Nel cuore della notte. JÓZEF CZAPSKI, PROUST A GRJAZOVEC

nuovo proust

Si può parlare di Proust mentre si è immersi nell’orrore? È quanto ha fatto un gruppetto di ufficiali polacchi, internati nel gulag di Grjazovec tra il 1940 e il 1941.
Nel gelo dell’inverno sovietico, sfiancati dal lavoro della giornata, i prigionieri si ammassano nel refettorio e a turno parlano di ciò che conoscono, ciò che amano. Organizzano delle vere e proprie conferenze. Gli argomenti sono sottoposti al controllo delle guardie: tempo prima, un tentativo più clandestino ha portato alla deportazione di molti. Nessun libro sostiene le loro parole, nessuna ricerca è possibile. Solo la memoria li aiuta, la memoria capricciosa in cui i ricordi si nascondono, si mescolano, cambiano aspetto fondendosi con l’immaginazione, finché non riemergono all’improvviso, suscitando anche un po’ di sorpresa. Ci si può organizzare una conferenza intera, solo con i ricordi.
Uno degli ufficiali, Józef Czapski, si occupa di arte e letteratura. Studia la Recherche da una ventina d’anni, dopo averla scoperta durante il riposo forzato di una lunga convalescenza. E proprio a Proust dedica una serie di queste conferenze semi-clandestine, preparate con una cura meticolosa di cui gli appunti, da poco raccolti in volume, restano a testimonianza. Proust stesso, dice Czapski, “nella sua camera surriscaldata e tappezzata di sughero, si sarebbe meravigliato e forse commosso”.

Roberta Sapino

Nel cuore della notte, in una Parigi completamente immersa nelle tenebre, il critico Ramon Fernandez viene svegliato da una visita inattesa; è Proust: “Perdonatemi, sono venuto solamente per chiedervi un piccolo favore. Vi prego di pronunciare per me queste due parole italiane: senza vigore”. Fernandez, che conosceva bene l’italiano, pronunciò le due parole, dopodiché Proust scomparve con la stessa rapidità con cui si era palesato. «Con quale emozione» racconta Fernandez «ho poi letto, dopo la sua morte, in uno dei volumi del romanzo, un dialogo sulle automobili nel corso del quale Albertine usa en passant quelle due parole». […]
Nell’edizione del suo epistolario ho trovato una breve missiva risalente ai suoi ultimi anni di vita, indirizzata a un critico parigino (Boulanger, mi pare) che Proust all’epoca non conosceva personalmente e che voleva incontrare per ringraziarlo di aver scritto un articolo entusiastico su di lui. In un post scriptum Proust aggiunge: “Vi prego di perdonare i due “che” consecutivi, ma sono molto di fretta”.

Józef Czapski, Proust a Grjazovec, Adelphi, Traduzione di Barbara Delfino

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