Maurice Blanchot, Il divano e la poltrona

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La situazione dell’analisi quale Freud l’ha scoperta è una situazione straordinaria che sembra uscita da un mondo di fiaba. Questa messa in rapporto del divano con la poltrona, questo colloquio nudo in cui, in uno spazio separato, tagliato fuori dal mondo, due persone invisibili l’una all’altra poco a poco sono chiamate a confondersi col potere di parlare e quello di ascoltare e ad avere come unica relazione l’intimità neutra delle due facce del discorso, questa libertà per l’uno di dire qualsiasi cosa, per l’altro d’ascoltare senza attenzione, come a sua insaputa e come se non fosse presente, – libertà che si trasforma nella piú crudele delle costrizioni, quest’assenza di rapporto che diventa proprio per questo il rapporto piú oscuro, piú aperto e piú chiuso. L’uno che in un certo senso deve parlare senza posa, esprimendo l’incessante, non solo dicendo ciò che non si può dire, ma giungendo quasi a parlare sulla base dell’impossibilità di parlare, impossibilità che è sempre già nelle parole non meno che al di qua di esse, vuoto e bianco che non è un segreto né una cosa taciuta, ma una cosa sempre già detta, taciuta dalle parole stesse che la dicono e in esse – e cosí si dice sempre tutto e non si dice nulla; l’altro che in apparenza è il piú distratto, il piú assente degli ascoltatori, un uomo senza volto, a malapena qualcuno, una specie di chiunque che equilibra la cosa qualsiasi in cui consiste il discorso; è una specie di cavità nello spazio, un vuoto silenzioso che pure è la vera ragione di parlare, che senza posa rompe l’equilibrio facendo variare la tensione degli scambi, rispondendo e non rispondendo e trasformando insensibilmente il monologo senza uscita in un dialogo in cui entrambi hanno parlato.

Blanchot, Maurice. La conversazione infinita: Scritti sull’«insensato gioco di scrivere» (Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie Vol. 634) (Italian Edition) . EINAUDI. Edizione del Kindle.

Maurice Blanchot, Il divano e la poltrona

La situazione dell’analisi quale Freud l’ha scoperta è una situazione straordinaria che sembra uscita da un mondo di fiaba. Questa messa in rapporto del divano con la poltrona, questo colloquio nudo in cui, in uno spazio separato, tagliato fuori dal mondo, due persone invisibili l’una all’altra poco a poco sono chiamate a confondersi col potere di parlare e quello di ascoltare e ad avere come unica relazione l’intimità neutra delle due facce del discorso, questa libertà per l’uno di dire qualsiasi cosa, per l’altro d’ascoltare senza attenzione, come a sua insaputa e come se non fosse presente, – libertà che si trasforma nella piú crudele delle costrizioni, quest’assenza di rapporto che diventa proprio per questo il rapporto piú oscuro, piú aperto e piú chiuso. L’uno che in un certo senso deve parlare senza posa, esprimendo l’incessante, non solo dicendo ciò che non si può dire, ma giungendo quasi a parlare sulla base dell’impossibilità di parlare, impossibilità che è sempre già nelle parole non meno che al di qua di esse, vuoto e bianco che non è un segreto né una cosa taciuta, ma una cosa sempre già detta, taciuta dalle parole stesse che la dicono e in esse – e cosí si dice sempre tutto e non si dice nulla; l’altro che in apparenza è il piú distratto, il piú assente degli ascoltatori, un uomo senza volto, a malapena qualcuno, una specie di chiunque che equilibra la cosa qualsiasi in cui consiste il discorso; è una specie di cavità nello spazio, un vuoto silenzioso che pure è la vera ragione di parlare, che senza posa rompe l’equilibrio facendo variare la tensione degli scambi, rispondendo e non rispondendo e trasformando insensibilmente il monologo senza uscita in un dialogo in cui entrambi hanno parlato.

