Jennifer Guerra, Cosa dice la nostra ossessione del Medioevo sul tempo presente (The Vision)

Con il diffondersi della psicosi da coronavirus, qualcuno ha azzardato un parallelo – a dire il vero molto esagerato – con la peste del Trecento, nota anche come “peste nera”, che nel giro di pochi anni uccise almeno un terzo della popolazione europea. Le epidemie non sono il solo motivo per cui si tira in ballo il Medioevo quando si parla di presente: i cambiamenti climatici, l’avvicinarsi di una presunta “terza guerra mondiale” e, soprattutto, la regressione dei diritti in molti Paesi europei e non, ci fanno spesso parlare di un ritorno al Medioevo o, alternativamente, dell’arrivo di una nuova età di mezzo. Parliamo con leggerezza di barbari, crociate e caccia alle streghe e, quando qualcuno dice o propone qualcosa di reazionario e retrogrado, ecco che subito diciamo che vuole “riportarci al Medioevo”.

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Lorenzo Orlandini. Paninari – Una storia italiana (minima&moralia)

“I Panozzi sono stati il primo e unico caso di gruppo giovanile acceso non da uno spirito di protesta o ribellione (con o senza una causa), ma al contrario da un’irrefrenabile spinta a esasperare certe caratteristiche addirittura fondanti dello status quo. Ventenni nella Milano da bere del Berlusca, i Paninari sono ipermaterialisti in una società materialista, ipersuperficiali in un decennio riconosciuto come superficiale. Il loro è un movimento tutto rivolto al presente, che vive in nome di un edonismo puro e si preoccupa solo del qui ed ora, mentre qualunque altro movimento giovanile cui personalmente riesca a pensare in questo momento guarda (bene o male) al futuro.”

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Le figurine di Radiospazio. Un principio di soddisfazione

Nella sua inesperienza elementare di donnaiuolo, il signor Gallaro riteneva che l’essere stato invitato ed ammesso in quella casa gli conferisse già qualche diritto, e che egli si sarebbe meritato una preclara patente d’imbecille, ove si fosse dimenticato di esigerne per lo meno un principio di soddisfazione. Quindi, mentre Speranza dimorava salda nei più quieti discorsi di famiglia, egli affocava negli occhi, formicolava sulla sedia; le ginocchia gli ballavano. Tutto il suo essere domandava di pigliarsi qualche anticipazione. – Speranza! Speranza, non oso… – Che non osa? – Non oso domandarle un bacio…
Speranza si annebbiò, e indietreggiò tragicamente. – Sappia, bravo signore, che non mi sono mai fatta baciare da nessun uomo… Il fornaciaio rimase spaventato. E la vedovella ribadì con franchezza: – Nessun uomo mi ha mai baciata, salvo il mio povero marito. E non voglio cominciar adesso a lasciarmi baciare, signor Gallaro! Il signor Gallaro uscì umilmente da quella casa, in cui aveva infelicemente attentato di bravare così fuori di posto; uscì con il cuore insoddisfatto, che gli martellava di angoscia, e con la testa addolorata, funestata dal pensiero aggravantissimo, che quella diavola poteva far credere tutto tutto, e, più che tutto, l’impossibile.

Roland Barthes, Osiamo essere pigri. Intervista di Christine Eff (Doppiozero)

“Sono stato professore di liceo solo per un anno. Non è da qui che ricavo l’idea di pigrizia scolastica, ma piuttosto dalla mia esperienza di allievo. Ritrovo spontaneamente la pigrizia scolastica, ma a titolo di metafora, nella mia vita attuale, che in linea di principio non ha nulla di quella di uno scolaro: spesso, davanti a compiti che mi annoiano considerevolmente, come la posta, i manoscritti da leggere, resisto e mi dico che non arriverò a farli, esattamente come lo scolaro che non può fare i compiti. Si tratta, in questi momenti, di un’esperienza dolorosa della pigrizia, nella misura in cui è un’esperienza dolorosa della volontà.”

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Le figurine di Radiospazio. L’uomo al suo meglio

In genere, le nostre prime impressioni sono quelle vere – la difficoltà principale consiste nello stabilire quali siano le prime. Nell’adolescenza, ad esempio, leggiamo una poesia rimanendone estasiati. Nell’età virile la nostra ragione ci assicura che non v’era alcun motivo di rimanere estasiati. Ma, trascorso qualche anno, torniamo alla nostra ammirazione di un tempo, proprio quando un giudizio più maturo ci consente per l’appunto di capire il come e il perché di tale ammirazione. Pertanto il nostro pensiero, in quanto individui, è ciclico, e abbiamo la possibilità di formarci, a partire dalla frequenza o infrequenza delle nostre rivoluzioni intorno ai vari centri di pensiero, un’accurata valutazione del progresso del nostro pensiero verso la maturità. È davvero meraviglioso osservare fino a che punto l’opinione infantile coincida, negli elementi essenziali di verità, con quella dell’uomo propriamente detto – dell’uomo al suo meglio.

