Il video della domenica. Robert Aldrich, Che fine ha fatto Baby Jane? (La scena della bambola)

Straordinaria miscela di horror e melodramma, il film racconta la vicenda di “Baby” Jane Hudson, ex-bambina prodigio che tiene reclusa nella sua vecchia casa la sorella Blanche, famosa diva di Hollywood degli anni ’30, paralitica dopo un incidente d’auto di cui Jane pare sia stata colpevole. Tra le due sorelle c’è un rapporto sadomasochistico, che la follia di Jane fa sfociare addirittura nel macabro. Indimenticabile duello interpretativo di due grandi star di Hollywood (vinto però da una toccante Bette Davis, sgradevole e patetica Baby Jane, in quella che forse è stata la sua migliore interpretazione), nemiche storiche la cui nota rivalità ha conferito verosimiglianza al rapporto tra i due personaggi

Bertolt Brecht, Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico
le donne nelle cartolerie dei sobborghi
comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.
Disperate cavano i loro ultimi soldi
dai borsellini logori, lamentando
che il sapere sia così caro. E dire che non hanno
la minima idea di quanto sia cattivo il sapere
destinato ai loro bambini.

Bertolt Brecht, Poesie politiche, Einaudi, Traduzione Enrico Ganni

Lucia Re. La lettura al grado zero. (Le parole e le cose)

“Scrivere o leggere per intrattenere e intrattenersi non credo sia qualcosa di sbagliato in sé. Penso a come leggeva mio nonno: leggeva per intrattenersi. Persona curiosa, vivace, oltremodo vitale. Di stare senza far nulla non se ne parlava, per cui, in mancanza di passatempi, ecco i libri. Quelli che c’erano, quelli che si scrivevano, che si vedevano in giro, quelli che si vendevano; i capolavori di quegli anni. Nessuna ricerca di chicche in librerie dell’usato. Non leggeva per un’idea precostituita sul leggere, o perché riconosceva a quest’azione un valore positivo/negativo, o politico, o militante, o pedagogico; mio nonno leggeva per motivi del tutto concreti: far passare il tempo immaginando una storia, esattamente come poteva fare vedendo un film: soddisfare curiosità, conoscere le cose, ma principalmente divertirsi.”

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Le figurine di Radiospazio. Le poetesse viste dai loro colleghi maschi


– Chi è questa  poetessa, questa Amalia Guglielminetti?
– È una signorina per bene e di ottimo casato.        
– Già, dicono che sia per bene.
– Che peccato!
– Che cosa?
– Che sia Signorina. E che sia per bene.
– Che peccato: è proprio bella!
– Fosse almeno analfabeta.
– Ma scrive!
– Detestabili le donne che scrivono!
– Se scrivono male ci irritano.
– Se scrivono bene ci umiliano.
– Tacete! È qui che viene!

(Da una conversazione avvenuta tra Guido Gozzano e i suoi amici in un imprecisato giorno dell’anno 1906, a Torino.)

Il video della domenica. Rainer Werner Fassbinder, Katzelmacher (terrone). Il racconto dell’oggi

Sono passati esattamente cinquant’anni eppure è come girare l’angolo in un quartiere di una qualunque città tedesca, italiana ed europea, oggi e allora. KATZELMACHER (letteralmente fabbricante di gatti) nello slang della provincia nella Germania profonda identificava gli immigrati dal sud, come il nostro terrone, parola forse dimenticata da chi ha meno di sessant’anni ma ancora cattiva, ed appunto cinquanta anni fa un giovanissimo Rainer Werner Fassbinder traslava sul grande schermo, con impura fedeltà, la sua omonima drammaturgia. La sintassi cinematografica ne enfatizza la bidimensionalità, quasi che l’appiattimento dello sguardo configurasse la tragica crasi di un pensiero di sé omesso, o forse solo interrotto. Sei giovani coppie, un muro anonimo, una strada di periferia e una birreria, sfondo teatrale sempre uguale a sé stesso. Lì quei sei giovani vivono la loro vita, anzi perdono man mano la loro vita nell’incapacità di configurarsi una identità, che solo il denaro man mano dominante sembra promettergli. L’apparizione dell’altro, dello straniero, del greco Jorgos (interpretato dallo stesso Fassbinder) per un attimo li compatta nella violenza, in una relazione contro in cui appaiono finalmente complici e alleati. Poi tutto può riprendere come prima, inesorabilmente. È un film dalla rara, claustrofobica e tragica bellezza in cui paradossalmente più che gli echi di un nero passato tedesco ci pare di riconoscere i lineamenti distopici di un futuro globalizzante, i segni di quell’oggi che ancora si compatta nelle grida politiche contro lo straniero mentre lascia disperdersi nel nulla le mille ricchezze di una gioventù orfana nell’incertezza e nell’incapacità di costruire e condividere la propria nuova esistenza.

