Narrativa. Paul Léautaud, In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo

steinberg, gatti sgabelli

disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le voci politicamente scorrette. Sui bambini, queste voci sono pochissime, e per trovarle bisogna leggere gli autori isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla più appartata scrittura diaristicata.
Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato. Da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”…
Ma più delle donne lo interessavano i gatti e, in misura leggermente minore, i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa mia e sono stati sepolti in giardino”. A vedersi, era un eccentrico che coltivava la sua diversità indossando un cappellino grigio e mulinando un bastoncino da Charlot col gusto di chi si maschera per sottrarsi allo sguardo degli altri (“Nessuno mi avrà conosciuto. Sono stato, sotto il mio riso, il disincanto, la disperazione assoluta”). Oggi saliamo con lui su un treno popolare per seguirlo, oltre che nel suo viaggio, nei suoi  umori.

Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano quattro mesi di felicità”. Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, è la mia aspirazione! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.

 Paul Léautaud, Passatempi, Einaudi, Traduzione Alessandro Torrigiani.

Le figurine di Radiospazio. L’amante sciocca

Pian piano, il poeta l’aveva condotta di là, nella sua stanza. Sovra una scansietta di legno scolpito, sostenuta da una gran mano di bronzo, erano, in legature fini di pergamena, tutti i volumi di prose e di poesie di Paolo Spada. L’innamorata ne prese uno e l’aprì:
«Che bella carta…» disse, passandovi sovra, lievemente, le dita. «Voi avete scritto tutto questo?».
«Sì, cara».
«È un romanzo?».
«Sì, anima mia».
«Deve essere bello. Io ho letto pochissimi romanzi» ella concluse, posando il libro. Guardò nuovamente i volumi nello scaffale: «Ci mettete molto tempo per scriverne uno, di libro?».
«Per lo più, molto tempo».
«Ah!» ella disse, chinando nuovamente gli occhi. «E siete solo quando scrivete?».
«Solissimo. Qualunque rumore mi turba. La presenza di una persona, anche silenziosa, non mi fa scrivere».
«Sì?» ella disse, con un accento fra sorpreso e sgomento. «E perché questo?». «Così» egli rispose, un po’ brevemente, non volendo darle altre spiegazioni. Ella ebbe il contraccolpo di quella piccola durezza. Si sollevò verso lui, lo guardò, gli chiese:
«Mi volete bene?».
«Sì, tanto, cara».
«Vi ho seccato con quella domanda sciocca?».
«No, no, non potete seccarmi».
«Io stessa sono una sciocca, compatitemi».
«Io vi voglio bene, non posso compatirvi».
«Mi volete bene, malgrado la mia stupidità?» domandò, fra il riso e il pianto. «Malgrado la vostra stupidità, vi adoro» disse lui, lietamente e crudelmente. «Ah! Grazie».

Matilde Serao, L’amante sciocca

Narrativa. Andreea Simionel, Mi chiamo Tesoro (Racconto, Nazione indiana)

Maria bussa alla porta del bagno. Chi è?, chiede. Prova ad aprire, è chiusa a chiave. La signora delle pulizie è seduta sul cesso. Chi sono?, pensa. Maria non sa il suo nome. Per pulire, il nome non è necessario. Maria la chiama tesoro. Vuoi un caffè, tesoro? L’aspirapolvere è nell’armadio, tesoro. La signora delle pulizie, la testa fra le mani e i gomiti sulle cosce, apre la bocca per parlare: sono il tesoro e sono sul cesso e ho la diarrea, deve dire. Ma è troppo complicato e non risponde.

Leggi l’intero racconto: https://www.nazioneindiana.com/2020/06/25/candy-crush/

Marco Belpoliti, Umberto Eco. Come ho scritto i miei libri (Doppiozero)

“Di solito i miei romanzi partono così: ho l’idea di un tempo e di uno spazio. Il tempo può essere il Seicento, quello dell’Isola del giorno prima, per lo spazio ho lavorato su carte geografiche, e ho disegnato pezzo per pezzo la nave, interno compreso. Magari ci metto un anno o due. Si parte da un’idea seminale che viene così: un monaco avvelenato, un ragazzo che suona la tromba in un cimitero, un orologio trovato in un negozio con il tempo universale. Poi la costruzione dello spazio, dopo aver posto queste premesse, e magari inventato uno o due personaggi e dato loro un nome, ti siedi come il dio di Joyce a curarti le unghie e non ne occupi più: il romanzo va avanti da solo.”

