Galleria. Lo scoglio

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Lei lo vedeva così: pensieroso, svagato, ma capace di certe uscite ingegnose che la coglievano di sorpresa. Doveva essere un uomo gentile, altrimenti non avrebbe guardato con tanto trasporto quello stormo di uccelli; ne ebbe la conferma quando si accorse che riservava  la stessa sensibilità anche alle piccole quotidianità, una birra, un bizzarro mulinello di foglie secche, una persiana malandata ma espressiva e a tutte le cose semplici che scaldano il cuore.  Le vennero in mente, per contrasto, certi pretesi intellettuali, solo in apparenza disponibili, ma sordi, e contorti. Lui no, lui la avvolgeva con pensieri assidui e sempre misurati. Il suo perseverare così lieve le divenne col tempo necessario, poi nacque in lei il desiderio di avvicinarlo, di vedere il suo viso. Una mattina si stupì di aver avviato un dialogo, e in così poco tempo, con un uomo di cui conosceva solo la nuca e la schiena. Molte volte si chiese se sarebbe stata così ardimentosa da salire su un piccolo legno per remare fino a lui; il tratto di mare, non più lungo di una cinquantina di metri, le sembrava un oceano. Per il momento non si rispose e scelse di assaporare i piaceri dell’indecisione. Nel frattempo si sarebbe informata se da quelle parti noleggiavano barche.

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Galleria. Tribù

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La prima volta che si erano incontrati, l’anziana signora si era lasciata andare sulla panchina senza nemmeno far caso a lui. Imprecava fra sé e sé contro non si sa chi, era proprio arrabbiata. Alan aveva evitato di darle corda perché le vecchie non erano il suo genere. Poi lei si era girata e se lo era studiato per bene: «Di che tribù sei?», aveva chiesto. Con chiunque altro Alan l’avrebbe presa storta ma era chiaro che la nonna non ci stava proprio con la testa, era fuori di suo, senza additivi. Straparlava di cinema, soprattutto di film western perché, diceva, era stata fidanzata con un tizio che faceva lo stuntman a Cinecittà; conosceva a memoria tutti i suoi film e durante i caroselli intorno alla diligenza rovesciata lo riconosceva sempre, anche in mezzo a una cinquantina di altri indiani. Nessuno montava come lui: «Anche a letto, sai?, mica solo sul set! Che bastardo!» Era scoppiata a ridere e gli aveva dato una manata sulla coscia: «Non ho mai più trovato un altro come quello!.» Alan non poté fare a meno di vederla che si rotolava nel letto col suo stuntman, carnosa, fiorente e al tempo stesso già un po’ morta com’era adesso. Quel pensiero gli metteva paura ma ne era attratto come da uno strapiombo di cui non conosceva la profondità.

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Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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Galleria. Un addio

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Non era facile far stare tutto in centoquaranta caratteri. Ci sarebbero volute almeno dieci pagine per ricapitolare tutti i lamenti di lui, le sue gelosie, la sua tetraggine. La prima cosa che le venne in mente di scrivere fu: “Basta. Mi hai rotto le palle.” Ventotto caratteri. C’era spazio per aggiungere altro. Ad esempio: “Narcisista, impotente, pallone gonfiato”. Fece il conto: Sessantanove. Si fermò un attimo prima di schiacciare invio. Sabrina era una di quelle ragazze moderne che lodevolmente tengono ancora alle forme, ma le forme purtroppo richiedono spazio, come quei vecchi mobili monumentali e funerei che i nonni lasciano in eredità per rendere la vita dei discendenti non meno triste della loro. Prese tempo e ordinò un caffè. Doveva esistere un passepartout, una di quelle frasi collaudate che paralizzano con eleganza l’avversario (ormai poteva chiamarlo così). Il ragazzo portò un espresso ristretto come l’aveva chiesto. Lo bevve d’un sorso, amarissimo, e subito la formula le apparve nella sua irenica classicità. “In questo periodo ho bisogno di stare sola con me stessa.” Poi precisò: “A tempo indeterminato.” E per ammorbidire l’enunciato che poteva sembrare un po’ asciutto dopo un rapporto di quattro anni, aggiunse: “Un bacio”. Ci ripensò: e se il tipo si fosse appigliato a quel bacio per rifarsi vivo? (Perché era piuttosto appiccicoso). Decise infine di correre il rischio e il bacio rimase: un cioccolatino deve sempre avere la sua carta dorata, a maggior ragione se è avvelenato.
Rilesse: il messaggio era elegante, funzionale, ma ancora un po’ troppo asettico. Aggiunse: “Stronzo”. Così personalizzato, era perfetto. Inviò e ordinò un frizzantino.

