Il video della domenica. Beatrix Potter: voglia di emancipazione in epoca vittoriana

https://www.arte.tv/it/videos/086962-040-A/beatrix-potter-voglia-di-emancipazione-in-epoca-vittoriana/

Nell’Inghilterra vittoriana, in un’epoca in cui le donne non potevano accedere all’università, Beatrix Potter trovò nel disegno un viatico per osservare ed elaborare teorie sulla botanica, sua grande passione. Respinta dalla prestigiosa Linnean Society di Londra, Beatrix otterrà finalmente la propria indipendenza con la letteratura illustrata per bambini, inventando il celebre personaggio Peter il coniglio.  

Giorgio Biferali, Giorgio Manganelli, chi fa un viaggio rischia di arrivare (Esquire)

A 30 anni dalla morte di Giorgio Manganelli

“Una leggenda racconta che Manganelli, nella sua infanzia, dopo aver finito di leggere Pinocchio per la prima volta, avesse battuto per diversi minuti i pugni sul pavimento, non riusciva a capacitarsi del fatto che quel burattino inafferrabile, irrequieto, sempre pronto a sbagliare, fosse diventato un ragazzino per bene come tanti altri. Perché, come recitava il titolo di una sua celebre raccolta di saggi, secondo Manganelli la letteratura era una menzogna, fatta di “diserzione, disubbidienza, indifferenza, rifiuto dell’anima”, e lo scrittore, da immaginare come una persona immorale, aveva il ruolo del negromante, al servizio di quelle parole (morte) che riposavano nei dizionari, e che aspettavano solo di essere evocate. E lo stile, per uno scrittore, corrispondeva alla sua solitudine. Tutti quelli che andavano in un’altra direzione, che pensavano alla morale, alla condivisione, a qualche strano fine consolatorio della letteratura, avevano semplicemente frainteso il messaggio.”

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https://www.esquire.com/it/cultura/libri/a32686829/giorgio-manganelli-anniversario/

Marcel Schwob, Narciso

Devo confessare che da giovane ero preda di passioni violente, di una intensità a volte riprovevole, ma che fortunatamente sparivano con la stessa velocità con cui mi assalivano. Avevo molto letto Apuleio, Petronio, Catullo, Longo e Anacreonte; tutte le donne mi sembravano fiori meravigliosi e credevo di essere la loro farfalla. Nonostante fossi un po’ sovrappeso, me la tiravo non poco e mi atteggiavo a poeta. Non scrivevo versi ma avrei potuto scriverne (tracotanza dell’età!). Mi lasciavo crescere i capelli; criticavo Hugo dopo averlo osannato – ero un giovane Zola, un Alceste malriuscito – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicina c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Mi aveva colpito una in particolare: alternava i lavori di cucito alla lettura dei giornali e dei romanzi alla moda; mi sembrava l’incarnazione del poetico. Bruciavo per lei dell’amore più byroniano, e poiché ero miope mi sembrava la Venere di Milo. Presto mi parve di aver fatto colpo su di lei e aspettai il momento della conferma.
Un giorno – era estate, e la ragazza cuciva alla finestra – si fermò improvvisamente; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; vidi che portava la mano alle labbra; forse mi aveva mandato il più casto dei baci. Mi precipitai a prendere gli occhiali e corsi alla finestra; la sua mano era ancora sulle labbra. “Io vi amo!”, le gridai.
Presi gli occhiali e guardai.
Orrore! Si stava infilando le dita nel naso!

Marcel Schwob (1867-1905) Scritti giovanili

Tommaso Montanari. Un virus contro i Faraoni: l’Egizio rischia la chiusura

“Anche il Museo Egizio di Torino sta lottando per sopravvivere al coronavirus. Dopo quasi due mesi di incasso zero, iniziano a far paura i 600.000 euro mensili di costi fissi: per quanto le utenze siano state ridotte del 40% e il Cura Italia stia fornendo un contributo per gli stipendi dei 55 dipendenti, il Museo non può farcela da solo.”

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https://emergenzacultura.org/2020/04/22/un-virus-contro-i-faraoni-legizio-rischia-la-chiusura-con-post-scriptum-dellautore/

