Nubi senza cielo (National Geografic Italia)

Bemdnaut Smilde crea nuvole nei luoghi in cui non si troverebbero in natura. Le sue installazioni durano cinque secondi – 10 al massimo – poi svaniscono.
Il suo progetto, Nimbus, indaga sull’effetto creato dalla visione di una nuvola in ambientazioni come l’interno di una chiesa, di un museo o di un castello. La brevità della scena ne acuisce l’intensità.

Leggi il seguito dell’articolo: http://www.nationalgeographic.it/wallpaper/2019/03/22/foto/nubi_senza_cielo-4333240/1/

Le figurine di Radiospazio. L’immortalità dell’anima

Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato cioè di dire che, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso di altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l’unico punto di contatto fra l’immortalità dell’anima e gli asparagi, e sono ben contento di averlo trovato. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto.
Per concludere dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla di comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Italo Testa. Autorizzare la speranza. Poesia e futuro radicale (Le parole e le cose)

“Ma di cosa parliamo, quando parliamo di verità in poesia? Non tanto di rispecchiamento di una verità di fatto, di un’evidenza cogente da salvaguardare, ma piuttosto di una verità a venire, non data. Si parla di ‘verità’, ma il discorso confina con il terreno su cui campeggia la parola ‘speranza’.”

Leggi il seguito dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35174#more-35174

T.S. Eliot, Attratti da questo amore, alla voce di questo richiamo

Alfred Kubin, L’ora della morte

Ciò che chiamiamo principio è spesso la fine
e finire non che è principiare.
La fine è donde si parte. Ed ogni frase
e proposizione giusta (dove ogni parola è a casa sua,
al suo posto per sorreggere le altre:
la parla né malsicura né pretenziosa,
d’un facile commercio tra il vecchio e il nuovo;
la parola corrente, esatta senza volgarità,
la parola scelta, precisa ma non pedantesca,
in copia perfetta che danzano insieme)
ogni frase e proposizione è una fine e un principio,
ogni poesia è un epitaffio. E qualsiasi azione
è un passo verso la mannaia, verso il fuoco, giù dentro la gola marina
o verso una pietra indecifrabile; e così è donde si parte.
Noi moriamo con i morenti:
ecco, essi se ne vanno, e noi con loro.
E nasciamo coi morti:
ecco, essi tornano, e ci portano con loro.
L’attimo della rosa e quello della pianta di tasso
sono d’uguale durata. Un popolo senza storia
non si redime dal tempo, perché la storia è un disegno intessuto
d’attimi senza tempo. Così, mentre la luce declina
nel vespro invernale, in una cappella solitaria
la storia è ora e tutta l’Inghilterra.
Con l’attrazione di questo Amore, e la voce di questo Richiamo
non tralasceremo l’esplorazione
e la fine di tutto il nostro esplorare
sarà di giungere donde partimmo
e conoscerne il luogo per la prima volta.
Al di là del cancello ignoto e rammemorato
quando ciò della terra rimane a scoprire
e quello che fu il principio;
alla sorgente del fiume interminabile
la voce della cascata nascosta
e i bambini nella pianta del melo
sconosciuti, perché non li cercammo
ma uditi, appena uditi, nella quiete
fra due onde del mare.
Presto ora, qui, ora, sempre –
una condizione di totale semplicità
(che non costa meno del tutto)
e tutto sarà bene e
ogni sorta di cosa sarà bene
quando le fiamme lingueggianti s’incurvano
nell’annodata corona di fuoco
e il fuoco e la rosa sono una cosa sola.

Traduzione di Emilio Cecchi

Galleria. Adelina

Gliel’avevano messa lì nel letto e subito avevano incominciato a scattare una fotografia dietro l’altra. Scattavano e strillavano, tutti eccitati: «Si chiama Adelina!», e siccome lei non mostrava di trovarci niente di straordinario, le venivano proprio davanti alla faccia per ripeterlo: «Adelina, capisci?!… Sei contenta?» Come poteva essere contenta in mezzo a tanti sconosciuti che le avevano invaso la stanza? Fece un gesto come quando si vogliono scacciare i moscerini: «Chi sarebbe questa Adelina?» «Sei tu, nonna… Tu ti chiami Adelina, lo sai, vero? E noi abbiamo dato il tuo nome alla piccola!» Qualcuno aveva aggiunto: «Così adesso le Adeline sono due… non è magnifico?» Tutti avevano riso, non si capiva perché. Era gente imbarazzante e anche maleducata, perché continuava a parlare di cose che lei non sapeva. Sì, un tempo aveva conosciuto una Adelina, ma era morta da almeno trent’anni. Non le era mai stata simpatica, e a dir la verità si sarebbe liberata volentieri di lei, ma quella le stava sempre addosso, aveva un temperamento forte e la costringeva a fare tutto ciò che voleva. Era una fortuna che se ne fosse andata, anche perché morendo aveva portato con sé tutta la vita che avevano consumato in quella interminabile e insopportabile convivenza.  Guardò il corpicino che le avevano messo nel letto. Chi era quella piccola Adelina, una parente della defunta? Strinse gli occhi per vederla meglio, ma l’avevano disegnata troppo in fretta, non ci si capiva niente. Allora l’annusò – il suo naso non l’aveva mai tradita. Il profumo era buono, niente a che vedere con l’odore aggressivo di quell’altra. Tranquillizzata, si addormentò. Visita la galleria: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2019/03/29/galleria-la-serratura/

Roberta Errico, Più una società si allontana dalla verità più odierà quelli che la dicono, ci insegnò George Orwell (The Vision)

“È difficile non cogliere l’attualità delle opere di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, e delle sue riflessioni su temi come la corruzione, il tradimento e più in generale gli orrori che può generare una società capitalista e individualista come quella in cui viviamo. L’odierno scenario della politica e della società civile, italiana e di altre democrazie occidentali, può trovare sufficienti corrispondenze, e trarre insegnamenti, in quanto raccontato da Orwell nel romanzo breve La fattoria degli animali del 1945.”

Leggi il seguito dell’articolo:
https://thevision.com/cultura/george-orwell/



Le figurine di Radiospazio. Le canzonette, i giorni

Mentre le donne gridano mettendoci al mondo, c’è sempre qualche altra voce al di là della parete o nel vicolo o presso il letto che se non canta dice, bisbiglia una canzonetta. Quale fu la mia? Forse sono il nipote di canzonette napoletane candide o bizzarre, come quella in cui le donne domandavano al venditore ambulante di spille e di sicurezza: «Quante me ne dai per un tornese?»… Oppure di quelle canzonette narrative, drammatiche: le canzonette-fiume che raccontano tutta una vita. Formidabili atti d’accusa all’amicizia, all’amore, alla fortuna… Per non parlare poi del repertorio dei “posteggiatori”… A proposito, io nel mio funerale ci voglio proprio una musica di “posteggiatori”: mi seguano, come mi hanno preceduto, le canzonette. Quando sarò calato lentamente nella buca, esplodano le note furiose, rampanti, di “Funiculì funiculà”.