Galleria. Il soggetto

Quando la madre andava a informarsi sul bambino, la maestra restava sul vago: non si poteva dire stupido, ma piuttosto terribilmente assorto – per la buona insegnante le due cose erano limitrofe e senza steccati, così era facile che il soggetto sconfinasse in questo o in quel dipartimento. Né la maestra né la madre potevano prevedere che il soggetto sarebbe diventato un poeta. Ma non uno di quei poeti che si studiano a scuola, e nemmeno di quelli che vanno in televisione: un poeta evanescente del quale si diceva : «Se fosse meno vago potrebbe lasciare una sua piccola traccia.»

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Galleria. I ricordi flebili

Erano finiti fra i ricordi. Non è che ci stavano granché bene, cercavano tuttavia di tenersi su: «Poteva anche andar peggio, potevano cancellarci del tutto.» Ma ci credevano fino a un certo punto; non osavano dirsi che forse finire nel nulla sarebbe stato meglio.
Pur essendo diventati ricordi molto flebili, venivano assaliti da forti rancori quando, accanto al loro reparto avvolto da una nebbia in bianco e nero, passava – senza salutare, perché non li vedeva nemmeno – qualche ricordo importante, ben piantato e a colori. «Vedi?, lui che ha gli agganci giusti l’hanno richiamato anche oggi nel mondo di là. Capace che questa notte riesce anche a scopare», si dicevano.

Galleria. Il marito ideale

Per i più, il signor Maréchal era un ottimo marito. Anche la signora Maréchal era d’accordo, anzi pensava di essere stata una donna fortunata nonché molto abile ad aver accalappiato, tanti anni prima, un seduttore irresistibile come quello. Sì, perché Maréchal, nella stagione del corteggiamento, aveva fatto credere alla futura moglie di essere pieno di donne. Perseguitato, sopraffatto addirittura. Aveva sostenuto la sua infantile bugia con false prove che sembravano inconfutabili: repentine e immotivate sparizioni, tracce di rossetto malamente cancellate, misteriosi bigliettini che Marechal distruggeva goffamente con l’aria del colpevole.
Questa complicata messinscena nascondeva, in realtà, il più candido dei fidanzati: la futura signora Maréchal era la prima donna che egli avvicinava, e sarebbe rimasta l’unica anche per tutti gli anni del matrimonio. L’impostura funzionò: la giovane sposa, guardava le amiche più belle di lei come il novellino che al suo primo safari si porta a casa una tigre reale sotto il naso dei cacciatori più esperti, e questo sentimento di onnipotenza sconfinava con la gratitudine nei confronti della belva che si era lasciata cacciare. C’era tuttavia qualche passaggio delicato quando, nell’intimità, la signora Maréchal si eccitava fantasticando sul passato libertino del marito. Allora diventava lei, la tigre: lo aggrediva senza preavviso, lo gettava sul letto e lo spogliava intimandogli: «Fai conto che io sia una di quelle tue schifose puttane!». E Maréchal doveva improvvisare, ma fortunatamente, data la scarsa preparazione di lei, gli bastava qualche ruggito per fare sempre un’ottima figura.
Bisognava tuttavia sostenere il personaggio nel tempo; così, anche dopo molti anni, quando Maréchal accompagnava la moglie nelle sue compere, non mancava mai di fermarsi davanti alla Galérie Duhamel che esponeva dei soggettini piccanti e faceva in modo che la moglie, uscendo dal negozio, lo sorprendesse con un’espressione lasciva. Allora lei gli dava un colpetto sulla schiena e lo strattonava via, tutta orgogliosa, sibilando fra i denti: «Andiamo a casa, porco!»

