Yasujirō Ozu, Il debutto di un regista

Al giorno d’oggi, per un giovane è difficile riuscire a diventare un regista vero e proprio, ma io sono stato davvero fortunato perché ce l’ho fatta grazie a un piatto di riso con curry. All’epoca degli studi cinematografici di Kamata1, ero assistente del regista Ōkubo Tadamoto2. Si comportava come un dio in terra e fare l’assistente sotto di lui era davvero dura, dovevo fare proprio di tutto, al punto che non c’era neanche il tempo di fumare una sigaretta. Avevo sempre fame. L’unico piacere era mangiare. Un giorno, le riprese andavano per le lunghe e anche quando arrivò l’ora di cena non accennavano a finire. Ero ormai stanco e affamato. Ciononostante, Ōkubo, trovando sempre nuove motivazioni, non si fermava. Dentro di me mi dicevo che non era poi un film così eccezionale da dover lavorare anche di notte ed ero sempre più irritato. Finalmente le riprese finirono e arrivò il momento di mangiare. Alla mensa si faceva la fila e poiché chi prima arrivava prima mangiava, mi affrettai a prendere posto. I piatti fumanti di riso con curry venivano distribuiti seguendo l’ordine dal primo posto occupato. Il piacevole profumo del curry mi arrivava fino alla pancia. Mentre con l’acquolina in bocca mi dicevo che fra poco sarebbe toccato a me, arrivò un regista e si sedette. Il piatto che doveva toccare a me venne messo davanti a lui. Furibondo, esplosi: «Ehi! Rispettate l’ordine!». «L’assistente viene dopo», disse una voce. «Cosa?!» e senza neanche ancora capire chi avesse parlato, mi alzai in piedi pronto per fare a pugni ma qualcuno mi trattenne. Io però continuai a urlare «Portatemi il piatto! Rispettate l’ordine!». Comunque, non si può certo dire che non mangiai un piatto abbondante di curry. Il mio comportamento venne riferito al direttore degli studi di allora, Kido Shirō3. Non so se abbia pensato «Dev’essere un tipo interessante» ma il mese successivo mi disse di provare a fare un film, così cominciai a girare Zange no yaiba [La spada della penitenza, 1927], un jidaigeki4 in sei rulli5. Non venni apprezzato per la mia intelligenza o la mia bravura. Fu solo grazie a un piatto di riso con curry. Doveva essere più o meno la primavera del 19276.

Yasujirō Ozu, Scritti sul cinema, Donzelli









 


	

Maria Dolores Pesce, Il testo e la scena. Il teatro di Edoardo Erba

Edoardo Erba è un drammaturgo di notevole successo, pubblicato, tradotto in molte lingue e rappresentato in Italia e in numerosi altri paesi in Europa e nel Mondo. Però, come tale, è anche una figura inusuale nel panorama del teatro italiano degli ultimi decenni un teatro, come noto, stretto tra la dittatura del regista-demiurgo o dell’attore/autore e la smania logoclastica di molto teatro di ricerca. Con lui, infatti va in scena la letteratura teatrale, cioè la letteratura creata per il teatro che sembrava destinata, in quella morsa, a scomparire o ad essere quanto meno resa marginale. Al contrario, la sua drammaturgia si è inserita e si inserisce con pari dignità e piena coerenza in quello stesso contesto, in quanto, pur preservando una sua autonoma ed efficace dimensione letteraria, trova vita e compimento solo nell’orizzonte della rappresentazione.

Maria Dolores Pesce, studiosa e critica di teatro, si è laureata al DAMS di Bologna con una tesi di estetica su Edoardo Sanguineti. Già professore a contratto presso la Facoltà di Lettere e Filosofia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino, vi ha tenuto dal 2006 al 2012 un corso di “Storia del Teatro”. Ha pubblicato numerosi saggi su importanti riviste di teatro ed universitarie e cura dal 2001 una rubrica sulla rivista on-line «dramma.it» della quale è vice direttrice. Suoi i volumi: Edoardo Sanguineti e il teatro. La pratica del travestimento; Massimo Bontempelli Drammaturgo; Case di carne, il femminile nel teatro di Rosso di San Secondo, e Marco Martinelli. Un Drammaturgo Corsaro.

Le figurine di Radiospazio. La verginità

La verginità di sua moglie. All’inizio Crab fu invaso dalla gioia – così, lei lo aveva aspettato, aveva aspettato proprio lui. Una cosa emozionantissima. Un regalo meraviglioso. Crab fu molto tenero, delicato. La deflorò dolcemente. Ma la verginità di sua moglie lo avrebbe afflitto nel tempo; dopo tre anni dal loro incontro, dover deflorare quell’imene che si ricostituiva dalla sera alla mattina. A volte, Crab ha la spiacevole sensazione che sua moglie, così angelica, così paziente, lo stia ancora aspettando.

