Il video della domenica. SALVADOR DALI’, il genio gioca in tv

Schermata 2015-11-21 alle 18.31.40https://www.youtube.com/watch?v=iXT2E9Ccc8A

Il gioco è popolarissimo e funziona così: un ospite in studio, una manciata di concorrenti bendati devono indovinare la sua identità. Come in un Indovina chi dal vivo, l’individuo misterioso può rispondere soltanto sì o no. Facile.
Finché non ti si presenta qualcuno che risponde sistematicamente “yes” a tutte le domande. E che anche quando è costretto a dire no, e sono casi rarissimi, sembra che sottintenda un sì.
E peccato davvero che i concorrenti si perdano le sue facce.
“Ha a che fare con il mondo delle arti?” “Sì.”
“È già stato in televisione?” “Sì.”
“È un performer?” “Sì.”
“Può considerarsi un leader?” “Sì, certo.”
Ma anche: ““Ha a che fare con lo sport, o con atletismo di qualche genere?” No, fa il presentatore con la testa. “Sì”, dice serissimo Dalì. Di tanto in tanto il presentatore cerca di chiarire le idee, il risultato è confonderle ancora di più. “No, cioè, sì, in un certo senso. Si potrebbe dire, potremmo decidere di dire di sì”.
Intanto il pubblico se la ride. È uno scrittore, un fumettista, un disegnatore? Sì, sì, sì.
“Ha qualcosa di strano? Perché ridono tutti?” Niente di strano, succede sempre così. Certo.
“Ma è un essere umano, vero?” domanda un concorrente esasperato.
Poi, illuminazione: “Ma non è che ha dei baffi o qualcosa di simile che la renda riconoscibile?”
Yes.

Roberta Sapino

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. La Costumiera

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8 – 13 dicembre Teatro Astra

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 Stiamo per trasferirci nello spazio in cui si svolgerà lo spettacolo. Per ora, la scena e la platea si confondono spesso, e le fotografie creano curiose commistioni; qui, la costumista Augusta Tibaldeschi si occupa del giovane Lord Ewald (Rocco Rizzo) ancora fresco di scena. L’inquadratura e la natura stessa della fotografia, che è ingannatrice, provoca un istantaneo (chissà se casuale?) teatrino, e Augusta diventa per un attimo personaggio: di sapore, direi, goldoniano. Quando ho visto la foto, mi è sembrato che sottintendesse una battuta sul genere di: “Per un Cavaliere della sua qualità, non guardo a queste piccole cose. Di queste salviette ne ho parecchie, e le serberò per Vostra Signoria illustrissima.” La Costumiera.

Nel cuore della notte. JÓZEF CZAPSKI, PROUST A GRJAZOVEC

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Si può parlare di Proust mentre si è immersi nell’orrore? È quanto ha fatto un gruppetto di ufficiali polacchi, internati nel gulag di Grjazovec tra il 1940 e il 1941.
Nel gelo dell’inverno sovietico, sfiancati dal lavoro della giornata, i prigionieri si ammassano nel refettorio e a turno parlano di ciò che conoscono, ciò che amano. Organizzano delle vere e proprie conferenze. Gli argomenti sono sottoposti al controllo delle guardie: tempo prima, un tentativo più clandestino ha portato alla deportazione di molti. Nessun libro sostiene le loro parole, nessuna ricerca è possibile. Solo la memoria li aiuta, la memoria capricciosa in cui i ricordi si nascondono, si mescolano, cambiano aspetto fondendosi con l’immaginazione, finché non riemergono all’improvviso, suscitando anche un po’ di sorpresa. Ci si può organizzare una conferenza intera, solo con i ricordi.
Uno degli ufficiali, Józef Czapski, si occupa di arte e letteratura. Studia la Recherche da una ventina d’anni, dopo averla scoperta durante il riposo forzato di una lunga convalescenza. E proprio a Proust dedica una serie di queste conferenze semi-clandestine, preparate con una cura meticolosa di cui gli appunti, da poco raccolti in volume, restano a testimonianza. Proust stesso, dice Czapski, “nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso”.

