JAROSLAV HAŠEK, COME NASCONO I PRESIDENTI DEL CONSIGLIO IN ITALIA

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Su Jaroslav Hašek (1883-1923) abbiamo già pubblicato qualche post (https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/21/lautore-che-fece-ridere-kafka-jaroslav-hasek/) ricordandone il carattere polemico, anarchico e portato all’iperbole corrosiva. In questo racconto, pubblicato sul prezioso sito eSdamizat nella traduzione dello studioso Sergio Cordaus,  Hašek ricostruisce la picaresca e irresistibile ascesa di un avventuriero alla presidenza del Consiglio italiano. Si tratta di tale Giuseppe Beramotti, del quale la storiografia non si è occupata, per la buona ragione che si tratta di un personaggio nato dall’immaginazione di Hašek . Ma a volte i personaggi fantastici calano in picchiata sul bersaglio del nostro presente con straordinaria efficacia evocativa.

Il signor Beramotti era un furbo come non ne trovate uguali in tutti gli Appennini. Suo padre ancora pascolava le capre negli Abruzzi e depredava i viandanti sotto il Monte Roso. Era una vecchia famiglia di ladri. Vittore Beramotti era stato impiccato, ed era stato il capostipite di tutta la famiglia, Per onorare degnamente la memoria del loro avo tutti i Beramotti rubavano, ma non venivano chiamati signor Beramotti, bensì soltanto Beramotti e basta. Solo l’ultimo era diventato signore.
Sulla scena entra dunque il signor Giuseppe Beramotti.
È un signore simpatico. Già da ragazzo aveva mostrato grandi doti e quando nel 1874 nell’Italia riunita fu proclamato l’obbligo scolastico, Giuseppe era fermamente deciso a studiare bene per trovarsi il pane in città.
Questo ragazzo non amava la vita delle montagne dove ci si può derubare solo occasionalmente. Il suo desiderio si volgeva alla città, dove si può ingannar meglio la gente, perché sono in tanti a vivere in un piccolo spazio e non si conoscono l’un l’altro.
Qui invece ognuno sa quante capre ha. Tizio ne ha tante e Caio tante, e così una volta che il piccolo Giuseppe aveva rubato il caprone a Ossiato, del paese di sopra, erano venuti subito i carabinieri, e furono guai.
Giuseppe dunque studiava alacremente. Dannato ragazzino delle falde del Monte Roso! Ingoia cultura solo per poter andare in pianura a derubare la gente di città.
E nell’anima innocente dl piccolo futuro signor Beramotti prendeva vita l’immagine del suo avvenire.
Sarebbe diventato commerciante. In quell’angolo d’Italia, si guardano i commercianti con una buona dose di terrore.
Giuseppe fin da piccolo aveva sentito dire dopo la partenza dei commercianti ambulanti: “È così, ci hanno derubato un’altra volta”.
E c’era sempre qualcosa di vero. Non c’è da meravigliarsi dunque se il piccolo Giuseppe Beramotti desiderava diventare commerciante per poter prendere per i fondelli i compatrioti, come si dice, che era il suo più bel sogno e la sua più forte aspirazione.
A scuola studiava e imparava bene. Gli piaceva far di conto, in seconda faceva un vero commercio di scambio con i compagni e li scorticava vergognosamente. Quando ebbe dodici anni, il padrone della scuola convinse il vecchio Beramotti a mandare il figlio in città, e davvero lo scaltrito ragazzo di campagna dopo le vacanze comparve a Firenze.
Da quel momento, il cammino della sua vita prese a farsi chiaro. Entrò nel commercio.
Apprese con indefessa applicazione tutte le pratiche del commercio, poi lo troviamo a Genova come primo commesso della ditta Rastati.
Poi in tribunale per una malversazione di 180.000 lire. Il tribunale però per uno strano caso lo prosciolse.
Si diceva che avesse distribuito 80.000 lire tra i giudici e che fosse partito con 100.000 lire per la Sicilia. Lì poi ebbe un processo con una famiglia che lo accusava di aver buttato in mare il capofamiglia nel porto di Palermo, dopo averlo derubato di un biglietto che aveva vinto le 50.000 lire del primo premio a una lotteria. Comunque stiano queste cose, è certo che il signor Beramotti fece una bellissima carriera. Quando in un distretto elettorale della Sicilia pugnalò il suo avversario politico, fu eletto senatore dai suoi entusiasti amici ed entrò nel partito governativo. Tentò anche di avvelenare a un banchetto i suoi avversari politici e da allora ebbe accesso alla corte e poté parlare col re senza chiedere prima udienza. E sia detto a sua lode che, dopo aver riscosso soltanto ora quel primo premio di 50.000 lire su cui si era tanto parlato, fece innalzare su un palo nel porto di Palermo una statua della Madonna e la fece adornare di fiori in ricordo di quel suo povero amico che una volta era passato di notte presso il porto mentre passeggiava. Felice Italia!

