Davide D’Alessandro, Intervista con Emanuele Severino (Il Foglio)

“Ogni giorno il mio lavoro è guardare il tempo. La morte è l’apparire della Gioia”.

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Le figurine di Radiospazio. La soglia del crepacuore

Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”

Giulia Rusconi, Atto unico (Le parole e le cose)

Una poesia che usa i materiali e il linguaggio del teatro; forse si potrebbe ricrearla, raccontarla, agirla in palcoscenico.

Un oggetto di scena
Sopra il tavolo c’è una cartella
clinica dentro una plastica rosa.
È snella: la patologia non è grave
ma lo spessore lo danno
i pensierini che mai lei dimentica
di portare. Fogliettini colorati
con piccole poesie, brevi fumetti
ritagliati, bigliettini baciati
di nascosto prima di entrare in scena.

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Italo Testa, Contro la poesia (Le parole e le cose)

“Che cosa sta accadendo? La poesia, fino a ieri cenerentola dell’industria culturale contemporanea, è forse pronta a essere incoronata dal principe dell’estetizzazione? Una semplice estensione alla poesia odierna delle tesi di Franco Fortini, già riprese da Walter Siti e Valerio Magrelli, sul surrealismo di massa gestito da televisione e nuovi media – una sorta di avanguardia per tutti che utilizzerebbe parassitariamente le tecniche della finzione letteraria neutralizzandone il potenziale dirompente “

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Davide Ferri, Huma Bhabha Gagosian / Roma (Flash Art)

“The Company” è la prima mostra a Roma di Huma Bhabha, e arriva dopo un percorso della notissima artista di origini pakistane già piuttosto lungo. Il suo linguaggio è andato formulandosi nel solco delle pratiche legate al Post-Human e all’anti-monumentalità – dunque due momenti nodali della storia dell’arte recente, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, che possono offrire il fianco a rapide e approssimative definizioni – senza risultarne troppo invischiato. La mostra individua e sottolinea alcune specificità che da sempre appartengono alla sua poetica: un’idea di scultura veloce (uno dei suoi materiali d’elezione è da sempre il polistirolo, che permette una certa agilità compositiva), tendente alla performatività e a un flusso di coscienza che fa agglutinare attorno alle sue figure uno spettro di rimandi molto ampio – dall’arte primitiva e arcaica afferente a tradizioni diverse, fino al fumetto e al cinema horror”.

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Le figurine di Radiospazio. La figlia attrice

A sedici anni decise che voleva fare l’attrice. Ne parlò con suo padre mentre questi giocava a scacchi, sperando che la concentrazione nel gioco avrebbe neutralizzato la sua reazione. Ma lui lasciò cascare il re e impallidì. Poi disse, molto freddamente e con calma: «Ma ti ho visto nella recita a scuola, e non mi pare che tu sia una brava attrice. Recitavi solo una versione esagerata di te stessa. E poi sei ancora una bambina, non una donna. Sembravi mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti in casa a rallegrarti». Non parlava come una bambina arrabbiata con il padre perché lui non credeva nel suo talento, ma come una moglie o un’amante tradita. Si agitava e si arrabbiava sempre di più fino a che non si accorse che suo padre era impallidito, e si portava le mani al cuore. Spaventata, s’interruppe, corse a prendere la medicina che l’aveva visto usare, gli diede le gocce, e poi gli s’inginocchiò accanto e disse dolcemente: «Papà, papà, non inquietarti. Era solo una finzione. Una messa in scena per provarti che potrei essere una buona attrice. Vedi, mi hai creduto, era solo per finta».

Epitaffio per Nerina B.

Nerina B.

Visse per anni trentacinque in mansarda.
Di tanto in tanto qualche uomo affrontava l’impresa
e saliva quegli ottantaquattro gradini smoccolando.
Non senza pena ridusse il suo già modesto tenore di vita.
Affittò finalmente un bilocale con ascensore.
Lo arredò con amore e molto buon gusto
(così almeno le parve).
“Ecco!”, si disse, e se lo rimirò.
Da quel giorno il telefono tacque, e così il campanello.