Éric Chévillard, Un fantôme , Minuit

Il video della domenica. Ermanno Olmi, Il posto

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Gli umili sono delicati, fragili, e non è bello approfittare della loro ingenuità per metterli in un film dove quasi sempre annegano nella melassa dei buoni sentimenti. Ermanno Olmi, lo sappiamo, è sempre stato attratto dagli umili e  questa sua propensione gli ha valso la fama di regista umanissimo, direi quasi fin troppo. Il posto (1961) è il suo secondo film. A quell’epoca il maestro bergamasco usava l’umanità col contagocce e soprattutto la correggeva con qualche porzione d’ironia (un ingrediente che rende tutto più digeribile). In questo film si racconta la piccola storia di due ragazzi, Domenico e Antonietta, che si conoscono durante le selezioni per un posto di lavoro nella Milano che già macinava il boom economico. 

Dotothy Parker, Ci siamo!

LUI                 Ci siamo.

LEI                 Ci siamo, non è vero?

LUI                 Siamo sposati esattamente da due ore e ventisei minuti.

LEI                 Toh, mi pareva di più.

LUI                 Siamo sposati e tutto va bene. Voglio dire: lo sposalizio è fatto, tutto è fatto.

LEI                 È stato bello, eh? Ti piaceva davvero il mio velo?

LUI                 Eri straordinaria. Proprio straordinaria.

LEI                 Ne sono così felice! Ellie e Louise erano carine, no? Sono contenta che si siano decise per il rosa. Erano davvero carine.

LUI                 Senti, voglio dirti una cosa. Quando aspettavo che tu venissi, là in piedi nella vecchia chiesa, ho visto le due damigelle e ho pensato: guarda, non credevo che Louise potesse far questa figura! Finora non aveva mai attirato lo sguardo così.

LEI                 Ah sì, eh? Buffo. Infatti molti han detto che l’acconciatura e il cappello erano carini, ma tanta gente l’ha trovata un po’ stanca. 

LUI                 In ogni modo dava nell’occhio.

LEI                 Sono contenta che ti sia parsa così. Contenta che ci sia stato almeno uno… Ed Ellie, come t’è parsa?

LUI                 Francamente non l’ho neppur guardata.

LEI                 Davvero? È una bruttissima cosa, è terribile che non ti piaccia mia sorella.

LUI                 Certo che mi piace! Ne vado matto. È una cara ragazza.

LEI                 Non ti credere che a lei importi qualcosa! Ne ha abbastanza di gente intorno. Non gliene importa nulla, di piacerti o no. Non farti illusioni. Ma il fatto è questo, non posso mandarlo giù che non ti piaccia, ecco tutto. E quando torneremo e ci installeremo in casa nostra sarà tremendo per me che tu non voglia aver a che fare con la mia famiglia.

LUI                 Ma che discorsi sono questi? Li sai benissimo i miei sentimenti sulla tua famiglia. Io credo che la signora tua… sì, che tua madre è deliziosa. E anche Ellie. E anche tuo padre. Cosa tiri fuori, ora?

LEI                 Me ne sono accorta. Non ti credere che non me ne sono accorta. Tanta gente si sposa e crede che tutto andrà benissimo, eccetera, e poi tutto va a carte quarantotto perché non possono soffrire la gente di famiglia o per cose simili. Non ne parliamo. L’ho visto succedere.

LUI                 Tesoro, che discorsi sono questi? Perché ti arrabbi? Siamo in piena luna di miele. Perché ci si deve mettere a battagliare? Sei nervosa, mi pare.

LEI                 Io? E perché dovrei esserlo? Io…io… non sono nervosa, perdio.

LUI                 Lo sai bene, spesso le ragazze diventano nervose e acide a forza di pensare.

LEI                 Ma sì, non facciamo baruffe. Non facciamo come gli altri. Non diamoci fastidi, seccature o cose simili. Ti va?

LUI                 Non ci beccheremo più, non è vero?

LEI                 No. Mai più. Non so che cosa m’ha fatto far così. Era così strano, era un incubo quel continuo pensare a tutti coloro che si sposano, in tutto il mondo, e quanti guastano tutto con le baruffe e col resto. C’era da perder la testa a pensarci. Oh, non voglio esser così! A noi non succederà, vero?

LUI                 No di certo.

LEI                 Non dobbiamo sbranarci, non dobbiamo litigare. Ma ora sarà tutto diverso, ora siamo sposati. Tutto andrà benissimo. Prendi il mio cappello, per favore, caro. È ora che me lo rimetta. Ti piace, coccolo mio?

LUI                 Ti sta molto bene.

LEI                 No, voglio dire se ti piace davvero?

