Il video della domenica. TANIA SIMEONS, BRAT. 2′.16″

tania. brathttps://www.youtube.com/watch?v=eYR5CnOIK_E

Piccola, ennesima variazione sul tema della rivolta degli oggetti, ma il corto si segnala soprattutto per la felice invenzione della monella (“Brat”), accattivante nel suo infantile sadismo.

Piera Degli Esposti, Un piccolo tassello biografico

Si ricostruiscono, a caldo, le tappe della vita di Piera. Aggiungo un piccolo tassello del quale sono stato testimone diretto nonostante fossi un ragazzino. Riguarda i primi passi della giovanissima Degli Esposti sul palcoscenico, diretta da mio fratello Luigi Gozzi, che la scoprì verso la metà degli anni Cinquanta, a Bologna, mettendo in scena (prima rappresentazione in Italia) “Les bonnes” di Genet, quando Piera aveva sedici anni circa, “L’uomo massa” di Toller, una ironica riscrittura scenica di “Estate”, di Nicolaj e altri testi imponenti. Non è preistoria: in quegli spettacoli c’era già tutta Piera.

Corrado Govoni, Il tinello

Sulla cima del canterale
uno smodato mazzo artificiale
nella campana di cristallo
sbiadisce le sue cere meste
d’ogni colore verde bianco giallo,
triste come una veste
usata in carnevale.
 Nelle cornici variopinte
dei ritratti stan come dentro finte
ghirlandette di fiori e foglie:
alcuni àn degli anelli
con le gioie svanite, chi raccoglie
in rattorte treccine stinte
i suoi biondi capelli.
Remano dentro la peschiera
ch’è sopra la credenza lustra e nera
tra dei frutti di marmo profumato
dei lunghi pesci rossi;
un martin pescatore inbalsamato
pensa a la sua brughiera
ed ai suoi quieti fossi.
 Il piano aperto tende i labri ignudi
alla molle carezza dello studio
d’una fanciulla dolce come un frutto
che non sa che motivi di conservatorio
ricamati sui tasti neri a luttoz
cui fa male il tripudio
candido dell’avorio.
Il lampadario con le rose
acceso è un gruppo d’idre mostruose
che avvinghia il corpo pallido e dormente
della camera esangue
e le succhia silenziosamente
con le sue tentacolose
bocche l’ultimo sangue.
La pendola col cariglione,
che chiude l’ore a ruota di paone
nello specchio che sembra un prato
pieno di rosolacci,
ogni volta che segna il tempo andato
ripete con passione
un’aria dei pagliacci.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet Note azzurre

Le figurine di Radiospazio. Cognati

Arrivammo sotto la via Belvedere. Guido disse che un po’ di salita ci avrebbe fatto bene. Anche questa volta lo compiacqui. Lassù egli si sdraiò sul muricciolo che arginava la via da quella sottostante. Gli pareva di fare un atto di coraggio esponendosi ad una caduta di una diecina di metri. Sentii dapprima un ribrezzo al vederlo esposto a tanto pericolo, ma poi mi misi ad augurare ferventemente ch’egli cadesse.  In quella posizione egli continuava a predicare contro le donne. Diceva ora che abbisognavano di giocattoli come i bambini, ma di alto prezzo. Ricordai che Ada diceva di amare molto i gioielli. Era dunque proprio di lei ch’egli parlava? Ebbi allora un’idea spaventosa! Perché non avrei fatto fare a Guido quel salto di dieci metri? Non sarebbe stato giusto di sopprimere costui che mi portava via Ada senz’amarla? In quel momento mi pareva che quando l’avessi ucciso, avrei potuto correre da Ada per averne subito il premio. Debbo confessare ch’io in quel momento m’accinsi veramente ad uccidere Guido! Ero in piedi accanto a lui ch’era sdraiato sul basso muricciolo ed esaminai freddamente come avrei dovuto afferrarlo per essere sicuro del fatto mio. Poi scopersi che non avevo neppur bisogno di afferrarlo; sarebbe bastata una buona spinta improvvisa per metterlo senza rimedio fuori d’equilibrio.  Mi venne un’altra idea: per essere sicuro di dormir bene quella notte. Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui. Volli subito abbandonare quella posizione nella quale sovrastavo Guido e che mi seduceva a quell’azione. Mi piegai sulle ginocchia abbattendomi su me stesso e arrivando quasi a toccare il suolo con la mia testa:  – Che dolore, che dolore! – urlai.  Spaventato, Guido balzò in piedi a domandarmi delle spiegazioni. Io continuai a lamentarmi  più mitemente senza rispondere. Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Oglio