Le figurine di Radiospazio. I battiti del cuore

Durante i suoi dieci anni da cooperante, aveva assistito a moltissimi parti, però era la prima volta che una madre moriva davanti a lei. Quella consapevolezza la prese alla sprovvista e, mentre osservava la neonata, avvertì l’immensa solitudine di quella bambina, sola nel deserto africano. Con un fazzoletto bagnato la pulì dai resti di sangue, liquido amniotico e placenta che aveva ancora addosso. La avvolse in un lenzuolo verde come quello che copriva il corpo della madre e la prese in braccio. La piccola aprì la boccuccia cercando il seno, il capezzolo della mamma. Marina andò al frigo. Da una scatola con il logo di Medici senza frontiere tirò fuori un biberon di acqua e latte in polvere già pronto. Lo appoggiò sul davanzale perché i primi raggi del sole lo scaldassero. Quando glielo offrì, la bambina giocò con la tettarella per una frazione di secondo, poi, come se fosse stato il seno della mamma, si attaccò con un’incredibile voracità. Continuava a muovere le labbra quasi ne volesse ancora. Ma secondo Marina aveva mangiato a sufficienza. Con dolcezza la cullò, la testolina adagiata contro il petto per farle sentire i battiti del proprio cuore. I battiti che aveva ascoltato per nove mesi dentro la pancia di sua madre. La bambina sembrava inquieta, così la portò fuori dal dispensario. Il sole stava sorgendo e c’erano già quarantotto gradi. Come ogni mattina il cielo si tingeva di rosa e arancione, fondendosi nel bellissimo paesaggio. La neonata cominciò a piangere. Marina le fece una carezza e iniziò a cantare piano: “Nanna ni, ninna na/ corre il fiume e se ne va, / passa l’acqua sotto il ponte/ e lontana è la sua fonte. /Nanna ni, ninna na l’uccellino vola e va, /va lontano nell’azzurro /non è un volo, è un sussurro. /Nanna ni, ninna na /anche il fiore si apre già, /ha il colore della neve /col profumo lieve lieve. /Nanna ni, ninna na s/on vicina, sono qua /chiudi gli occhi, resto qui /ninna na, nanna ni.” Era la ninnananna che sua nonna Nerea le cantava durante le dolci notti maiorchine. La piccola si addormentò. E così rimasero sole di fronte al deserto dei Dancali, tra la sabbia, il sale e lo zolfo.

Il video della domenica. Dove sono le pittrici del Rinascimento? (Arte.tv)

“Io sono pittrice!”

https://www.arte.tv/it/videos/086962-024-A/dove-sono-le-pittrici-del-rinascimento/

Diletta Huyskes, Oggi viviamo nella società del controllo. Deleuze l’aveva previsto vent’anni fa (The Vision)

“Aveva fatto bene Deleuze, da filosofo, ad occuparsene: se non è possibile pensare al capitalismo di sorveglianza senza la tecnologia, è possibile invece pensare la tecnologia senza capitalismo di sorveglianza. Dipende dai meccanismi sociali, economici e quindi politici che se ne occupano di determinare le logiche e i limiti dell’azione del controllo. La soluzione filosofica che darebbe Deleuze sarebbe quella di rendere il desiderio più creativo, capace di scappare dalla conoscenza stabilita e dal potere: fai la differenza, celebrala, rifiutati di accettare le distinzioni binarie espresse dal mercato e rendi la tua una scelta politica. La resistenza nasce dalla creazione del nuovo.”

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https://thevision.com/cultura/deleuze-societa-del-controllo/

Gaia Terzulli, Dieci anni fa moriva Edoardo Sanguineti, il poeta «che non voleva essere capito» (La Sestina)

“«Non chiediamo di essere capiti. Ci vuole una grande forza conoscitiva per poterlo dire». Per Angelo Guglielmi, critico, giornalista e autore dei più popolari programmi radiotelevisivi italiani (da “Mi manda Raitre” a “Blob” a “Chi l’ha visto?”) era questo il senso della poetica di Edoardo Sanguineti, con lui protagonista del movimento di Neoavanguardia letteraria Gruppo 63, poeta, scrittore e drammaturgo scomparso dieci anni fa il 18 maggio 2010.”…

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http://www.lasestina.unimi.it/main/cultura/dieci-anni-fa-moriva-edoardo-sanguineti-il-poeta-che-non-voleva-essere-capito/

Le figurine di Radiospazio. Costumi lunari

Nel suo filosofico e fantastico Viaggio nella Luna, Cyrano de Bergerac propone una sorprendente galleria di personaggi; fra i tanti, egli vede passare un nobiluomo che porta alla cintura l’immagine di un fallo. L’ospite di Cyrano lo ragguaglia.

«Sappiate dunque che la cintura della quale quest’uomo si fregia e dalla quale pende quel medaglione con un membro virile è il simbolo del gentiluomo, il contrassegno che distingue il nobile dal plebeo.»
Questo paradosso mi parve così strambo che non potei trattenermi dal ridere. «Questa usanza mi sembra davvero incredibile! Nel nostro mondo i nobili portano una spada appesa alla cintura.»
«Povero piccolo uomo!» gridò il mio ospite, «I grandi del vostro mondo sono così folli che ostentano uno strumento degno di un boia, creato per uccidere, per distruggere ciò che vive, e invece nascondono un membro senza il quale noi non esisteremmo, il Prometeo di ogni animale. Sventurato mondo, nel quale viene considerato ignominioso ciò che genera la vita e si esalta ciò che provoca la morte!»