LUI                 Non m’intendo di queste cose. Mi piacciono i cappelli del tipo di quello azzurro, che avevi. Mi piaceva infinitamente.

LEI                 Davvero? È un vero peccato che questo non ti piaccia.

LUI                 Ma sì che mi piace!

LEI                 Hai appena detto di no.

LUI                 Non ho detto nulla di simile. Tu sei matta.

LEI                 Sarò matta, forse.  Ma fa un certo senso pensare che s’è sposato un uomo che vi trova un perfido gusto in fatto di cappelli. E dice addirittura che son matta.

LUI                 Ma insomma, ascolta, io non ho detto nulla di simile. Ma certo che  mi piace il tuo cappello! Più lo guardo e più mi piace. È straordinario.

LEI                 Ma davvero? Sinceramente? Oh, ne sono contenta. Ti avrei detestato se non ti fosse piaciuto. Sarebbe stato… non so, sarebbe stato qualcosa come un cattivo inizio.

LUI                 Ma io ne vado matto, ti dico. E ora abbiamo arrangiato anche questa, per grazia di Dio. Agnellino mio… Non ci dovranno essere cattivi inizi. Pensiamo ai fatti nostri, siamo in piena luna di miele. Fra poco saremo due vecchi sposi, come tanti. Voglio dire… voglio dire che fra pochi minuti saremo a New York e andremo all’albergo e tutto andrà benissimo. Voglio dire… guarda un po’! Ecco fatto: siamo sposati! Ci siamo!

LEI                 Sì, ci siamo!

Dorothy Parker, Il mio mondo è qui, Bompiani, Traduzione Eugenio Montale

“Ora siamo qui a aspettare una risposta”. Riprendiamo in mano don Milani (Pangea)

Non c’erano le vacanze, non si finiva mai di imparare: “Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio”. Certo qualche “professorone” studioso di pedagogia potrebbe non essere d’accordo, ma Lucio che aveva trentasei mucche da curare diceva: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Una frase inequivocabile, si può obiettare. Senza troppi giri di parole. Leggo: “Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla. Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati”. 
Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/don-milani-linda-terziroli/

Le figurine di Radiospazio. Il messaggero

Le mogli vengono picchiate dai mariti; la polizia uccide neri e latino-americani; i vecchi frugano nei bidoni della spazzatura o mangiano cibo per cani: la vergogna impera, regna. Ci sono teenager neri che non avranno mai un lavoro sino alla fine dei loro giorni, non perché siano pigri ma perché non c’è lavoro; e anche perché i ragazzi dei ghetti non hanno capacità particolari da vendere. Bambini e bambine scappano, approdano ai marciapiedi di New York o di Hollywood; si prostituiscono e finiscono squartati. Se in voi nasce l’impulso di massacrare i messaggeri spartani che corrono a riferire l’esito della battaglia, la verità delle Termopili, massacrateli pure. Io sono uno di quei messaggeri e vi comunico ciò che, molto probabilmente, non volete sentire.

Philip K.Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer,
Feltrinelli, Traduzione Vittorio Curtoni

Il video della domenica. Anna Mantzakis, Perdere il controllo (Artribune)

Morte di una falena (l’ultimo racconto di Virginia Woolf) (“Biancamano 2”)

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Il 28 marzo 1941 morì, lasciandosi annegare nel fiume Ouse, Virginia Woolf. Morte di una falena è molto probabilmente l’ultimo testo scritto da Woolf – prima della sua ultima lettera al marito. L’ha tradotto per noi Anna Nadotti che firma anche una nota.

Le falene che volano di giorno non andrebbero chiamate falene; non stimolano quella gradevole sensazione di buie notti autunnali e di macchie d’edera che una comunissima catocala gialla addormentata all’ombra delle tende sempre risveglia in noi. Sono creature ibride, né allegre come farfalle né tristi come la loro specie. Eppure quell’esemplare, con le sue sottili ali color fieno, con una nappina dello stesso colore, sembrava contenta della vita.”…
Leggi il resto del racconto:  https://biancamano2.einaudi.it/narrativa-straniera-frontiere/woolf/#:~:text=Il%2028%20marzo%201941%20mor%C3%AC,che%20firma%20anche%20una%20nota

“In realtà ciò che faccio non ha nome”, due articoli di Roland Barthes inediti in Italia (Layout Magazine)

L’orma ci ha concesso di pubblicare, in esclusiva, due testi scelti da noi, che in qualche modo ripetano le anime di lay0ut, i “discorsi” e le “figure”, tutto all’insegna, come è ovvio, della traduzione: I tre dialoghi, uscito nel Menabò del 1964, cercano una veloce ma ispirata critica dell’ideologia della comunicazione; il secondo, Il grado zero della colorazione, del 1978, in cui Barthes confessa, sottotraccia, la passione per il “conforto artigianale” del colore, del disegno.