Galleria. Adelina

Gliel’avevano messa lì nel letto e subito avevano incominciato a scattare una fotografia dietro l’altra. Scattavano e strillavano, tutti eccitati: «Si chiama Adelina!», e siccome lei non mostrava di trovarci niente di straordinario, le venivano proprio davanti alla faccia per ripeterlo: «Adelina, capisci?!… Sei contenta?» Come poteva essere contenta in mezzo a tanti sconosciuti che le avevano invaso la stanza? Fece un gesto come quando si vogliono scacciare i moscerini: «Chi sarebbe questa Adelina?» «Sei tu, nonna… Tu ti chiami Adelina, lo sai, vero? E noi abbiamo dato il tuo nome alla piccola!» Qualcuno aveva aggiunto: «Così adesso le Adeline sono due… non è magnifico?» Tutti avevano riso, non si capiva perché. Era gente imbarazzante e anche maleducata, perché continuava a parlare di cose che lei non sapeva. Sì, un tempo aveva conosciuto una Adelina, ma era morta da un numero imprecisato di anni. Non le era mai stata simpatica, le stava sempre addosso, aveva un temperamento forte e la costringeva a fare tutto ciò che voleva. Era una fortuna che se ne fosse andata; morendo aveva portato con sé tutta la vita che avevano consumato in quella interminabile e insopportabile convivenza.  Guardò il corpicino che le avevano messo tra le braccia Chi era quest’altra Adelina, una parente della defunta? Strinse gli occhi per vederla meglio, ma era troppo informe per decifrarla. Allora l’annusò – il suo naso non l’aveva mai tradita. Il profumo sembrava buono.. Tranquillizzata, si addormentò.

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Galleria. L’appuntamento

Non era più tanto giovane, se lo ripeteva, e alla sua età avrebbe dovuto sapere che non si accetta un appuntamento con una persona che si è conosciuta in treno.  Mabel, la sua migliore amica si era prima scandalizzata, poi preoccupata: “Nel migliore dei casi è un truffatore che ti prosciugherà il conto corrente,  nel peggiore un assassino .” Mentre l’amica continuava a parlare tentando di dissuaderla, Ethel passava in rassegna gli uomini della sua vita; non ci aveva messo molto, erano stati solamente due: il primo, l’aveva sposato dopo cinque anni di fidanzamento ma si era dileguato dopo sette mesi di matrimonio; il secondo, un vecchio, caro collega divorziato che diceva di averla amata in silenzio per vent’anni, si era dileguato quasi subito in preda alla nostalgia della moglie. Mentre aspettava, Ethel sorrideva pensando ai timori assurdi di Mabel sul suo conto corrente, che era in rosso, così come la sua vita. Sorrideva anche allo sconosciuto che non sarebbe venuto, ma che le aveva fatto palpitare il cuore quando era uscita di casa dopo essersi fatta carina. Adesso, il cuore si era rimesso tranquillo. Poteva tornare a casa.

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Galleria. I piatti

Quello dei piatti era un rito al quale Andrew non si era mai sottratto perché gli sembrava di dover riparare a una colpa di famiglia. Ricordava lo sgomento che lo prendeva, da piccolo, quando suo padre, uomo all’antica e sicuramente anche crudele, si accomodava dopo cena in poltrona, accendeva un sigaro e osservava con un sorrisetto lascivo la moglie che si dava da fare con alte pile sbilenche di piatti e tegami (erano sette in famiglia) senza muovere un dito. Andrew si era proposto di non assomigliare in niente a suo padre. Quando ripercorreva la sua vita passata, era soddisfatto di esserci riuscito. Ne era soddisfatta anche sua moglie Ethel, che non perdeva occasione per dire di aver sposato proprio un buon marito: mite, soprattutto, contrariamente a quel bruto del suocero, che soffriva di un priapismo inguaribile e che ancora dopo i settant’anni passava la serata al bordello dal quale rientrava insaziato per affliggere quella sua povera moglie fino al mattino, quando finalmente crollava con un ultimo ruggito – toccava poi alla povera donna mandare avanti la casa perché quell’animale dormiva fino alle due del pomeriggio, quando saltava dal letto come una molla e riprendeva a tormentare la sua vittima. No, Andrew non assomigliava proprio a suo padre. Collaborava alle faccende domestiche volentieri, e aveva sempre manifestato il massimo rispetto per la moglie. Anche i loro tre figli erano stati concepiti con elegante sobrietà. Ma per Ethel il ricordo del suocero, ormai defunto da molti anni, affiorava, stranamente, durante la lavatura dei piatti. Era un flash improvviso che la trasfigurava. Andrew se ne accorgeva quando lei appoggiava bruscamente una scodella, col rischio di romperla, e gli piantava addosso quei due occhi ardenti del dopo cena che ben conosceva e che con l’età non accennavano ad affievolirsi. «Com’è intimo, vero?, qui, fra noi due, a quest’ora …» Per Andrew, la lavatura dei piatti non era altro che una routine, ma poiché era mite le dava ragione. «Sì, molto intimo, ma ne abbiamo ancora un bel po’ da lavare.» Ethel taceva, ma non ci pensava nemmeno a desistere, quindi passava alle vie di fatto. Qualche volta si chiedeva se non avesse ereditato qualcosa da suo suocero, anche se sarebbe stata un’assurdità genetica.