Maurice Blanchot,. La conversazione infinita: Scritti sull’«insensato gioco di scrivere, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Il romanziere realista

C’era un tale che si riteneva scrittore realista. Perciò scriveva tutto quello che gli capitava. Si chiamava Vincenzo, ma nel romanzo compariva col nome di Ernesto. Tutto ciò che faceva, lo faceva ai fini di scriverlo. Ad esempio si sedeva e guardava il soffitto; allora scriveva sul foglio: Ernesto all’improvviso si siede e guarda il soffitto. Poi non avendo molto altro da dire si metteva un dito su per il naso. Però non lo scriveva. Lo scriveva casomai in una forma più artistica. Ad esempio: Ernesto è pensieroso e lascia scorrere il tempo. Ciò significava che lui stava seduto al tavolo col dito nel naso. A volte stava così per un’ora. Questa la chiamava fase di stallo, in cui non c’erano fatti salienti da dire. Al massimo scriveva che Ernesto non riusciva a fissare i pensieri.
In realtà nell’attesa, se non si puliva il naso, si puliva con il dito un orecchio. Ma non era un avvenimento da romanzo, neanche da romanzo realista qual era il suo. Questi son fatti che restano fuori dalla letteratura, anche ad esempio usare un’unghia come stuzzicadenti. Allora si alzava e scriveva: All’improvviso Ernesto si alza. Scriveva all’improvviso per dare più suggestione al romanzo. Però, appena alzato, il romanzo di nuovo era fermo. Non poteva tornarsi a sedere per non cadere in ripetizioni, così usciva di casa e scriveva che Ernesto era uscito di casa.