Leggi l’articolo:  https://www.layoutmagazine.it/inediti-roland-barthes-l-orma/

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Ivan Turgeniev, Pane altrui

– Voglio sapere tutto… dovete dirmi tutto, avete capito?
– Sì, Ol’ga Petrovana… sì, saprete tutto. Vostro padre era stato stregato da quella vicina… spesso non tornava a casa neppure la notte. Vostra madre sedeva per giorni interi da sola, senza parlare, spesso scoppiava a piangere… Un bel giorno vostro padre decise di andarsene. A Mosca, disse, solo per affari. Alla prima stazione lo aspettava la vicina.Vostro padre tornò sei mesi dopo, Ol’ga Petrovna, senza aver scritto una lettera. La vicina lo aveva piantato, ed era diventato violento… Aggredì vostra madre con un bastone, lei si rifugiò quasi impazzita in camera sua, mentre lui chiamò i servi e se ne andò a caccia… Fu allora che la cosa successe… Eravamo a tavola; dopo un lungo silenzio si rivolse a me… Ol’ga Petrovna, vostra madre per me era quasi un dio, io… io l’amavo… ed ecco che mi dice: “Vasilij Semënic, tu mi ami, lo so, mentre lui mi disprezza, mi ha offeso”, e allora io… E allora io… io non capisco più nulla, la testa mi gira…
– Dunque… io sono…
– Sì.
– Vostra…
– Sì, mia figlia. Perdonate un povero vecchio.

Narrativa. Eric Reinhardt, Le domeniche dell’infanzia (frammento)

A tavola, di solito, ascoltavamo France Inter, la trasmissione dedicata agli ascoltatori. Mia madre estraeva dal forno in gratin di zucchine. Mia madre portava in tavola, servendosi di un grosso guanto a fiori, il gratin di zucchine. Ancora il gratin di zucchine, esclamavo sbuffando. Un giorno creperemo tutti di overdose! Ho trascorso la mia giovinezza mangiando gratin di zucchine. Due alla settimana, come minimo, per diciotto anni, anzi facciamo quindici, cioè settecentoventi settimane, che significano grosso modo millecinquecento gratin ingurgitati. Potrei figurare nel Guinness dei Primati insieme ai divoratori di pizze.
«Ecco, tocca a voi, cari ascoltatori! Potete porre le vostre domande!», ripeteva incessantemente il conduttore della trasmissione. «Sì, siete in onda, fate la domanda!», s’impazientiva.
Il gratin di zucchine, il pesce fritto, l’acqua del rubinetto, le disillusioni, le umiliazioni, gli ascoltatori di France Inter; conservo un ricordo sordido di quei pranzi. Se potessi scegliere, preferirei, lo giuro, essere un terrorista, un serial killer, un rapinatore di banche, un sequestratore di bambini, dovessi passare trent’anni in cella, dovessi farmi sodomizzare ogni notte da un branco di bruti sanguinari, sarebbe sempre meglio che rivivere quei pranzi, io al posto di mio padre, quadro intermedio di una multinazionale, di fronte a me una donna di casa come mia madre, con lo sguardo vagante nel nulla, liquefatta dal succedersi implacabile dei miei fallimenti. Quando ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, a quelle cene patetiche, alle nostre passeggiate domenicali nei dintorni, alle serie tv di cui si nutriva mio padre, in particolare Starsky e Hutch e le Teste bruciate, ai cugini di Antony da cui andavamo in visita certe domeniche, alle fondute bourguignonne che ci facevano mangiare, alle forchettine di ferro col manico di plastica che si infilavano nella carne, ci ripenso come a un crogiolo di ricordi mosci e viperini: oggi, nella mia mente la mia infanzia è ripugnante come una sorta di lunga, lugubre domenica.

Eric Reinhardt, Le moral des ménages, Stock

Carolina Bandinelli e Giorgia Tolfo, Digital Bowery, Il bovarismo nell’era della sua riproducibilità tecnica. (Il Tascabile)

“Abbiamo ripreso Emma Bovary per cercare di capire in che modo Emma, la sua noia verso una realtà deludente, e l’ostinato immaginare un mondo fantastico dove tutti sanno ballare il valzer, mangiano ananas, e amano forte, possa aiutarci a riflettere sulla struttura del desiderio ai tempi dei media digitali: in fondo, essi non fanno che mostrarci costantemente l’ipotesi di una vita altra e migliore che accade a qualcun altro non lontano da noi.
[…] Se Emma avesse avuto Tinder, o meglio ancora Bumble? Avrebbe fantasticato nella stessa maniera? L’algoritmo le avrebbe fatto trovare il Visconte, o Leon? Oppure si sarebbe stancata prima, esausta e nauseata dalla riproduzione algoritmica di speranza e rifiuto?”

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/digital-bovary/

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