Le orbite del Sublime. Guardare Bach. Video. 3′

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http://www.3nz.it/2603/bach-preludio-suite-violoncello-matematica-baroque-me/?ncid=fcbklnkithpmg00000001

Chi, bambino, non ha mai pizzicato un elastico tenuto coi denti tendendolo o allentandolo in modo da ottenere note acute o gravi e, in fin dei conti una primitiva, sconclusionata melodia? Appena scritta, la domanda appare, oltre che retorica, anche impropria: di elastici ne circolano pochissimi e i bambini, ammesso che ne trovino uno, non lo vedono come strumento di gioco. Cambiamo incipit, allora, e immaginiamo quattro sfere che ruotano su due orbite fisse con moto uniforme, andando a intersecare otto corde (elastiche, ci risiamo) che si tendono e si allentano dando vita a suoni gravi o acuti. Lo spettacolo è ipnotico come un videogioco ma non mette in scena una corsa automobilistica e nemmeno una strage di alieni, bensì il Sublime, incarnato dal Preludio dalla Prima Suite per violoncello di Bach, da guardare come sprofondati in un planetario che produce la musica assoluta e perfetta.

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Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL LEPRE E LA LUNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto. 

bimbe e coniglio

 

Avevano dimenticato di toglierseli dai capelli. Quei nastri hanno ora la stessa innocenza, la stessa estraneità ingigantite di un oggetto personale dimenticato da un colpevole sul luogo del delitto.
I due nastri hanno dunque assistito! Assistito a quei nuovissimi giochi delle bambine nel letto, incominciati per scherzo e progressivamente diventati seri, sorprendentemente diventati feroci. Due nastri come quelli delle uova portate in dono per Pasqua da una cugina venuta da lontano. Ippolita le cede la sua stanza e va a dormire nel letto con la sorella.
Lei aveva quindici anni, la sorella sedici.
Soltanto ora, rindossate le camicine che s’erano sfilate, si accorgono con trasalimento che il Lepre era saltato nella luce della Luna dalla finestra aperta. Anche lui dunque aveva assistito!, dentro questo primo plenilunio di primavera, alla loro nuova celebrazione. Lui ed i nastri, bende innocentissime.
Come l’Asino e il Bove, il Lepre e la Luna. Accorsi a vegliare un altro Figlio, nato dalla Vergine corrotta dell’infanzia: il desiderio sessuale. A vegliarlo nel punto che ancora conserva l’incontrollabile innocenza dell’infanzia. L’uomo in un secondo momento, raggiunta l’età adulta, ne ha soggezione e lo teme e il Lepre sarà soltanto una figura che alcuni, si dice, credono di vedere nella Luna.


Paolo Brunati

 

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, DOVE FINISCE LA GONNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Ecco il racconto che Mario Giorgi ha tratto da questa fotografia che gli abbiamo sottoposto.

bimbo guarda

Mia zia è sorella di mio padre.
D’accordo, chiaro. Ma mio zio?
Mio zio è marito di mia zia, e per questo è mio zio.
Ogni volta me lo devo ripetere. Non mi va giù.
Cosa mi ha fatto mio zio? Niente. Le solite cose dei grandi quando scherzano con i bambini come se non fossero bambini.
Non mi piace. Non mi piace come ride. Soprattutto quando guarda mia zia o mia madre e poi guarda me. Soprattutto quando si alzano dal divano. Mentre se ne vanno sussurra «Dove finisce la gonna…» e pretende che io continui. Insiste.
Un pomeriggio mia madre si era rotta una calza. Una smagliatura, hanno detto dopo. Io però l’avevo vista per primo. Mi sono infilato tra mia madre e mio zio, sul divano, e stavo stretto stretto a lei, e le coprivo la gamba, così lui non poteva vederla. Ma poi lei si è stancata, mi ha preso in braccio per spostarmi sulla poltrona vicina, e a quel punto lui ha notato la calza. Speravo tanto che non girasse gli occhi nella mia direzione e invece uno sguardo gli è sfuggito. Per fortuna, almeno, non ha pronunciato la solita frase.
Cosa pretende che io risponda? Dovrei dire «… inizia la donna», per completare. Insiste, e ride. Ho finito per capire che il mio mutismo lo diverte, è proprio il mio rifiuto che lo fa ridere in quel modo. Non che non rida, ora, ride eccome, ora che lo assecondo e mormoro il mio spezzone di frase, di tanto in tanto. Ma è meno fastidioso, si placa quasi subito. E non insiste. Preferisco comunque come ride mio padre, più disteso, e non cerca i miei occhi per significare qualcosa.
Due sere fa siamo stati in un locale. Mia madre e mio padre erano via, io dovevo stare con mia zia e mio zio, e con loro sono andato in quel locale. Era tutto nuovo per me: gli odori, i rumori, il fumo, le voci, la musica. Stavamo seduti a un tavolino, la sala era piena di risate e mio zio ogni tanto mi guardava. Per evitare che cominciasse a ridere di me, appena ho potuto mi sono allontanato. Quelle signore, sul momento, non le collegavo a mia madre o mia zia. Mi sono avvicinato perché erano più in alto e da lì proveniva la musica. Non so cos’è avvenuto, improvvisamente era tutto ovattato intorno a me, tutto strano e sfocato, e mi è salita al cervello la frase di mio zio.
Allora sono corso via, al tavolino, a rifugiarmi tra le braccia di mia zia. Lei mi consolava, mi accarezzava e mi chiedeva «cosa c’è?». Lo zio, però, era ancora lì, si era alzato ma restava vicino, in piedi, abbastanza vicino, e naturalmente mi guardava di sottecchi e sogghignava.
Lo detesto. Vorrei non vederlo mai più. Anzi no, vorrei rivederlo, da soli io e lui, tornare in quel locale insieme a lui, e che una buona volta mi spiegasse cosa c’è da ridere.