Galleria. Il vernissage

Svariati decenni prima, andava spesso alle mostre. Ma adesso, fra le tante, non gliene veniva in mente nessuna; le aveva fuse tutte in un’unica grande sala molto bianca e molto vuota. Insistendo nel ricordo, erano entrati in scena tanti straccetti colorati con dentro delle piccole signore che ridevano molto perché gestivano contemporaneamente molte relazioni piccanti. Poi sulle pareti tirate a calce si erano disegnati degli abiti neri e affusolati che contenevano donne lunghe e pallide delle quali si potevano leggere solo le bocche dipinte di viola e gli occhi carichi di kajal. Qualcuno gli aveva detto di guardarsene perché nascondevano un rostro acuminato. Ma non erano meno interessanti di quelle policrome. Difficile scegliere.
Guardò, senza toccarlo, l’invito che spuntava per tre quarti dalla busta. Era uno strano biglietto: specificava l’indirizzo della mostra ma non indicava l’ora. Inoltre, aveva un tono perentorio che non gli piaceva: “La S.V. è pregata di presentarsi…” Neanche fosse una convocazione al distretto militare. Decise che sarebbe andato, tuttavia, anche perché era molto che non incontrava nessuno. Uscì di casa subito, come in preda a una fretta immotivata. Quando giunse alla galleria si accorse che l’ora era quella giusta.