Roberta Sapino

Nel cuore della notte, in una Parigi completamente immersa nelle tenebre, il critico Ramon Fernandez viene svegliato da una visita inattesa; è Proust: “Perdonatemi, sono venuto solamente per chiedervi un piccolo favore. Vi prego di pronunciare per me queste due parole italiane: senza vigore”. Fernandez, che conosceva bene l’italiano, pronunciò le due parole, dopodiché Proust scomparve con la stessa rapidità con cui si era palesato. «Con quale emozione» racconta Fernandez «ho poi letto, dopo la sua morte, in uno dei volumi del romanzo, un dialogo sulle automobili nel corso del quale Albertine usa en passant quelle due parole». […]
Nell’edizione del suo epistolario ho trovato una breve missiva risalente ai suoi ultimi anni di vita, indirizzata a un critico parigino (Boulanger, mi pare) che Proust all’epoca non conosceva personalmente e che voleva incontrare per ringraziarlo di aver scritto un articolo entusiastico su di lui. In un post scriptum Proust aggiunge: “Vi prego di perdonare i due “che” consecutivi, ma sono molto di fretta”.

Józef Czapski, Proust a Grjazovec, Adelphi, Traduzione di Barbara Delfino

JULIA KRISTEVA. Non lasciamo religione e spiritualità in mano ai terroristi

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EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Romantico o Carattere, è solo questione di trucco

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In questi giorni di chroma key, compaiono i costumi e con essi il trucco. Augusta Tibaldeschi si chiude in camerino per lunghe sedute con le attrici. Gli attori, mezzi in costume, girellano come mariti che aspettano le mogli per la messa domenicale di mezzogiorno. Non sanno che fare, il trucco degli attori maschi è ai nostri giorni essenziale o addirittura inesistente. L’attesa favorisce le memorie.
Moltissimi anni fa, fui coautore di un progetto teatrale che poteva essere concepito solo nel clima scapestrato e temerario della neoavanguardia italiana: la riscrittura de I promessi sposi basata sulla seconda stesura del romanzo, Gli sposi promessi. Come si può immaginare, la compagnia era piuttosto numerosa, anche se inevitabilmente “sotto organico” rispetto all’innumerevole folla dei personaggi manzoniani.
La truccatrice arrivò tardi, giusto un’oretta prima dello spettacolo, ma era una donna molto pratica, aveva manipolato innumerevoli nasi antichi, coevi di Sergio Tofano e annerito centinaia di sopracciglia tentacolari come quelle di Memo Benassi. Gli attori le sfilavano davanti a passettini brevi, uno dietro l’altro, in atteggiamento da penitenti del Venerdì Santo, e come certe anziane devote che si dilungano su peccati immaginari, pretendevano di coinvolgere la Confessora in maniacali indagini sulla psicologia del loro personaggio; la Manipolante, naturalmente, non ci cadeva e prima ancora che aprissero bocca li metteva sotto la doccia scozzese di una domanda perentoria: “Romantico o Carattere?”. Sparato a bruciapelo, il quesito richiedeva una prontezza critica che non tutti possedevano. Per alcuni fu relativamente facile ascrivere Don Abbondio al Carattere e l’Innominato, con i suoi tormenti, al Romantico, ma quando venne il turno dei Bravi, l’attore che impersonava il Griso cadde nella perplessità: quella ghigna ammiccava al carattere ma contrastava col personaggio che non aveva nessuna traccia di comico. La faccenda rischiava di farsi lunga, non meno della fila dei postulanti, così l’esperta truccatrice decise un supplemento d’indagine risolutivo: “Insomma, chi è questo Griso?” “Un bandito.” “Allora è romantico. Avanti il prossimo.”

