Guido Vitiello, Come superare l’odio per la poesia, nonostante i poeti (Internazionale)

Foto Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 RomaSpettacoloTrasmissione tv “In Mezz’ Ora”Nella foto Sandro Bondi Photo Roberto Monaldo / LaPresse17-11-2013 Rome (Italy)Tv program “In Mezz’Ora” In the photo Sandro Bondi

Caro Guido Vitiello,
sono un insegnante di lettere, insegno anche e soprattutto poesia. Solo che quasi tutte le poesie (ne salvo dieci, venti, diciamo) mi fanno cagare. Soprattutto quelle di alcuni reputati autori del novecento, come Ungaretti, Caproni, Luzi. Io a uno che scrive “Chiuso fra cose mortali / (anche il cielo stellato finirà) / perché bramo Dio?”, gli darei un calcio forte forte nelle palle. Mi arrivano libri di poesia da leggere o recensire e io li apro e li chiudo immediatamente, perché mi si stringe lo stomaco. Normale, dirai tu, con tanta feccia in giro. Ma il problema è che questa idiosincrasia mi si sta proiettando all’indietro, su Pascoli, Leopardi (Leopardi!), Foscolo, Ariosto, Dante (Dante!). Sto cominciando a pensare che scrivere in versi sia un errore evolutivo, un baco concettuale, una cazzata. Caro Guido Vitiello, posso fare qualcosa? Guarire? O devono guarire gli altri, e io sono l’unico che ha capito la Verità? Del resto, anche Sandro Bondi è poeta. Grazie

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Le figurine di Radiospazio. Profumi

Quando mi viene voglia di lusso vado a passeggiare intorno alla Madelaine. È un quartiere ricco. Le strade odorano di lastricato di legno e di tubi di scappamento. Il turbine di gas che segue gli autobus e i taxi mi schiaffeggia il volto e le mani. Davanti ai caffè, le voci che percepisco un istante sembrano uscire da un altoparlante che gira. Resto in contemplazione delle automobili ferma. Le donne lasciano una scia di profumo. Attraverso i viali solo quando un agente interrompe il traffico.
Immagino che malgrado i miei abiti logori le persone sedute ai tavoli nelle terrazze mi notino.
Una volta, una signora seduta di fronte a una teiera minuscola mi ha osservato.
Felice, colmo di speranza, sono tornato sui miei passi. Il clienti però hanno sorriso, e il cameriere mi ha cercato con gli occhi.
Mi sono ricordato a lungo di quella sconosciuta, del suo collo, dei suoi seni. Di sicuro le ero piaciuto.
A letto, quando udivo suonare mezzanotte, ero certo che lei mi pensasse.
Ah, come vorrei essere ricco!
l collo di pelliccia dl mio soprabito susciterebbe ammirazione, soprattutto in periferia. La giacca la terrei aperta. Una catenina d’oro mi attraverserebbe il gilet; un’altra d’argento, congiungerebbe il borsellino alle bretelle. Il portafogli si troverebbe nella tasca posteriore dei pantaloni, come quelli degli americani. Un orologio da polso mi obbligherebbe a fare un gesto elegante per guardare l’ora. Metterei le mani nelle tasche del gilet coi pollici in fuori, e non come fanno i nuovi ricchi, lungo i risvolti.
Avrei un’amante, un’attrice.

Emmanuel Bove, I miei amici, Feltrinelli, Traduzione Beppe Sebaste

 

Il video della domenica. La luce di Michelangelo. Gli effetti speciali “naturali” di San Pietro in Vincoli (Artribune)

https://www.artribune.com/television/2021/04/video-la-luce-di-michelangelo-san-pietro-in-vincoli/

Il filmato, realizzato dall’Ufficio Stampa e Comunicazione del Ministero, mostra attraverso un timelapse, il movimento della luce naturale sul gruppo scultoreo che, secondo recenti ricerche, sarebbe stato usato dallo stesso Michelangelo per dar vita a un sorprendente fenomeno visivo che supera i moderni effetti speciali. Durante i tramonti dell’equinozio di primavera, infatti, al quale è legata la festa della Pasqua, i raggi del sole attraversano le finestre della facciata – e uno strettissimo varco tra le colonne della navata della Basilica di San Pietro in Vincoli – e illuminano l’opera con un gioco di luce che, minuto dopo minuto, accende teatralmente alcuni elementi fondamentali del gruppo scultoreo e ne rafforza il significato spirituale.