Galleria. Notturno e oltre

La prima volta che li aveva visti, così incollati davanti al cancello della grande villa proprio di fronte a casa sua, se li era studiati perbene, soprattutto lei, perché gli sembrava di conoscerla, anche se non ne era sicuro – poteva essere una D’Ambois, cioè una delle signorine della villa? Sarebbe stato un bel colpo per quel tizio. Farsi una D’Ambois alla sua età (quanti anni poteva avere? al massimo venticinque) voleva dire sistemarsi per sempre: entrare nel Consiglio d’Amministrazione della famiglia, eccetera. Ma era stato un abbaglio, nessuna delle D’Ambois era così carina; e poi, che senso aveva sbaciucchiarsi mezz’ora davanti al cancello di casa propria? Tutti sapevano che in un angolo del parco c’era un’alcova a più stanze dedicata ai piaceri delle ragazze D’Ambois – quel porco del vecchio patriarca era di larghe vedute, forse per farsi perdonare di tutte le ragazze che le figlie avevano dovuto chiamare mamma, nonostante alcune fossero più giovani di loro.
Dopo quella prima volta, i due erano ricomparsi puntualmente alla stessa ora, l’una e un quarto di notte, tanto che lui aveva preso l’abitudine di dare un’occhiata fuori dalla finestra prima di coricarsi e di verificare che quei due ci fossero, così come alcuni non possono andare a dormire senza aver controllato i rubinetti del gas.
Si era poi sposato, ma il matrimonio non aveva mutato quella sua abitudine che nel tempo era diventata una necessità. Qualche volta sentiva la voce fioca della moglie, già pronta per la notte, che giungeva dall’altra camera: «Non vieni a letto?». «Ancora un attimo, devo prima sbrigare una cosa!», e magari passava più di un’ora. Oppure, se si coricava presto, guardava all’improvviso la sveglia, si alzava e correva alla finestra. Quando il suo matrimonio incominciò ad appassire (piuttosto presto, a dire il vero), i suoi sentimenti verso i due della cancellata (così li chiamava in cuor suo) si inasprirono: «Chissà cos’avranno da baciarsi così?», si chiedeva con una brutta voce da vecchio, quindi tornava a letto e guardava la moglie addormentata cercando di ricordare se e quando l’aveva mai baciata (o era stato baciato da lei). Si avvicinava a quel corpo sposato e inerte, ne osservava la bocca da molto vicino notandone le crepe entro le quali si annidava sempre qualche incrostazione del rossetto del giorno. «Escludo di aver mai baciato qualcosa di simile.» Ormai quella brutta voce da vecchio gli si era incollata addosso (non era un raffreddore, come aveva pensato in un primo momento), e di conseguenza anche i suoi pensieri erano pensieri da vecchio, ma di quei vecchi avari che lesinano su tutto, dalle monetine alle  ore, ai minuti. Sul tempo, era diventato intrattabile. Se la moglie incominciava a dirgli qualcosa, subito le chiudeva la bocca: «Sbrigati, non ho tempo da perdere!» – che poi non se ne faceva niente, del tempo, si limitava a fare la guardia, come una stupida sentinella davanti a una grossa tana nella quale non si nasconde nessun animale.
Per i due della cancellata, invece, il tempo era l’ultima delle preoccupazioni. Continuavano a baciarsi come la prima sera. Impossibile dire quanto tempo fosse passato. Certamente decenni. Svariati, molti decenni. Una sera, dopo tutto quel tempo, decise di aprire la finestra e vide la sua mano coperta di quelle macchie che gli facevano tanto senso, da bambino, sui parenti vecchi. E vide le innumerevoli grinze sulle nocche e sul dorso. E sentì che la sua mano faticava ad aprire la finestra come se dovesse manovrare chissà quale argano enorme. E percepì un’aria fredda sul viso – non era uno zefiro di primavera, come avrebbe detto guardando i due giovani, ma una lama di gelo che lo colpì sul viso. E disse ai due della cancellata: «Buonasera.», sempre con quella sua brutta e vecchia voce che voleva essere sarcastica. E i due smisero per un attimo di baciarsi e si guardarono in faccia. E lui lesse sui loro volti lo stupore prima e il disgusto poi. E siccome erano giovani educati, ancorché sbigottiti, gli risposero: «Buonasera.»
E fu allora che lui prese a sbriciolarsi come una vecchia rosa che il tempo ha dimenticato da troppi anni in un vaso senza acqua. Fu spazzato via, la mattina seguente, dalla donna di servizio, che naturalmente non l’aveva riconosciuto.

