Galleria. Becky

Che Becky avesse una certa propensione per lui, glielo dicevano tutti gli altri ragazzi del giro – ma in un modo così sgangherato che Bernie si vietava di prenderla in considerazione. Temeva che se un giorno l’avesse avvicinata, tutti avrebbero incominciato a ululare: «Coraggio, fatti sotto!… Finalmente!…» e cose simili. Becky era certamente carina, ma taceva molto. Lui ne aveva parlato con sua madre, che aveva avuto molti amanti.
– Non parla mai, proprio mai?
– Parla poco con tutti. Con me, mai. Mi guarda e non dice niente.
– Allora gira al largo. È una di quelle semivergini che studiano la situazione per scegliere l’imbecille dal quale si faranno mettere incinte al primo colpo.
Forse Bernie ascoltava troppo sua madre, ma gli sembrava giusto perché in questa materia era considerata un’autorità; glielo aveva confermato anche suo padre mentre faceva la valigia, la mattina che se n’era andato: «Non sai quanto mi costa, figliolo, ma non ce  la faccio a tirare avanti così. Peccato, perché tua madre è una puttana rifinita come ce ne sono poche.»
Nonostante Bernie continuasse a ignorarla, Becky teneva il suo posto ai margini del gruppo. Venne il compleanno di Bernie, e i ragazzi vollero festeggiarlo in uno di quel loro localacci economici, con birra e patatine e liquori di contrabbando. Per alzare un po’ il livello, Becky aveva preparato una torta con le candeline, così lui era stato costretto a dirle: «Grazie.» «Figurati», aveva risposto lei. I ragazzi ci avevano scherzato un bel po’, su quella torta, manomettendola anche, e ficcandoci le dita dentro – un sacco di porcherie, insomma.
Poi avvenne quella cosa.
Non si sa come, un sbaffo di panna era finito sulla guancia di Bernie (era il minimo, con tutto quel casino). Becky pensò che sembrava un bambino troppo eccitato dal gioco per accorgersene. Pensò anche altre cose. Che ignorava quasi tutto di lui, che non ci sapeva fare con le ragazze, che il suo percorso scolastico era deprimente e che la sua famiglia era un disastro.
Poi smise di pensare e incominciò a leccarlo partendo da quel piccolo pennacchio bianco, ma continuando, poi, implacabile, e tenendolo fermo, perché Bernie, colto di sorpresa, aveva fatto un salto all’indietro. Stranamente, i ragazzi, anziché ululare e berciare, erano ammutoliti così anche Bernie opponeva sempre meno resistenza. Non era mai stato leccato prima, se non dal suo cane Ursus, ma la lingua di Becky era molto diversa. «Non è pericolosa, è solo una squilibrata», si diceva mentre Becky proseguiva con metodo come una lucidatrice meticolosa della quale a Bernie sembrava di sentire il ronzio rassicurante. Non gli restava che abbandonarsi, senza domande.

Galleria. I piatti

Quello dei piatti era un rito al quale Andrew non si era mai sottratto perché gli sembrava di dover riparare a una colpa di famiglia. Ricordava lo sgomento che lo prendeva, da piccolo, quando suo padre, uomo all’antica e sicuramente anche crudele, si accomodava dopo cena in poltrona, accendeva un sigaro e osservava con un sorrisetto lascivo la moglie che si dava da fare con alte pile sbilenche di piatti e tegami (erano sette in famiglia) senza muovere un dito. Andrew si era proposto di non assomigliare in niente a suo padre. Quando ripercorreva la sua vita passata, era soddisfatto di esserci riuscito. Ne era soddisfatta anche sua moglie Ethel, che non perdeva occasione per dire di aver sposato proprio un buon marito: mite, soprattutto, contrariamente a quel bruto del suocero, che soffriva di un priapismo inguaribile e che ancora dopo i settant’anni passava la serata al bordello dal quale rientrava insaziato per affliggere quella sua povera moglie fino al mattino, quando finalmente crollava con un ultimo ruggito – toccava poi alla povera donna mandare avanti la casa perché quell’animale dormiva fino alle due del pomeriggio, quando saltava dal letto come una molla e riprendeva a tormentare la sua vittima. No, Andrew non assomigliava proprio a suo padre. Collaborava alle faccende domestiche volentieri, e aveva sempre manifestato il massimo rispetto per la moglie. Anche i loro tre figli erano stati concepiti con elegante sobrietà. Ma per Ethel il ricordo del suocero, ormai defunto da molti anni, affiorava, stranamente, durante la lavatura dei piatti. Era un flash improvviso che la trasfigurava. Andrew se ne accorgeva quando lei appoggiava bruscamente una scodella, col rischio di romperla, e gli piantava addosso quei due occhi ardenti del dopo cena che ben conosceva e che con l’età non accennavano ad affievolirsi. «Com’è intimo, vero?, qui, fra noi due, a quest’ora …» Per Andrew, la lavatura dei piatti non era altro che una routine, ma poiché era mite le dava ragione. «Sì, molto intimo, ma ne abbiamo ancora un bel po’ da lavare.» Ethel taceva, ma non ci pensava nemmeno a desistere, quindi passava alle vie di fatto. Qualche volta si chiedeva se non avesse ereditato qualcosa da suo suocero, anche se sarebbe stata un’assurdità genetica.