Eramanno Cavazzoni, Vite brevi di idioti, Guanda

Racconto (capolavoro). Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro

Picasso, Il Minotauro

La creatura stava accovacciata non solo di fronte alla sua immagine, ma anche alle immagini delle sue immagini; vedeva davanti a sé un’infinità di creature fatte com’era lui, e quando si girava per non vederle più, un’altra infinità di creature uguali a lui.  Era come paralizzato. Non  sapeva dov’era né cosa volevano le creature accovacciate tutt’attorno, forse sognava soltanto, anche se non sapeva cosa fosse sogno e cosa realtà. Si tastò il capo istintivamente e mentre lo tastava, anche le immagini si tastarono il capo. Si raddrizzò e con lui si raddrizzarono anche le sue immagini. Fece loro cenni di saluto, quelle risposero ai cenni. Si drizzò, stese le braccia, mugghiò, con lui si drizzò, stese le braccia e mugghiò un’infinità di creature uguali, l’eco si ripercosse migliaia di volte, parve mugghiare senza fine. Divenne più spavaldo, fece salti, fece capriole, e con lui fecero salti e capriole un’infinità d’immagini. Da quel correre e dalle capriole, dai balzi e dal muoversi sulle mani tale divenne la sua baldanza, visto che le immagini facevano quello che faceva lui, in modo da fargli credere d’essere un capo, anzi di più, un dio, se avesse saputo cos’è un dio. La creatura danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini. D’un tratto però interruppe la danza, s’irrigidì: danzando, aveva scorto creature che non danzavano, immagini che gli ubbidivano. La fanciulla, riflessa anche lei come la creatura accovacciata, stava immobile, nuda, con i lunghi capelli neri, fra quelle creature accovacciate che erano dappertutto. Non osava muoversi, lo sguardo spaurito , le mani intrecciate sul seno, guardava affascinata la creatura sempre accovacciata davanti a lei. La testa poderosa coperta d’un rado vello marrone, le corna corte e ricurve, gli occhi rossastri e sporgenti… Tutto questo sarebbe stato sopportabile, insopportabile era la parte umana di quel toro. Pareva che la testa orribile e la gobba che la sovrastava fossero l’escrescenza del corpo d’un uomo. Il minotauro si alzò. Era imponente. Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi, accostandosi un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un tratto il corpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro, che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne. La fanciulla si divincolò, la lasciò fare. Arretrò, i grandi occhi fissi su di lui, e quando lui cominciò a danzare, cominciò a danzare anche la fanciulla e le immagini entrambi danzarono anche loro. Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla trovata, lei danzò la paura di essere stata trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità, lui danzò la sua attrazione, lei danzò la sua ripulsa, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo dibattersi. Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte. In lui c’era solo incontenibile felicità fusa con incontenibile piacere. Proruppe in un muggito quando prese la fanciulla, e negli specchi tutti i minotauri presero le fanciulle, e il muggito fu un grido immenso, un portentoso grido universale, come se altro non esistesse che quel grido confuso col grido della fanciulla, e poi lui giacque, e negli specchi giacevano minotauri, e giacque il bianco corpo nudo della fanciulla dai grandi occhi neri, rispecchiandosi nelle pareti. Sollevò il braccio sinistro della fanciulla, e quello ricadde, il destro, e ricadde, ovunque ricadevano braccia. La leccò con la sua enorme lingua violacea, leccò la sua faccia, il seno, la fanciulla rimase immobile, tutte le fanciulle rimasero immobili. La rivoltò con le corna, la fanciulla non si mosse, nessuna fanciulla si mosse. Si raddrizzò, si guardò attorno, ovunque c’erano minotauri eretti che si guardavano attorno, e ovunque ai loro piedi giacevano bianchi corpi di fanciulle. Si chinò, sollevò la fanciulla, mugghiò, gemè, sollevò la fanciulla verso il cielo buio, e ovunque minotauri si chinarono, sollevarono fanciulle, mugghiarono, gemettero, sollevarono fanciulle verso il cielo buio, e poi depose la fanciulla fra le pareti di vetro, le si distese accanto e si addormentò, e tutti i minotauri con lui, stesi sul pavimento pieno di bianchi corpi nudi di fanciulle.
Sognò fratellanza, sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò amore, intimità, calore, e contemporaneamente seppe, sognando, di essere un diverso cui non sarebbe mai stato concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai amicizia, mai amore, mai intimità, mai calore. Così lo trovò, addormentato, Arianna. Venne danzando col gomitolo di lana che svolgeva, e danzava, quasi delicatamente, avvolse il capo del filo rosso attorno alle sue corna, se ne andò seguendo il filo. Quando il minotauro si svegliò, in un vetroso mattino, vide farglisi incontro un minotauro rispecchiato innumerevoli volte, gli occhi fissi sul filo di lana come se fosse una traccia di sangue. Lì per lì pensò che fosse la sua immagine, anche se continuava a non capire cosa fosse un’immagine, ma vide l’altro minotauro che gli veniva incontro mentre lui era disteso a terra. Ne fu disorientato. Il minotauro si alzò e non si accorse che il capo del filo rosso di lana era avvolto attorno alle sue corna. L’altro si avvicinò. Il minotauro levò di scatto entrambe le braccia e così fece l’altro, il minotauro divenne diffidente perché gli parve che l’altro non avesse levato le braccia di scatto contemporaneamente a lui, le immagini di solito lo facevano tutte contemporaneamente, però poteva essersi ingannato. Il minotauro fece un passo di danza, le immagini pure, però stavolta molte immagini danzarono impacciate, lo poté notare chiaramente. Il minotauro stette di nuovo immobile e spiò l’altro minotauro che stava a sua volta immobile. Il minotauro tentò di pensare. Mosse il mignolo della mano destra, guardò attentamente, mosse il dito un’altra volta, l’altro mosse il mignolo della mano destra. Il minotauro era incerto, gli pareva che l’altro avesse mosso il mignolo della mano sbagliata. L’altro minotauro era proprio davanti a lui: aveva una testa come la sua e un corpo come il suo. Il minotauro mosse la mano destra, ora l’altro mosse la mano sinistra, quasi contemporaneamente, o forse contemporaneamente; poi il minotauro d’improvviso s’accorse che al corpo dell’altro era fissato, sul fianco un oggetto, qualcosa di peloso; non sapeva cose fosse, ma bastava a dimostrargli che si trovava dinnanzi a un altro minotauro o a una sua immagine.
Il minotauro proruppe in un urlo, in un muggito, un grido di gioia per non essere più l’unico, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto un Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza dell’intimità, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzò il tramonto del labirinto, l’amicizia fra minotauri, animali, uomini e dei, il filo rosso di lana avvolto fra le corna, danzò attorno all’altro minotauro che tese il filo rosso di lana, trasse il pugnale dalla guaina di pelo senza che il minotauro se ne accorgesse e le immagini dell’uno danzarono attorno alle immagini dell’altro che tendevano un filo rosso di lane e traevano un pugnale dalla guaina di pelo, e quando il minotauro si gettò fra le braccia aperte dell’altro, confidando di aver trovato un amico, un essere come lui, e quando le sue immagini si gettarono fra le braccia delle immagini dell’altro, l’altro colpì e colpirono le sue immagini, l’altro gli piantò con perizia il pugnale fra le spalle e il minotauro morì prima di accasciarsi a terra. Teseo si tolse la maschera da toro dal volto e tutte le sue immagini si tolsero la maschera da toro dal volto, riavvolse il filo rosso di lana e scomparve nel labirinto e tutte le sue immagini riavvolsero il filo rosso di lana e scomparvero nel labirinto che rispecchiava ormai, senza fine solo lo scuro cadavere del minotauro. Poi, prima del sole vennero gli uccelli.

Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro, Traduzione Umberto Gandini, Marcos y Marcos

Nicola Cucchi, Je suis Fantozzi: perché oggi siamo tutti Fantozzi senza rendercene conto (Minima et Moralia)

“Fantozzi innanzitutto, pur essendo vicino alla base della piramide sociale, non è un operaio, è un impiegato e come tale interpreta perfettamente il desiderio piccolo-borghese del ceto medio impiegatizio di voler assomigliare a chi occupava i gradini superiori nella scala sociale. Questo desiderio nel suo caso viene ripetutamente negato dai superiori e dai colleghi, che dimostrano una capacità di adattamento molto migliore della sua. Nonostante questa ripetuta mancanza di soddisfazione, non è indotto quasi mai a ribellarsi a un sistema che lo opprime, ma soffre in silenzio, tenta e ritenta di uscire da una condizione di reietto in cui fatalmente ricade.” Leggi l’intero articolo:

Le figurine di Radiospazio. Amore e/o disamore

Il fuoco m’incantò, mentre constatavo che, come me, Marthe aspettava di sentirsi scottare un fianco, prima di girarsi sull’altro. Il suo volto calmo e serio non mi era mai parso così bello come in quel bagliore selvaggio che, invece di dissolversi nella stanza, conservava integra la sua forza. Se ci si allontanava di lì, il buio era così fitto che si urtava contro i mobili.
Marthe non conosceva la malizia. Si manteneva severa nel godimento.
Accanto a lei la mente mi s’intorpidiva a poco a poco. La trovai diversa. Proprio adesso che ero sicuro di non amarla più, cominciavo ad amarla. Mi sentivo incapace di calcoli, di macchinazioni, di tutto ciò da cui, fino a quel momento e in quella precisa occasione, non credevo fosse immune l’amore. Di colpo mi sentivo migliore. Quel brusco cambiamento avrebbe aperto gli occhi a chiunque altro: io non mi accorsi d’essermi innamorato di Marthe. Tutto, invece, mi sembrò una prova che il mio amore era morto, sostituito subito da un bel sodalizio. E quella lunga prospettiva d’amicizia mi obbligò ad ammettere d’improvviso quanto un sentimento diverso da parte mia sarebbe apparso colpevole, lesivo verso l’uomo che l’amava, a cui lei doveva appartenere, e che non poteva vederla.

Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo,
Feltrinelli, Traduzione Maria Larocchi

Il video della domenica. Gli apache difendono la loro terra sacra dalle miniere di rame, sottotitolato (Internazionale)

https://www.internazionale.it/video/2021/06/30/apache-terra-sacra-miniera-rame

“È stata dura, ho continuato a chiedere ai miei antenati di darmi la forza”, dice una ragazza nativa americana dopo aver partecipato a una corsa di sensibilizzazione. “Questa è la mia terra e nessuno può portarmela via”.
Oak Flat, terra sacra del popolo apache in Arizona centrale, si trova sopra uno dei più grandi giacimenti di rame al mondo. Da quando l’area rischia di essere venduta a una compagnia legata alla multinazionale estrattiva Rio Tinto, il nativo Wendsler Nosie, insieme alla figlia e alla nipote, ha creato un movimento di protesta per fermare il trasferimento della terra, con lo scopo di tutelare l’ambiente e affermare il diritto del popolo apache alla difesa del suo patrimonio culturale e religioso.