Il video della domenica. MARCO FERRERI, IL BANCHETTO DI PLATONE

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Della parola amore la nostra quotidiana contemporaneità è piena, e, come spesso accade oggi, alla ripetitività si accompagna il progressivo svuotamento di senso. Così si perde ogni suggestione o corrispondenza non soltanto con la sua natura di sentimento, per diventare quasi una semplice etichetta “commerciale” buona ad ogni uso e consumo, ma soprattutto si perde progressivamente ogni contatto con la sua essenza profonda che va oltre la stessa singola relazione con la quale siamo ormai indotti ad identificarla. Per ritornare al fondo del suo significare sincero, alla matrice della sua potenza (si sarebbe detto un tempo) è quindi utile ed efficace riascoltare le parole dell’antico filosofo che legge dalle labbra della sacerdotessa Diotima l’origine e la natura di Eros da cui tutto è nato anche se sembriamo essercene dimenticati. Marco Ferreri in un suo film del 1989 ormai dimenticato (Il Banchetto di Platone) ci accompagna, con discrezione ed insieme con grandissima efficacia narrativa e drammaturgica, a scoprire “eros” non solo come sentimento ma soprattutto come energia che ci attraversa, motore intimo dell’umanità, prevalentemente declinato nella nostra contemporaneità in desiderio, ma che si concentra e quasi si esaurisce nella “ricerca” (di ciò che non si ha o non si ha più), come movimento insieme metafisico ed esistenziale, oltre che psicologico.

Maria Dolores Pesce

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. I giorni del chroma key

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Ormai è chiaro che stiamo prendendo tempo per non raccontare la trama di questo spettacolo (non avete che da cliccare sul link sotto la foto); altre cose ci premono, in questi giorni di prove, se non più interessanti, certo più complicate di una trama, che si può sbrigare in poche parole, se proprio si è costretti: “Un giovane inglese, Lord Ewald, innamorato di una donna tanto bella quanto inafferrabile, non potendo fare a meno di lei ma non sopportando l’idea di starle accanto, decide di bruciarsi le cervella. Prima di accomiatarsi dalla vita, si accomiata dal suo grande amico Thomas Edison, lo scienziato, il quale decide di creare un clone punto due, per così dire, più perfetto dell’originale”.
Ecco, è fatta. Torniamo alle prove di questi giorni, che prevedono alcuni inserti video (una decina), curati da Francesco Ghisi e realizzati con la tecnica del chroma key. Chiunque abbia visto un telegiornale ha avuto esperienza del chroma key:  l’inviato speciale a Mosca, che compare con la Piazza Rossa alle spalle, è ripreso sullo sfondo di un telo verde mentre una telecamera inquadra e intarsia una foto o un filmato suggestivo. (E’ ovvio che in quel momento l’inviato potrebbe anche essere nel soggiorno di casa sua, dove tiene sempre montato un telo verde per tornarsene subito a letto dopo il collegamento, ma questo non ci riguarda). Ci riguardano, invece, i chroma key che dobbiamo realizzare in questi giorni senza sapere esattamente quanto tempo richiederà la lavorazione. Alla vigilia delle riprese, che sottrarranno tempo alle prove, è inevitabile maledire il momento in cui è venuta l’idea di incrociare l’azione scenica con questi inserti video. Certo, lo spettacolo diventa più arioso e anche un po’ digressivo col contrappunto di queste scatolette colorate e i personaggi che vanno e vengono dallo schermo alla scena, ma è una discreta complicazione. Speriamo di potervi dare presto buone notizie.
(Nella foto, un esempio approssimativo di chroma key, con Fiorenza Pieri, che impersona Alicia Clary, l’innamorata di Lord Ewald, in una bozza d’intarsio).

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. Il difficile viaggio da Ovidio ai Baci Perugina.