Il video della domenica. Mariangela Gualtieri, Ringraziare

Raccomandato:
• agli attori che dicono (recitano, interpretano, sospirano, propongono, espongono, declamano, leggono, soffrono, scandiscono, esprimono, decodificano) una poesia.

• a chi non legge poesia

• a chi la legge con i soli occhi

• a chi non si vergogna di leggerla ad alta voce, in camera sua.

(Riportiamo il testo per chi voglia seguire, come su uno spartito, l’esecuzione dell’autrice).

Ringraziare…

Ringraziare desidero il divino/ per la diversità delle creature/ che compongono questo singolare universo,/ per la ragione,/ che non cesserà di sognare/un qualche disegno del labirinto/ e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su./ Ringraziare desidero per l’amore,/ che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,/ per il pane e il sale,/ per il mistero della rosa/ che prodiga colore e non lo vede./ Ringraziare desidero/ per l’arte dell’amicizia,/ per l’ultima giornata di Socrate,/ per le parole che in un crepuscolo furono dette/ da una croce all’altra,/ per i fiumi segreti e immemorabili/ che convergono in noi,/ per il mare, che è un deserto risplendente/ e una cifra di cose che non sappiamo/ per il prisma di cristallo e il peso di ottone,/ per le strisce della tigre,/ per l’odore medicinale degli eucaliptus,/ e la speranza, la fiducia, la lavanda./ Ringraziare desidero/ per il linguaggio, che può simulare la sapienza,/ per l’oblio, che annulla o modifica il passato,/ per la consuetudine,/ che ci ripete e ci conferma come uno specchio,/ per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,/ per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,/ per il coraggio e la felicità degli altri,/ per la patria, sentita nei gelsomini/ per lo splendore del fuoco/ che nessun umano può guardare senza uno stupore antico/ e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei./ Ringraziare desidero perché/ sono tornate le lucciole,/ le nuvole disegnano,/ le albe spargono brillanti nei prati,/ e per noi/ per quando siamo ardenti e leggeri/ per quando siamo allegri e grati./ Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio/ per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri/ per la quiete della casa,/ per i bambini che sono nostre divinità domestiche/ per l’anima, perchè consola il mio girovagare errante,/ per il respiro che è un bene immenso,/ per il fatto di avere una sorella./ Io ringraziare desidero/ per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi/ per le facce del mondo che sono varie/ per quando la notte si dorme abbracciati/ per quando siamo attenti e innamorati, fragili e confusi,/ cercatori indecisi./ Ringrazio dunque/ per i nostri maestri immensi/ per tutti i baci d’amore,/ e per l’amore che ci rende impavidi./ Per i nostri morti che fanno della morte un luogo abitato, / e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato./ Per i figli,/ col futuro negli occhi,/ perchè su questa terra esiste la musica,/ per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo/ per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,/ per il silenzio che è la lezione più grande/ per il sole, nostro antenato./ Ringraziare desidero/ per Whitman,/ Presti e Francesco d’Assisi,/ che scrissero già questa poesia,/ per il fatto che questa poesia è inesauribile/ e si confonde con la somma delle creature/ e non arriverà mai all’ultimo verso/ e cambia secondo gli uomini./ Ringraziare desidero/ per i minuti che precedono il sonno,/ per il sonno e la morte,/ quei due tesori occulti,/ per gli intimi doni che non elenco,/ per la gran potenza d’antico amor/ per amor che muove il sole e l’altre stelle/ e muove tutto, in noi….