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/interviste/umberto-eco-come-ho-scritto-i-miei-libri

Le figurine di Radiospazio. Pappagalli

La Fagnoni è autoritaria non poco e in cucina si scontra col pappagallo Spartaco che generalmente va d’accordo con tutti e adesso chissà cosa gli passa per la testa, mah. Non l’ho mai visto comportato così. Sta in cima al credenzino e strilla “bagascia schifa”, “cirrrrrrrrrrosi” tenendo le ali allargate in posizione di combattimento. Ci dico Spartaco calmati, non riconosci la signorina che ti dà le noccioline americane? Chiedile come sta, salutala. Invece l’eroico pappagallo le grida “puttana!”. Giuro che questa parola in diciotto anni che sta con me non l’aveva mai detta. A ben rifletterci è incredibile l’intelligenza di questi animali.

Sebastiano Vassalli, Mareblù, Mondadori

Il video della domenica. Dahei Shibata, Tutte le sfumature del mondo

https://www.artribune.com/television/2021/01/video-sfumature-colori-daihei-shibata/

È un tributo al vasto spettro di possibilità che si aprono tra due poli. Protagonisti del video sono una serie di oggetti: matite, lampadine, strumenti domestici e forme geometriche scomposti in fitte sequenze di elementi minori: gradazioni intermedie fra estremi. Il messaggio di fondo appare lampante: la vera ricchezza sta nelle sfumature, e nella nostra abilità a catturare tutte le possibili verità nascoste dietro un semplice “sì” o un semplice “no”.

Narrativa. Paolo Brunati, Del nascere (da Colloqui con il pesce sapiente)

DEL NASCERE

Io nacqui nell’ottobre del 1989 dall’amore di mia moglie, una donna bellissima, con il suo amante.
Nascere ha cambiato la mia vita finalmente illuminandola. È stata, per me, una liberazione, perché fino ad allora qualcosa di plumbeo aveva gravato sulla mia testa dandomi un’andatura curva.
Non che ne fossi consapevole, però sovente avvertivo quel peso, misto a un certo qual senso d’angoscia.
Ma si è anche squarciato un velo. Perché, fino ad allora, mi avevano fatto credere che fossi “nato” da una vecchia signora che se la faceva con mio padre e che fin dai primissimi minuti di vita mi aveva accolto proprio dentro di sé, nel ventre, benché questo possa parere incredibile. Io non me lo ricordo assolutamente perché allora non avevo ancora la memoria.
Nascere significa semplicemente – quando avviene che non ne sei consapevole – “essere accolto da” mentre te ne stavi abbandonato all’aperto o al riparo di una foglia o portato nel becco da un uccello, come un verme; e si riferisce esclusivamente a bambini, che le madri – signore benemerite e un po’ maniache, simili alle gattare – tirano su, nutrono e cui tengono pulito il sedere.
Quella che mi nacque si occupava di me in tutto e per tutto, dal cibo, alla pulizia, alle ore di esercizio e di aria. Era una buona signora, ma la dovevo obbedire ciecamente, specie nei primissimi mesi, e fare tutto quello che lei voleva, persino mangiare se non avevo fame e far pipì e la cacca in posti precisi e non dove mi veniva spontaneo. Quest’ultima imposizione, soprattutto per la cacca, la trovavo degradante e difatti ero stitico più che potevo.

Paolo Brunati, Colloqui con il pesce sapiente, Miraggi editori

Le figurine di Radiospazio. Gli occhi dell’amore

C’erano una volta un ricco signore ed una ricca signora. Accadde alla signora un incidente, per cui perse un occhio; per questo era molto afflitta. Venne da lei l’uomo e disse: “Signora, perché siete così afflitta? Non dovete amareggiarvi per aver perduto l’occhio”. Allora lei disse: “Signore, non mi affligge la perdita dell’occhio, ma molto di più mi angustio perché penso che mi amerete di meno”. Allora lui disse: “Signora, io vi amo”. Non molto tempo dopo egli stesso si cavò un occhio, venne dalla donna e disse: “Signora, perché crediate che vi amo, mi sono fatto simile a voi; anche io ora ho soltanto un occhio”.

Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, Adelphi

Il video di fine anno. Mario Monicelli, Risate di gioia

https://m.youtube.com/watch?v=YKTCQOx9ysA

I nostri lettori lo sanno, non postiamo mai un film intero, ma proponiamo frammenti: questo infatti è il gioco: estrapolare una sequenza e lanciarla nel vuoto lasciando (e augurandoci) che produca delle risonanze nello spettatore. Oggi facciamo un’eccezione, perché ciò che conta in questo film è la sua scrittura, modellata sulla marginalità dei personaggi, impegnati a galleggiare (ma senza scampo) sulle acque morte di un San Silvestro disperato. Il film è del 1960. Per alcuni il miracolo alle porte è già iniziato, ma fin dalle prime sequenze comprendiamo che per i drop out di questa storia di miracoli non ce ne saranno. Non siamo nell’inferno iper realistico che Scola allestirà sedici anni più tardi per Brutti, sporchi e cattivi, ma nella commedia all’italiana del miglior Monicelli, con forti venature di un Neorealismo che il regista recupera  sentimentalmente, potremmo dire. Cercate di trovare un’ora e mezza per questo piccolo capolavoro, sottile e malizioso come il suo titolo a inganno.