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In questo frammento di copione, i personaggi sono due: di Thomas Edison, si sa, è il famoso scienziato, inventore e imprenditore, padre della lampadina e di mille altre meraviglie che traghetteranno il XIX secolo nella modernità. Ewald (meglio: Lord Ewald) è un personaggio di forti radici letterarie con i piedi e il cuore ancora ben saldati nell’Ottocento; ama una giovane cantante bella quanto anafettiva, Miss Alicia Clary, dalla quale si attende palpiti che non verranno mai, ed è così romantico da pensare addirittura di tirarsi una pallottola in fronte per uscire dall’antico spasimo amoroso/esistenziale: “ego nec tecum nec sine te vivere possum”, un long seller immarcescibile che ha attraversato i secoli, da Ovidio ai Baci Perugina. Nel suo viaggio dal romanzo di Villiers de L’Isle Adam alla scena, questo Eva futura sceglie la strada del pastiche, in cui convivono linguaggi e registri diversi, spesso contrastanti, se non addirittura stridenti, che oscillano fra la commedia e il melodramma. Una parodia del romanzo, dunque? Forse, ma la parodia, a parte il suo intento giocoso, ha il pregio di mettere a nudo gli elementi di tenuta del romanzo originario. Il continuo mutare di angoli di prospettiva sta mettendo alla prova gli attori, che devono fare i conti con un continuo spaesamento: cadono le buone vecchie certezze della “psicologia del personaggio”, senza le quali l’unica navigazione possibile è quella a vista. Siamo a metà del guado. La riva d’approdo si intravede appena, e tornare indietro non si può.

 

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. LO SCIENZIATO E L’ENTITA’

eleni e andreahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/eva-futura/

Eva futura è la molto libera riscrittura teatrale di un romanzo di Villiers de L’Isle Adam pubblicato nel 1886. (Per l’argomento basta cliccare il link sotto la foto). Qualcuno ha voluto vedere quest’opera come ispiratrice di Metropolis e di svariati altri romanzi e film. Personalmente non saprei dire. Il mito di un essere artificiale con sembianze umane, a volte indistinguibile dall’uomo, è molto antico, ne parla per primo Alberto Magno, filosofo, teologo e scienziato, nel 1270; secondo una leggenda, il Doctor Universalis avrebbe costruito un essere del genere servendosi di metallo, legno, cera, vetro, cuoio e, come nel nostro spettacolo, fornito del dono della parola. Niente di nuovo, dunque – d’altra parte, le paternità e le discendenze non sono poi tanto interessanti. E’ invece interessante il fatto che uno dei protagonisti del romanzo sia Thomas Alva Edison, che nel 1886 era ben attivo e piuttosto ricco, grazie alla lampadina, al fonografo e a innumerevoli altre invenzioni. Villiers de L’Isle Adam scrive dunque di un suo contemporaneo, ma rimodellando l’originale, che vive in America e che probabilmente non leggerà mai il romanzo di cui è protagonista. In Eva futura, Edison, da scienziato imprenditore, viene trasformato in mago. E Villiers de L’Isle Adam, nella prefazione al libro, precisa:
In America e in Europa è fiorita una LEGGENDA nell’immaginazione della gente intorno a questo grande cittadino degli Stati Uniti. Lo si chiama con fantastici soprannomi il “Mago del Secolo”, lo “Stregone di Menlo Park”, “Il papà del fonografo”, eccetera eccetera. Io interpreto una leggenda moderna a vantaggio dell’opera d’arte metafisica di cui ho concepito l’idea; l’eroe di questo libro è, prima di tutto, lo “Stregone di Menlo Park”, non il signor ingegnere Edison, nostro contemporaneo.
La componente metafisica del romanzo trova il suo fulcro nel personaggio di Sowana, (Eleni Molos) un’entità che aleggia nel laboratorio di Edison (Andrea Fazzari), che la foto ha colto in atteggiamento quasi domestico. Sono una curiosa coppia, i due, e il fatto che l’entità Sowana sia incorporea non impedisce contatti ravvicinati e anche animati, simili a volte a quelli di due coniugi stagionati dal tempo.

