Galleria. Salendo le scale

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Ce ne aveva messo di tempo a convincerla, nonostante fosse una di quelle donne che sua moglie definiva facili – e aggiungeva subito: “Per usare un eufemismo”. Invece con quella non era stato facile per niente: una trafila molto noiosa di fiori, bigliettini, telefonate, persino di cioccolatini. Alla fine lei, con molta degnazione, aveva detto che si poteva fare: a casa sua, per il momento, perché se la cosa funzionava lui avrebbe dovuto pensare a un appartamentino neutro e misterioso tutto per loro due. L’espressione “loro due” era spaventosa, non meno di quella scala che lo stava conducendo a un patibolo insensato. Indubbiamente era stato un idiota, ma di minuto in minuto la pena gli sembrava sempre più sproporzionata. Salire tutti quei gradini. Cercare di accendere in qualche modo il desiderio – lui che era incapace di gestire persino il boiler di casa; spogliarsi ed esporre il suo corpo massiccio al giudizio (certamente beffardo) di lei; infilare la lingua nella bocca di una sconosciuta. Sarebbe stato indispensabile anche ansimare – questo gli sarebbe riuscito più facile perché quelle scale non finivano mai.
Qualche gradino avanti, lei ancheggiava di malavoglia. Lui alzò gli occhi, che fino a quel momento aveva tenuti bassi, e per la prima volta in vita sua, si fece una domanda che gli apparve inedita e forse premonitrice di tempi nuovi: “Perché mai dovrei essere interessato a un sedere?”

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Quella certa apprensione.
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I prototipi
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La coiffure
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A sipario chiuso
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Il casco
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Il maggiolino
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Certe sere
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Domeniche al mare
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Il bacio rubato
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Un ménage
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Sotto la pioggia
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Galleria. Sotto la pioggia

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Non sarebbe mai accaduto. Non sarebbero rimasti così stretti e infradiciati dalla pioggia battente; trafelati dopo la corsa che avevano fatto per corrersi incontro; un po’ balbettanti, anche, per quella gioia tumultuosa che rendeva così goffo e scomposto il loro bacio. No, non sarebbe accaduto. Nemmeno col sole. Nemmeno in una giornata grigia di febbraio che sarebbe stata trasformata per sempre dopo quell’incontro. Non sarebbe accaduto perché i due abitavano in racconti diversi, e solo per una sbadataggine narrativa i treni sui quali viaggiavano, uno diretto al nord, l’altro al sud, erano rimasti fermi e affiancati per qualche minuto in una stazioncina fuori programma. Per ingannare il tempo, o per curiosità, l’uno aveva gettato uno sguardo nello scompartimento dell’altro; forse quella ricognizione si era protratta fino a diventare quasi indiscreta, ma nulla giustificava un finale così impetuoso. Il narratore se ne rese conto e vi rinunciò.

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Galleria. Il flipper

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Che non era poi una gran trovata, quella del flipper, che sembrava che Anatol (ma si può chiamare un bambino Anatol?) ci sapesse fare solo lui con le donne, che due o tre sue amiche c’erano state fin dalla prima sera e si erano trovate benissimo (ma che modo di esprimersi, neanche fossero andata dal parrucchiere). Guardava quella faccia da marpioncino e pensava che l’idea della sfida era molto volgare:
– Ce la giochiamo a flipper, sei d’accordo?
– Che cosa?
– Lo sai tu come lo so io.
– Ma cosa?!
– Si sa ma non si dice.
Che non era poi un gran partito, quell’Anatol, che faceva la guida perché ci aveva la parlantina, il berretto con la visiera (che gli stava anche bene, questo sì), ma non è che ci vuole tanto a far la guida, basta imparare qualche paginetta a memoria, e non è che si diventa ricchi, per quello che lei ne sapeva, metti pure le mance dei turisti, che è anche umiliante tendere la mano, che però lui diceva che non aveva bisogno di chiedere perché soprattutto alle signore veniva spontaneo, e qualcuna spaiata se la portava anche al Grand Hôtel du Palais Royal dove c’era un suo amico portiere di giorno che gli rimediava una camera gratis per qualche ora. Che non aveva capito proprio niente, se si vantava con lei di tutte quelle donne straniere, dalle tedesche alle cinesi, come se a una ragazza facesse piacere andare con uno che infila il suo coso in tutte le sconosciute che incontra. Che alla fine, per chiuderla lì,  lei gli dicevo: senti, non mi va di giocare flipper e faceva per alzarsi ma lui la fermava: hai ragione, così passiamo direttamente alla fase due – che allora lei non potevo far finta di non aver capito cosa intendeva, ma quelle parole “fase due” erano così innocenti, burocratiche quasi, come quando all’ufficio postale ti dicono: compili qui, qui e qui, che io non potevo dargli uno schiaffo come se le avesse detto: andiamo a scopare, così si rimetteva a sedere mentre lui le diceva: dove credi che sia il Grand Hôtel du Palais Royal? E’ qui dietro, a cento metri neanche. Ci beviamo un drink. Aveva quel modo di girare le cose, forse perché era una guida, che uno pensava: finché si tratta di un drink non succede niente. Così lei si alzava e diceva: però ho solo mezz’ora. Ce la faremo bastare, diceva lui.

