Galleria. Way out

Era fatta. Non credeva che ci sarebbe riuscita. Lui glielo l’aveva martellata continuamente per un anno, da quando le cose avevano incominciato a non funzionare: «Dici di volertene andare, ma sei patetica, te ne rendi conto? Non resisteresti una settimana da sola. E poi, andare dove? Da un altro? Per una come te sarebbe l’unica soluzione, ma dici che non hai nessuno. Io ti credo, sai?, e proprio per questo mi viene da ridere pensando a quello che dovresti fare. Affittare un appartamento – diciamo, più realisticamente, un monolocale – e già qui non ti ci vedo proprio in giro per agenzie, alle prese con il contratto, la caparra… A proposito, lo sai cos’è una caparra? Per non parlare poi della questione economica: con quello che guadagni, te le sogni un paio di scarpe al mese. Vedi bene che non ha senso, quindi smettiamola con queste stronzate e dormiamo, sono già le due.»
Invece era fatta, o quasi. Aveva portato con sé lo stretto necessario; il resto l’aveva lasciato nella casa in cui non sarebbe tornata: vestiti, scarpe, tutto. Le scarpe erano sessantaquattro paia. Pazienza. Per il momento le bastavano quelle che aveva ai piedi.

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Quinto Parmeggiani, Il cipiglio dell’ironia

A un anno dalla scomparsa, pubblichiamo un ricordo di Quinto Parmeggiani.

Non bisognava vederlo solo sul palcoscenico, dove proponeva una misura stralunata e impeccabile , ma anche frequentarlo dopo il teatro e lontano dal teatro. E non perché Quinto fosse uno di quei temperamenti che amano le tavolate conviviali: tutt’altro. Per dare un’idea, più volte abbiamo cenato insieme dopo lo spettacolo, ma io e lui, da soli. Aveva cura di scegliere un ristorante lontano da quello che ospitava la compagnia, perché ciò che detestava era proprio la tavolata “degli attori”, con le loro battute e il loro cicaleccio. Ciò che lo interessava era la sintonia, il dialogo, il confronto: non solo con gli esseri umani (pochi, pochissimi per volta), ma con il copione e con lo spettacolo. Il copione, soprattutto, era il suo terreno preferito, anzi il punto di partenza dal quale muovere per cercare i nessi con la letteratura, la politica, la cultura. A volte questa ricerca era sproporzionata all’oggetto in questione (il copione), ma il mestiere dell’attore impone anche questo, era così anche negli anni d’oro del teatro che Quinto visse: non si può sempre recitare Strindberg e Goldoni (con la regia di Missiroli), bisogna anche affrontare copioni più, come dire?, di pronto uso e di solido riscontro al botteghino. Quinto si sottometteva a questa dura legge del mestiere teatrale con un certo  malumore (per usare un eufemismo), che sulla scena si traduceva in uno straniamento un po’ metafisico e di una acuminata comicità, come può essere comico il disagio di un nobiluomo costretto a mescolarsi con i più trucidi abitanti della Suburra. Lo straniamento lo accompagnava anche fuori scena, ce ne si accorgeva se lo si accompagnava nella vita quotidiana: i suoi dialoghi – spontanei e tuttavia drammaturgicamente impeccabili – con gli osti, i ristoratori, le cameriere erano improntati a una teatralità asciutta, fredda, carica di ironia e soprattutto di autoironia. Gli sono grato non solo di aver lavorato con lui, ma anche di essere stato testimone, spettatore e in qualche modo complice di questo teatro dell’ironia quotidiana che pochi hanno avuto la fortuna di conoscere.

Le figurine di Radiospazio. Insalate

Su una foglia appassita di insalata dove non restano che rimpianti da rimasticare, posso al massimo trovar ragioni di compiacimento. Il passato non nutre. Me ne andrò come sono arrivata. Intatta, carica dei difetti che mi hanno tormentata. Avrei voluto nascer statua, e sono solo una lumaca nel guscio. Virtù, coraggio, qualità positive, capacità di meditazione, cultura. Contro tutte queste parole sono andata a sbattere a braccia conserte – e mi ci sono spezzata. Ci sono donne che barano, donne che soffrono. Un tempo piacevano, e si cancellano gli anni. Io i miei li proclamo, perché non sono piaciuta mai, perché sempre conserverò i miei capelli da bambina.

Slovacchia, designer lanciano ‘case pubblicità per homeless’

Grandi cartelloni pubblicitari, prismi a base triangolare innalzati rispetto al terreno come delle palafitte, con all’interno uno spazio abitabile. Riservato ai senza casa. È l’idea lanciata da un’agenzia di architetti e creativi slovacchi, Design Develop, e nominata ‘Gregory Project‘.
Progetto, spiega il sito ufficiale dell’iniziativa, che parte da un dato di fatto, il fenomeno degli homeless come ”questione globale”, sempre più alla ribalta negli ultimi due decenni. Un problema, quello delle persone senza casa, che potrebbe essere mitigato ”da una nuova funzione dei cartelloni pubblicitari” immaginati dagli architetti slovacchi.

Leggi il resto dell’articolo: http://www.ansamed.info/nuova_europa/it/notizie/rubriche/cultura/2014/07/02/slovacchia-designer-lanciano-case-pubblicita-per-homeless_4e8919cb-0915-4f8f-a450-f8e064991937.html

Ecco di cosa si è parlato quest’anno in Italia (“Engage”)

Su Twitter le persone si connettono, twittano, apprendono, discutono e hanno conversazioni, condividono le loro opinioni e ascoltano nuovi punti di vista. Per questo, analizzare quello di cui si parla su Twitter può essere un utile barometro per capire quali sono i temi che hanno attirato di più l’attenzione delle persone.
Ecco allora di cosa si è parlato quest’anno su Twitter in Italia.

Leggi il resto dell’articolo: https://www.engage.it/social/ecco-di-cosa-si-e-parlato-questanno-su-twitter-in-italia/169928#9HyKeC9rEKT24zD1.97

Galleria. I due talamoni

Erano lì da più di duecento anni e credevano di aver visto di tutto, compreso un delitto piuttosto famoso del quale, ai primi del Novecento, avevano parlato anche i giornali. Negli ultimi vent’anni l’appartamento era rimasto disabitato per complicate questioni ereditarie, e nei precedenti quaranta era stato occupato dalla famiglia Dedominicis, che si riproduceva e moriva con una compostezza esemplare – in ambedue i casi avevano sempre cura di tirare bene le tende. Il ramo femminile della famiglia era sempre stato il più esuberante, e a volte capitava che le Dedomincis figlie portassero qualche ragazzo nel talamo coniugale anziché in camera loro, così, per il gusto di dissacrare, ma erano incontri furtivi, frettolosi, con un occhio all’orologio e l’altro, imbarazzato, al ritratto dei genitori collocato sul trumeau di fronte al letto. Verso queste ragazzate i due telamoni mostravano una certa indulgenza: «Non ci si può far niente, è la modernità» – e si compiacevano, sentendosi al passo coi tempi.
Una notte, il silenzio ventennale fu squarciato da una musica assordante e da una voce che gridava parole incomprensibili: “Cut my life into pieces/ This is my lastresort/ Suffocation” mentre una coppia di ragazze si spogliavano, lì alla finestra, davanti al mondo, preparandosi a entrare nel grande letto severo e quasi immacolato. I telamoni sgomentarono, ma nessuno dei due voleva passare per retrogrado. Infine, quello di destra chiese: «Anche questa è modernità? Oppure siamo oltre?»«Non saprei dire», rispose quello di sinistra, «è comunque un fenomeno da studiare con attenzione.»