Rossana Rossanda, Il mio primo comizio (1948)

Non scorderò mai il mio primo comizio, a Castelnuovo Bocca d’Adda, la grande piazza fra case basse e la chiesa in fondo, i pochi compagni attorno che suggeriscono: «Aspettiamo che finisca la messa cosí la gente si ferma a sentirti», il parroco tutto nero che esce sul sagrato scrutando il suo gregge, andava verso di me o a casa? A casa, andavano, la piazza restava rada, e i compagni mi confortavano: «Ti ascoltano dietro le imposte, hanno paura di farsi vedere». E così mi ero lanciata, cercando di capire su quei volti attenti se le parole passavano, in fondo il prete che mi pareva enorme e a un certo punto «el falchett», il figlio dei signori che la domenica roteava con la sua Aurelia Sport, detta anche la bara volante, in cerca di ragazze, e si fermò incuriosito. Tutti i paesi della bassa lombarda scivolano nella mia memoria in questo scenario almeno per due decenni, finché si sono fatti ricchi, hanno ritinteggiato la piazza diventata centro storico con i negozi di Armani e Versace alla svolta. Ogni volta che la macchina mi depositava in una di queste piazze lo stomaco mi si annodava, non cessò di annodarsi anche quando divenni più  esperta, seguivo con gli occhi quelli che passavano senza fermarsi, mi parevano tantissimi, come quelli che incrociavo andando verso il luogo del comizio, non gli interessiamo, è chiaro, che sto facendo qui? Non sarò capace, non è il mio posto. E non lo era. Non so come parlassi, che cosa arrivasse a quei volti seri, operai e non, o chiusi come quelli dei contadini che arrivavano ancora intabarrati –toccavo con mano la distanza da cui dovevo parergli provenire. Erano là per appendere le pene della loro vita a una ragione piú grande, una speranza – che altro li induceva a venire? Certo non riuscivo a smuoverne l’emozione, come Togliatti e Terracini e Nenni in piazza Duomo. I miei mi parevano piú moderni, si poteva parlare in quel modo piano, prima o poi avrei imparato – senza quelle vette e quei finali che non avrei saputo tirar fuori. Mi buttavo sudando freddo, scrutando la gente davanti, sentendo se poco a poco la ragazza che veniva da Milano suscitava dopo un primo sospetto la sensazione che non erano soli, che c’erano altri con loro, se riuscivo a usare di quel margine per cui una donna era avvantaggiata, la compagna andava aiutata. Insomma se si allacciava il filo che ci teneva uniti. La sensazione era curiosa: eravamo fortissimi, i soli organizzati, ma in un mare di preti e madonne pellegrine, le cui statue oranti e infiorate erano portate da tutte le parti per esorcizzare noi, il demonio. Avvertivo i molti silenzi, ma li attribuivo a un’impaurita simpatia. Che fossimo forti era certo. Cosí certo che quando cominciarono a scorrere i primi dati degli scrutini sul nastro luminoso sulla facciata del palazzo dei giornali in piazza Cavour –eravamo accalcati là davanti con il naso in su –restammo increduli. Lo scrutinio era lentissimo, cominciò martedí sera e durò quasi due giorni, ma i primi seggi piccolissimi di provincia emettevano Dc Dc Dc, e poi anche quelli di città, Dc Dc Dc. Prima pochi dati, poi a pioggia. A un terzo dello scrutinio veniva in testa la Dc e non di poco piú di noi –molto, moltissimo. Non ci potevamo credere, nascondevano, tenevano per ultimi i luoghi dov’eravamo in testa. Ma risultò che anche a Sesto, anche nei quartieri che sapevamo proletari, dovunque eravamo al di sotto delle piú pessimiste previsioni. Perdevamo da tutte le parti, la gente ci lasciava, non credeva in noi, ci affogava in un mare di voti bianchi. Eravamo a terra, sbalorditi, davanti a un’Italia –la nostra, il nord – che dunque era tutta diversa da quel che credevamo percorrendola, l’Italia di coloro che non riempivano nessuna piazza, neanche quelle dove parlava uno dei loro, assenti e possenti. La borghesia aveva vinto, e la chiesa di Pio XII con lei.