Jaroslav Hašek, Come nascono i presidenti del consiglio in Italia, eSamizdat(II), 1, p. 97, Traduzione di Sergio Corduas

CHE COS’È UN ROMANZO? Dialogo con Lakis Proguidis (da Le parole e le cose)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=27667#more-27667

“Sono stato a lungo assalito da un interrogativo: che cos’è un romanzo? Non saprò mai spiegare davvero perché questo interrogativo e non un altro. In ogni caso, più il tempo passava, più esso diventava pressante, s’impadroniva della mia vita. Orientava le mie letture, presiedeva ai miei gusti letterari, mi guidava nelle scelte di vita da prendere e, certamente, decideva di tutti i miei progetti di studio e delle mie prove di scrittore.”

Il video della domenica. LOUIS MALLE, JEANNE MOREAU, MILES DAVIS. “ASCENSORE PER IL PATIBOLO”

Uno dei luoghi comuni più frequentati dai cinefili è “Una sequenza da storia del cinema”. Credo che lo si possa dire appropriatamente per questa passeggiata notturna di Jeanne Moreau, che tre anni più tardi ritroveremo in un’altra memorabile camminata solitaria (Antonioni, La notte, 1971). La combinazione è perfetta: oltre alla grande attrice, allora trentunenne, c’è la magistrale colonna sonora di Miles Davis e il talento di un regista esordiente, Louis Malle, allora ventiseienne, che ricordando la genesi del suo primo film dichiarò: “Quando realizzai Ascensore per il patibolo scelsi deliberatamente di partire da un libro che era un thriller (di Noël Calef, n.d.r.), consapevole di fare qualcosa che sarebbe stato venduto all’industria cinematografica come un film di serie B. Ma volevo anche fare un buon thriller. Il buffo è che ero davvero diviso tra l’enorme ammirazione per Bresson e la tentazione di fare un film alla Hitchcock. Così, in “Ascensore” c’è qualcosa dell’uno e dell’altro. In molte scene, specialmente all’interno dell’ascensore, cercai di emulare Bresson. Al tempo stesso imitavo Hitchcock nel tentativo di fare, forse con un po’ di ironia, un thriller che funzionasse bene.” Civetteria o felice inconsapevolezza dei vent’anni?
Nella sequenza, Jeanne Moreau pronuncia solo due battute: “Julien…” e poco dopo: “Julien, je t’ai cherché partout“. Esercizio per le giovani attrici: ripeterle più e più volte, con o senza la colonna musicale di Miles Davis.

 

Buone notizie dalla Terra dei fuochi (da Art tribune)

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http://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2017/05/mostra-sasha-vinci-maria-grazia-galesi-reggia-caserta/

Sanguineti, il cinema, il Novecento

un poeta al cinema

Quando si scopre un aspetto meno conosciuto (almeno ai nostri occhi) di un autore è sempre una bella sorpresa. Ricordo quando, tanti anni fa, ascoltai Le devin du village: mi sembrava straordinario che Rousseau, nel 1752, mentre traduceva Orazio ed lavorava su Socrate e Catone, avesse composto anche questo intermezzo buffo (parole e musica); così come mi stupirono le incisioni di Alfred Kubin: avevo appena letto quello straordinario romanzo che è L’altra parte e la meraviglia fu grande quando constatai che lo scrittore riusciva a ricreare nelle sue tavole l’angoscia che aleggiava nella sua scrittura (per la verità, nel romanzo l’angoscia si sostanzia in un pulviscolo, mentre nelle incisioni plasma degli incubi modellandoli su infinite gamme di grigi).
La rivelazione che ci regala questo prezioso
Un poeta al cinema, tuttavia, solo relativamente se consideriamo l’ampiezza del fronte sul quale si sviluppa il lavoro di Edoardo Sanguineti: poeta, narratore, critico letterario, dantista, drammaturgo… – e qui Clara Allasia, che con Franco Prono cura la pubblicazione, mi raccomanderebbe di non dimenticare “lessicografo”. Il cinema, dunque, non poteva non rientrare nell’orizzonte sanguinetiano, anche se il nostro autore premette: “Non sono un esperto di cinema, però ho avuto dei trascorsi da cinefilo in giovinezza”, che francamente sembra un understatement eccessivo, perché la maggior parte dei cine fili di mia conoscenza si dedica prevalentemente a memorizzare i cast e a cronometrare la lunghezza di ogni piano sequenza. In ogni caso, la vera sorpresa di questo libro è l’uso che Sanguineti fa del cinema, inserendolo in un suo discorso d’interpretazione del Novecento, del quale il montaggio è elemento costitutivo.

