La nudità di Gulliver. Il mondo fuori misura di RON MUECK

l'imbarazzo di gulliver

Starsene seduti su uno sgabello, integralmente nudi e circondati da un piccolo stuolo di ragazzine è una situazione davvero anomala, come peraltro lo sono le dimensioni di questo signore che si guarda intorno sgomento dall’alto dei suoi tre metri e ottanta. Il suo creatore, Ron Mueck, gioca con le misure creando, a volte, giganti e, più raramente, lillipuziani; l’iperrealismo moltiplicato per il gigantismo suscita, in chi guarda, lo spaesamento e la meraviglia, oppure il dileggio, come nel caso di queste visitatrici adolescenti, convinte, fino a un attimo fa, che i giganti esistessero solo nelle favole. Quando Swift raccontò il risveglio di Gulliver a Lilliput, lo ritrasse legato al suolo da innumerevoli funicelle, e non spese una parola sugli abiti del suo protagonista, tutto preso com’era dalla componente filosofica di quell’avventura; Mueck, nel suo iperrealismo ossessivo, inchioda il suo soggetto a un duplice disagio: la nudità e la smisuratezza e, così facendo, mette in scena una situazione di sogno che abbiamo tutti sperimentato, quella dell’onnipotenza connessa alla vergogna.

EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO?

Schermata 2016-06-29 alle 17.37.44.png
Me lo sto ancora chiedendo. Scrivo da molto tempo. A tredici anni scrivevo un lavoro teatrale, a undici o dodici anni alcune poesie, e sempre a undici anni ho voluto scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno. Eppure, cose da dire, ce ne sarebbero state. So che all’epoca serbavo ricordi della primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni, di cui adesso ho solo il ricordo di un ricordo di un ricordo. C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette, otto anni, quando ero molto attratto da una bambina della mia età. Poi, a nove anni da un’altra, Agnès. Abitava a otto chilometri dal mulino di La Chapelle-Anthenaise, dove ho trascorso l’infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo ogni sorta di smorfie per farla ridere, e infatti lei rideva, chiudendo gli occhi; quando rideva aveva le fossette; e aveva i capelli biondi. Che cos’è diventata? Se è ancora viva, è una fattoressa grassa, forse è nonna. E ci sarebbero state anche altre cose da raccontare: la scoperta del cinema o della lanterna magica; il mio arrivo in campagna, una stalla, il focolare, padre Battista, cui mancava il pollice della mano destra. E molte altre ancora: la scuola, il maestro, padre Guené, il curato, padre Durand, che se ne tornava ubriaco fradicio dalle sue bicchierate nelle fattorie del comune. Gli davano da bere sidro di mele o di pere. C’era stata la mia prima confessione – quando avevo risposto sì a tutte le domande del prete, perché non le capito a causa della sua dizione – e assumersi peccati fittizi era preferibile al fatto di dimenticarne qualcuno. Avrei potuto parlare degli ammiccherai, Raymond, Maurice, Simone, e raccontare i miei giochi. Ma per questo ci voleva tutta la tecnica, che s’impara molto tardi. Si parla della propria infanzia quando ormai non ci si è più, quando non la si capisce più tanto bene. E’ evidente che non ci si capisce nemmeno quando si è bambini, ma, in ogni caso, quando ero nella Cayenne, avevo coscienza di vivere nella felicità, nella gioia, e ogni istante era pienezza, senza che io conoscessi la parola pienezza.
Vivevo nell’annebbiamento. La mia prima lacerazione fu lasciare la Chapelle-Anthenaise. Ma con il tempo, la l ce si sarebbe offuscata e non vedo come avrei potuto fare il coltivatore, poco dotato come sono per i lavori manuali. Alcuni compagni della scuola comunale, Lucien, Augusta, sono diventati grossi fattori. Mi sembra che facciano una vita quotidiana molto dura, e che la loro vita non sia più un gioco. Guardano i bambini giocare con occhio indifferente. Sarei potuto diventare il maestro del villaggio, ma non avrei più avuto cavane all’infuori delle vacanze, che non sono più vere vacanze per gli adulti.
Fra i motivi per cui scrivo il principale è indubbiamente quello di ritrovare il meraviglioso dell’infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza. La domenica delle Palme, i vicoli del villaggio erano cosparsi di fiori e di rami e tutto era trasfigurato sotto il sole di aprile. Nei giorni di festa, salivo il sentiero sassoso, in pendenza, al suono delle campane della chiesa che vedevo apparire a poco a poco: prima la punta del campanile con la banderuola, poi il campanile per intero sullo sfondo di un cielo blu. Il mondo era bello, tutto fresco e puro e ne avevo consapevolezza. Ripeto, proprio per ritrovare quella bellezza, intatta nel fango, io faccio letteratura.

Eugène Ionesco, Antidoti, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’

Schermata 2016-05-26 alle 19.21.38

La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
arrow 3https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv

Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

Schermata 2016-05-14 alle 17.26.15

click scritta

C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

image

Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere

Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

IMG20111006124527937_900_700

Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

Schermata 2016-05-08 alle 12.34.19click scritta

 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.