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. I giorni degli stop

prova alberto e annahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

E’ la serva Molly (Anna Montalenti) che apre la commedia. Si tratta di una soluzione drammaturgica non nuova, ma anzi collaudata da almeno seicento anni, con innumerevoli varianti. L’entrata della serva dovrebbe essere preceduta da una brevissima intro musicale/ambientale che disegna un giardino abitato da pavoni meccanici – sono creature puntute e maleodoranti create da Edison fra un’invenzione e l’altra, prove d’autore che anticipano, in piccolo, ben più complessi e conturbanti automi. Ma adesso è la nostra piccola macchina scenica che si deve avviare, e il motore, come sempre, tossicchia: la musica non parte, oppure parte ma non è quella che dovrebbe partire, oppure è stata registrata a livello troppo basso, oppure le casse provvisorie che usiamo durante questi primi giorni di prove sono troppo provvisorie. La più pronta sembra essere Molly, che però rimane cristallizzata nell’atto di entrare e deve aspettare numerosi stop prima di fare il primo passo.

EVA FUTURA. Appunti dalle prove. La vischiosità della carta


prima letturahttp://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

Da destra a sinistra: Andrea Fazzari, Eleni Molos, Anna Montalenti, Fiorenza Pieri, Alberto Gozzi, Rocco Rizzo, Francesco Ghisi. Nella foto in B/N la carta, “sparando” il bianco, rivela la sua invadenza e (come effetto secondario invisibile) la sua vischiosità. Le prove al tavolino non si possono eliminare ma proveremo a limitarle, alzandoci e andando in palcoscenico al più presto, forse già da oggi stesso. Ieri abbiamo compiuto qualche timido raid. Anna Montalenti, che interpreta il personaggio della serva Molly, si è avventurata nello spazio scenico vuoto sul quale avevamo tracciato rudimentali e un po’ patetici punti di riferimento usando mozziconi insignificanti di scotch nero trovato nello sgabuzzino degli attrezzi (nero lucido sul nero opaco del tappeto, la minor chiarezza che si possa immaginare); Edison (Andrea Fazzari) ha assaggiato la cavità del suo laboratorio inesistente; quando è stato raggiunto da Lord Ewald (Rocco Rizzo) per quello che doveva essere un primo tentativo di rapporto nello spazio fra i personaggi, i due attori hanno incominciato a incrociarsi e a respingersi come due calamite di segno opposto. I raid sono finiti molto presto e siamo tornati al tavolino. Tutto sommato, la vischiosità  materna e opprimente della carta ci pareva il male minore.

Incominciamo? Incominciamo. EVA FUTURA, la nuova produzione di Radiospazio/TPE

eva con modellino

http://fondazionetpe.it/spettacoli/scheda/229/

Da dove s’incomincia a raccontare uno spettacolo che sta per nascere? Oggi pomeriggio faremo la prima lettura con gli attori. Una prima lettura viene come viene, come un neonato. E’ un organismo approssimativo e, diciamolo, bruttino, ma nel quale si vogliono leggere, per rincuorarsi, molte possibilità – ed è un bene che non sia gran che perché a volte vengono fuori certe prime letture tutte vigorose, supervitaminiche e con la faccia da pupi già formati, con i capelli addirittura, e superbe, anche, con l’aria di chiedere: “Dov’è il teatro?”:  se fosse per loro, andrebbero in scena così come sono, senza nemmeno togliersi il pannolino. Sono le peggiori, naturalmente, perché nascendo già così “imparate” non potranno altro che avvizzire nella loro pellicola di plastica, durante il mese di prove, senza essere mai cresciute, e debutteranno come certe signore rifatte e ripittate che fingono di avere il batticuore per l’emozione.
Dunque, della prima lettura vi diremo, forse e se ne varrà la pena. In questo mese di prove vi racconteremo dello spettacolo cercando di sottrarci (noi e voi) alla noia della trama. Oggi incominciamo dal modellino di Alice Delorenzi, bello e per ora enigmatico: mi piace l’idea di iniziare questo racconto con un cartoncino piegato, incollato e fotografato alla meno peggio, lì sul tavolo dove si trova. Siamo ai materiali preliminari: il cartone (del modellino) e la carta (del copione); è un momento sospeso, in cui tutto può essere ancora piegato, tagliato, modellato e riscritto, mentre prende forma, inesorabile, la scrittura più avventurosa, quella scenica.