Racconto. Anton Čechov, Uno scherzetto

Un limpido pomeriggio invernale… Il gelo è compatto, scricchiola, e a Nadia, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore. Stiamo su un alto poggio. Dai nostri piedi fino al suolo si stende un piano in pendio, nel quale il sole si guarda come in uno specchio. Accanto a noi, piccole slitte rivestite di panno rosso vivo.
– Che ne dite, Nadia Petrovna? Scivoliamo giù?
– No, vi supplico, non ne ho il coraggio.
– Una volta soltanto. Vi assicuro che ce la caveremo.
– Ho paura, troppa paura. Sento che potrei anche impazzire.
– Vi supplico, non bisogna aver paura. Dovete assolutamente cercare di vincervi.
– E va bene, ma una volta sola.
La faccio sedere, pallida, tremante, nella slitta, la cingo col braccio e insieme con lei mi precipito
nell’abisso.
La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata di percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci
morde, ci pizzica dolorosamente, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona di abbia avvinghiati con le zampe e urlando si trascini all’inferno. Ecco, ecco, ancora un attimo e pare che saremo perduti!  
Mi avvicino all’orecchio della mia deliziosa compagne e le dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia! —
La slitta ricomincia a correre sempre più piano, il respiro cessa di venir meno, e noi finalmente siamo in fondo. Nadia è più morta che viva.
– Giuro che non ci verro mai più, per nulla al mondo.
– Non bisogna mai giurare. Soprattutto per una sciocchezza come questa.
– Una sciocchezza? Per poco non son morta!
Dopo un po’ di tempo ella torna in sé e mi guarda interrogativamente negli occhi: sono stato io a dirle quelle quattro parole, o le è solo sembrato ci udirle nel frastuono del turbine? E io sto accanto a lei, fumo e osservo con attenzione il mio guanto. Ella mi prende sottobraccio, e noi passeggiamo a lungo attorno al poggio. L’enigma, evidentemente, non le dà pace. Sono state dette quelle parole o no? Sì o no? Sì o no? Oh, che giuoco su quel caro volto, che giuoco!
– Sapete?
– Che cosa?
– Potremmo andare ancora una volta… giù in slitta.
Saliamo per una scala sul poggio. Di nuovo io faccio salire la pallida, tremante Nadia nella slitta, di nuovo voliamo nella paurosa voragine, di nuovo urla il vento, e di nuovo, al momento della più forte e fragorosa volata della slitta, dico sottovoce:
– Io vi amo, Nadia!
Quando la slitta si arresta, Nadia fissa a lungo il mio viso, tende l’orecchio alla mia voce
indifferente, e sul volto le sta scritto: «Ma di che si tratta? Chi ha pronunciato quelle parole, Lui, o m’è solo parso di udirle?»
Questa incertezza l’inquieta, le fa scappare la pazienza. La povera fanciulla non risponde alle domande, si acciglia, è pronta a piangere.
– Non dovremmo andare a casa?
– Ma a me… a me piace questo scivolare…
Per quel pomeriggio non scendiamo più con lo slittino, e l’enigma resta enigma. La mattina del giorno dopo ricevo un bigliettino: “Se oggi andrete allo sdrucciolo, passate da me. Nadia”.
E da quel giorno comincio ad andare con Nadia quotidianamente allo sdrucciolo e , volando giù in slitta, pronuncio ogni volta sempre quelle stesse parole:
– Io vi amo, Nadia! —
Ben presto Nadia si abitua a questa frase. Viver senza essa non può. Sospetti di pronunciarle siamo sempre noi due, io e il vento… Chi dei due le dichiari il suo amore ella non sa, ma ormai, a quanto pare, le è indifferente: da qualunque vaso si beva è tutt’uno, purché si sia ebbri.