Galleria. Il vernissage

Svariati decenni prima, andava spesso alle mostre. Ma adesso, fra le tante, non gliene veniva in mente nessuna; le aveva fuse tutte in un’unica grande sala molto bianca e molto vuota. Insistendo nel ricordo, erano entrati in scena tanti straccetti colorati con dentro delle piccole signore che ridevano molto perché gestivano contemporaneamente molte relazioni piccanti. Poi sulle pareti tirate a calce si erano disegnati degli abiti neri e affusolati che contenevano donne lunghe e pallide delle quali si potevano leggere solo le bocche dipinte di viola e gli occhi carichi di kajal. Qualcuno gli aveva detto di guardarsene perché nascondevano un rostro acuminato. Ma non erano meno interessanti di quelle policrome. Difficile scegliere.
Guardò, senza toccarlo, l’invito che spuntava per tre quarti dalla busta. Era uno strano biglietto: specificava l’indirizzo della mostra ma non indicava l’ora. Inoltre, aveva un tono perentorio che non gli piaceva: “La S.V. è pregata di presentarsi…” Neanche fosse una convocazione al distretto militare. Decise che sarebbe andato, tuttavia, anche perché era molto che non incontrava nessuno. Uscì di casa subito, come in preda a una fretta immotivata. Quando giunse alla galleria si accorse che l’ora era quella giusta.