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi

Maurice Maeterlinck, Incontrare se stessi

Non dimentichiamolo, non ci capita nulla che non appartenga alla nostra stessa natura. Ogni avventura che incontriamo si presenta al nostro animo nella forma dei nostri pensieri abituali; non si è mai presentata alcuna occasione eroica a chi non fosse già un eroe silenzioso e oscuro da molti anni.
Scalate la montagna o scendete al villaggio, andate in capo al mondo o fate un giro intorno a casa vostra, non incontrerete altri che voi stessi lungo le strade del caso. Se Giuda questa sera esce, andrà verso Giuda e avrà l’occasione di tradire, ma se Socrate apre la porta, troverà Socrate addormentato sulla soglia e avrà l’occasione di essere saggio.

Maurice Maeterlinck, Les sentiers dans la montagne

Le figurine di Radiospazio. Allusioni eloquenti

Ivan Turgeniev, Pane altrui

– Voglio sapere tutto… dovete dirmi tutto, avete capito?
– Sì, Ol’ga Petrovana… sì, saprete tutto. Vostro padre era stato stregato da quella vicina… spesso non tornava a casa neppure la notte. Vostra madre sedeva per giorni interi da sola, senza parlare, spesso scoppiava a piangere… Un bel giorno vostro padre decise di andarsene. A Mosca, disse, solo per affari. Alla prima stazione lo aspettava la vicina.Vostro padre tornò sei mesi dopo, Ol’ga Petrovna, senza aver scritto una lettera. La vicina lo aveva piantato, ed era diventato violento… Aggredì vostra madre con un bastone, lei si rifugiò quasi impazzita in camera sua, mentre lui chiamò i servi e se ne andò a caccia… Fu allora che la cosa successe… Eravamo a tavola; dopo un lungo silenzio si rivolse a me… Ol’ga Petrovna, vostra madre per me era quasi un dio, io… io l’amavo… ed ecco che mi dice: “Vasilij Semënic, tu mi ami, lo so, mentre lui mi disprezza, mi ha offeso”, e allora io… E allora io… io non capisco più nulla, la testa mi gira…
– Dunque… io sono…
– Sì.
– Vostra…
– Sì, mia figlia. Perdonate un povero vecchio.

Il video della domenica. Marco Belpoliti, LA MIA VITA DA ZUCCHINA

 

http://www.doppiozero.com/materiali/claude-barras-la-mia-vita-da-zucchinay

“Non perdetelo, non solo perché è bellissimo dal punto di vista estetico – dettagli curatissimi – ma perché è un modo per ritornare di colpo a quel periodo lontano, remoto, in cui eravamo bambini. Anche se non si smette neppure un momento di essere adulti guadandolo – come potrebbe essere altrimenti? –, ci sono attimi in cui la lama sottile del dolore s’infila tra costola e costola, una fitta alla stomaco, un dolore nel petto.”

Il film intero

https://m.youtube.com/watch?v=wiy9OjdSfVo

 

 

La maledizione più lunga della storia letteraria (probabilmente)

San Giovanni Battista, il precursore, san Pietro e san Paolo, sant’Andrea e tutti gli altri Apostoli di Cristo lo maledicano. E possano maledirlo i restanti discepoli e i quattro Evangelisti. Il sacro coro delle Vergini che, per onorare Cristo, disprezzarono le cose di questo mondo, lo condanni. Possano tutti i Santi che dal principio del mondo alla fine di tutti i secoli amarono Dio, insultarlo. Il Cielo e la terra e tutte le cose sante che ivi si trovano lo maledicano. Sia maledetto ovunque sia, in casa o nelle stalle, in giardino o nei campi, lungo una strada e su un sentiero, nei boschi, in acqua o in chiesa.
Che le maledizioni lo raggiungano anche mentre sta mangiando o bevendo, quando è affamato e assetato, mentre è digiuno, dorme o sonnecchia, quando lavora o quando riposa, quando orina o defeca, o quando si sta salassando.
Sia maledetto in tutte le facoltà del suo corpo, di dentro e di fuori, nei suoi capelli e nel suo cervello. Sia maledetto nel suo capo.
Maledetto nelle sue tempie, nella fronte, nelle orecchie, nei sopraccigli, nelle guance. Nelle mascelle, nelle narici, nei denti molari e negli incisivi, nelle labbra e nella gola, nelle spalle, nei polsi e nelle braccia, nelle mani, nelle dita.
Mille anatemi ricadano sulla sua bocca, sul suo petto, sul suo cuore, nei suoi precordi, nello stomaco e nell’intestino, nelle reni e negli inguini, nel femore, nei suoi organi genitali, nelle natiche, nelle ginocchia, nelle gambe, nei piedi e nelle unghie. Possa essere maledetto in tutte le giunture e le articolazioni delle membra; dalla cima della testa alla pianta dei piedi non abbia un’oncia di carne sana.