Che cos’è il montaggio? È molto facile darlo per sottinteso, perché intuitivamente si capisce che cos’è: così fanno certe edizioni del Vocabolario dell’Accademia della Crusca dove alla voce gatto si legge; «animale noto» e non se ne dà nessuna definizione. Diverso è il caso di un pesce raro o un insetto esotico; invece se diciamo gatto ci intendiamo tutti anche se non abbiamo mai visto un siamese o un persiano… La stessa cosa si può dire per il montaggio: se un dizionario dà una definizione quale «procedimento di costruzione di un’opera, massimamente filmica», ecco che si capisce subito di che si tratta. Dal punto di vista pratico, pensiamo a una striscia di pellicola che qualcuno taglia con un paio di forbici e poi incolla con grande precisione alla moviola (anche se oggi l’ipertecnologia ha profondamente cambiato il procedimento). Bene: il montaggio è questo e la cosa è risolta.
In realtà il montaggio è un meccanismo costruttivo che va molto al di là del cinematografo, perché investe praticamente qualsiasi comunicazione intersoggettiva. Qualunque testo è opera di montaggio, e possiamo dirlo perché oggi viviamo in un’età in cui ne abbiamo consapevolezza. Posso leggere La Divina Commedia come un testo che è opera di montaggio, però evidentemente Dante non ne aveva (non poteva avere) un’idea di montaggio ma, certamente, aveva un’idea strutturale molto forte. La Divina Commedia è un’opera costruita in modo particolarmente meditato, non foss’altro per l’ossessione del numero tre: tre cantiche, trentatré canti in ognuna delle cantiche più uno (cento canti), le tre fiere e tutta la simbologia trinitaria, il nome di Beatrice… La cabala dantesca non lascia dubbi sulla cura costruttiva. Però pensare che tutto ciò nasca come montaggio sarebbe sbagliato, anzi possiamo usarlo come esempio di antimontaggio. Nel campo del cinema Pudovkin è stato considerato spesso il rappresentante più tipico dell’antimontaggio. Egli sosteneva la sceneggiatura di ferro in cui tutto è previsto, per cui il film viene costruito sulla base di una fedeltà tendenzialmente assoluta alla sceneggiatura. Il film è tutto scritto, anche la durata delle varie sequenze è prevista, quindi non c’è nient’altro da fare che metterle insieme. Per molto tempo nelle storie del cinema e nei trattati teorici le opere di Ejzenštejn e Pudovkin sono state presentate come emblemi del montaggio aperto e del montaggio chiuso, del montaggio sì e del montaggio no. La Divina Commedia, se considerata dal punto di vista del montaggio, potrebbe essere definita un’opera dal montaggio chiuso. Non possiamo pensare che Dante, arrivato al decimo canto dell’Inferno non sapesse come procedere. Non avrà minuziosamente precostituito ogni particolare, ma in ogni caso non poteva non sapere che sarebbe andato avanti per terzine; forse non aveva deciso di scrivere trentatré canti per ogni cantica, ma quello che conta è che sostanzialmente l’idea generale era già definita e preordinata. Per Ejzenštejn invece il montaggio era l’ultimo momento del suo lavoro e non il primo, ovvero non pensava alla struttura di un film nel momento in cui cominciava a girare, se non in termini molto aperti.

Edoardo Sanguineti, Un poeta al cinema
a cura di Franco Prono e Clara Allasia, Bonanno editore

 

L’altro Gadda. DARIO BORSO, FRATELLI (da Le parole e le cose)

l'altro gadda

http://www.leparoleelecose.it/?p=27422#more-27422

 Carlo Emilio Gadda (1893 – 1973) ed Enrico Gadda (1896 – 1918) erano due fratelli “vicini”, come si dice in questi casi: non solo per età ma, a quanto pare, anche per interessi e aspirazioni. Nel 1918, partirono volontari per la grande guerra. Il primo sopravvisse a un lager tedesco, il secondo non fece ritorno.
In questo bell’articolo, Dario Borso disegna il ritratto dell’altro fratello, presenza muta ma sicuramente viva e operante nella vita del Gran Lombardo.