Galleria. Notturno e oltre

La prima volta che li aveva visti, così incollati davanti al cancello della grande villa proprio di fronte a casa sua, se li era studiati perbene, soprattutto lei, perché gli sembrava di conoscerla, anche se non ne era sicuro – poteva essere una D’Ambois, cioè una delle signorine della villa? Sarebbe stato un bel colpo per quel tizio. Farsi una D’Ambois alla sua età (quanti anni poteva avere? al massimo venticinque) voleva dire sistemarsi per sempre: entrare nel Consiglio d’Amministrazione della famiglia, eccetera. Ma era stato un abbaglio, nessuna delle D’Ambois era così carina; e poi, che senso aveva sbaciucchiarsi mezz’ora davanti al cancello di casa propria? Tutti sapevano che in un angolo del parco c’era un’alcova a più stanze dedicata ai piaceri delle ragazze D’Ambois – quel porco del vecchio patriarca era di larghe vedute, forse per farsi perdonare di tutte le ragazze che le figlie avevano dovuto chiamare mamma, nonostante alcune fossero più giovani di loro.
Dopo quella prima volta, i due erano ricomparsi puntualmente alla stessa ora, l’una e un quarto di notte, tanto che lui aveva preso l’abitudine di dare un’occhiata fuori dalla finestra prima di coricarsi e di verificare che quei due ci fossero, così come alcuni non possono andare a dormire senza aver controllato i rubinetti del gas.
Si era poi sposato, ma il matrimonio non aveva mutato quella sua abitudine che nel tempo era diventata una necessità. Qualche volta sentiva la voce fioca della moglie, già pronta per la notte, che giungeva dall’altra camera: «Non vieni a letto?». «Ancora un attimo, devo prima sbrigare una cosa!», e magari passava più di un’ora. Oppure, se si coricava presto, guardava all’improvviso la sveglia, si alzava e correva alla finestra. Quando il suo matrimonio incominciò ad appassire (piuttosto presto, a dire il vero), i suoi sentimenti verso i due della cancellata (così li chiamava in cuor suo) si inasprirono: «Chissà cos’avranno da baciarsi così?», si chiedeva con una brutta voce da vecchio, quindi tornava a letto e guardava la moglie addormentata cercando di ricordare se e quando l’aveva mai baciata (o era stato baciato da lei). Si avvicinava a quel corpo sposato e inerte, ne osservava la bocca da molto vicino notandone le crepe entro le quali si annidava sempre qualche incrostazione del rossetto del giorno. «Escludo di aver mai baciato qualcosa di simile.» Ormai quella brutta voce da vecchio gli si era incollata addosso (non era un raffreddore, come aveva pensato in un primo momento), e di conseguenza anche i suoi pensieri erano pensieri da vecchio, ma di quei vecchi avari che lesinano su tutto, dalle monetine alle  ore, ai minuti. Sul tempo, era diventato intrattabile. Se la moglie incominciava a dirgli qualcosa, subito le chiudeva la bocca: «Sbrigati, non ho tempo da perdere!» – che poi non se ne faceva niente, del tempo, si limitava a fare la guardia, come una stupida sentinella davanti a una grossa tana nella quale non si nasconde nessun animale.
Per i due della cancellata, invece, il tempo era l’ultima delle preoccupazioni. Continuavano a baciarsi come la prima sera. Impossibile dire quanto tempo fosse passato. Certamente decenni. Svariati, molti decenni. Una sera, dopo tutto quel tempo, decise di aprire la finestra e vide la sua mano coperta di quelle macchie che gli facevano tanto senso, da bambino, sui parenti vecchi. E vide le innumerevoli grinze sulle nocche e sul dorso. E sentì che la sua mano faticava ad aprire la finestra come se dovesse manovrare chissà quale argano enorme. E percepì un’aria fredda sul viso – non era uno zefiro di primavera, come avrebbe detto guardando i due giovani, ma una lama di gelo che lo colpì sul viso. E disse ai due della cancellata: «Buonasera.», sempre con quella sua brutta e vecchia voce che voleva essere sarcastica. E i due smisero per un attimo di baciarsi e si guardarono in faccia. E lui lesse sui loro volti lo stupore prima e il disgusto poi. E siccome erano giovani educati, ancorché sbigottiti, gli risposero: «Buonasera.»
E fu allora che lui prese a sbriciolarsi come una vecchia rosa che il tempo ha dimenticato da troppi anni in un vaso senza acqua. Fu spazzato via, la mattina seguente, dalla donna di servizio, che naturalmente non l’aveva riconosciuto.

Galleria. Il marito ideale

Per i più, il signor Maréchal era stato un buon marito – lo era ancora, in quanto vivente e in discreta salute, ma alla sua età non era difficile esserlo, bastavano un minimo di saggezza e qualche accorgimento. Anche la signora Maréchal concordava con questo giudizio unanime, anzi pensava di essere stata una donna fortunata nonché piuttosto abile ad aver accalappiato, tanti anni prima, un seduttore irresistibile come quello. Sì, perché Maréchal, nella stagione del corteggiamento, aveva fatto credere alla futura moglie di essere pieno di donne. Perseguitato, sopraffatto addirittura. Questa banale e un po’ infantile bugia era stata sostenuta da false prove che sembravano inconfutabili: repentine e immotivate sparizioni seguite da giustificazioni assurde, tracce di rossetto malamente cancellate, misteriosi bigliettini che Marechal distruggeva goffamente con l’aria del colpevole.
Una simile, complicata messinscena nascondeva, in realtà, il più pacioso e ingenuo dei fidanzati: la futura signora Maréchal era la prima donna che egli avvicinava, e sarebbe rimasta l’unica anche per tutti gli anni del matrimonio. L’impostura funzionò: la giovane sposa, ignara delle arti erotiche (non diversamente dal marito) guardava le amiche più belle di lei come il novellino che al suo primo safari si porta a casa una tigre reale sotto il naso dei cacciatori più esperti, e questo sentimento di onnipotenza sconfinava con la gratitudine nei confronti della belva che si era lasciata cacciare. C’era tuttavia qualche passaggio delicato quando, nell’intimità, la signora Maréchal si eccitava fantasticando sul passato libertino del marito. Allora diventava lei, la tigre: lo afferrava senza preavviso, lo gettava sul letto e lo spogliava intimandogli: «Fai conto che io sia una di quelle tue maledette puttane!». E Maréchal doveva improvvisare, ma fortunatamente, data la scarsa preparazione di lei, gli bastava qualche ruggito per fare sempre un’ottima figura.
Bisognava tuttavia sostenere il personaggio nel tempo; così, anche dopo molti anni, quando Maréchal accompagnava devotamente la moglie nelle sue compere, non mancava mai di fermarsi davanti alla Galérie Duhamel che esponeva delle croste con dei soggettini piccanti e faceva in modo che la moglie, uscendo dal negozio, lo sorprendesse con un’espressione lasciva davanti a qualche donnina. Allora lei gli dava un colpetto sulla schiena e lo strattonava via, tutta orgogliosa, sibilando fra i denti: «Andiamo a casa, porco!»