Galleria. La doccia

Susan se n’era andata così come era arrivata, senza ragione. La casa sarebbe stata più vuota senza di lei? A domande come questa un gentiluomo, quale lui voleva fortemente essere, deve rispondere di sì, ma fortunatamente nessuno glielo chiedeva, quindi lui poteva dirsi sottovoce di no: la casa gli sembrava più spaziosa senza Susan, soprattutto il bagno, e in particolare la doccia, che era stato il luogo più frequentato e tumultuoso della loro relazione. Perché Susan era fortemente attratta dalla doccia, in particolar modo quando era occupata da lui – anzi, ripensandoci, non si ricordava che lei avesse mai fatto una doccia da sola. Aveva un orecchio finissimo, Susan; certe mattine, lui scivolava con mille cautele giù dal letto per non svegliarla e si dirigeva in bagno; qui, scostava la tendina e apriva il getto al minimo, appena un filo d’acqua per non far rumore. Inutili precauzioni; dopo pochi secondi Susan lo raggiungeva, nuda e affannata come una nuotatrice che arriva in ritardo ai blocchi di partenza. «Insaponami!», gli intimava, e portava il getto al massimo, gemendo e ridendo e attirandolo mentre fingeva di respingerlo e avvinghiandosi, infine, con il rantolo rassegnato di chi cede a una sopraffazione fisica. Qualche volta lui aveva provato a sorvolare sui sottintesi; la salutava come una conoscente che prende lo stesso autobus, con un sorriso educato, e continuava la sua abluzione, ma lei gli strappava la spugna dalle mani inscenando una rissa che voleva essere erotica. Lui malediceva certi film americani dai quali Susan doveva essere stata traumatizzata e se la cavava come poteva. Il rischio di fare tardi in ufficio incombeva sempre, e questo genere di rischi non è compatibile con il desiderio sessuale: la insaponava, quindi, come uno schiavo ben educato e usciva velocemente lasciandola sotto una montagna di schiuma. Quando tornava, la sera, provava a riparare all’uscita frettolosa del mattino con qualche carezza. Susan stava sulle sue; le tenerezze a secco non le facevano né caldo né freddo. Solo dopo molte insistenze si voltava con degnazione: «Vuoi che andiamo a fare una doccia?»

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Galleria. Mabel

Si chiamava Mabel, e su quel nome aveva rimuginato parecchio. Forse l’aveva anche sognata. Invece quell’odiosa di sua cugina l’aveva relegata in un cestone insieme a tante altre bambole dimenticate e preferiva fare le smorfie con certe sciacquette insipide che non valevano un’unghia di Mabel; gliel’aveva chiesta tante volte, ma la cugina gli aveva sempre riso in faccia: “Un maschio che gioca con le bambole!…”
Era proprio una cretina; lui non voleva giocarci, voleva sposarla, e anche in fretta, perché la differenza di età era notevole; tuttavia Mabel era una bambola intelligente e non badava a queste cose. Sembrava contenta che lui l’avesse riscattata dal cestone. Sì, gli sarebbe stata grata per sempre; purtroppo gli anni che avevano da vivere insieme non erano molti.

Galleria. Il salamino tuscolano

Erano le 13.50 quando Giorgio Manganelli rilesse l’incipit di quello che sarebbe stato uno dei suoi più lucidi saggi (ma forse in quel momento non poteva ancora rendersene conto), La letteratura come menzogna: “Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: «Finché c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale». Qualcun altro chiosò: «Allora, lo è sempre stato».
Era un attacco forte e quasi provocatorio, sul quale l’autore sostò fin verso le 14. Il prosieguo gli era chiaro, ma quando si accinse a scriverlo gli venne da pensare, per quelle strane e incomprensibili interferenze che spesso affliggono gli autori, allo stato del suo frigorifero; non era particolarmente miserevole, ma non andava oltre la solita ordinaria amministrazione. L’autore era combattuto fra due sentimenti opposti: da un lato temeva di perdere quel bello slancio iniziale, dall’altro gli pareva che due etti di salamino tuscolano abbinati un paio di carciofi alla giudia avrebbero propiziato quella sua fatica appena intrapresa. Fortunatamente, il pizzicarolo sotto casa era ancora aperto, e comunque non chiudeva mai del tutto, lasciava sempre la serranda a metà – era un po’ scomodo per la schiena, ma ne valeva la pena.

Galleria. La serratura

«Non si sta mica tanto bene, qui.» Voleva essere una constatazione, più che un lamento. Accanto a lui, nella stanza chiusa a doppia mandata, c’era il suo Demone che teoricamente gli avrebbe dovuto fare da supporto, e infatti non perdeva occasione di dire: «Certo, questa non è una stanza del Grand Hotel, ma vedi quanto è ricco di speranze quel fascio di luce che proviene da fuori?»
Lui non replicava più. Si era stancato di ricordare al Demone che quel fascio di luce gli andava a picchiare proprio sugli occhi, la mattina presto, e che in quella situazione l’esistenza di un fuori era un pensiero insopportabile.
Provvidenzialmente, i custodi, in occasione di una festività, insieme a un pranzo un po’ meno avvilente del solito, portarono anche un paio di gomme da masticare, come dessert.
La mattina seguente, la serratura era perfettamente sigillata, meglio che con lo stucco.