Galleria. Il marito ideale

Per i più, il signor Maréchal era un ottimo marito. Anche la signora Maréchal era d’accordo, anzi pensava di essere stata una donna fortunata nonché molto abile ad aver accalappiato, tanti anni prima, un seduttore irresistibile come quello. Sì, perché Maréchal, nella stagione del corteggiamento, aveva fatto credere alla futura moglie di essere pieno di donne. Perseguitato, sopraffatto addirittura. Aveva sostenuto la sua infantile bugia con false prove che sembravano inconfutabili: repentine e immotivate sparizioni, tracce di rossetto malamente cancellate, misteriosi bigliettini che Marechal distruggeva goffamente con l’aria del colpevole.
Questa complicata messinscena nascondeva, in realtà, il più candido dei fidanzati: la futura signora Maréchal era la prima donna che egli avvicinava, e sarebbe rimasta l’unica anche per tutti gli anni del matrimonio. L’impostura funzionò: la giovane sposa, guardava le amiche più belle di lei come il novellino che al suo primo safari si porta a casa una tigre reale sotto il naso dei cacciatori più esperti, e questo sentimento di onnipotenza sconfinava con la gratitudine nei confronti della belva che si era lasciata cacciare. C’era tuttavia qualche passaggio delicato quando, nell’intimità, la signora Maréchal si eccitava fantasticando sul passato libertino del marito. Allora diventava lei, la tigre: lo aggrediva senza preavviso, lo gettava sul letto e lo spogliava intimandogli: «Fai conto che io sia una di quelle tue schifose puttane!». E Maréchal doveva improvvisare, ma fortunatamente, data la scarsa preparazione di lei, gli bastava qualche ruggito per fare sempre un’ottima figura.
Bisognava tuttavia sostenere il personaggio nel tempo; così, anche dopo molti anni, quando Maréchal accompagnava la moglie nelle sue compere, non mancava mai di fermarsi davanti alla Galérie Duhamel che esponeva dei soggettini piccanti e faceva in modo che la moglie, uscendo dal negozio, lo sorprendesse con un’espressione lasciva. Allora lei gli dava un colpetto sulla schiena e lo strattonava via, tutta orgogliosa, sibilando fra i denti: «Andiamo a casa, porco!»

Simona Raimondo. Perché è così difficile rassegnarsi all’idea di non piacere a tutti? (The Vision)

“L’idea di non ricevere l’approvazione delle persone che riteniamo simili a noi e ancora di più di coloro che – in base a criteri stabiliti dalla società secondo un sistema le cui regole non valgono davvero per tutti – sono considerati modelli di riferimento a cui ispirarsi se si vuole avere un certo tipo di vita può destabilizzare. Come scrive Zygmunt Bauman in uno dei suoi testi più noti, Modernità liquida, l’insicurezza oggi ci porta a fuggire con orrore dalla libertà di essere noi stessi.” Leggi il resto dell’articolo https://thevision.com/cultura/gratificazione-esterna/?sez=author&ix=1&authid=302

Le figurine di Radiospazio. Autoconvinzione

Il piacere che Madeleine ricavava dal guardarlo le ricordava il piacere che da bambina le dava guardare i corpi flessuosi dei cani da caccia. Era un piacere alimentato dall’intenso bisogno di avvilupparlo in un abbraccio e risucchiargli forza e bellezza. Era tutto molto primordiale e istintivo ed era fantastico. Il problema era che Madeleine non riusciva a godersi il corpo di Dabney né tantomeno a usarlo un po’, e ritenne suo dovere comportarsi come si conveniva a una brava ragazza, autoconvincendosi di essere innamorata di lui. A quanto pareva, voleva anche i sentimenti. Disapprovava l’idea di un rapporto basato solo sul sesso. E così cominciò a raccontare a se stessa che la recitazione di Dabney era “misurata” o “essenziale”. Apprezzava il fatto che lui fosse “sicuro di sé”, che “non sentisse il bisogno di dimostrare alcunché” e non facesse “la primadonna”. Anziché preoccuparsi perché era noioso, decise che era dolce. Invece di giudicarlo ignorante, lo definì intuitivo. Ne esagerava i pregi per non sentirsi superficiale perché desiderava il suo corpo. A tale scopo lo aiutò a scrivere – d’accordo, scrisse – due tesine di letteratura e antropologia, e quando lui prese un ottimo voto ebbe la conferma della sua intelligenza

