Posteria d’estate

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Sarà certamente il caldo, sommato agli umori e ai malumori (soprattutto questi) che esso ingenera, ma quando si è sopra i trenta gradi gli aforismi fanno male. Sono dannosi anche d’inverno ma, non so perché, il metabolismo reagisce meglio. Quello che debilita nell’aforisma, o nella citazione proposta come aforisma, è la  carica assertiva (aggressiva) che il loro architetto (tendenzialmente subdolo) nasconde tra le fibre del breve enunciato prima di lanciarlo come un sasso, ritirare subito la mano e allontanarsi velocemente. Se ne va proprio, e non sappiamo come reagirebbe se qualcuno lo rincorresse per chiedergli: “Ma davvero un uomo che legge ne vale due? Ci sono dei lettori che si sono fatti fuori intere collane, da Sellerio a Einaudi, senza che si verificasse nessun valore aggiunto ” Ma sono perplessità che dobbiamo tenerci, perché gli autori di aforismi o sono morti o si trincerano dietro l’impunità che contraddistingue questo fastidioso sottogenere letterario (col quale si sono cimentati anche autori nobilissimi, intendiamoci). Per di più, circolano anche gli pseudoaforismi, che sono estrapolazioni mascherate, di solito da romanzi modesti ma di una qualche diffusione. Ieri mi è capitato di leggerne una, che non riferirò perché può darsi che l’autore sia un po’ innocente – voglio dire: una scivolata enfatica in trecento pagine può passar via come una scarpa rotta nell’acqua limpida di un torrente; il fatto è che la postante (si dice così?) aveva ritagliato quel piccolo orrore non si sa se come esempio di kitsch o come gioiello da indossare sull’abbronzatura estiva. Certo sopravviveremo anche a questi minuscoli dubbi, ma da ottobre in avanti, col fresco, ci riusciremo meglio.

Il video della domenica. INTERVISTA CON EUGENIO MONTALE. L’artista lirico? Genio e imbecillità

Montale sorride, addirittura ci regala qualche sottile risata. I suoi studi giovanili da baritono lo divertono, e ride anche per lo scampato pericolo: se avesse continuato la carriera, chissà come sarebbe diventata la sua vita. Montale racconta, ed è cosa abbastanza rara; sfortunatamente a un certo punto della conversazione l’intervistatore decide che il discorso sta diventando troppo scorrevole e  piacevole, quindi innesta (lui) la marcia poetica e incomincia a pennellare paesaggi da cui spunta qualche traccia di “meriggiare pallido” mentre sullo schermo ansima uno sbiadito paesaggio ligure. Ma per due terzi l’intervista è molto gustosa, la coda finale è il tristo pedaggio che si deve pagare alla poeticità. In tutti questi anni ci siamo abituati, come alle tasse.

Dietro la poesia

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Su Facebook, lo sappiamo, c’è un bel traffico di poesia. È sempre l’ora di punta. Senza semafori né corsie preferenziali né sensi vietati. Essa (poesia) circola liberamente, come le biciclette a Giethoorn, la celebrata città olandese senza strade né auto e popolata solo da ciclisti felici. Anzi, più che circolare essa poesia scorrazza: a viso scoperto, a volte travisata, oppure appena fatta, di giornata e messa in rete ancora calda di forno. Bisogna dire che ormai ci siamo abituati, così quando dal rullo dei post spunta la sagoma di una poesia facciamo istintivamente un piccolo salto in lungo illudendoci di sorvolarla. Ma nei primi due versi finiamo quasi sempre per impigliarci. E tutte le volte, mentre guardiamo l’effigie del (o della) postante ci prende una stizza infantile e irragionevole mentre siamo costretti a leggere almeno l’incipit, ad esempio: “Si amarono tra i noccioli/ sotto soli di rugiada”. Lo stato di alterazione malmostosa in cui ci troviamo è sufficiente ad abbassare quel poco di senso critico di cui disponiamo: “Cosa diavolo scrive di noccioli e di soli, costui! (o costei)”. Ma ormai siamo in trappola e scorriamo la poesia fino in fondo,  là dove a volte ci attende un nuovo motivo di irritazione, la firma dell’autore. Che spesso è la Szymborska, ma può essere anche Williams Carlos Williams o qualunque altro poeta che non siamo stati capaci di riconoscere a prima vista. Potremmo cogliere l’occasione per un piccolo bagno di umiltà, ma è troppo presto, lo smacco brucia ancora, quindi la nostra aggressività si rivolge al postante, che magari è anche un nostro conoscente: non ce lo immaginiamo proprio con un libro di poesie aperto sulle ginocchia e gli occhi che di tanto in tanto si sollevano dalla pagina per guardare i campi circostanti. Ma quali campi? Sappiamo che vive in città e che passa il suo tempo (libero e non libero) su whatsapp cercando di combinare per la sera, di combinare per acchiappare, e di acchiappare per proseguire quella sua patetica arrampicata sociale che non porterà da nessuna parte perché un tipo (tipa) del genere lo sgamano subito e se lo sopportano lo relegano ai margini come si merita… E proseguiamo la nostra invettiva sorda e muta che sprofonda nella cupaggine ad ogni gradino distruggendo l’innocente (e ignaro) postante. Tutto sommato, conviene lasciarla stare la poesia su facebook, e se proprio non se ne può fare a meno è meglio crearne una per l’occasione esponendosi a un ludibrio che in pochi minuti svanirà.

ABDALLA AL OMARI, L’ARTISTA SIRIANO CHE TRASFORMA I LEADER MONDIALI IN RIFUGIATI

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https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/24184-leader-mondiali-rifugiati-abdalla-al-omari

“All’inizio ho dipinto così per rabbia, sono un siriano scosso da tutto quello che sta succedendo al mio popolo. Poi ho voluto immaginare come sarebbero apparse queste grandi personalità, se fossero stati dei rifugiati”.
Così linearmente si esprime Al Omari sulla sua opera, e viene da pensare che la rabbia può essere un felice punto di partenza, soprattutto quando viene sublimata nel gesto pittorico di una discorsività semplice, quasi quotidiana. E la rabbia, mi pare, se era stata l’impulso iniziale, nel risultato finale non c’è più, ha lasciato il posto allo sgomento – non privo d’ironia, quella concediamola all’artista – che nasce dal capovolgimento di ruoli fra vittime e carnefici.

Il video della domenica. INSIDE CHANEL. 4′

Una favola moderna in chiave fashion, la storia di un’orfanella che divenne Coco Chanel. Prima puntata (ma le altre non le pubblicheremo, sono reperibili in rete).

 

MARIA ANNA MARIANI, DALLA COREA DEL SUD (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=27876#more-27876

La storia autobiografica di ​un’italiana addottorata in letteratura, precaria,​ che per trovare lavoro all’università​ finisce in una piccola cittadina della Corea del Sud.