Galleria. Il salamino tuscolano

Erano le 13.50 quando Giorgio Manganelli rilesse l’incipit di quello che sarebbe stato uno dei suoi più lucidi saggi (ma forse in quel momento non poteva ancora rendersene conto), La letteratura come menzogna: “Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: «Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale». Qualcun altro chiosò: «Allora, lo è sempre stato».
Era un attacco forte e quasi provocatorio, sul quale l’autore sostò fin verso le 14. Il prosieguo gli era chiaro, ma quando si accinse a scriverlo gli venne da pensare, per quelle strane e incomprensibili interferenze che spesso affliggono gli autori, allo stato del suo frigorifero; non era particolarmente miserevole, ma non andava oltre la solita ordinaria amministrazione. L’autore era combattuto fra due sentimenti opposti: da un lato temeva di perdere quel bello slancio iniziale, dall’altro gli pareva che due etti di salamino tuscolano abbinati un paio di carciofi alla giudia avrebbero propiziato quella sua fatica appena intrapresa. Fortunatamente, il pizzicarolo sotto casa era ancora aperto, e comunque non chiudeva mai del tutto, lasciava sempre la serranda a metà – era un po’ scomodo per la schiena, ma ne valeva la pena.

Galleria. La piccola guardiana delle oche

Dopo aver letto l’omonima fiaba dei fratelli Grimm, una piccola guardiana delle oche si era messa in testa di essere una principessa defraudata del suo rango dai maneggi di una brutta servente. «Quando diventerò grande», si diceva, «il complotto sarà scoperto. Io sposerò il principe e la brutta servente verrà severamente punita. Il testo è chiarissimo, non resta che aspettare». Ma la storia della piccola guardiana coincideva solo in minima parte con quella del fratelli Grimm; infatti aveva poco più di sedici anni quando suo padre la mise fuori di casa dopo avere scoperto che era incinta, e non le restò che andare a servizio perché il suo principe si era nel frattempo dileguato. Non avrebbe mai pensato di essere lei la servente della storia. Non era brutta, ma la cosa non la consolava granché.

Galleria. L’altalena

L’aveva incontrata per un caso davvero straordinario – uno fra le tante migliaia di alberi di quella foresta. Era stato subito attirato da una certa aura pensosa che non la lasciava nemmeno quando si lanciava spericolatamente in alto. «È tutto sotto controllo!», gridava di lassù; l’altalena le obbediva come se fosse stata una parte del suo corpo e le consentiva gli equilibrismi più arditi. In breve, quelle evoluzioni gli divennero indispensabili, non solo perché erano sempre varie e imprevedibili, ma anche perché si illudeva di esserne l’unico spettatore. Quando lei se ne accorse, si trasferì in un altro albero ­– irreperibile fra le tante migliaia di quella foresta.

Galleria. Le maschere

«Un attimo, e sono da te», gli aveva detto staccandosi da lui – forse doveva salutare qualcuno, impartire disposizioni ai domestici o cose del genere. La seguiva con lo sguardo mentre, a ogni qualche passo, si intratteneva con questo o quell’invitato. Vecchi notabili travestiti da pirati e da ammiragli che la guardavano con le ultime gocce di desiderio; colleghe antipatiche e antipatizzanti travestite da amiche del cuore che l’abbracciavano – normale routine per una padrona di casa.
In fondo al salone il costume da Pierrette di lei si era congiunto (forse ricongiunto?) con quello di un samurai. Era palesemente il più chiassoso ed egocentrico di tutti i costumi presenti. Forse per questo lei aveva riso forte e leggermente stonando quando l’aveva incontrato. Forse per questo lo aveva preso sottobraccio ed era scomparsa con lui in una porticina mimetizzata nella parete.
La festa aveva incominciato a calare. Lui era rimasto sempre lì, accanto al buffet. Infine, svaniti gli invitati, era comparsa una piccola schiera di domestici che avevano incominciato a riordinare. Li dirigeva un maggiordomo anziano. Era un uomo che nel suo lungo corso doveva aver incrociato molti dolori quasi tutti non suoi – ciò che ora gli conferiva una certa distaccata umanità. Mentre i servitori giovani portavano via le bottiglie, il maggiordomo gli chiese se volesse bere ancora qualcosa. Formulata da un altro, la domanda sarebbe suonata sarcastica; detta da lui, significava che l’attimo, dopo essere stato stiracchiato oltre ogni logica, si era del tutto esaurito.
La notte era umida e freddina, così che le foglie del viale erano diventate scivolose. Non essendo più tanto giovane, si allontanava con cautela – una caduta sarebbe stata tragicomica; ebbe per un istante la visione di sé con le gambette secche a bicicletta nell’aria. Di tanto in tanto si volgeva alla villa, come per dire: «Sappiate che io me ne sto andando.» Le finestre, tutte chiuse, rispondevano: «E allora?», sempre più spazientite.

Galleria. I ricordi flebili

Erano finiti fra i ricordi. Non è che ci stavano granché bene, cercavano tuttavia di tenersi su: «Poteva anche andar peggio. Potevano cancellarci del tutto.» Lo dicevano, ma ci credevano fino a un certo punto; pensavano che un colpo di spugna deciso sarebbe stato meglio.
Pur essendo ormai così flebili, venivano assaliti da vigorosi rancori quando, accanto alla nebbia in bianco e nero che avvolgeva il loro reparto, passava – senza salutare, perché non li vedeva nemmeno – qualche ricordo importante, ben piantato e colorito. «Vedi?, lui che ha gli agganci l’hanno richiamato anche oggi nel mondo di là. Capace che passa tutta la notte a far l’amore», si dicevano.

Galleria. Lo scoppio

Lo scoppio era stato forte. («Un éclat.», se lo ripeteva in francese per sdrammatizzare).  Dopo tanti anni di assidua amicizia. Solo un’amicizia? Evitò di addentrarsi nei corridoi troppo tortuosi della ricostruzione dei fatti. Un’assidua amicizia. Punto. Ipocondriaco com’era, temette qualche lesione. L’udito funzionava come prima, eppure un’incrinatura doveva esserci, la percepiva anche se non sapeva dove localizzarla. Si sottopose a numerosi di esami, tutti negativi. Accrebbe la sua sfiducia nei medici, e anche in se stesso.

Galleria. Il bucato

Dalla sua finestra l’aveva sempre vista così, come un’ombra che stendeva i panni al sole. All’inizio, la curiosità di sapere come fosse senza quegli schermi bianchi che si frapponevano tra loro era stata grande, poi la curiosità era diventata desiderio, e il desiderio si era trasformato in un patimento che aveva finito per diventargli necessario non meno dell’ombra stessa. A volte si chiedeva se l’ombra e il patimento non esprimessero la nostalgia di ciò che non era mai esistito, ma si rispondeva che quella domanda era meno importante del malessere quotidiano che era diventato, nel tempo, il suo compagno. 
Una mattina (perché c’è sempre una certa mattina), affacciatosi alla finestra, vide un prato sconosciuto e nudo. Non c’era più niente: i fili, i pali che li reggevano, le mollette, le lenzuola. Tutto smontato nella notte. La titolare dell’ombra aveva comprato un’efficiente asciugatrice Hoover DX.