Alberto Arbasino, Ritratti italiani. Gianni Agnelli

Gianni Agnelli possedeva l’allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché producesse automobili non molto chic. Tutti i parvenus, generalmente, osservavano affascinati i suoi polsini e cinturini e bottoni, e non già i dettagli della 124 o della 850. Ma i «vecchi dei circoli» notavano compiaciuti che quella fatuità apparente discendeva dagli insegnamenti tradizionali della severissima Scuola Militare di Cavalleria (Scuola di Guerra, addirittura), a Pinerolo. Mai mostrarsi ansiosi o preoccupati, davanti ai sottufficiali e alla truppa. Anzi, ostentare disinvoltura e nonchalance soprattutto davanti ai dolori e ai pericoli, alla testa dei reggimenti. «Una volta s’andava a battaglia – come a un ballo cantando si va – pare pioggia di fior la mitraglia – rataplàn, rataplàn, rataplàn!»… Altro che cuore in mano, o «si salvi chi può», nelle guerricciole o nel Risorgimento. Altro che «leggerezza calviniana», anche. O «bel garbìn torinese». C’era piuttosto dietro la tradizionale «sprezzatura» prescritta da Baldesar Castiglione ai gentiluomini del Rinascimento: «Usare in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi». Come in Giordano Bruno, d’altronde: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis». E Hemingway, «grace under pressure», anche in prima linea. Nonché Benedetto Croce: «Vittorio Emanuele II aveva serbato non poco del vecchio re di razza, la qual cosa conferiva al suo prestigio presso il popolo, che trovava rispondente al proprio concetto di un re il suo aspetto e piglio soldatesco, il suo abito di gentiluomo e cacciatore, la franchezza e la sprezzatura dei suoi modi». I più attenti a quella sua dizione così caratteristica potevano forse riconoscervi tracce del garbo flautato del precettore Franco Antonicelli, signorile come la recitazione di illustri autori quali Ruggero Ruggeri e Renzo Ricci. Del resto l’Antonicelli aveva a Voghera un fratello medico Sandro che veniva a prendere la pressione a mia nonna, zoppicando, e una sorella Amalia (chiamata «la Bidone» in quanto moglie del rag. Bidone, ma ci dev’essere ancora una via Bidone, a Voghera) che trasmetteva alle signore i suoi consigli di signorilità torinese. Per esempio: offrire i cioccolatini non in una ciotola d’argento ma in una coppa di cristallo. Però i vecchi ricordavano soprattutto i giovani De Sica e Melnati e Viarisio in un famoso sketch sul birignao degli uffizialetti di cavalleria, nelle riviste Za-Bum degli anni Trenta. E si potevano rievocare, fino alla vigilia della guerra, con la ‘caramella’ (monocolo) e un bicchierino di Punt-e-Mes, sulla soglia delle pasticcerie alla moda, commentando il passaggio delle vogheresi. C’era lì infatti una illustre caserma di cavalleria, con Savoia o Monferrato o Guide. Per le signore più navigate: ci dev’essere stato qualche avo ebreo per spiegare l’arguzia dello charme e dei tratti. Quegli occhietti ammiccanti e sardonici, quegli zigomi danubiani lavorati dalla mondanità nel contrasto fra la pelle abbronzata e il candore della basetta… «Proprio mentre siamo stati occupati dagli italiani» potrebbe magari dire un Gadda. E gli amici più affezionati: lui e Marella sono soprattutto grandi giornalisti, con questa enorme passione per i quotidiani e i settimanali e le foto, mentre a qualunque musica si annoiano. Com’era però inesausta (e poco italiana) la ricerca non solo di ‘amuseurs’ per l’intrattenimento rapido, ma di informazioni aneddotiche culturali: sapeva titoli e argomenti delle tesi di laurea di Guido Carli, Bruno Visentini, Francesco Saverio Nitti… (Mentre un amico gentiluomo, Galvano Lanza, regolava discretamente i conti e le mance, alle sue spalle). Ecco allora una ricetta di Stile non certo italiana, benché prescritta dai nostri migliori trattatisti: maneggiare gravemente i temi leggeri, e leggermente i più gravi. Evitare con chiara sprezzatura ogni pomposità o affettazione. Rimuovere con grazia e decisione