Il video della domenica. ALAIN DE BOTTON, QUELLO CHE I BRAVI RAGAZZI NON DICONO. 3’45”

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http://www.internazionale.it/video/2016/12/06/bravi-ragazzi-non-dicono

Abbiamo già pubblicato qualche corto di Alain de Botton, scrittore, filosofo e divulgatore. I suoi video costeggiano il buon senso senza allontanarsi mai troppo dalla riva; di solito se ne sta una ventina di metri oltre il bagnasciuga, ma galleggia con grazia e riesce a battere un crowl scolastico gradito un po’ a tutti, anche agli amici di questo blog che hanno sempre mostrato di apprezzare.

La Striscia. ANNIE ERNAUX

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Il 7 novembre, tre settimane dopo essere ritornati a Yvetot, hanno comprato una concessione cimiteriale accanto a te. Lui vi è stato deposto per primo, nel 1967, lei diciannove anni dopo. Io non sarò sepolta in Normandia, vicino a voi. Non l’ho mai desiderato né immaginato. L’altra figlia sono io, quella che è fuggita lontano da loro, altrove.
Tra qualche giorno andrò sulle tombe, come sempre per Ognissanti. Non so se questa volta avrò qualcosa da dirti, se sarà il caso di farlo. Se mi vergognerò o se sarò fiera di averti scritto questa lettera, intrapresa sulla spinta di un desiderio che ancora non mi è chiaro. Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l’esistenza che la tua morte mi ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti.
Lottare contro la lunga vita dei morti.
Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.

Annie Ernaux, L’altra figlia, L’Orma, Traduzione di Lorenzo Flabbi

In margine alla Giornata mondiale della radio, fortunatamente già passata

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Ieri si è celebrata (consumata?, perpetrata?) la giornata della radio. Stranamente, è stato uno dei giorni in cui ho dedicato meno tempo all’ascolto radiofonico, fatta eccezione per “Prima pagina” di radio tre, un appuntamento rituale del mattino. La notizia della celebrazione l’ho appresa dalla stessa radio tre, e subito sono stato colto da un impalpabile, acidulo spleen, chissà perché. Forse perché fra qualche giorno inizierò il mio corso di Linguaggio radiofonico. Mi prefiguro il primo incontro con gli studenti: “Che cosa vi ha indotto a inserire Linguaggio radiofonico nel vostro piano studi?”. Segue un silenzio – gli studenti tacciono sempre alla prima lezione, a volte perseverano sino alla fine. Formulo altre ipotesi: “Forse qualcuno di voi ha fatto qualche esperienza in una radio”. Oppure: “Qualcuno ha giocato, per suo personale piacere o inclinazione, col suono, scaricando audio e musiche per poi manipolarli con Audacity o con altri programmi?”. Il muro del silenzio si alza di qualche metro e mi rimanda l’immagine di un vecchio professore che cerca di stimolare grottescamente i suoi studenti. Ripiego sul minimale quotidiano e chiedo, fingendo disinvoltura: “C’è qualcuno fra voi che ascolta la radio?” Ottengo alcuni mugolii. È già qualcosa. Sento che devo accontentarmi. Scendo ancora di un gradino e vado sul mercantile più sordido: “Non è da escludere che abbiate scelto questo corso perché il programma d’esame è piuttosto leggero”. Chi sorride, chi guarda altrove.
Il clima è plumbeo, ma non mi dispiace, anzi mi sembra il più adatto per iniziare questo corso che parlerà di fantasmi radiofonici, di frammenti di voci da tempo defunte e di una sintassi del suono polverosa come un antico manuale di latino.
Ho fatto per tanti anni la radio dentro un marmoreo edificio fascista (i gloriosi e da sempre polverosi studi di Torino). Le luci erano fioche, le pause interminabili. Pause fra le battute degli attori (ritmo slow, molto evocativo. Santo cielo, quante riposte risonanze andava cercando quella radiofonia!). Pause durante le riunioni preliminari ai programmi. Pause che erano lunghe attese di una riunione decisiva. E sonno. Il sonno radiofonico è un liquido amniotico in cui è immersa la vita apparentemente normale della radio: le impiegate compilavano moduli, i tecnici tagliavano e cucivano, i registi dirigevano (?), gli attori facevano gorgogliare nei microfoni quelle loro belle voci piene che andavano a massaggiare le ascoltatrici e gli ascoltatori (più sensibili le prime dei secondi) nelle loro case, e le vibrazioni delle voci stendevano nelle case un benessere soporifero e sempre un po’ solenne.
Poi, la radio ha scoperto il riso. Che ha scacciato il sonno generando la sovreccitazione tipica di chi ha il terrore di addormentarsi, pena la morte. Il riso dei vecchi “programmi leggeri” aveva una sua nobiltà funebre, come di cadavere ben conservato che sussulta per qualche attimo prima di ritornare alla sua compostezza definitiva. Il riso dei cazzeggianti al microfono è inesauribile, sembra nascere da una fonte isterica (la fonte inquinata dell’eterna giovinezza?). Non so come sia stata festeggiata (?) la giornata mondiale della radio, l’importante è che sia passata. Fra qualche giorno, dopo un adeguato silenzio, si potrà riaccendere l’apparecchio cautamente.