Narrativa. Annie Ernaux, Un residuo di pensiero magico

Il 7 novembre, tre settimane dopo essere ritornati a Yvetot, hanno comprato una concessione cimiteriale accanto a te. Lui vi è stato deposto per primo, nel 1967, lei diciannove anni dopo. Io non sarò sepolta in Normandia, vicino a voi. Non l’ho mai desiderato né immaginato. L’altra figlia sono io, quella che è fuggita lontano da loro, altrove.
Tra qualche giorno andrò sulle tombe, come sempre per Ognissanti. Non so se questa volta avrò qualcosa da dirti, se sarà il caso di farlo. Se mi vergognerò o se sarò fiera di averti scritto questa lettera, intrapresa sulla spinta di un desiderio che ancora non mi è chiaro. Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti.
Lottare contro la lunga vita dei morti.
Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma, Traduzione di Lorenzo Flabbi

Edoardo Zuccato. Serve “sembrare scrittori” per esserlo? (L’indiscreto)

Il mestiere dello scrittore è spesso fatto di pose, di manierismi e di comportamenti utili non tanto a scrivere, ma a mettere in mostra sé stessi per apparire come persona di cultura. Questa apparenza non è un fatto nuovo, al contrario ha una lunga storia, eccola qui.

“Nella nostra epoca per diventare uno scrittore famoso è necessario non tanto scrivere bene quanto sembrare uno scrittore. Che cosa significa “sembrare uno scrittore” è il tema di questo articolo, in cui vengono esaminate le principali immagini pubbliche degli autori dal 1800 a oggi. L’importanza dell’immagine è una conseguenza dell’intreccio fra vita e letteratura introdotto dai romantici, che il mondo contemporaneo ha solo estremizzato attraverso la spettacolarizzazione mediatica.”

Leggi l’intero articolo: https://www.indiscreto.org/serve-sembrare-scrittori-per-esserlo/

Le figurine di Radiospazio. Lo sguardo dei piccoli

«Che importa se ancora io sono piccolo?… E poi lo dite voi che io sono piccolo… E che vuol dire essere piccolo? Questa divisione fra grandi e piccoli l’avete fatta voi, perché vi conviene. Vi siete fatti padroni delle cose del mondo e le nascondete perché avete paura che noi vele portiamo via… O anche senza ragione – senza una “precisa” ragione, come dite voi… Credete che io non lo sappia? È per questo che fate la faccia severa… Credete che io non abbia scoperta la ragione di questo vostro perpetuo muso duro?… Voi dite che i grandi sono persone serie. Non ridono mai. Hanno dei gravi pensieri, delle gravi preoccupazioni. Stanno seduti, curvi, il mento nella mano e la fronte aggrottata come le statue dei cimiteri. Ma io so che non è vero. Fate così per impedire tra voi e noi qualunque confidenza, per mettere intorno a voi una difesa, per impedire a noi di scoprire il vostro trucco… Io lo so… La vostra serietà!… Un giorno vi ho veduti. Ho guardato attraverso il buco della serratura… Vi ho sorpresi… E non eravate serii mentre io vi guardavo e voi non sapevate che io vi vedevo… E ridevate, scherzavate, giocavate come giochiamo noi… più di come giochiamo noi… Tante altre volte, se io entro all’improvviso nella vostra camera e voi subito non mi vedete… Appena mi vedete cambiate faccia, riprendete la vostra faccia da genitori… Perché?»

Alberto Savinio, “Tutta la vita”, Adelphi

Narrativa. David Foster Wallace, Nonni e nipoti (“Altra matematica”)