La storia della linguaccia dei Rolling Stones (Il Post)

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“Nei primi mesi del 1970 un rappresentante dei Rolling Stones contattò il Royal College of Art di Londra per chiedere che scegliesse uno studente a cui affidare la realizzazione della locandina del tour europeo che la band avrebbe fatto quell’anno. I Rolling Stones avevano già fatto cinque dischi di grande successo. Lo studente raccomandato dalla scuola si chiamava John Pasche e aveva 24 anni. Fece una prima proposta che fu scartata e poi ne fece una seconda che evidentemente piacque molto, tanto che Pasche fu ricontattato per un secondo lavoro da Jo Bergman, assistente personale della band.”

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https://www.ilpost.it/2020/04/25/logo-rolling-stones-storia/

Il video della domenica. La sottile coscienza della contemporaneità. LIONEL BAIER, UN AUTRE HOMME

https://www.youtube.com/watch?v=t5HehTpzFD

Un giovane uomo di cui non sappiamo storia personale e passato, all’apparenza critico cinematografico o meglio aspirante critico cinematografico senza vocazione, fantasmatico ma non casuale rovesciamento nel XXI secolo del Truffaut ricco di storia e di sentimento che amiamo. Su di lui è esperita una sorta di contemporanea educazione sentimentale, segnata quasi dal passaggio da una innevata e nascosta valle svizzera alla grande città di Losanna, una educazione sentimentale senza educatori che inquieta per il progressivo e paradossale bruciarsi di ogni affettività, sincerità essenziale o sentimento, così da costruire quasi il prototipo dell’uomo senza qualità di oggi, destinato al successo dell’apparenza e della bugia interiore. L’educatore in realtà c’è ed è una Società anch’essa ormai combusta nel furore di un capitalismo contemporaneo che quell’uomo alla fine costruisce, perduti valori e giudizi che non siano denaro e successo, perduta cioè l’umanità profonda ed essenziale che sembra confinata in una periferia urbana o mentale o psicologica. Perduta come la favola di Renart la volpe, che il personaggio recita a memoria ma è ormai incompreso simulacro di moralità, ovvero morta come la volpe che toglie dalla sua strada. Il protagonista colpisce, e ferisce anche, per una assenza che fa emergere la differenza del moderno eroe contemporaneo non solo rispetto alle tormentate figure di Dostoevskij, che accompagnavano delitti e menzogne con il senso di colpa di una coscienza viva, umana e profonda, ma anche le contraddizioni del primo novecento, tra Zeno Cosini e le maschere Pirandelliane che già affrontavano gli assalti di questa nuova società. Apparente celebrazione dunque di un ben triste trionfo, anticipato insieme da Marx e Freud ovvero da Gramsci, che ha imposto questa coscienza sottile, tutta superficie, senza valori e senza giudizi, incapace di selezionare e dunque di amare, trascinata dal pilota automatico di poteri nascosti che premiano la sottomissione e la perdita. È un uomo che si confessa incapace di percepire differenze, il bello o il brutto, il bene o il male, e che attende al suo apparente benessere e successo, aderendo all’altrui senso comune. “Un autre homme” girato nel 2008 e visto nell’ambito del Festival della cinematografia svizzera, organizzato via streaming della encomiabile Cineteca di Milano, è un bel film che si segnala per la profondità di uno sguardo che trafigge l’apparente normalità di una vita. Lionel Baier è il giovane regista che ha il dono di quello sguardo a luci infrarosse, implacabile nel tratteggiare i nuovi paradigmi dell’uomo della nostra contemporaneità e soprattutto nel raffigurare come si selezionano le attuali figure di potere.

Maria Dolores Pesce

Un racconto di Georg Heym, Il pazzo (Le parole e le cose)

Il pazzo

Il custode gli diede la sua roba, il cassiere gli mise in mano il suo denaro, il portiere gli aprì la grande porta di ferro. Era ormai in giardino, spinse il cancello e fu fuori.
Ecco, e ora il mondo avrebbe visto qualcosa.
Camminò lungo le rotaie del tram, fra le case basse della periferia. Passò vicino a un campo e al margine di questo si gettò a terra fra grossi papaveri e cespi di cicuta. Vi si rannicchiò lasciandosi avvolgere dall’erba come da un folto tappeto verde. Solo la sua faccia ne spuntava fuori, come una bianca luna sorgente. Ecco, finalmente se ne stava seduto.
Dunque era libero. E proprio in tempo, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti, tutti quanti. Quel grassone del direttore, lo avrebbe afferrato per la barbetta rossa e lo avrebbe infilato nella macchina per fare le salsicce. Che tipo odioso, quello. E come rideva, quando passava per la macelleria.