Per pigrizia, riporto l’argomento da Mymovies.
Gioia, soprannominata Tortorella, sta cercando in tutti modi di trascorrere una notte di Capodanno festeggiando adeguatamente. Si troverà invece a fianco di Umberto Vernazzi detto Infortunio. Costui è costretto a fare spalla a Lello, un borsaiolo che ha deciso di approfittare della confusione dei festeggiamenti collettivi per mettere a segno qualche buon colpo. Gioia, senza esserne cosciente, sarà di intralcio ai suoi piani.

Ma l’argomento conta ben poco di fronte alla regia, alla sceneggiatura di Monicelli e all’interpretazione della coppia Anna Magnani/Totò, che qui sono al culmine del loro magistero.

Le figurine di Radiospazio. Un antenato di Fantozzi

Fin dal primo anno del suo noviziato, il signor Flavio si era invaghito del suo impiego: prima della sua venuta lo studio del signor Soretti era in un malarnese indicibile; bastarono sei mesi al signor Flavio per dare un assetto più ordinato ad ogni cosa, introducendo un po’ per volta tutti quei ninnoli di cancelleria, tutte quelle migliorie che erano reclamate dal progresso.
Comperò due calamai di porcellana, due taglia carte, due sottomani, un asciugapentole di setole, e tutte insomma quelle chiappolerie, quelle bagatelle di prima necessità.
Scrisse vari cartellini che appiccicò su tutti gli usci per le varie indicazioni; sull’armadio che conteneva le carte vecchie d’ufficio scrisse: passaggio di famiglia, fuori nell’entrata di fronte alla scala: agenzia incendi, e più in giù sui vetri, un cartellino mobile che da una parte diceva: aperto, e dall’altra: chiuso.
Riordinò tutte le cassette incollando sopra ognuna la dicitura, in rotonda, dell’oggetto contenuto; una fu battezzata così: Ubbiati o suggellini – Cera spagnola e timbri – un’altra Fascie ed enveloppi – quella contenente le lettere da riscontrare la chiamò: Protocollo; e la sua vicina che custodiva le lettere riscontrate: Protocollo estinto.
Concentrando tutta la sua febbrile attività nella cura del suo impiego, egli era riuscito a cose prodigiose; sapeva a memoria il nome, le generalità, ed il numero di inscrizione di tutti gli assicurati. Ricordava i minimi incidenti, i più fuggevoli particolari di tutti i casi avvenuti in ufficio durante la sua gestione, e quando un assicurato si presentava nello studio, egli lo riveriva subito per nome e per numero, e senza bisogno di verificare, sapeva dire quante volte era stato sinistrato, e di quale somma fosse stato risarcito.
Aveva stampate nella mente tutte le lettere, le circolari e le osservazioni che la direzione spediva all’Agenzia, e volendolo avrebbe potuto recitare tutte le risposte e le contro osservazioni che aveva mandato alla presidenza.
Tutta la corrispondenza dell’ufficio era casellata, protocollata, cartulata  nel suo cervello con una lucidità maravigliosa.
La vita, il mondo, l’universo, erano per il signor Flavio concentrati nell’azienda della sua società assicuratrice. Per lui l’uomo più grande più onnipotente della terra, era il Presidente dell’Amministrazione, venerabile personaggio che egli nel suo lirismo burocratico s’immaginava sfolgorante di luce di maestà e di grandezza . — Là, in quegli uffizi tappezzati di carte e di registri, in quelle sale del consiglio, in mezzo a quei dignitari, consiglieri d’amministrazione, egli, il signor Flavio, credeva in buona fede che si regolassero i destini del mondo, e che il venerabile presidente con l’onnipotente bacchetta, dall’alto del suo trono, come un direttore d’orchestra, prescrivesse la misura del tempo.

