Il video della domenica. Renoir al lavoro

Dimenticate il commento musicale, che è deviante, anzi disattivate decisamente l’audio ed entrate senza finta compunzione in casa di Pierre-Auguste Renoir per osservarlo mentre dipinge. La sua vita è al termine, Renoir morirà nello stesso anno in cui è stato realizzato questo filmato (1919); l’artrite reumatoide lo devasta da tempo, ma l’artista sembra sereno (a me pare che a un certo punto faccia anche l’occhiolino). E’ contagiosa la soddisfazione con cui si fuma la sigaretta e quella vaga allegria da satiro arzillo che pervade il reperto, forse accentuata dalla forma della barba. 

 

 

 

Frutti d’estate. Il bongo

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Il bongo irrompe nell’estate come un frutto che sboccia già adulto, senza infanzia – nessuno ha mai visto, in primavera, i primi bonghini teneri spuntare agli angoli delle strade – e come tutti gli adulti il bongo è protervo, non ha sordina, non conosce mezze misure, strepita come certi clienti che entrando nel bar pretendono di far sapere al mondo che vogliono un caffè ristretto. Di origine africana, il bongo viene suonato quasi sempre da italiani che vagheggiano di migrare verso un’etnia impossibile. Come tutte le aspirazioni velleitarie, anche questa genera una frustrazione che deraglia nell’ossessione. Solitamente, il suonatore di bongo è circondato da un piccolo gruppo di astanti che dissimulano la loro compassione con l’ammirazione. Il raptus del suonatore di bongo può durare anche alcune ore.

L’illustrazione del giovedì. Malcolm T Liepke. Il piacere dei ragazzi

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Ritrattista che si trova a suo agio sulle copertine dei settimanali americani, Liepke conquista il pubblico con una tenacia che il tempo ha trasformato in ossessione. I suoi ragazzi e le sue ragazze sono l’eterna coniugazione di un solo volto, o se più vi piace le infinite variazioni su un tema ripetuto con la perseveranza dell’alchimista. Ma viene da pensare che Liepke non si aspetti (e nemmeno desideri) nessuna trasmutazione dal suo continuo operare: per il pittore, questo processo è circolare, come una inarrestabile giostra delle identità sessuali che parlano di un piacere implicito e unico.

 

Gli zombie sempreverdi (da “Left”)

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https://left.it/2017/08/05/i-nuovi-zombie-sono-i-razzisti/

Per ora è solo l’annuncio di un film, Go home (regia di Luna Gualano, sceneggiatura Emiliano Rubbi), la cui lavorazione dovrebbe essere iniziata in questi giorni a Roma. L’argomento: “Gli zombie assediano Roma. L’unico posto sicuro in tutta la città è un centro d’accoglienza per migranti, al cui interno gli ospiti lotteranno strenuamente per rimanere in vita. Ma fra gli ospiti c’è un intruso: Enrico, un militante di estrema destra che stava picchettando l’ingresso del centro per impedirne l’apertura e che mentirà sulla propria identità pur di salvarsi la vita.”
Oltre alla curiosità connessa a un argomento nevralgico come l’immigrazione e il conseguente rigurgito razzistico, la notizia suscita una domanda che può sembrare oziosa ma che non mi sembra retorica: quando un argomento scottante e violentemente battuto dalla cronaca, dalla speculazione politica, dal peggior senso comune si formalizza in un film, e per di più un film di genere, è l’inizio di una normalizzazione?, di una sdrammatizzazione? Non penso tanto alle stragi dei generi più svariati, con le quali conviviamo quotidianamente grazie all’assuefazione mediatica, ma a una convivenza critica che trova nella finzione cinematografica, e nell’ermeneutica connessa alla visione, un momento di decantazione, che può essere solo salutare.

 

6 agosto 1945, Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

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La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco

La Striscia. LEV TOLSTOJ

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– In ciò è la principale turpitudine! La dissolutezza non consiste negli atti fisici, qualunque eccesso fisico non corrompe: ma la corruzione, la vera corruzione consiste proprio nel liberarsi dalle relazioni morali verso la donna con la quale si hanno rapporti fisici. Ma questa liberazione io la consideravo come un merito. Mi ricordo di essermi una volta molto tormentato per non esser riuscito a pagare una donna che forse si era data a me per amore. Mi tranquillizzai soltanto quando le ebbi mandato del denaro, mostrando così che non mi consideravo affatto legato moralmente a lei… Non scuotete il capo come se foste d’accordo con me! Conosco questo trucco. Voi tutti, anche voi, nel migliore dei casi, se non siete una rara eccezione, voi avete le stesse idee che io avevo allora. Via, lasciamo andare, perdonatemi, ma ciò è orribile, orribile, orribile!
– Che cosa è orribile?
– L’abisso d’incoscienza in cui tutti viviamo riguardo alle donne e alle nostre relazioni con loro.

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, RLI