Mario Giorgi

Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL DONO DEL GATTO

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

bimbo e gatto alla finestra

 

Il Gatto aveva portato in dono al Bambino la testa del Merlo che s’era mangiato. Poi gliel’aveva posata sul guanciale del lettino perché se la trovasse quando andava a nanna. Era un bel dono, una bella testa di Merlo, con ancora una minuscola vertebra che spuntava dal capo decollato.
Ma la mamma l’aveva trovata prima del Bambino, con un urlo di raccapriccio: “Ahhh!!! Cos’è quella porcheria?!” e coi guanti di gomma aveva tolto immediatamente il dono del Gatto.
Le madri vogliono sempre tenere lontani i figli dalle porcherie e dalle infezioni.
Il Bambino, ignaro del dono del Gatto, guarda i Merli in giardino. Pensa a quella tavola a colori del suo libro di fiabe: nella radura di una foresta c’è la casa del taglialegna. Ha le travi a vista, le finestre coi vetri a formelle. Il tetto è coperto di neve, gli alberi sono coperti di neve. L’interno della casa è candito dalla luce calda dei ceppi che bruciano nel camino. Un Bambino affacciato a una finestrella del sottotetto nutre uccellini neri, che accorrono in volo, con un poco della sua pappa raccolta intingendovi il dito. Un difetto di registro della quadricromia (è un vecchio libro) impresta alla pappa un poco del rosa del ditino. Lo glassa come una minuscola bignola. Trasforma la pappa in una rosata delizia.
Quella rosata delizia che si vede nella figura vorrebbe ora il Bambino offrire agli uccelli fuori dalla finestra. Il Gatto invece li vorrebbe mangiare, e portare altri doni. Ma né l’uno può più nutrire Merli con pappe rosate, né l’altro, dopo mangiato, donare le loro teste. Persone e animali, basta cadere dentro una fotografia per non poter più né nutrire né mangiare né donare, immuni da porcherie e da infezioni.

Paolo Brunati

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, BEA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Mario Giorgi questa fotografia di Cristopher Wallish, ed ecco il racconto che ne ha tratto.

by Christopher Wallish

È il 1909, l’anno in cui finalmente Guglielmo decolla.
A gennaio i passeggeri di Republic e Florida si salvano tutti.
Il suo sistema funziona e quasi ogni giorno qualcosa migliora.
A dicembre – ancora non lo sa – riceverà il Premio Nobel.
Ha trentacinque anni. Ha una giovane moglie, Beatrice, e una figlia nata da poco, Degna. Ha successo e ora anche prospettive di guadagno.
Ma non ha una casa.
Da quando ha sposato Bea, non ha fatto che trascinarla in ogni dove, quasi sempre per lavoro. Lei, cresciuta in un castello, in pochi anni ha dimorato in alberghi, in appartamenti presto abbandonati, in rifugi isolati e soprattutto in mare, sui piroscafi. Lui è sempre in mare, tra una sponda e l’altra dell’Atlantico.
Da quando è nata Degna, però, Bea lo segue meno. Si dedica alla bambina e solo ogni tanto viaggia con lui. Ora appunto Guglielmo sta rientrando dagli Stati Uniti e lei ha un grande desiderio di incontrarlo, anche perché ha scoperto di essere di nuovo incinta. Forse questa volta sarà maschio. Non resiste e gli va incontro. Arriva fino a Cork e s’imbarca su un rimorchiatore che deve raggiungere in mare il transatlantico su cui viaggia il marito.
Sale infine a bordo trepidante, e cosa trova? Un’allegra comitiva capitanata da Guglielmo e dal tenore Enrico Caruso, ben supportati da alcune attrici.
Delusione, mortificazione, e un’assurda sensazione di intempestività.
Bea si chiude in cabina. Di lì non esce finché la nave non approda a Liverpool.