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Galleria. La finestra delle ragazze

perché proprio con lui

Perché lo facevano proprio con lui, si chiedeva? E solamente con lui, (lo aveva confermato una piccola e discreta indagine fra i pochi che frequentava), e tutti i giorni alla stessa ora, quando rientrava a casa, sempre a quelle implacabili 19.30 che l’inerzia della sua vita gli somministrava. Gli sembrava incredibile che le ragazze della casa non avessero mai nessun cliente a quell’ora ed era ancor meno plausibile che alle 19.29 se lo levassero di dosso (“Scusami un attimo, tesoro, torno subito”) per correre alla finestra e dare il via, non appena lui fosse spuntato da dietro l’angolo, a quella girandola di bocche, lingue, sospiri vogliosi e crudeli parodie di rantoli erotici. Scartata l’ipotesi, puramente di scuola, che le ragazze lo desiderassero per davvero, la sua indole mite si rifiutava di pensare che fossero spinte da un’intima e gratuita malvagità. Finì per interpretare quell’avvilente berlina quotidiana come la bastonata del maestro zen allo scolaro grullo: indecifrabile ma ricca di ammaestramenti. Col tempo, smise di cercare una risposta e quel teatrino gli diventò necessario, un ricostituente che agiva anche quando era rientrato in casa per cucinarsi le solite due cose. Dopo cena, stravaccato sulla sua vecchia poltrona con gli occhi semichiusi, si fidanzava ora con questa ora con quella ragazza e i confusi sensi di colpa che accompagnavano quei tradimenti gli regalavano le delizie degli amori più veri. 

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Adelina è fatta così, soprattutto il sabato pomeriggio. Durante gli altri giorni della settimana, qualche volta si riesce prenderla per il verso giusto ma il sabato è quasi impossibile. Incomincia a caricarsi verso le quattro e mezza. Entra ed esce per le stanze sbattendo le porte e imprecando fra sé fino a quando non le chiedo:
– Hai perso qualcosa?
– Non ho perso niente, è che in questa casa qualcuno sposta tutto, mette le mutande coi guanti, i guanti con le scarpe e le scarpe in cantina.
Viviamo insieme da molti anni, noi due sole, e ho imparato a non rispondere, perché non è questo il punto.
Il punto si palesa poco dopo le cinque, quando Adelina dice:

– Non so che intenzioni hai tu, ma io non voglio passare tutto il sabato in questa tomba.
– Va bene, usciamo.
– Non sei costretta, eh?
Uscire vuol dire sempre la stessa cosa, andare a sedersi su una delle panchine che costeggiano il corso; una volta, ma moltissimi anni fa, ci andavano le ragazze; fingevano di parlare fra loro e intanto facevano un po’ di vetrina per i maschi che passavano avanti e indietro. I maschi di allora sono in parte sposati e in parte trapassati, e quelli di oggi prendono i motorini per andare chissà dove, oppure si rintanano nei loro locali.
“Ormai, il corso è morto e defunto”, dice Adelina.
Questo povero corso cittadino non le ha mai dato soddisfazione nemmeno quando era giovane: ogni tanto qualche ragazzo si fermava per attaccare discorso con lei, ma subito veniva congelato da un “Beh?” così sgradevole che lo faceva pedalare.
Invece io mio marito l’ho conosciuto proprio sul corso, come tutte. Quando ho detto a mia sorella che filavamo, ha risposto soltanto: “Contenta te… Ma già, tu sei di bocca buona”. A me fa malinconia venire qui, mi viene in mente che mio marito non c’è più da troppi anni, ma lei viene a vegliare il corso defunto tutti i sabati col piacere un po’ malato che si prova davanti al cadavere di un nemico.