Galleria. La piccola guardiana delle oche

Dopo aver letto l’omonima fiaba dei fratelli Grimm, una piccola guardiana delle oche si era messa in testa di essere una principessa defraudata del suo rango dai maneggi di una brutta servente. «Quando diventerò grande», si diceva, «il complotto sarà scoperto. Io sposerò il principe e la brutta servente verrà severamente punita. Il testo è chiarissimo, non resta che aspettare». Ma la storia della piccola guardiana coincideva solo in minima parte con quella del fratelli Grimm; infatti aveva poco più di sedici anni quando suo padre la mise fuori di casa dopo avere scoperto che era incinta, e non le restò che andare a servizio perché il suo principe si era nel frattempo dileguato. Non avrebbe mai pensato di essere lei la servente della storia. Non era brutta, ma la cosa non la consolava granché.

Galleria. L’altalena

L’aveva incontrata per un caso davvero straordinario – uno fra le tante migliaia di alberi di quella foresta. Era stato subito attirato da una certa aura pensosa che non la lasciava nemmeno quando si lanciava spericolatamente in alto. «È tutto sotto controllo!», gridava di lassù; l’altalena le obbediva come se fosse stata una parte del suo corpo e le consentiva gli equilibrismi più arditi. In breve, quelle evoluzioni gli divennero indispensabili, non solo perché erano sempre varie e imprevedibili, ma anche perché si illudeva di esserne l’unico spettatore. Quando lei se ne accorse, si trasferì in un altro albero ­– irreperibile fra le tante migliaia di quella foresta.

Galleria. Le maschere

«Un attimo, e sono da te», gli aveva detto staccandosi da lui – forse doveva salutare qualcuno, impartire disposizioni ai domestici o cose del genere. La seguiva con lo sguardo mentre, a ogni qualche passo, si intratteneva con questo o quell’invitato. Vecchi notabili travestiti da pirati e da ammiragli che la guardavano con le ultime gocce di desiderio; colleghe antipatiche e antipatizzanti travestite da amiche del cuore che l’abbracciavano – normale routine per una padrona di casa.
In fondo al salone il costume da Pierrette di lei si era congiunto (forse ricongiunto?) con quello di un samurai. Era palesemente il più chiassoso ed egocentrico di tutti i costumi presenti. Forse per questo lei aveva riso forte e leggermente stonando quando l’aveva incontrato. Forse per questo lo aveva preso sottobraccio ed era scomparsa con lui in una porticina mimetizzata nella parete.
La festa aveva incominciato a calare. Lui era rimasto sempre lì, accanto al buffet. Infine, svaniti gli invitati, era comparsa una piccola schiera di domestici che avevano incominciato a riordinare. Li dirigeva un maggiordomo anziano. Era un uomo che nel suo lungo corso doveva aver incrociato molti dolori quasi tutti non suoi – ciò che ora gli conferiva una certa distaccata umanità. Mentre i servitori giovani portavano via le bottiglie, il maggiordomo gli chiese se volesse bere ancora qualcosa. Formulata da un altro, la domanda sarebbe suonata sarcastica; detta da lui, significava che l’attimo, dopo essere stato stiracchiato oltre ogni logica, si era del tutto esaurito.
La notte era umida e freddina, così che le foglie del viale erano diventate scivolose. Non essendo più tanto giovane, si allontanava con cautela – una caduta sarebbe stata tragicomica; ebbe per un istante la visione di sé con le gambette secche a bicicletta nell’aria. Di tanto in tanto si volgeva alla villa, come per dire: «Sappiate che io me ne sto andando.» Le finestre, tutte chiuse, rispondevano: «E allora?», sempre più spazientite.

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