Mario Giorgi

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, AUTOAMANTI

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Questa volta le immagini che abbiamo proposto a Mario Giorgi erano due; lui ha creduto di doverle combinare e così è nata una microsequenza.

2 fotogrammi autoamanti

Immobile, all’interno dell’autoimmobile, la ragazza osserva il telefono mobile. È rimasto sul sedile accanto, dove poco prima stava lei, mentre lui era al volante. Vorrebbe chiamare proprio lui, ora, ma ha paura di eccedere, di aggiungere uno slancio di troppo.
Immobile, all’esterno dell’autoimmobile, il ragazzo osserva non visto la ragazza ancora immobile. Si domanda, compiaciuto, perché non metta in moto. Squilla il telefono mobile, s’illumina il nome di lei sul display.
Non si scusa, non saluta, dice subito che ha bisogno di aiuto. Ha perso un orecchino, appartiene alla nonna. Il resto è noleggiato, compresa l’auto, si può ripagare, ma gli orecchini li ha avuti dalla nonna.
Lui, mentalmente, rivive l’amplesso. In auto, però, l’orecchino non riappare. Forse è caduto mentre lei scendeva, quell’ultimo bacio, dopo che lui le ha aperto la portiera. Oppure prima, nel vestibolo, prima di indossare i soprabiti, quando si sono allacciati. Non hanno resistito.
Il ragazzo si avvicina alla portiera di lei, la aiuta a scendere. Insieme, all’esterno dell’autoimmobile, scandagliano il terreno. Hanno trovato la torcia nel cruscotto, perfetta efficienza dei noleggiatori. L’orecchino, invece, non si trova, benché s’intestardiscano a illuminare l’asfalto, dimenticando il motivo e l’ora.
La ragazza decide infine che è inutile cercare ancora. Lui la accompagna e riapre la portiera, accennando una riverenza. Mentre si piega, il soprabito si schiude e rivela un luccichio nel taschino della giacca. Lei si avvicina e delicatamente raccoglie l’orecchino. Sorridono, ma evitano di abbracciarsi.
Immobile, all’esterno dell’autoancoraperpocoimmobile, il ragazzo osserva la ragazza che fissa l’orecchino all’orecchio destro. Poi lei si guarda nello specchietto e nota che lui è ancora lì, che la sta osservando. Mette in moto e se ne va.

Mario Giorgi

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI. NEED TO WHACK SOMEBODY ??

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto questo manifesto di un gruppo situazionista americano(True Art is For Rebels) allo scrittore Mario Giorgi e gli abbiamo chiesto di estrarre un racconto da questa immagine. Scena: una signora impugna, con un certo cipiglio omicida, una mazza da baseball mentre un nero e una bianca amoreggiano nella penombra. Ecco il racconto di Giorgi. È in forma di dialogo e, naturalmente, a sorpresa.

Whack-Somebody-1

 

La posizione in battuta è perfetta. Ha giocato a softball, immagino. Fino a che età?
Mi sono ritirata a diciott’anni.
Come mai?
Motivi personali.
L’istruttore la molestava?
No. Perché questa domanda?
Durante il batting practice non la fermava ogni tanto per sistemare impugnatura, posizione dei polsi, altezza delle spalle?
Sì.
Magari le metteva anche le mani sotto le ascelle.
Lo faceva con tutte.
E questo la infastidiva?
No, era il suo lavoro.
Le toccava il collo, ogni tanto?
Certo.
E le gambe? Non le appoggiava le mani sui fianchi per trovare la giusta divaricazione?
Sì.
Qual era la sua media battuta?
Intorno ai 400.
Eccellente. Entrava mai nello spogliatoio?
L’istruttore? No.
Cosa vi diceva per motivarvi?
Le solite cose.
Ma quando era il suo turno di battuta? In occasioni speciali, a basi piene, per esempio.
Non lo so, non ricordo.
Ha mai fatto un fuoricampo a basi piene?
Io? Una volta.
Cos’ha provato?
Gioia, incredulità.
E durante lo swing?
Ho sentito la palla che incontrava la mazza e schizzava via senza nessun attrito, come un lieve tocco, una carezza, una carezza potente e violentissima.
E infatti la palla dev’essere caduta lontano.
Eh sì.
Si è fatta dare la palla? l’ha conservata?
Sì.
Con le firme delle sue compagne?
Tutte tranne una, mi sembra.
E l’istruttore ha firmato?
No.

Mario Giorgi