Diario dall’isola di Robinson, pagina 12. Palazzi e pannelli

scena nuda“La scena rappresenta…”. Queste tre parole mi vengono in mente quando arrivo in teatro il pomeriggio: siamo in replica, non c’è molto da fare, anzi quasi niente se non aspettare. Si guarda il palcoscenico vuoto e per contrasto vengono in mente le didascalie del teatro otto-novecentesco. Memorabili, quelle di Pirandello che, ad esempio, così descrive la scena di Ciascuno a suo modo: “Siamo nell’antico palazzo della nobile signora Donna Livia Palegari, nell’ora del ricevimento, che sta per finire. Si vedrà in fondo, attraverso tre arcate e due colonne, un ricchissimo salone molto illuminato e con molti invitati, signori e signore. Sul davanti, meno illuminato, vedremo un salotto, piuttosto cupo, tutto damascato, adorno di pregiatissime tele, la maggior parte di soggetto sacro; cosicché ci sembrerà di trovarci nella cappella d’una chiesa, di cui quel salone in fondo, oltre le colonne, sia la navata: cappella sacra d’una chiesa profana. Questo salotto avrà appena una panca e qualche scranna per comodità di chi voglia ammirar le tele alle pareti. Nessun uscio..” In questa didascalia è racchiuso il lavoro dello scenografo, quello degli attrezzisti, dei carpentieri, dei falegnami… Un mondo che imita alla perfezione un altro mondo, possibile ma inesistente, nel quale si erge, per ipotesi, un antico palazzo di proprietà di una nobildonna che si chiama Livia Palegari. Il lavoro degli attrezzisti, dei carpentieri, dei falegnami, dei pittori, degli arredatori è finalizzato a creare questa illusione perfetta e compiuta, tanto compiuta da far pensare a un organismo che viva una sua vita autonoma, senza attori, senza azione. Guardo i nostri elementi scenici: due pannelli verticali di due metri per uno, uno schermo di due metri e mezzo, un pannello orizzontale di un metro per settanta centimetri. E’ una macchina scenica del tutto essenziale, che non può produrre nessuna illusione. Se tutto funzionerà bene, potrà al massimo disegnare lo studio di un editore. Tutto è affidato agli attori, al film che racconta le avventure di un Robinson fatto in casa – e a un piccolo miracolo, quello della messa in scena, che qualche volta si verifica.

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ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Dopo la prima. Il mare in palcoscenico.

taylor e defoeNon so se ripeterlo ancora, col rischio di penalizzare i lettori assidui del nostro blog. Ma poi mi dico che, in quanto assidui, saranno anche indulgenti, dunque riepilogo brevemente.
Daniel Defoe (a sinistra nella foto, impersonato da Massimo Giovara) ha spedito la sinossi del suo romanzo all’editore Taylor (Roberto Accornero). Nella nostra rappresentazione, la sinossi è un film molto basico che dovrebbe supportare il racconto (un po’ come le presentazioni in power point di un tempo, prima che mostrassero la loro intima mestizia). In realtà, non si sa bene chi sostenga chi, in questo impossibile tentativo di promuovere un romanzo non scritto con un racconto orale improvvisato. Ieri sera, mentre lo spettacolo scorreva, mi accorgevo di quanto fosse importante la presenza del mare sulla scena; può sembrare un pensiero tardivo, dopo tanti mesi di lavoro, ma è così: il mare cinematografico percorre tutta la pellicola; del mare raccontano i personaggi, ma tanta sovrabbondanza marina contrasta con la scenografia molto asciutta e sobria dell’ufficio di Taylor, nel quale si svolge l’azione. Per quella strana alchimia che si verifica sempre quando si assiste da spettatori a uno spettacolo che fino a qualche minuto prima era in costruzione, emergeva dalla messa in scena un imprevedibile contrasto fra serena (realistica?) certezza delle immagini cinematografiche e la natura aleatoria del dialogo; credo che nella percezione del pubblico i due linguaggi si siano integrati ma questo non lo sapremo mai (e non sarebbero servite le interviste all’uscita del teatro, tanto care a certe rubriche televisive).