 

Il video della domenica. Quando il gossip veste classico. CHRISTIAN PALLADINO – MIA SIGNORA (GUEST: SEN. STEFANIA PEZZOPANE E SIMONE COCCIA COLAIUTA)‬

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“Torniamo all’antico, sarà un progresso”, così scrive Giuseppe Verdi il 5 gennaio del 1871 a Francesco Florimo, musicista amico di Bellini e wagneriano militante. La sfiducia di Verdi per gli spunti che la cronaca può offrire alla composizione di un melodramma è nota: “L’epoca attuale parla, si dimena, si affaccenda molto, produce poco e tende a fabbricarsi della musica nuova con della cipria e delle ossa da morto”, scrive a Tito Ricordi il 22 ottobre del 1862; tuttavia, ricorda il Maestro, la navigazione nel grande fiume della classicità non deve essere acritica: “Ma anche fra gli antichi bisogna scegliere, non tutto è bello”(lettera al senatore Giuseppe Piroli del 20 febbraio 1871).
Questo video di Christian Palladino sembra muoversi su una metodologia che ha del postverdiano: la scelta dell’argomento guarda al classico, La senatrice e l’ex spogliarellista è un soggetto ormai svincolato dal gossip: come accade alle falene di mezza età, le sue ali hanno perso la porporina frivola che lo faceva svolazzare nelle cronache rosa; reso maturo dal tempo, oggi rivela la sua robusta struttura mitologica che vive nel chiaroscuro delle contrapposizioni: notorietà/anonimato, donna matura/uomo giovane, ecc. – senza contare il riverbero che questa love story un po’ appannata continua a proiettare sull’attualità per via della sua componente politica, in sintonia col tam tam che risuona minaccioso sui media, giorno dopo giorno. La scelta di Palladino è sagace, ricorda quella del Rigoletto, che metteva in scena il malvagio duca di Mantova – del quale non importava niente a nessuno – per rimbalzare su una classe dirigente arrogante e proterva. E un altro e non meno prezioso riferimento si affaccia in questa breve opera: quello ai film “musicarelli” degli anni Sessanta, che sceneggiavano le canzoni di Gianni Morandi, Albano, Caterina Caselli, ecc. Ma questa rilettura ci sembra felicemente aggiornata, evita le lungaggini di quelle trame posticce e mette subito in tavola il boccon del prete: il nostro amore meraviglioso e pomellato è vittima di un male oscuro, (sicuramente un sortilegio degli invidiosi) ma infine le nostre mani si ricongiungono. Questo video può essere la primavera di una nuova, fortunata stagione come fu quella degli spaghetti western? Difficile dirlo. Palladino è pronto: a questo prototipo potrebbero far seguito delle coppie di sogno, ma per le quali bisognerebbe impegnarsi in un serratissimo casting: Renzi e un’anonima estetista fiorentina (sognando un impossibile Renzi/Boschi), Giorgia Meloni e Pietro Porretto (membro dei The Wise, bocciati a X Factor), e chissà quanti altri. C’è un ostacolo: riuscirebbe l’autore a trovare interpreti così disponibili e dotati come i due protagonisti di questo video? Recitare il proprio vivere,  e vivendo abbandonarsi voluttuosamente al bacio della telecamera non è una tecnica che si possa apprendere, forse è un dono inspiegabile e mostruoso come quello che la sorte elargisce ai contorsionisti, agli uomini pesce, ai corridori sul palo spalmato di grasso nautico e a tutte le creature misteriosamente generate dal brodo neoprimordiale dei talent.