Letture in corso. I nudi festosi di Piersandro Pallavicini

Fra i tanti vantaggi di non essere un recensore c’è quello di potersi soffermare su una pagina estrapolarla e proporla impudentemente in un blog. Ho appena iniziato questo romanzo di Sandro Pallavicini che mi ha subito preso, anzitutto per il basso (ma assai malizioso) profilo della voce narrante: una scrittrice di scarso successo che viene sommersa a sessant’anni da un’eredità colossale (un particolare che promette sviluppi molto interessanti). Del reale talento letterario della ricchissima autrice il romanzo non ci dice nulla, almeno per il momento, ma certamente dà testimonianze certa della sua consapevolezza  penetrante, come dimostra questo brano sui premi letterari in cui finzioni e elementi reali si fondono e pungono come in un piccolo, ruvido pamphlet. Ho esordito a trentotto anni nel novantacinque con Bompiani sull’onda lunga di Gioventù cannibale, il romanzo s’intitolava Il pane e la morte, sul “Corriere” mi hanno salutata come un’esordiente da tenere d’occhio, su “TuttoLibri” Angelo Guglielmi mi ha definita “una nuova Silvia Ballestra (sebbene attempata e ancora in parte balbuziente)”, e ho venduto duemilanovecento copie. Dopo Il pane e la morte, ogni due o tre anni è arrivato regolare il mio nuovo contributo: ancora con Bompiani, oppure Feltrinelli, Mondadori, Rizzoli, mai un editore piccolo, mai neppure un medio, un Effetto Notte o uno Schiaparelli, che ne so, oppure un Minimum Fax, no, mai. Eppure niente, sono una beata signora nessuno. Mai un passaggio a La Lettura del Tg5 o da Marzullo in Rai, figurarsi da Bignardi o Fazio, ma mai nemmeno un invito a un festival che conta – Mantova, Pordenone – o anche solo mai una sala bella piena in libreria, sempre la mestizia di cinque, dieci, se andava benissimo quindici spettatrici apparentemente prossime alla morte dal tanto erano sfrante di noia, che mai compravano il libro, che mai facevano alcuna domanda alla richiesta finale di rito, che subito si alzavano e se ne andavano con lo sguardo basso quando chi mi presentava dichiarava chiusa l’angosciante adunata. Ma chi se ne frega di Marzullo e dei festival, non me ne importa nulla: io ho sempre voluto i premi. Sull’entusiasmo di vedere il mio nome stampato in copertina, sulla soddisfazione d’aver tirato fuori quel che nel profondo avevo da dire, sull’illusione di vendere ventimila copie o anche solo diecimila, sul sogno erotico di finire in classifica o tradotta in francese e inglese ci ho messo da anni una pietra sopra. E allora cosa rimane di gratificante, una volta data alle stampe la tua pur pregnante opera destinata all’anonimato, se non vincere un premio? Non è per la gloria, figuriamoci, i premi non li conosce nessuno, ridicoli quelli che li elencano come medaglie nella quarta di copertina, non è neanche l’indotto di copie aggiuntive vendute, quelle arrivano solo con lo Strega e nemmeno basta essere in cinquina, bisogna vincerlo. I premi significano soldi gratis. Hai scritto il tuo libro in anni di lavoro sfibrante, il tuo cuore è stato spremuto, la tua testa scoperchiata, la tua intimità rivoltata, i tuoi weekend bruciati china sul computer in cucina, la pausa pranzo l’hai spesa con il panino davanti allo schermo, le uscite con le amiche le hai rimandate, tua figlia ti ha odiato perché non la portavi a Gardaland o anche solo da Zara, tuo marito perché non gli badavi, non cucinavi, non scopavi. E per tutto questo non sei nemmeno andata in seconda edizione, l’editore ti ha versato duemila euro di anticipo e finita lì? Ma quale soddisfazione intellettuale di pubblicare, per favore. Quale orgoglio? Qualcosa che ripaghi l’immane sforzo compiuto ogni giorno per anni, questo vorresti, questo vorremmo tutti. Cioè soldi, esatto, agio di scialacquare migliaia di euro senza pensieri come vorrebbe chiunque, le impiegate di banca, gli imprenditori, le maestre d’asilo, i panettieri, le commesse del supermercato, perché mai chi scrive dovrebbe essere diverso, forse perché saremmo artisti?