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Galleria. Il romanzo del professore

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Nel locale lo chiamavano professore perché portava sempre con sé qualche pubblicazione. I camerieri più sfrontati sostenevano che non leggesse davvero: «Non si capisce, è capace di stare davanti alla stessa pagina per mezz’ora. Mio figlio che fa la seconda elementare e che è anche un po’ ciuco va molto più spedito.» La padrona strillava che i ciuchi erano loro: «Cosa volete saperne di quel che passa nella testa di un professore! Loro leggono in un modo tutto speciale, mica come voi che non andate oltre i titoli della Gazzetta dello sport!» I camerieri non replicavano perché la padrona aveva un debole per lui, lo serviva personalmente e intanto ne approfittava per dare una sbirciata a quelle pagine, per lo più senza ricavarne nulla. Qualche volta, invece di un libro o di un giornale, il professore si portava certe lettere scritte con inequivocabile calligrafia femminile; in quelle occasioni la curiosità della padrona si faceva più forte, e non potendo essere soddisfatta generava delle fantasticherie che col tempo erano diventate un embrione di romanzo. Si trattava di un grande amore infelice, ne era sicura, perché quando gli chiedeva: «Professore, ci vuole il cacao sul cappuccino?» lui s’immalinconiva, come se il cappuccino (oppure il cacao) evocassero un momento molto doloroso. Dal che la padrona deduceva che quella storia doveva essere stata tristissima, in quanto esclusivamente epistolare: erano sentimentalmente impegnati?; vivevano in città irrimediabilmente lontane? Questo e tanto altro, sperava, sarebbe stato rivelato dal seguito del romanzo. La padrona Narratrice era arrivata alla conclusione che i due si erano incontrati una sola volta, per una crudele mezz’ora, al bar della stazione di Piacenza durante un cambio di treno (lei diretta al nord, lui al sud); consapevoli che quel rendez vous sarebbe stato, oltre che il primo, anche l’ultimo, erano entrambi dominati da un forte imbarazzo che nel professore aveva assunto le proporzioni di un marasma. Di qui l’incidente, forse generato da un banale cappuccino. Ma qual era stata la dinamica? Nonostante la Narratrice avesse una bella fantasia, le era impossibile immaginare quel che può combinare un professore in preda a una tempesta emotiva, eppure qualcosa di fatale doveva essere accaduto, perché la signora dopo dieci minuti si era alzata e aveva salutato freddamente dicendo che temeva di perdere il treno.
È il mistero che nutre i romanzi popolari, e questo col tempo era diventato popolarissimo perché la padrona non mancava di diffonderlo oralmente fra i suoi dipendenti – ai quali, per la verità, il professore sembrava più un vecchio attaccapanni che un eroe romanzesco.
Un giorno, senza che nulla lo lasciasse prevedere, il professore non si presentò. La padrona ci rimase male, non tanto per lui, che non era particolarmente interessante, quanto per il romanzo che rimaneva fastidiosamente incompiuto. Col tempo, la figura, già evanescente, del vecchio evaporò del tutto. Ogni tanto, tornava ad aleggiare nel locale quell’odore di muffa tipico dei romanzi non risolti, ma la padrona, che non era donna incline alle nostalgie, diceva ai sottoposti: «Su, apriamo un po’ le finestre!»

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Galleria. La passeggiatina

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È vero che un padrone non ce lo si può scegliere, ma Toby non riusciva a capire perché la sua padrona avesse scelto proprio lui. Era sicuramente una brava donna un po’ malinconica, che passava molte ore al telefono con le amiche, ma sollecita e anche affettuosa, anzi fin troppo; tutto il giorno gli stava addosso, e quando guardava la televisione (non poche ore al giorno) pretendeva di tenerselo sulle ginocchia come si fa con i gatti. Il vero supplizio erano le uscite, sempre troppo brevi; non appena si trovava finalmente sulla strada, Toby sentiva che qualcosa si accendeva in lui, i muscoli si tendevano, pronti a scattare, aspettando un segnale, forse lo sparo di uno starter che lo facesse partire alla massima velocità, e questo desiderio che non si realizzava mai si traduceva in un rombo possente che la padrona scambiava per un ruggito: “Che ti prende, Toby? Non sei contento che facciamo la nostra passeggiatina?” La passeggiatina era una estenuante via crucis che prevedeva innumerevoli fermate con le amiche della padrona. Ne aveva una ogni cento metri: la droghiera, la parrucchiera, la sarta… Ogni sosta durava almeno un quarto d’ora. Toby doveva mettercela tutta per non partire, ma giorno dopo giorno i freni finirono per logorarsi, e un pomeriggio cedettero. La padrona gridò disperata, ma lui non poteva udirla perché in pochi metri aveva già raggiunto i cinquanta chilometri orari. Gli pareva che tutte le strade del mondo gli si aprissero davanti mentre superava i motorini e se la batteva alla pari con le utilitarie. Un giorno sarebbe tornato perché era un cane riconoscente di indole affettuosa, ma non prima di aver completato i mille chilometri necessari al rodaggio.

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Galleria. Nel bosco (dopo la censura)

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Quando la fotografa Clara Obermeier aveva chiesto notizie sul Faunal holz, gli abitanti del paese le avevano risposto che doveva assolutamente visitarlo perché era un bosco fatato. «Sì, va bene», aveva tagliato corto la fotografa, che era una positivista inossidabile e a quell’epoca s’interessava solo di micologia, «Ma a parte gli incantamenti, ci sono funghi?» Gli abitanti rimasero in silenzio, attoniti: chi si avventurava nel Faunal holz, l’ultima cosa che aveva in mente erano gli ovuli e i porcini. Clara aveva concluso che erano scemi e decise comunque che la mattina dopo avrebbe fatto una breve puntata nel bosco prima di prendere il pullman. Di funghi non ne trovò nemmeno uno, ma la sua vita cambiò radicalmente, infatti non ripartì mai più.

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