Foto storiche. LA COCA COLA ARRIVA IN FRANCIA, 1950

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Non è un fotogramma di un film di Duvivier, come potrebbe sembrare: la foto ritrae quattro amici al bar, anzi nel bistrot di una cittadina della provincia francese, nel 1950. Stamattina, Bertrand se n’è uscito con un’altra delle sue trovate – è un tipo simpatico, Bertrand, ma come gestore è spietato: se sua madre fosse una bottiglia, la mescerebbe tranquillamente, bicchiere dopo bicchiere, agli ubriachi molesti che pretendono di bere ancora. Sì, ci sa fare, Bertrand: con la parlantina che si ritrova ti rifila quello che vuole lui; i quattro amici lo sanno ma stanno al gioco perché sono più di dieci anni che si ritrovano in quel locale; il vino è appena onesto ma costa poco, e le puttanate di Bertrand fanno proprio scompisciare, meglio che a teatro. Oggi ha detto: “E’ ora di cambiare, vecchi coglioni, bisogna mettersi al passo coi tempi!” E ha tirato fuori un bottiglione dal colore marrone. “Si chiama Coca cola”, ha declamato Bertrand, “e sta conquistando la Francia e il mondo”. Ai quattro amici, la parola conquista non è suonata tanto bene: l’ultima era stata quella di Hitler, qualche anno prima, ma si sono messi in fila al bancone, come dal dottore. Il più succube, quello che ha porto per primo il bicchiere, è  René (di cui si vede solo la mano); a Gaston, vedovo da due anni, non gliene frega niente di rinnovarsi: osserva le bollicine che saltellano nella broda marrone e pensa alle serate che ha passato con la sua Odette, loro due soli, coi figli grandi fuori dalle palle: loro due e una bottiglia, e non c’era mica da annoiarsi perché lei era rimasta una donnina vivace sino alla fine e dopo una bottiglia di vino frizzava ancora come una ventenne. Alain, il terzo, è uno di quegli uomini che credono ancora all’angelo custode o qualcosa di simile: attraversa la vita distrattamente, convinto che alla fine accadrà qualcosa che lo toglierà dai guai; gli amici lo prendono in giro per questa sua infantile, disarmante fiducia, anche perché la sua biografia sembra dimostrare il contrario, ma lui se la ridacchia: di conseguenza, non scamperà al suo bicchierone. L’ultimo del quartetto è Gérard, detto dagli altri Chéri, perché è il più giovane, porta un’assurda giacca bianca e guarda le donne elaborando complicate macchinazioni su come sedurle, tutte, dalla catechista alla moglie del medico; attonito, si sta chiedendo se sarebbe disposto a ingurgitare quel liquido minaccioso ma moderno per fare colpo su Jasmine, che lui tampina e dalla quale non viene minimamente filato. Leggermente in disparte, c’è l’uomo dal volto di pietra. Certo non fa parte del gruppo, lo dimostrano la sua espressione enigmatica e il cappello nero. Forse è straniero, certo è misterioso: nessuno lo ha mai visto prima, da queste parti. Sulla sua identità si possono solo formulare ipotesi. La più probabile è che sia il Mercato.

Altre foto storiche:

La figlia giovane
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/22/foto-storiche-la-figlia-giovane-1953/
La figlia tonda
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/22/foto-storiche-la-figlia-tonda-1951/
Due ragazze in pausa
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/12/foto-storiche-due-ragazze-in-pausa-1953/
“Quo vadis?” al cinema Eliseo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/06/30/foto-storiche-quo-vadis-al-cinema-eliseo-1951/
Radioménage
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/08/foto-storiche-radiomenage-1953/
La fiera di Milano del 1953
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/09/20/foto-storiche-la-fiera-di-milano-del-1953/
La ragazza e i marinai
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/07/08/foto-storiche-la-ragazza-e-i-marinai/

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