Marco Montanaro, Parole d’amore scritte a macchina (Minima et Moralia)

Parole d’amore scritte a macchina arriva nel 1990 e va a inserirsi tra Aguaplano e 900, diventando col senno di poi un classico a sua volta. Sulle prime però sembra un oggetto strano, per qualcuno anche un disco di molto inferiore agli altri per qualità e ispirazione. Riascoltarlo trent’anni dopo significa provare a comprendere qualcosa in più di quel buio, forse, e dei fantasmi che lo abitano.”

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Galleria. Adelina

Gliel’avevano messa lì nel letto e subito avevano incominciato a scattare una fotografia dietro l’altra. Scattavano e strillavano, tutti eccitati: «Si chiama Adelina!», e siccome lei non mostrava di trovarci niente di straordinario, le venivano proprio davanti alla faccia per ripeterlo: «Adelina, capisci?!… Sei contenta?» Come poteva essere contenta in mezzo a tanti sconosciuti che le avevano invaso la stanza? Fece un gesto come quando si vogliono scacciare i moscerini: «Chi sarebbe questa Adelina?» «Sei tu, nonna… Tu ti chiami Adelina, lo sai, vero? E noi abbiamo dato il tuo nome alla piccola!» Qualcuno aveva aggiunto: «Così adesso le Adeline sono due… non è magnifico?» Tutti avevano riso, non si capiva perché. Era gente imbarazzante e anche maleducata, perché continuava a parlare di cose che lei non sapeva. Sì, un tempo aveva conosciuto una Adelina, ma era morta da un numero imprecisato di anni. Non le era mai stata simpatica, le stava sempre addosso, aveva un temperamento forte e la costringeva a fare tutto ciò che voleva. Era una fortuna che se ne fosse andata; morendo aveva portato con sé tutta la vita che avevano consumato in quella interminabile e insopportabile convivenza.  Guardò il corpicino che le avevano messo tra le braccia Chi era quest’altra Adelina, una parente della defunta? Strinse gli occhi per vederla meglio, ma era troppo informe per decifrarla. Allora l’annusò – il suo naso non l’aveva mai tradita. Il profumo sembrava buono.. Tranquillizzata, si addormentò.

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Matteo Santarelli. Tre gradini verso l’inferno. Breve guida alla storia recente di Sanremo (Le parole e le cose)

“Sanremo non è cominciato, e già se ne parla. Non ovviamente per motivi artistici-musicali, ma per spiacevoli e numerosi scandali. Il “rapper” Junior Cally viene accusato di scrivere testi che incitano alla violenza sulle donne; il conduttore Amadeus loda in pubblico la virtù femminile di sapere stare “un passo indietro” al proprio compagno di vita famoso; l’estrema destra non vuole la giornalista palestinese Rula Jebreal, colpevole di aver criticato le scelte elettorali del popolo italiano; la sinistra non vuole l’estrema destra; e infine, per calmare le acque, il cantautore romano Achille Lauro smorza i toni presentando un brano dal titolo: “Me ne frego”, nome di un noto motivetto d’era fascista.”

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Le figurine di Radiospazio. Buona politica 1870

Buone finanze, buona politica. Volete conoscere lo stato di un paese? guardate le sue finanze. Le sole condizioni finanziarie fanno le rivoluzioni. Oggidì (1870) in Italia non si vogliono economie, e si crede di cancellare il deficit imponendo nuove tasse – rubando il pane del povero col tassare le lire 600 di reddito, mentre si lasciano le spese di rappresentanza ai prefetti per far ballare gli aristocratici che possono ballare benissimo a casa loro. Ma il signor Sella pensa di riempire i vuoti crescendo le tasse, senza riflettere che la forza di un paese dà fino a un certo segno, come, nell’agricoltura, la fruttibilità di un terreno; e, in conclusione, facendo come chi chiudesse una fossa colla terra tolta da un’altra.