Galleria. La doccia

Susan se n’era andata così come era arrivata, senza ragione. La casa sarebbe stata più vuota senza di lei? A domande come questa un gentiluomo, quale lui voleva fortemente essere, deve rispondere di sì, ma fortunatamente nessuno glielo chiedeva, quindi lui poteva dirsi sottovoce di no: la casa gli sembrava più spaziosa senza Susan, soprattutto il bagno, e in particolare la doccia, che era stato il luogo più frequentato e tumultuoso della loro relazione. Perché Susan era fortemente attratta dalla doccia, in particolar modo quando era occupata da lui – anzi, ripensandoci, non si ricordava che lei avesse mai fatto una doccia da sola. Aveva un orecchio finissimo, Susan; certe mattine, lui scivolava con mille cautele giù dal letto per non svegliarla e si dirigeva in bagno; qui, scostava la tendina e apriva il getto al minimo, appena un filo d’acqua per non far rumore. Inutili precauzioni; dopo pochi secondi Susan lo raggiungeva, nuda e affannata come una nuotatrice che arriva in ritardo ai blocchi di partenza. «Insaponami!», gli intimava, e portava il getto al massimo, gemendo e ridendo e attirandolo mentre fingeva di respingerlo e avvinghiandosi, infine, con il rantolo rassegnato di chi cede a una sopraffazione fisica. Qualche volta lui aveva provato a sorvolare sui sottintesi; la salutava come una conoscente che prende lo stesso autobus, con un sorriso educato, e continuava la sua abluzione, ma lei gli strappava la spugna dalle mani inscenando una rissa che voleva essere erotica. Lui malediceva certi film americani dai quali Susan doveva essere stata traumatizzata e se la cavava come poteva. Il rischio di fare tardi in ufficio incombeva sempre, e questo genere di rischi non è compatibile con il desiderio sessuale: la insaponava, quindi, come uno schiavo ben educato e usciva velocemente lasciandola sotto una montagna di schiuma. Quando tornava, la sera, provava a riparare all’uscita frettolosa del mattino con qualche carezza. Susan stava sulle sue; le tenerezze a secco non le facevano né caldo né freddo. Solo dopo molte insistenze si voltava con degnazione: «Vuoi che andiamo a fare una doccia?»

Leggi gli altri post di questa sezione cliccando sulla colonna a destra dello schermo GALLERIA

Galleria. Mabel

Si chiamava Mabel, e su quel nome aveva rimuginato parecchio. Forse l’aveva anche sognata. Invece quell’odiosa di sua cugina l’aveva relegata in un cestone insieme a tante altre bambole dimenticate e preferiva fare le smorfie con certe sciacquette insipide che non valevano un’unghia di Mabel; gliel’aveva chiesta tante volte, ma la cugina gli aveva sempre riso in faccia: “Un maschio che gioca con le bambole!…”
Era proprio una cretina; lui non voleva giocarci, voleva sposarla, e anche in fretta, perché la differenza di età era notevole; tuttavia Mabel era una bambola intelligente e non badava a queste cose. Sembrava contenta che lui l’avesse riscattata dal cestone. Sì, gli sarebbe stata grata per sempre; purtroppo gli anni che avevano da vivere insieme non erano molti.