Laurence Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentitluomo, Einaudi

Demented Burrocacao, L’improbabile storia degli Squallor, il gruppo più osceno d’Italia (Noisey)

Cosa succede se fai suonare insieme alcuni dei migliori produttori e autori italiani? Decine di dischi pieni di deliri musicali e brillante umorismo da osteria.

Durante i funerali c’erano due bare. E noi stavamo a piangere tutti su una bara. E io mi sono accorto che c’era un altro nome allora ho chiesto al prete: “Chi è il cadavere?” Lui dice: “Antonio…” Non ricordo il cognome. Così ho detto: “Ragazzi, stiamo a piangere uno che non conosciamo, cambiamo bara”. […] Daniele era spiritoso, gli piaceva se ridevamo, non se piangevamo.

Alfredo Cerruti sulla morte di Daniele Pace, dal documentario The Squallor.
“Questo amante così infedele che è il successo”. La citazione è di Mara Maionchi, la quale sicuramente (ahimè) se ne intende. Quanti farebbero carte false per questo amante? Quanti venderebbero l’anima al diavolo pur di abbracciarlo? Diciamolo, quasi tutti, soprattutto nella musica leggera italiana. Ma a volte, invece, il successo è solo un gioco e arrivarci è un vero e proprio scherzo, anzi un atto di nichilismo per cui non ha importanza cosa si fa; solo fare, sbattendosene del risultato, è un modo per indirizzare le energie verso la fortuna indiscussa e la gloria eterna. L’esempio principe di questa teoria è quello degli Squallor, uno dei gruppi più osceni, anarchici e scorretti di tutta la storia della musica italiana.

Leggi l’articolo:
https://www.vice.com/it/article/597bv3/squallor-storia-manzo-biografia

Le figurine di Radiospazio. Napoleone

Raymond Queneau, La domenica della vita

– Bisogna riconoscere che Napoleone era qualcuno, disse Paul.
– Fare tutta quella storia per morire a Sant’Elena, bisogna essere coglioni, disse Giulia.

Sergio Benvenuto, Invecchio, dunque non sono (Le parole e le cose)

Da vecchi si è liberi di dire ciò che si vuole. Soprattutto liberi di dire sciocchezze – i più giovani non oseranno reagire indignati. Non per rispetto della senectus come si crede, ma per commiserazione. “Poveretto, non ci sta più tanto con la testa…” si dice con aria tra il beffardo e il contrito. È vero che molti, da vecchi – quando non hanno più nulla da perdere, nemmeno la pensione – sentendosi finalmente affrancati, dicono le scempiaggini che hanno in fondo sempre pensato, anche da giovani, solo che prima non osavano dirle coram populo. Da giovani, si è attenti a non provocare il comune senso del pudore, si sa che certe cose si possono dire solo con lunghe circonlocuzioni per cui pochi capiscono. La vecchiaia invece dà licenza di spudoratezza. È accaduto così che un celeberrimo premio Nobel in medicina, un genio, invecchiando abbia lasciato sgocciolare le sue convinzioni scientificamente razziste, creando un imbarazzato raccapriccio tra colleghi e ammiratori. Ma sono convinto che il nobélier – come si dice in francese – quelle idee razziste le avesse sempre coltivate nel cortiletto privato della propria mente.

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39127

Il video della domenica. Elena Bucci legge “Aleatoria”, di Mario Giorgi

https://youtu.be/4M0E0iZXHPg

«Più si avanza, più si ha l’impressione di tornare indietro. È strano questo: tu cammini, vai avanti, metti un piede dopo l’altro, ma non puoi guardare avanti, la testa è bloccata, puoi guardare solo indietro. E il curioso è che, andando avanti, un passo dopo l’altro, senza fermarti mai, senza mai immaginare che la testa è bloccata, arrivi in fondo e finalmente ti accorgi che il tuo andare avanti in realtà è stato un… hai girato in circolo, hai percorso una sorta di circonferenza, per cui sì, sei andato avanti, ma in realtà sei arrivato dietro, al punto di partenza. Solo che ti trovi – per così dire – alle spalle di te stesso, di com’eri e dov’eri quando sei partito…»

Mario Giorgi, Configurazione alieno, CS libri