gli ‘scocciatori’ verbosi e lagnosi. (Tipicamente, buttar là a qualche ‘intellettuale’ pieno di sé, con noncuranza, una informazione di alta cultura che non gli era ancora arrivata)… Proprio a tali semplici criteri di estetica mondana si deve uno dei maggiori successi personali e internazionali nell’Italia del Novecento. Anche in amore? Le amiche di vecchia consuetudine lo chiamavano piuttosto «l’uomo delle macchine», o direttamente «Gianulasch», e lui rispondeva «Kikkù», asch e ù ormai perduti, chissà come e perché. Quando non si usava ancora dire «l’Avvocato», come il maggiordomo che rispondeva agli intimi mattutini. Dietro quel suo gusto visivo così raffinato e acuto pareva di scorgere due eccellenti amici torinesi scomparsi: la piega sardonica del labbro di Mario Tazzoli, grande gallerista della migliore modernità; e le sopracciglia boscose sulle pupille penetrantissime di Luigi Carluccio, critico e organizzatore incomparabile di lontane mostre epocali sulle Muse Inquietanti, il Cavaliere Azzurro, il Simbolismo Sacro e Profano… Davanti a quegli abiti perfetti di Caraceni, e a quei mirabili Klimt in casa a St-Moritz, mai si ebbe cuore di domandargli come mai non applicava lo stesso ‘occhio’ anche alle macchine Fiat, in qualche fase di insofferenza per il look impiegatizio nei prodotti di serie e di massa… Gli amici scherzavano piuttosto sulle beffe ai danni di certi suoi ammiratori. Uno gli mostrò con fierezza un suo straordinario edificio, fino all’ultimo piano; e lì, Gianni: «Ma non c’è la piscina di mercurio! Dov’è la piscina di mercurio?». Quando ancora non esistevano i telefoni sulle automobili, l’Avvocato chiamava dalla macchina i telefoni fissi degli amici. Ma quando finalmente un emulo giunse a possederne uno, chiamò subito Gianni da una macchina all’altra. E si sentì rispondere: «L’Avvocato è sull’altra linea». Per la sontuosa macchinona di un altro, l’Avvocato sentenziò: «Tutto bene, tranne i sedili. Ci vogliono poltroncine Luigi XVI, naturalmente con le gambe tagliate». Quanti flashbacks. All’alba della Dolce Vita, ‘Gianulasch’ era ammiratissimo al Club 84 perché l’unico a tenere una intera bottiglia di whisky sul tavolino, e non un bicchiere per volta come gli altri viveurs, che ovviamente dicevano: «Barman, allungami un Davide» invece di chiedere semplicemente un Campari. «Noi siamo quelli dello sciscì, quelli che a mezzodì segnano il passo, presso Dalmasso», cantavano piuttosto i milanesi in Montenapoleone, con rime quasi ciondolòn, penzolòn… Gianni ri-accarezzava con vivi complimenti le solide chiappe di una famosa Cristina, sposa ormai di un magnate americano. E lei: «Grazie, caro avvocaticchio, ti lasceremo la tua fabbrichetta». Quelle Cristine ormai scomparse erano famose bellezze o icone del dopoguerra, presso un bar alla moda milanese, ovviamente in Montenapoleone. E lui ridacchiava al racconto d’un pranzo di Cristine con amici ministri democristiani, che ordinavano solo verdure mentre si prendeva cacciagione squisita, e gli astanti guardavano nei piatti. Ma solo alla fine ci si accorse che eravamo in un Venerdì Santo. Molto più tardi, chiacchierando di Caravaggio, gli chiesi come mai si chiamasse chiamasse «Bourbon del Monte» (quando i Borboni non erano ancora re di Francia) l’antica famiglia toscana ed umbra di sua madre Virginia, nonché del cardinale protettore del Merisi a Roma. Rispose, mesto: «Lo sapeva Pierrà. Lo sapeva Uguccione» (i cugini Bourbon del Monte e Ranieri di Sorbello). «Ma non ci sono più».

Alberto Arbasino,. Ritratti italiani, Biblioteca Adelphi)

Le figurine di Radiospazio. La salute del Narratore

L’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre piú spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.

Walter Benjamin, Angelus Novus: Saggi e frammenti, Einaudi

Il video della domenica. Il provino di Jean-Pierre Léaud per “I 400 colpi”, Di Truffaut

Una candidatura irresistibile.

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