e preoccupata in attesa di una svolta artistica che sarebbe arrivata con lui. E ricordo benissimo l’impressione di forza e di vitalità che trasmise, salito in palcoscenico quella volta: e l’autorevolezza da primattore che conquistava prima ancora di aprire bocca. Dopo di allora, con lui cominciò una lunga consuetudine di lavoro creativo: in quella fucina straordinaria che era all’epoca il Teatro Stabile dell’Aquila, con una compagnia di giovani raccolta intorno ad alcuni altrettanto giovani registi, la presenza di Franco era una necessità.
Quando tre anni dopo, incominciammo l’avventura gigantesca de I Tre Moschettieri a puntate, ricordo la raccomandazione di Aldo Trionfo che, consegnandomi i primi sei testi scritti da lui, mi raccomandò il personaggio del Padre di D’Artagnan: ne aveva fatto il protagonista perché quel primo monologo in cui si congeda dal figlio e gli raccomanda come dovrà comportarsi nella sua vita da adulto a Parigi, mi disse, anticipava già tutto il resto del romanzo. E quindi aveva pensato il ruolo come una coazione a ripetere, in un ritornare continuo, puntata dopo puntata, per scandire l’evolversi della vicenda, il commento straniato di un irriducibile grillo parlante. Ci voleva un attore di vitalistica imponenza, spiritoso e popolare, forse un napoletano: per l’immaginario italiano l’equivalente di un guascone. Ma io l’attore giusto ce l’avevo e fu Franco Mescolini che divenne in quel progetto una star amatissima dal pubblico, il divertentissimo Padre, maestro e punto di riferimento di quella compagnia di giovani e giovanissimi che per tutta la stagione vissero i Moschettieri.
L’anno scorso nella reinvenzione dopo trent’anni di quel progetto per Torino, Il Padre era naturalmente destinato a Franco: ci telefonammo, fu entusiasta ma non stava bene dopo un’operazione difficile. Alla fine rinunciò molto a malincuore per ragioni di salute e il Padre fu Sergio Troiano, bravissimo, nel segno di una continuità ideale perché in palcoscenico in fondo non si muore mai, si affida alla memoria degli spettatori un’emozione catturata per sempre. E’ la mia consolazione pensando a Franco in quest’ora triste e ricordandolo, appunto, per sempre nella sua gioiosa guasconaggine di teatrante felice.