Una volta, a mezzogiorno, mi avviai allo sdrucciolo solo; mescolatomi alla folla, ecco che al poggio si avvicina Nadia e mi cerca con gli occhi… Poi sale timidamente su per la scaletta. Ha paura ad andar sola, oh, come ha paura! È pallida come la neve, trema, ma va, senza guardarsi indietro, risoluta. Evidentemente ha stabilito di provare: si potranno udire quelle stupefacenti, dolci parole quando io non ci sono? Quando si alza dalla slitta, debole, esausta, si capisce che quella corsa non le ha chiarito il dubbio. La paura, mentre scivolava giù, le ha tolto la capacità di udire, di distinguere i suoni, di capire…
Ma ecco che giunge la primavera, e io mi accingo a partire per Pietroburgo; per molto tempo,
probabilmente per sempre.
Una volta, un paio di giorni prima della partenza, sono seduto nel mio giardinetto, che confina con quello di Nadia. La vedo che esce sul terrazzino e fissa un triste sguardo nel cielo. Il vento primaverile le ricorda quel vento che ci soffiava allora sul collo. E la povera fanciulla tende tutt’e due le mani, come pregando questo vento di recare ancora una volta quelle parole. E io, dopo aver atteso che soffi il vento, dico a mezza voce: “Io vi amo, Nadia!” 
Dio mio, che cosa avviene in lei! Manda un grido, sorride con tutto il volto e tende incontro al vento le mani, gioiosa, felice, così bella!
E io vado a far le valigie…
Questo è accaduto tanto tempo fa. Adesso Nadia è già maritata; l’hanno sposata, o s’è sposata, fa lo stesso, con un notabile, e ora ha già tre bambini.  Come noi andavamo un tempo insieme allo sdrucciolo e come il vento portava fino a lei le parole “Io vi amo, Nadia”, ella non l’ha dimenticato; per lei adesso è questo il più felice, il più commovente e bel ricordo della vita…
E a me, ora che mi son fatto più vecchio, riesce ormai incomprensibile perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi…

Anton Čechov, Racconti, BUR, Traduzione Eridano Bazzarelli

Le figurine di Radiospazio. Nasi

Il barbiere Ivan Jakivkevic si destò piuttosto per tempo e un odore di pane caldo gli sollecitò le narici. Sollevandosi un pochino sul letto egli vide che la sua consorte, signora e alla quale piaceva molto il caffè, stava tirando fuori dal forno del pane appena cotto.
«Oggi io non berrò il caffè, desidero invece mangiare del pane caldo con cipolla».
«Che quello sciocco mangi pure del pane», pensò tra sé la sua consorte, «tanto meglio: ci sarà una tazza di caffè in più per me».
Ivan Jakovlevich si accinse a tagliare il pane in due metà, ma gettandoci un’occhiata vi scorse qualcosa che biancheggiava. Ivan Jakovlevich stuzzicò con il coltello quell’affare bianco, quindi lo palpò con un dito.
«È consistente… che cosa potrà mai essere?»
Ficcò due dita nel pane e ne tirò fuori… un naso!

Nicolaj GogolIl naso, De Agostini, Traduzione G. Pacini

Il video della domenica. Francesca Fini, L’Ippopoetessa

https://www.raicultura.it/arte/articoli/2019/10/L-ippopoetessa-di-Francesca-Fini-d1a21889-02d6-4e16-a499-18b47cba03fc.html

È la storia, in animazione sperimentale in 3D, di Amy Lowell, poetessa americana dell’Ottocento ed esponente prima e guida poi del movimento imagista fondato da Ezra Pound. Artista donna in un mondo di uomini, la Lowell arrivò a vincere un premio Pulitzer, anche se solo oggi si sta cominciando a riscoprirla dopo un lungo periodo di oblio. Non scese mai a compromessi ma pagò per questo un prezzo assai alto, visto che il titolo del film riprende proprio il soprannome della donna: non bella, in sovrappeso, così la chiamavano nella cerchia di scrittori che frequentava, tutti abbastanza indifferenti o maschilisti.

“Nella vita sono abituato a vedere arrivare l’inaspettato”. Messaggio di Edgar Morin, filosofo e sociologo alla vigilia del suo centesimo compleanno (France culture)