– Nonno?
– Joseph? Entra.
– Posso entrare?
– Entra. Siediti.
– Come ti senti?
– Bene, bene. Bene.
– Sono innamorato di te.
– Come sei arrivato fin qui, figliolo? Non c’è scuola oggi? Che giorno è?
– Sono innamorato di te, nonno.
– Innamorato di me?
– Sì.
– In che senso?
– Nel senso che sono innamorato di te, nonno. Voglio stare solo con te. Con te e basta.
– Che cavolo significa che sei innamorato di me?
– Io…
– Cos’è, uno scherzo? Che giorno è?
– No, nonno.
– Ma insomma, Joe, anch’io ti voglio bene. Io e tua nonna siamo sempre andati molto fieri di te. Anche noi vogliamo stare con te. Vedrai, non appena esco di qui…
– Io non sto parlando di questo, nonno. Sono innamorato di te. Penso soltanto a te. La tua immagine vive e si muove dentro di me. Antepongo i tuoi interessi ai miei. La tua presenza agisce sul mio sistema nervoso, vivo nell’attesa che tu mi tocchi. Voglio stare con te. Sempre.
– Sono sposato. Sono sposato con tua nonna.
– Sì.
– Siamo dello stesso sesso.
– Questo è certo.
– Che giorno è, Joe? Come sei arrivato fin qui?
– …
– Sono vecchio, ragazzo mio. Sono malato. Ho soltanto mezzo colon. La faccia mi pende dal cranio. Dal sapore che ho in bocca capisco che l’alito mi puzza di uova marce.
– Aspetti marginali. È te che amo. –Ne hai parlato con tuo padre? –Non l’ho detto a nessuno. L’ho portato dentro di me. Da solo. Ho pensato che dovevo prima parlarne con te.
– Capisco.
– Bene.
– …
– Che classe fai, a scuola, Joseph? La quinta elementare?
– La prima media.
– La prima media.
– Sì.
– E sei innamorato di me.
– Sì.
– Credo di non sapere proprio cosa dire. Non so nemmeno che giorno della settimana è. Come potrei sapere cosa dire?
– Non dire nulla, nonno. Resta lì seduto. Così. È perfetto.

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– Tuo padre ti ha mai raccontato che, quando studiava medicina, uno dei suoi compagni di corso si era innamorato di un cadavere?
– No.
– Quel tizio, a sentire tuo padre, si era innamorato perdutamente di un cadavere. L’aveva rubato dal reparto dell’università di medicina dove tenevano i cadaveri. Lo portava sempre con sé, ovunque andasse. Perfino in pubblico, a teatro.
– Qui la cosa è completamente diversa, nonno.
– Tuo padre dice che quel tizio gli raccontava di essere perdutamente innamorato del cadavere. Raccontava a tuo padre che per lui andava benissimo che il cadavere fosse sempre tranquillo e passivo, perché il cadavere era gentile, portatile, e sempre disponibile.
– Qui la cosa è diversa, nonno. Non c’è paragone.
– Ora che ci penso tuo padre dice che hanno dovuto rinchiuderlo da qualche parte, quel tizio. Diceva di non poter vivere senza il suo cadavere.
– …
– Non mi fissare così, figliolo, fa’ il favore.

David Foster Wallace, Altra matematica
“Questa è l’acqua”, Einaudi, Traduzione Giovanna Granato

Laura Pugno, Visione di specie. Poesia, terzo paesaggio? Un dialogo con Andrea Bajani

“La poesia sta infatti fuori dal linguaggio coltivato, messo a coltura dalle diverse retoriche con cui le parole procedono già incatenate, intruppate in frasi pronte nella vita di ogni giorno: la retorica politica, merceologica, pubblicitaria, settoriale, di gruppo. Laddove le parole nell’uso comune procedono per appezzamenti, per ettari, nella poesia le parole sono piante isolate, brade, che rompono la roccia, e con la roccia imprevedibilmente attivano uno scambio. È nel suo rompere il senso della frase dominante, nel suo crescere ai margini della striscia d’asfalto del discorso pubblico, che la poesia crea nuova vita. La parola, raccolta nello spazio di una poesia, fa foresta, cresce, si abbarbica alla pagina, da cui la sua forza, che in qualche modo è sempre una forza naturale.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=38957

Giulia Caminito, Dai social ai libri al rap siamo circondati da una generazione di mitomani (L’Espresso)

Da Facebook alla letteratura, dalla politica alla musica, narcisismo e senso di onnipotenza oggi dilagano. In un’autocelebrazione continua e delirante. La provocazione di una giovane concorrente del Premio Strega.

“Era il lontano 1894 quando anche Matilde Serao si interrogava sul tema nel suo racconto “L’amante sciocca”, la parabola disperata di una giovane donna semplice, umile e giusta che viene scelta da un borioso scrittore come compagna delle sue giornate. Nel racconto lo scrittore Paolo Spada dice d’essere un individuo dall’animo raffinato, uno che scrive capolavori. Quando parla di letteratura con gli amici non può fare a meno di gridare, perché è solo così che si parla a suo parere dell’arte: gridando. Adele, la sua amante sciocca, ascolta dalla stanza attigua queste urla e i terribili silenzi che seguono. «Resta pure, ma taci» non fa che dirle Paolo, quando Adele teme di disturbarlo durante i suoi incontri o durante la “sacra” scrittura. “