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce propone Jojo Rabbitt, di Taika Waititi

Il mondo mentale e soprattutto affettivo di un bambino di dieci anni proiettato, anzi immerso, nella più grande tragedia dell’umanità, la tragedia di una guerra atroce e quella, se possibile ancora più atroce, dell’olocausto di cui in questi giorni abbiamo celebrato la memoria. Un film che è uno straordinario e commovente esperimento in cui il ricordo di quei giorni lontani non è fredda celebrazione ma costituisce il colore e il calore vivo di sentimenti e di affetti, allora come ora, indispensabili a fare di uomini e donne una vera umanità. Jojo ha, come tanti alla sua età, un amico invisibile, Adolf Hitler si chiama, e per questo, in un mondo che esplode, si pensa nazista e patriota, e immagina di dover odiare gli ebrei. Ma Jojo ha dentro di sé qualcosa di incoercibile che lo rende incompatibile con quella fantasia. Ha l’amore della madre e per questo attende, ancora inconsapevole forse, l’amore per una ragazza. La guerra finisce, la giovane ebrea che la madre nascondeva è libera, e l’amore li farà finalmente ballare. Un film inattuale nella sua attualità, inatteso e commovente, ironico e comico fino alla risata piena, che nulla nasconde di quella crudeltà e dei suoi esiti, ma in cui l’odio per la guerra e per il nazismo si fissa in noi, si lega con i nostri affetti, senza bisogno di spiegazioni o ulteriori lezioni. Nel giorno della memoria, dedicato a chi rimane ostinato nella sua fredda indifferenza ai confini dell’odio praticato.

Maria Dolores Pesce

Per i novant’anni di Alberto Arbasino, La vita di tutti i giorni

La vita di tutti i giorni

I. Basta, ormai è finita E non voglio più gente in casa mia. Quello che è stato è stato – Una gran birberia – Ma chi ha avuto ha avuto E chi ha dato ha dato Dal Cardinale all’Innominato. Cara la mia Lucia Non sarò più tanto snello Ma il cielo di Lombardia È rimasto sempre quello. Tu sai bene che non moraleggio, Però la poteva andare anche peggio: In fondo, ce la caviamo con poco Anche se tu… sì, proprio tu Sembravi fare apposta a scherzare col fuoco… Ma adesso il romanzo è finito, E una volta scampati alla peste Com’è vero che almeno una cosa ho capito: Facciamo meglio – i capponi – a mangiarceli noi per le feste. Va bene, va bene, Lucia; Te l’ho detto, è proprio finito. E allora, cosa fai lì con le mani in mano? Non hai mica – per caso – un po’ di nostalgia? Con tutto quello che abbiamo da fare… Appena adesso, si cominciava a parlare… … O ripensi magari a Milano?… Io, francamente, non voglio pensarci mai più. Se è per me, li perdono Tutti quanti, e ci faccio una croce su. Proprio, da buon cristiano. Ma è finito – hai capito? – è finito! Su, su, Prendi, l’anel ti dono, Senza tante parole. Andiamo, su; hai sentito? D’ora in poi ci si alza col sole E si va a letto – al più tardi – alle dieci. … Mica come in lazzaretto… A proposito… sai che era saporito Quel giambonetto E il tuo minestrone di ceci…

II. Lucia… rimembri ancora L’invasione… e non saper dove andare… E la persecuzione… e sempre scappare… Dormivi?… Ma io ci ho ripensato. Forse era quel minestrone squisito, Ma io stanotte non ho proprio dormito. Mi sono alzato, Ho bevuto – niente – non ci sono riuscito. E tu dormivi – tu, Ma appena mettevo la testa giù Era come se mi sentissi – io! – sul viso Ancora quell’orribile alito del Griso. Eppure… vedi… sento che dimenticheremo… Cosa vuoi… l’abitudine di ogni giorno… Gli oggetti familiari tutti intorno… … E domani sera, forse, «per tenermi leggero», Tu mi farai soltanto un paio di mele al forno. … Com’è vero! Com’è vero… E fra meno di un anno, io stesso dirò: che scemo… Così sarà stato inutile Tutto, come se fossero Vecchie storie, altrui e noiose… Vedrai… «in un domani», ai nostri figli Che ci verranno a domandare Se Don Abbondio era proprio così fifone, Se (tutto sommato) Don Ferrante fosse O non fosse un minchione, O se la sventurata rispose o non rispose… Noi non sapremo dare Che un po’ di ricordi generici, e i soliti buoni consigli. Non è che mi lamenti… … Ma allora sarà stato tutto vano, Se per recuperare Momenti meno spenti Su episodi famosi Non avremo più niente Di prima mano, E dovremo rileggerci – come tutti gli altri – <I Promessi Sposi>? Perciò Promettimi: lo so Che c’è tanto da fare, in tutte le case, E che una moglie non ha mai un attimo per riposare Né per commuoversi davanti alle albe e ai tramonti; Ma quando ti càpita d’alzar gli occhi su quei monti Sorgenti dall’acque, non dimenticare Che almeno una volta Sei stata capace di una celebre frase.

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