Moda genderless (“D’Ars Magazine”)

image

http://www.darsmagazine.it/moda-genderless/#.WcskXJBoarU

“Da George Sand all’artista Gluck (Hannah Gluckstein), che negli anni ’20 “ribrandizzò” sé stessa con un nome non riconducibile a un sesso, sono molti gli esempi di figure cruciali per il mutamento dell’attitudine verso l’androginia e i discorsi di genere. Figure che hanno marcato la storia del costume, proprio come Gluck, che ha influenzato i socialities della propria epoca e Hollywood, in primo luogo Katharine Hepburn.”

 

Annunci

Riscritture. FLORA BORSI

 

flora borsi modigliani.jpg

Nel suo “Eva futura”, un romanzo filosofico/fantastico della fine del XIX, Villiers de l’Isle-Adam raccoglie le inquietudini notturne del protagonista, il vulcanico inventore (e abile imprenditore) Thomas Alva Edison che, com’è noto, non si limitò a dare agli uomini la luce (grazie alla lampadina) ma anche altre innumerevoli meraviglie fra le qual il registratore vocale. Durante le sue oniriche fantasticherie, Edison si avventura nei meandri più sfocati della storia umana, per risalire addirittura al Paradiso terrestre e alla fatidica cacciata da cui tutto nacque. “La mia invenzione è arrivata troppo tardi,” – si rammarica Edison in preda a un delirio di onnipotenza – “Se mi fossi trovato là col mio registratore, avrei potuto imprigionare la voce di Dio. Che straordinario reperto sarebbe stato!”
Un viaggio alle origini, meno vertiginoso e di intenti più circoscritti, è quello di Flora Borsi, una giovane artista visuale ungherese che risale alle fonti di alcuni capolavori della pittura novecentesca per cercarne un’impossibile – e quindi parodistica – trasposizione in un modello “reale” e ipotetico. Viene in mente il vecchio gioco del “se fosse”: cosa sarebbe il tale se fosse un mobile? Un comodino? Una specchiera? E, analogamente: che effetto ci farebbe una modella di Modigliani se la incontrassimo nella vita reale? Il gesto di Flora Borsi rientra nel gioco delle maschere e degli specchi, sospeso sul filo della finzione, come a ricordarci il provvisorio delle identità, estetiche o “reali” che siano.

 

 

Marco Grimaldi, Perché leggiamo ancora Dante (“Le parole e le cose”)

image

http://www.leparoleelecose.it/?p=28670#more-28670

“Dante è diventato – più di Omero, forse quasi quanto Shakespeare – un’icona pop, un brand, un prodotto commerciale. Questo successo planetario si accompagna al tentativo da parte degli studiosi di spiegarlo e di capire perché sia così popolare, ma anche, in fondo, di renderlo ancora più popolare.”

 

Jean Rochefort, un attore coi baffi, ma anche senza

image

Non so se a causa di uno sciocco pregiudizio o per qualche altra ragione che non conosco, ho sempre avuto delle riserve (anche se rispettose) nei confronti dell’attore con i baffi: i baffi incorporati, intendo, quelli che caratterizzano la sua maschera personale e quotidiana. Forse il mio pregiudizio sfiora anche l’uomo coi baffi. Una barba moderatamente trascurata può sembrare la smemoratezza di un uomo che pensa ad altro, ma i baffi vanno curati, spuntati quasi ogni mattina, affinché mantengano quella forma che la vanità del baffuto ha scelto come brand che accompagna il suo andare nel mondo. Fortunatamente, mi imbattei (come spettatore) in Jean Rochefort quando non aveva ancora i baffi, negli anni Sessanta; interpretava L’Uomo col cane, il capo dei Servizi segreti di Luigi XIV nell’elegante e malizioso polpettone storico Angelica, la marchesa degli angeli, diretta da Bernard Borderie. Secondo la tradizione del cinema francese, il cast era molto accurato, i belli (Michèle Mercier, Robert Hossein, Giuliano Gemma) si miscelavano sapientemente con i caratteristi, e poi c’era quel giovane attore Rochefort che, senza la stampella interpretativa dei baffi, faceva lavorare gli occhi con una sottigliezza leggermente straniante per ricordarci che un polpettone storico può essere intelligente.

Il video della domenica. Marco Belpoliti, LA MIA VITA DA ZUCCHINA

 

http://www.doppiozero.com/materiali/claude-barras-la-mia-vita-da-zucchinay

“Non perdetelo, non solo perché è bellissimo dal punto di vista estetico – dettagli curatissimi – ma perché è un modo per ritornare di colpo a quel periodo lontano, remoto, in cui eravamo bambini. Anche se non si smette neppure un momento di essere adulti guadandolo – come potrebbe essere altrimenti? –, ci sono attimi in cui la lama sottile del dolore s’infila tra costola e costola, una fitta alla stomaco, un dolore nel petto.”

Il film intero