Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’

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La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
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Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

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C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

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Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere

Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

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Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

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 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.

MASSIMO BONTEMPELLI, LA SPIAGGIA MIRACOLOSA (racconto)

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CARRA-CARLO-1-PITTORILIGURI.INFO_Carlo Carrà, Marina

Dell’etichetta “Realismo magico” si fa un uso spesso un po’ disinvolto,  forse perché gli ossimori attirano sempre, forse perché le etichette sono facili da applicare senza troppa fatica. Questo racconto (datato 1928) di Bontempelli, che del Realismo magico fu teorico, oltre che praticante, esegue sotto gli occhi del lettore un esemplare gioco di prestigio trasformando, con un coup de théâtre narrativo, un semplice interno borghese in un paesaggio realistico e al tempo stesso metafisico.

Io ero nel numero di quegli eroi che non avevano fuggito Roma all’assalto dell’estate. L’eroina eletta a confortarmi si chiamava Aminta. Questo una volta era nome di maschio; ma il padre della mia donna non conosceva la storia letteraria. Ai primi calori di quell’estate, non avevo faticato a convincere Aminta che dovevamo rimanere a Roma, anziché andare ai monti o al mare. Perciò fui molto maravigliato un giorno, quando Aminta, accostandosi a me nel profondo divano dello studio, disse tutt’a un tratto: «Caro, dovresti farmi un piccolo regalo, dovresti farmi fare un bel costumino da bagno.»
Subito m’insospettii: «Perché, Aminta? Che ti piglia? Non stiamo divinamente bene a Roma? Non ti verrà l’idea di andare ai bagni? «Sì, stiamo tanto bene a Roma, ma vorrei un bel costumino da bagno così… per avere un bel costumino da bagno.» «E poi che lo avrai?» «Me lo metterò.» «Quando?» «Ogni tanto. Un po’ tutti i giorni.» «E poi?» «E poi dopo me lo leverò.» «È tutto?» «È tutto. Te lo giuro.»
Era tanto limpida che il sospetto s’era dileguato dal mio animo. «D’accordo, cara. Fatti un bel costumino da bagno.» Batté le mani e fece un gran salto per allegrezza e mi baciò teneramente.
Dopo qualche giorno avevo quasi dimenticato quel giuoco, ma una mattina Aminta mi disse: «Tra un’ora, quando torni, è pronto.» «Che cosa?» «Il costume da bagno.» «Davvero?» «Sì, fa’ presto a tornare, vedrai, è riuscito una maraviglia.»
Rincasando, nutrivo ancora qualche sospetto : «Questa storiella del costume non preluderà a una campagna per farsi condurre al mare?». Entrato nello studio, mi accolse la sua voce dalla camera accanto.
«Non sono ancora pronta, aspetta sul divano!»
«Va bene… Ecco, sono seduto sul divano.»
Fissavo l’uscio della camera.
L’uscio della camera si aperse, nello studio entrò una gran luce, in mezzo alla luce era Aminta, vestita del suo costume da bagno. Il cuore mi impallidì. Aminta si avanzò. Quella luce veniva da lei. Era tutta la luce dei cieli, e si avanzava con lei. Io non mi mossi. Aminta si fermò in mezzo alla stanza. Era davvero maraviglioso. Giù dalla gola la seta colore di rosa pallida si tendeva a modellare il seno, si stringeva intorno ai fianchi, sbocciava in un gonnellino breve. Ora Aminta rideva di allegrezza con tutte le carni morbide, con tutto il costume verde e rosato; rideva e si scrollava come una pianta nel giardino: e la stanza era piena di profumo di paradiso. Aminta aveva gli occhi pieni di sorrisi, ora quasi lacrimava per la tenerezza. Cercava con gli occhi qualche cosa da dirmi. E la voce le tremava dicendo: «Vedi che è bello, senza bisogno di andare al mare?»
Sentii tutta la sua anima ingenua appoggiarsi a me. Fui pieno d’amore. Bisbigliai: «La modestia dei tuoi desideri merita un premio.» Lei rise allegramente; qualche cosa fremé nell’aria e venne a toccarmi. Vidi anche lei sentire qualche cosa nell’aria. E subito rabbrividire nelle spalle.«Che cos’è? Com’è bello!
Un rumore dolce e strano arrivò fino a noi, mentre tutte le cose della stanza sfumavano ai nostri occhi in una nebbia chiara, corsa d’ombre azzurre e di luci d’argento. I mormorii del suolo divennero più lunghi. Tutt’a un tratto lei dette un grido acuto e ritirò il piede, di scatto: «Guarda guarda!»
Il piede era bagnato fino alla caviglia.
«Ancora!… Continua ancora…
Il fiotto cresceva, il rumore delle piccole onde arrivava a battere il margine del tappeto, e tutte si spingevano contro i suoi piedi, lungo le sue gambe. Ella senza paura si piegò in avanti, tuffò le mani in quei flutti, le rialzò stillanti acqua: «Il mare, il mare…»
Il tappeto ardeva come la sabbia. Aminta si buttò stesa col seno giù fuori del margine, si rialzò, la seta bagnata si modellava sul suo petto, vi sollevava le piccole punte. Io estatico guardavo lei, ascoltavo il mare che era venuto a trovarci. Improvvisa un’onda più lunga mi raggiunse, sentii salirmi l’acqua su per i polpacci. S
ltai in piedi spaventato: «Aminta, è meglio che vada anch’io a mettermi un costume.»
Sì, ce n’è uno nel tuo cassettone, in basso; ma fa’ presto!»
Ed eravamo tutti e due molto felici.

Massimo Bontempelli, La spiaggia miracolosa (“Racconti d’amore del ‘900”), Mondadori

 

After Shakespeare. LIA TOMATIS, IL SOGNO DI BOTTOM. Teatro Astra – Sala prove 18 e 19 marzo

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Bottom e Quince stanno provando lo spettacolo che dovranno recitare al matrimonio del Duca di Atene. Finita la prova, Bottom si addormenta e per uno strano sortilegio si risveglia quattro secoli dopo davanti a un giovane regista che sta faticosamente cercando di mettere in piedi un “progetto produttivo” capace di ottenere qualche finanziamento pubblico. Un arido presente, nel quale le ragioni dell’arte e della cultura sono bandite, atterrisce Bottom che finalmente, dopo essersi di nuovo addormentato, si risveglia davanti al vecchio Quince: al quale racconta il suo sogno.