Achille Cagna, Il vice-segretario

Buon Natale con Mario Soldati. Natale e Satana. Audio/Radiospazio. durata: 12’40”

https://www.spreaker.com/user/radiospazioteatro/soldati-natale-e-satana

Narrativa. Julia Deck, Seduta terapeutica

Allora, attacca lo psicoanalista, falsamente bonario, come se stesse incominciando a raccontare una bella storia, ma è una trappola, una trappola collaudata per imbrigliare il cliente. Questa trappola, voi la conoscete bene, e non da oggi, ma non riuscite a resistere alla forza oscura del dottore. La cosa è ripresa stamattina, incominciate voi. Era già successa quando ero incinta, è successa di nuovo. Mi sono ritrovata a casa mia, per terra, poi a casa di mio marito, nel mio appartamento di prima. Bisogna fare qualcosa, non ne posso più, devo occuparmi di mia figlia. Il dottore dice sì. Sì che cosa? ripetete. Le dico che bisogna intervenire, non è questione di sì o di no. Non sono venuta qui per risalire al diluvio universale, sono stanca, adesso ho bisogno d’aiuto.
Ma lei sa bene, signora Hermant, sa bene che i sintomi non sono altro che sintomi. Che bisogna risalire alla fonte, vero signora Hermant?
Caro dottore, devo dirle che io me ne frego della fonte. Sono tre anni che mi prende in giro con questa storia, tre anni che siamo sempre allo stesso punto. Se non può far niente per me, bisogna dirlo, cercherò altrove. Sì? Lei non mi capisce, dottore. Non mi va più di scherzare, dico basta. Dobbiamo trovare un altro metodo oppure è inutile che io torni da lei. No, non è un ricatto, dite con un tono più alto di voce. È tutto il contrario del ricatto. Io vorrei continuare, vorrei che funzionasse, ma non posso andare avanti in eterno senza risultati. Non ne ho i mezzi. I mezzi? Sì, i mezzi, i mezzi, adesso vi accorgete che state abbaiando. Il tempo, il denaro, le risorse necessarie. C’è l’affitto, ci sono le fatture, la balia, e non c’è mio marito che mi aiuti, glielo devo ricordare, mio marito mi ha lasciato per non so quale ragazzetta imbecille, insomma, sono sola, come si dice, sola con mia figlia, siamo sole e bisogna uscirne.
Perché avete fatto questa scelta? Le vostre dita si contraggono, le vertebre scricchiolano contro lo schienale della poltrona. Chiudete gli occhi. Una piccola pioggerella di rabbia se ne esce dall’angolo dell’occhio. Vi rivedete, un mese e mezzo prima, accucciata nella sedia a dondolo nell’appartamento di via Louis-Braille di fronte a vostro marito che vi stava mollando, mentre cercavate di mantenere la calma e decidevate di andarvene subito perché era l’ultima scorciatoia per finirla subito. Prendete la vostra borsa. Cercando i fazzoletti di carta, vi capita in mano l’astuccio del coltello, piuttosto pesante. Trovate i fazzoletti, la borsa rimane aperta sulle vostre ginocchia. Io non ho scelto proprio niente, è mio marito che mi ha lasciata.
Ma noi facciamo sempre delle scelte inconsce.
Lei insinua che sia stata io a metterlo alla porta.
Io non insinuo niente, l’ha detto lei.
Le vostre braccia hanno un sussulto, le mani sono prese da un tremito.
Mi ascolti, signora Hermant, ecco cosa faremo. Lei mi prenderà queste pillole per qualche mese, le conosce, sono antidepressive, e anche i sedativi per i nervi, così le crisi si stabilizzeranno. Hanno funzionato l’ultima volta, vero signora Hermant? Adesso le faccio la ricetta. Sia gentile, riprenda il trattamento, torni mercoledì, e passiamo da due a tre sedute la settimana. Il lunedì alle 8, va bene? Presto ritrovate la calma. Il dottore ha trovato la parola giusta. Gentile. Voi non lo sarete mai più. Frugate nella borsa con le mani, trovate l’astuccio, le vostre dita toccano le lame, scegliete la più grande. Estraete il coltello dalla borsa, lo impugnate, avanzate di un passo. Il dottore continua a sorridere aspettando il seguito come se si trattasse di uno spettacolo. Certamente non vi crede capace di questo. In voi ha sempre visto solo una borghese, una pallida carrierista una semplice nevrotica che si controlla con le pillole bianche e blu. Adesso si renderà conto di chi siete. E in effetti, mentre vi avvicinate, il sorriso svanisce, i tratti si irrigidiscono, il viso molle diventa un’armatura. Quando si rende conto di ciò che sta succedendo, è troppo tardi. Siete a qualche centimetro da lui, lo sovrastate con la vostra figura e i vostri tacchi. Alzate la punta del coltello all’altezza dello stomaco, maldestramente, tastando un poco, molto incerta su cosa succederà. Lui apre la sua bocca rotonda, in fondo alla gola si forma un grido. Allora sapete che non bisogna esitare. Affondate la lama  fino in fondo, proprio sotto l’ultima costola. I visceri son morbidi come burro. Risalite con la lama fino al polmone ma l’ometto muore e scivola ai piedi di una poltrona che non gli servirà più.

Julia Deck, Viviane Élisabeth Fauville, Éditions de Minuit

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