Leggi l’articolo: https://espresso.repubblica.it/idee/2021/03/25/news/generazione_di_mitomani_-293750775/

Le figurine di Radiospazio. Il sonno e la veglia

Chi ha paragonato la nostra vita a un sogno ha avuto più ragione di quanto non credesse. Nel sonno la nostra anima vive, agisce, esercita tutte le sue facoltà, come quando è desta; certo più dolcemente e debolmente, ma non tanto che la differenza tra veglia e sonno sia come fra giorno e notte. La differenza è come fra notte piena e penombra; là essa dorme, qua, più o meno, sonnecchia. Ma son sempre tenebre! Vegliamo dormendo e dormiamo vegliando. Nel sonno, certamente, non distinguiamo con chiarezza; ma dal canto suo, la veglia non è mai netta e senza nubi. Almeno il sonno, talvolta, con la sua profondità, addormenta i sogni; mentre la veglia non è mai tanto veglia da dissiparli. E sono i sogni di uno che veglia; cioè, sono peggiori dei sogni. Ora, perché mai la nostra ragione e il nostro giudizio, accogliendo impressioni e opinioni in sogno, autorizzano le azioni compiute nel sogno allo stesso modo di quelle che si compiono in pieno giorno? Perché non dubitare che il nostro pensare e il nostro agire non siano che un sogno, e il nostro stesso essere desti nient’altro che una specie di dormire?

Michel de Montaigne, Apologia di Raymond Sebond, “Saggi”, REA
Traduzione Fabrizio Cristallo

Narrativa. Lucio Mastronardi. La morte della domenica

Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta. Fra questa domenica e la prossima dovranno passare centosessantotto ore, a una a una.
Sono passate le centosessantotto ore. Sta finendo un’altra domenica. Che ne ho fatto di queste centosessantotto ore?
Venticinque ore le ho spese a scuola. Altre venticinque le ho spese in lezioni e ripetizioni, e fa cinquanta.
Una sessantina di ore si sono consumate nel sonno.
E le altre cinquantotto?
Una mezza dozzina se ne sono andate nel mangiare; un altro paio se ne sono andate per le piccole azioni, e cinquanta ore le ho consumate nelle abitudini. La mezz’oretta al caffè prima di andare a scuola; l’oretta al caffè dopocena; l’oretta sdraiato dopo le ripetizioni; le rimanenti ore a parlare coi colleghi e col giornalista, fino a consumare centosessantotto ore.
Mi accorgo che la mia vita è tutto un seguito di ore bruciate, di tempo perduto.
Ma che devo fare? mi domando – Che devo fare? – ho domandato a una vecchia collega.
– Che vuole fare? – mi ha risposto, – ormai è di ruolo!
Ecco, suona mezzanotte. La domenica è morta.

Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, Einaudi

Radiodramma. Witold Gombrowicz, Sulla scala di servizio, realizzazione di Radiospazioteatro

https://drive.google.com/file/d/16T4T53JQW4SI7Grwi6tbrlH29H_aPd_u/view?usp=sharing

Autore morbidamente provocatorio, costituzionalmente antiaccademico, crudamente paradossale (“Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato”), Gombrowicz è uno dei grandi autori del Novecento non troppo conosciuti in Italia. Negli anni Settanta si sono rappresentate alcune sue commedie. Memorabile Operetta, prodotta dal Teatro Stabile dell’Aquila, con Gigi Proietti e Piera Degli Esposti Luca Ronconi portò sulla scena il suo romanzo Pornografia.

Le figurine di Radiospazio. Automi

Insidiosi, proteiformi, gli automi pur di far irruzione nelle nostre vite sanno miniaturizzarsi, ci offrono servigi, mutano forma e rinunciano a fingersi vivi. Scandiscono le ore e i minuti delle nostre vite quelle tonde ostriche di metallo, quei rettangoli mentitamente pitagorici, gli orologi. L’inesatto tempo di Atene la dialettica e Roma la bellicosa s’accompagnava al trascorrere del sole, al variare della luce; potevano bastare le tacite clessidre a sabbia, sebbene il trascorrere dei granuli ne dilatasse via via i forami; e le clessidre ad acqua patissero le lentezze dei geli, e i fatui vapori del solleone. Il duro ticchettio degli orologi è tutto nostro, quelle minute viscere di metallo, quel vibrar di quarzi che ci dice – nemmeno ci avverte – del nostro ininterrotto perire.

Giorgio Manganelli, UFO e altri oggetti non identificati, Quiritta