Diavolo, era un tipo proprio schifoso.

E il medico assistente, quel porco gobbo, a quello una volta o l’altra gli avrebbe schiacciato il cervello. E i custodi, coi loro camiciotti bianchi a strisce, parevano una banda di ergastolani, quei manigoldi, che rubavano agli uomini e violentavano le donne nei gabinetti. C’era da diventare matti.

Leggi il seguito del racconto:
http://www.leparoleelecose.it/?p=38305#more-38305

Manuel Santangelo, Come Irene Brin ci ha dimostrato che non esiste una cultura di serie A e una di serie B (Youmanist)

“Spesso la giornalista, di solito piuttosto restia a parlare di sé in prima persona, scriveva degli altri per raccontarsi. A volte inventava dei veri e propri alter-ego non dichiarati, come la miopissima e timidissima Giorgiana, che altri non era che lei stessa. La timidezza di Irene Brin venne spesso scambiata per snobismo e la cosa la fece soffrire molto, poiché in realtà aveva la modestia di definirsi “una provinciale rovinata dalla provincia” anche se era una donna che girava il mondo e parlava cinque lingue. Brin era l’antitesi dei nuovi ricchi e degli intellettuali che raccontava con sarcasmo, così pieni di sé e impegnati nel vantarsi.”

Leggi l’articolo:
https://youmanist.it/categories/cultura/irene-brin-cultura-serie-a-serie-b?fbclid=IwAR3zbuPF7owhtPAHMi59pdZfXcl-X_pZnrjPfRi-WGAiQ1MALc6Ld-8VOeE

Le figurine di Radiospazio. Ritratti di famiglia, Il Kù-cè

Una sorta di bugia senza riscatto veniva intessendosi in que’ raduni. Porgeva egli alla moltitudine la sua incontinenza buccale, ed ella vi metteva spola di clamori, e di folli gridi, secondo ritmi concitati e turpissimi.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
La moltitudine, che al dire di messer Nicolò amaro la è femmina, e femmina a certi momenti nottivaga, simulava a quegli ululati l’amore e l’amoroso delirio, siccome lo suol mentire una qualunque di quelle, ad «accelerare i tempi»: e a sbrigare il cliente
Il mascelluto, tronfio a stiantare, a quelle prime strida della ragazzaglia era già ebbro d’un suo pazzo smarrimento, simile ad alcoolòmane, cui basta abbassare il bicchiere da sentirsi preso e dato alla mercè del destino. Una bugia sporca, su dalla tenebra delle anime. Dalle bocche, una bava incontenuta.
Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè, Kù-cè.
Cuce il sacco delle sue menzogne, un gradasso: capocamorra che distribuisce le coltella a’ ragazzi, pronto sempre da issu’ poggiuolo a dismentire ogni cosa, a rimentire ogni volta.
Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè son qua mè, a fò tutt mè. Venuto dalla più scipita semplicità, parolaio da raduno munitosi del più misero bagaglio di frasi fatte, prese a sbraitare, a minacciare i fochi ne’ pagliai, a concitare ed esagitare le genti: e pervenne infine, dopo le sovvenzioni del capitale e dopo una carriera da spergiuro, a depositare in càtedra il suo deretano di Pirgopolinice smargiasso sulla cadrega di Presidente del Conziglio in bombetta e guanti giallo canarino.
Pervenne, pervenne.
Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano da du’ braccini corti corti: le quali non ebbero mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussero morte e di pezza.
Pervenne al pennacchione dell’emiro, del condottiero di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi.
Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensori. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Milano.

Alfonso Berardinelli, Siamo arrivati al punto di liquidare ciò che dice la letteratura quando ci disturba (Il Foglio)

“Da tempo l’accademizzazione della critica letteraria e degli studi umanistici hanno creato intorno al poemetto di Eliot un cordone sanitario che ci immunizza dalle sue radiazioni. C’è ancora qualcuno che prenda sul serio “La terra desolata”? Siamo arrivati al punto di riderci sopra e liquidare con scetticismo da persone mature quello che dice la letteratura quando ci disturba, anche la letteratura più famosa e canonizzata, o soprattutto quella.”

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https://www.ilfoglio.it/cultura/2020/04/19/news/siamo-arrivati-al-punto-di-liquidare-cio-che-dice-la-letteratura-quando-ci-disturba-313532/?fbclid=IwAR1VngdOzDLfDw8qFi-ESv8q5ssL3nElXpF6FGMmKkW2mOSF5dGPVhyfRAU

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