Maria Dolores Pesce

Versione originale sottotitolata in italiano: Il fabbricante di gattini

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ab64c784-f760-4a01-b414-8aef1aa1dd22.html

Katherine Anne Porter. La pastorella (Racconto)

Per il ballo mascherato Amy aveva copiato il suo costume da una pastorella di porcellana di Sassonia che stava sul cami­netto in salotto: cappello a nastri, corpetto scollato, gonne corte, scarpine verdi e tutto. Gabriel si era vestito in modo da far coppia con lei.
Tutto andò a meraviglia fino al momento di uscire: il padre di Amy posò lo sguardo sulla figlia, con quelle caviglie bian­che che brillavano, il seno profondamente scoperto, due mac­chie tonde di colore sulle gote, e cadde in un accesso di fu­rore per proprietà oltraggiata.
«È un obbrobrio! Non accadrà mai che mia figlia vada in giro con un vestito simile. È osceno! Osceno!»
Amy s’era tolta la maschera per fargli un sorriso. « Ma come, papà, » gli disse soave, « che cosa c’è che non va? Guarda la pastorella sul caminetto: l’hai sempre sotto gli oc­chi, e non ti sei scandalizzato mai!»
«C’è una bella differenza! Sì, una bella differenza, cara signo­rina, e tu lo sai benissimo! Sali immediatamente di sopra, e chiudi quella scollatura, e allunga quella gonna a una lun­ghezza decente prima di uscire da questa casa: e lavati la faccia!»
«Non ci vedo niente di male,» osservò con fermezza la madre. Poi sedette accanto ad Amy e se la spicciarono pre­sto: dopo dieci minuti, ecco ritornare la giovane con la faccia pulita, la scollatura ricoperta di merletto, e la gonna da pa­storella che spazzava pudibonda il tappeto dietro di lei.
Ma quando Amy uscì dallo spogliatoio per il suo primo ballo con Gabriel, il merletto era sparito dalla scollatura, le vesti erano rialzate più arditamente di prima, le macchie sulle gote sembravano due melograni. Gabriel era in estasi, e i due giovani convennero che spesso i vecchi erano noiosi, ma non conveniva farli inquietare disobbedendo apertamente: la loro gioventù era passata, ormai, che cosa vivevano a fare?

da Antico stato mortale

Anna Toscano, La morte, la lingua, la madre: cuciture (Doppiozero)

“Guardare gli anni di composizione e di pubblicazione dei libri di Magda Szabó e accostarli agli anni in cui sono usciti grandi romanzi di altre scrittrici nel Novecento è interessante. 
Lettera aperta di Goliarda Sapienza esce nel 1967, Il Filo di mezzogiorno nel 1968; Giù in piazza non c’è nessuno l’autobiografia letteraria di Dolores Prato uscita nell’80 in edizione ridotta e scritta durante tutta una vita; la scrittura intrisa di quotidiano di Natalia Ginzburg, con Tutti i nostri ieri del ’53 e Lessico famigliare del ’63; Alba de Céspedes con Quaderno proibito nel ’52; Fausta Cialente nel ’62 con Interno con figure; La penombra che abbiamo attraversato di Lalla Romano del ’64; Menzogna e sortilegio della Morante del ’48.”

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https://www.doppiozero.com/materiali/la-morte-la-lingua-la-madre-cuciture