Sono rimasto sorpreso dalla pandemia ma nella mia vita sono abituato a vedere arrivare l’inaspettato. L ‘ arrivo di Hitler è stato inaspettato per tutti. Il patto tedesco-sovietico è stato inaspettato e incredibile. L ‘ inizio della guerra in Algeria è stato inaspettato. Ho vissuto solo per l’inaspettato e l’abitudine delle crisi. In questo senso sto vivendo una nuova crisi enorme ma che ha tutte le caratteristiche della crisi. Ovvero, da un lato suscita fantasia creativa e suscita paure e regressioni mentali. Cerchiamo tutti la salvezza provvidenziale, ma non sappiamo come.
Bisogna imparare che nella storia l’inaspettato accade e si ripeterà. Pensavamo di vivere certezze, statistiche, previsioni e all’idea che tutto fosse stabile, mentre tutto stava già iniziando ad entrare in crisi. Non ce ne siamo accorti. Dobbiamo imparare a convivere con l’incertezza, cioè avere il coraggio di affrontare, di essere pronti a resistere alle forze negative.
La crisi ci rende più pazzi e più saggi. Una cosa e un’altra La maggior parte delle persone perde la testa e altre diventano più lucide. La crisi favorisce le forze più contrarie. Vorrei che fossero le forze creative, le forze lucide e quelle che cercano un nuovo cammino, quelle che si impongono, anche se sono ancora molto disperse e deboli. Giustamente possiamo indignarci ma non dobbiamo chiuderci nell’indignazione.
C ‘ è qualcosa che dimentichiamo: vent’anni fa è iniziato un processo di degrado nel mondo. La crisi della democrazia non è solo in America Latina, ma anche nei paesi europei. La padronanza del profitto illimitato che controlla tutto è in tutti i paesi. Anche la crisi ecologica. La mente deve affrontare le crisi per controllarle e superarle. Altrimenti siamo le sue vittime.
Oggi vediamo che si sistemano gli elementi di un totalitarismo. Questo non ha più nulla a che fare con quello del secolo scorso. Ma abbiamo tutti i mezzi per sorvegliare droni, cellulari, riconoscimento facciale. Ci sono tutti i modi per spuntare un totalitarismo di sorveglianza. Il problema è impedire che questi elementi si riuniscano per creare una società totalitaria e invivibile per noi. Alla vigilia del mio 100° compleanno, cosa posso desiderare? Auguro forza, coraggio e lucidità. Abbiamo bisogno di vivere in piccole oasi di vita e fratellanza.

Stroncature. Capolavori della letteratura stroncati dalla critica (Rai cultura)

(“Monsieur Flaubert non è uno scrittore”. Le Figaro, 18857
https://www.raicultura.it/letteratura/foto/2020/11/Stroncature-aaaaf24b-1bca-445e-93cd-58d3f709a99c.html

“Le critiche fanno male, nessuno è immune. E se avete mai provato a far leggere qualcosa di vostro a qualcuno che non sia un vostro parente o un amico conoscete quella sgradevole sensazione di non incontrare il favore sperato. Ma forse non è il caso di scoraggiarsi: date un’occhiata a questa fotogallery e scoprirete come sono stati accolti questi pesi massimi della letteratura, da Gustave Flaubert a Francis Scott Fitzgerald, da Emily Bronte a Vladimir Nabokov fino ad autori più recenti come Bret Easton Ellis, tutti accomunati da critiche letterarie feroci.”

Le figurine di Radiospazio. Il momento presente

In un mondo che contiene il momento presente, non si dovrebbe nominare nulla, per non trasformarlo così facendo. Che esistano, piuttosto, questa riva, questa bellezza, e anch’io, per un istante, stracolmo di piacere. Il sole brucia. Vedo il fiume. Vedo gli alberi screziati, e bruciati dal sole autunnale. Le barche scivolano via prima nel rosso, poi nel verde. Una campana rintocca lontano, ma non a morto. Ci sono campane che suonano per la vita. Una foglia cade, per la gioia. Quanto amo la vita! Guardate come il salice scaglia nell’aria i suoi rami sottili! Guardate come la barca passa tra i rami, piena di giovani indolenti, incoscienti, vigorosi. Suonano un grammofono, mangiano la frutta che tirano fuori da sacchetti di carta. Buttano nel fiume le bucce di banana, e quelle affondano, sembrano anguille. Tutto ciò che fanno è bello. 

Virginia Woolf, Le onde, Einaudi, Traduzione Nadia Fusini

Il video della domenica. Patrizia Cavalli, Il mio incontro con Elsa Morante (Rai cultura)

https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2018/12/Patrizia-Cavalli-il-mio-incontro-con-Elsa-Morante-c516be76-6d3e-4cff-bfac-8e66197a8560.html

Dopo un anno che la frequentavo un giorno ricordo che Elsa Morante mi ferma per strada, mi sbatte letteralmente contro un muro e mi domanda Ma insomma: tu che fai?
Dopo quella domanda, Cavalli che le aveva risposto che scriveva poesie, si mette all’opera. Mesi dopo le consegna le sue poesie e Morante le risponde, “sono felice Patrizia, sei una poeta”.”