 

Il video della domenica. Uno storico provino: JEAN PIERRE LEAUD/I QUATTROCENTO COLPI

È difficile immaginare qualcosa di più adolescenziale di un quattordicenne che si proclama disinvolto. Nel 1959, il piccolo Jean Pierre, classe 1944,  era evidentemente pronto per andare sul set. (Segue una  minuscola appendice a sorpresa).

La signora vorrebbe cadere. Elena Santarelli nello spot Rocchetta

Fra i grandi clown acrobatici del secolo scorso, brillò a Parigi, accanto alla stella dei Fratellini, anche quella di Germain Ducoray, detto poeticamente Aéros. Il suo personaggio era quello di un ubriacone male in arnese, barcollante e farneticante, poco più di un relitto umano che fin dal suo apparire suscitava i lazzi più truci e protervi del pubblico. Il suo virtuosismo raggiunse l’apice quando Ducoray concepì un numero di “equilibrio squilibrato” nel quale faceva confluire la bassezza dionisiaca e la sublime leggerezza di un Apollo trionfante sulle leggi della gravità. Per raggiungere il filo sul quale si esibiva nelle sue prodezze acrobatiche, Aéros utilizzava una panca traballante, un tavolino tondo a un solo piede, una botte bucata, una scala instabile, insomma un’impalcatura pericolosissima che alla fine lo faceva crollare rovinosamente a terra dopo innumerevoli virtuosismi. Rialzandosi, esclamava: «Ah! Bene, vecchio mio! Che avventura!»
Un secolo più tardi, una creatura molto più eterea del vecchio Ducoray, e di sesso femminile, prova a cadere nello spot di un’acqua minerale. Il messaggio è indubbiamente meno ambizioso: non più una sfida fra la terra e il cielo, fra la degradazione e il sublime, fra la materia e lo spirito: nella mente dei creativi che hanno ideato lo spot, la caduta (prudentemente declassata a inciampo) quel gentile cedimento delle ginocchia dovrebbe conferire alla signora un piglio sbarazzino, l’elegante sventatezza di chi è capitato sul set quasi per caso ma che riesce a brandire una bottiglia d’acqua minerale e a fare “plin plin” con la  disinvoltura di chi è abituato a passare da un jet a un set, da un pupo a una passeggiata con il cagnolone senza che una ciocca della chioma vada fuori posto. Purtroppo l’impresa non è facile: per cadere bisogna poggiare su un qualunque ubi consistam, che la signora sembra proprio non possedere, aleatoria com’è. E poi ci vorrebbe un baratro in cui precipitare, o anche solo un semplice pavimento sul quale ammaccarsi il sedere, ma nello spot non ve n’è traccia: tutto è sospeso in un’emulsione di bianco (l’abito della signora, le pareti) ove spicca, se così si può dire, solo un flebile, diuretico turchese Rocchetta. Il resto è sorriso.

 

 

Il video della domenica. SARA PRECIADO, LA LA LAND, MOVIES REFERENCES

Molto più interessante dei soliti backstage, il lavoro di Sara Preciado rilegge in trasparenza La La Land scovando analogie, citazioni e riferimenti ai classici del musical.

L’odio di una madre. HERVÉ BAZIN, VIPÈRE AU POING

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Nel romanzo presumibilmente autobiografico di Hervé Bazin, Vipère au poing, la storia del giovane Jean Rezeau ci proietta nell’universo di un rapporto madre-figlio atipico per chi si voglia convinto sostenitore che l’amore di una madre sia pur sempre qualcosa che non ci abbandonerà mai.
Ma se a parlare fosse invece l’odio di una madre? Se la convinzione fosse che invece è proprio l’odio di una madre a non darci scampo? Ecco che ci troviamo ad inseguire la disperata avventura intrapresa da Jean, detto Brasse-Bouillon, alla ricerca delle parole per dire di una donna alla quale nessun nomignolo sarebbe stato più adatto di quello datole dai figli: Folcoche, una contrazione tra folle (folle) e cochonne (maiala). Una madre che non ha nulla di materno, che si relaziona ai figli attraverso la ferocia del diktat nella speranza di far di loro dei perfetti borghesi di facciata. Nessuno spazio all’amore, il racconto si articola su un solido scambio tra attacco e contrattacco da parte di Jean nei confronti della madre alla quale sente, amaramente, di somigliare più di quanto potesse mai immaginare.
                                                                                                                                                 Luana Doni

E la pistolettata? Te la ricordi, Folcoche, la pistolettata?
[…] dicevi sempre: « non mi piacciono gli sguardi bassi. Guardatemi dritto negli occhi. Saprò cosa pensate.»
Così, ti sei prestata tu stessa al nostro gioco. […] A cena, in silenzio, ecco il momento perfetto. Niente da dire. Non mi coglierai in fallo. Tengo le mani sulla tavola, la schiena dritta e ben appoggiata alla sedia. Sono terribilmente corretto. Il mio atteggiamento è impeccabile. Posso guardarti fissamente, Folcoche, è un mio diritto, e quindi lo faccio, ti fisso, ti fisso disperatamente. Non faccio altro che quello, fissarti. E, dentro di me, ti parlo, ti dico: «Folcoche! Guardami! Ehi Folcoche! Dico a te!» Allora il tuo sguardo si alza […] si alza come una vipera e si sposta alla ricerca di un debole appiglio a cui attaccarsi. Ma non esiste. No, questa volta non morderai Folcoche! Le vipere, loro, mi conoscono.”

Hervé Bazin, Vipère au poing, Grasset, Traduzione di Luana Doni