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Galleria. Il romanzo dello zio

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Da quando era rimasto vedovo, lo zio era venuto a vivere con noi. Mia madre aveva opposto una certa resistenza: sapevamo tutti che i due coniugi non andavano d’accordo, infatti lui non aveva proprio l’aria di un uomo distrutto, quindi poteva benissimo starsene dov’era. Ma mio padre si era impuntato, gli sembrava che quell’accusa di insensibilità lanciata al fratello dovesse riverberarsi su tutta la famiglia. Ci fu anche qualche parola aspra. Mia madre infine cedette. Venne allestita per lo zio la camera che era stata occupata da mia nonna, deceduta, per un ingegnosa invenzione registica del destino, proprio tre mesi prima. Il trasloco non fu semplice, perché lo zio non aveva intenzione di lasciare la sua casa; si convinse solo quando gli fu garantito che sarebbe stato accudito in tutto e che avrebbe partecipato alla vita familiare nelle modalità che lui solo avrebbe deciso. Quando arrivò, con un piccolo bagaglio, lo zio giudicò la nostra casa insalubre e infestata da odori volgari, come cavolo, aglio e cipolla, quindi si richiuse nella sua stanza. Non lo si vedeva mai, tranne quando usciva velocemente per la sua passeggiata quotidiana. I pasti gli venivano serviti in camera; mia madre bussava tre volte e lasciava il vassoio davanti alla porta. Non si sapeva se essere più angosciati dalla sua presenza o dalla sua assenza. Mio padre ci raccomandava di non disturbarlo perché era impegnato in un lavoro di grande respiro, un trattato o qualcosa del genere, comunque un’opera che avrebbe dato lustro alla famiglia. Di cosa si trattasse lo scoprimmo solo dopo la morte dello zio: era un romanzo autobiografico che conteneva ogni sorta di malevolenze sulla nostra famiglia, dai bisnonni in poi. Il corpo senza vita dello zio venne scoperto un pomeriggio da mia madre, insospettita dal vassoio che era rimasto davanti alla porta. Lo zio stava ancora seduto al tavolo, con la penna in mano, intento a correggere il manoscritto. Per quello che si poteva capire di un uomo così indecifrabile, aveva un’espressione serena. 

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Galleria. Bellissimi

sedere di lei su ginocchia di lui.jpg

Probabilmente erano tutti e due bellissimi, e doveva esserlo anche la loro storia, perché se lo ripetevano spesso:
– Ti rendi conto di questa cosa che ci sta accadendo?
– Sì.
– Non è che capita a tutti, sai?
– Lo so. A me non era mai successo niente di simile.
– Nemmeno a me.
Alle loro certezze, tuttavia, faceva da contrappeso una domanda di un certo rilievo: dove si trovavano? Per quanto potevano presumere, esisteva il resto della stanza, sulla cui parete doveva esserci verosimilmente una finestra, ma su quale panorama si aprisse non era dato sapere. Forse 
su un promontorio frequentato da scure imbarcazioni notturne; oppure su un orrido pittoresco, o su una collinetta punteggiata di capre tibetane e famiglie felici. Per i primi tempi, quell’indeterminatezza era stata eccitante, poi aveva generato momentanei smarrimenti e piccoli silenzi che si sarebbero dilatati nel tempo.
Probabilmente erano tutti e due bellissimi, ma non ne ebbero mai la la conferma perché l’inquadratura non si allargò mai abbastanza da mostrarli a figura intera.

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Quella certa apprensione.
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I prototipi
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La coiffure
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A sipario chiuso
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Il casco
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Il maggiolino
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Il corvo
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Certe sere
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Domeniche al mare
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Il bacio rubato
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Un ménage
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La finestra
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L’eccitazione dentro
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La ragazza con l’impermeabile
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Per mano
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Notturnino
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