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Robinson Crusoe, il best seller. Al mercato delle mitologie

locandina robinson tpeAl mercato delle mitologie, il prequel ha conquistato uno spazio rilevante: si assume un’opera di finzione, per lo più con un protagonista famoso, come punto di partenza per un viaggio ipotetico che va a frugare (fantasticare) su ciò che sarebbe potuto accadere prima. Anche il nostro Robinson teatrale ha qualche tratto del prequel. Si prende spunto da un Defoe acciaccato che – bisognoso di denaro, come spesso gli accadde – cerca di vendere all’editore Taylor il suo nuovo romanzo del quale esiste, al momento, solo una sinossi. Si può (sensatamente) raccontare un racconto che non ancora non esiste? La pratica è molto diffusa, appartiene alla nostra quotidiana esperienza di lettori; è un gettone che spendiamo quando raccontiamo un libro che abbiamo letto e operiamo, in tal modo, una sorta di riscrittura orale della quale siamo più o meno consapevoli. Nella nostra rappresentazione, la sinossi che Defoe si affanna a sviluppare sulla scena si presenta in forma di film: un piccolo film girato alla buona, in bianco e nero, con un Robinson fuori ruolo, naufragato sulla riva di un mare domestico, nel quale solo una volonterosa fantasia può vedere un’isola dell’arcipelago Juan Fernandez. Il piccolo film, insomma, non è un’opera abbastanza affascinante per sedurre l’editore Taylor che, giustamente, tiene d’occhio anzitutto il mercato; Defoe, di conseguenza, deve spiegare, motivare, giustificare e soprattutto integrare il racconto filmico col suo racconto orale (che strazio, quando un autore deve promuovere il progetto di una sua opera!). Inoltre, il mito del più famoso dei naufraghi, approdando ai nostri giorni, non può sottrarsi al contagio del dubbio che permea genere del romanzo da più di un secolo; la storia si sfilaccia e nel racconto drammatico viene a insinuarsi la commedia.

A.G.

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Diario dall’isola di Robinson, pagina 11. Lo zampino nel gioco

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Nelle ore che precedono il debutto, la cosa migliore è fare un passo a lato. E, cercando sollievo nella digressione, stranamente non affiorano ricordi scaramantici di spettacoli passati ma supporti più stabili, anche se si presentano sotto forma di frammenti. Da un grande libro, il Wilhelm Meister, di Goethe, mi viene in mente un passaggio che riguarda, diremmo oggi, lo straniamento a teatro. Il Wilhelm Meister è un libro di formazione: teatrale e sentimentale. Per il giovane protagonista, la scoperta del teatro, quello delle marionette anzitutto, coincide con la scoperta dell’amore – due ambiti nei quali il linguaggio della tecnica e quello del cuore  si innescano reciprocamente dando vita a un volano che gira senza posa. Il brano al quale mi riferisco riguarda  il momento in cui il piccolo Wilhelm muova un passo dietro il velo che nasconde il mistero teatrale e diviene consapevole che alla fonte delle illusioni sceniche c’è una macchina. E’ un passo decisivo nel percorso della conoscenza perché scoprire che il meraviglioso non si produce da sé implica il desiderio di generare, come possiamo, un nostro piccolo meraviglioso. C’è un piccolo inquietante contraccolpo, naturalmente, che si può paragonare alla perdita dell’innocenza: una volta conosciuto il meccanismo, si potrà continuare a godere dei frutti che esso fino a un attimo prima produceva?

Ciò che ora volevo, era capire come si svolgessero le cose. Che le marionette non parlassero da sé me lo ero già detto la prima volta; che non si muovessero senza aiuto, questo pure lo sospettavo; ma come mai, ciò nonostante, tutto sembrasse così ben riuscito, perché le marionette dessero veramente l’impressione di parlare e muoversi da sole, e dove stessero le persone e le luci, questi enigmi tanto più m’inquietavano quanto più desiderato essere, contemporaneamente, fra gli incantati e gli incantatori, avere nello stesso tempo lo zampino nel gioco e godere dell’illusione come spettatore.

Wolfgang Goethe, Gli anni dell’apprendistato, Adelphi
Traduzione Anita Rho, Emilio Castellani

Immagini dall’isola di Robinson

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Questo è l’inizio dello spettacolo. La piccola Sally (Giulia Accatino), segretaria nella casa editrice Taylor, ascolta musica a palla e intanto si fa le unghie. E’ l’apertura di una commedia che presto si inoltrerà lungo i sentieri del racconto e del romanzo ma senza rinunciare alle sue prerogative.

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ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Ingresso di favore per gli amici del blog

Dice: è un annuncio commerciale? No, è un incontro vero, così come può accadere soltanto durante uno spettacolo dal vivo. Da più di un anno ci incontriamo sul nastro virtuale di questo blog navigando fra racconti, video e materiali eterogenei, qualche volta teatrali, e forse qualcuno non ricorda più (è passato un anno dall’ultimo spettacolo) che Radiospazio è nato dal teatro; con questo Robinson ci ricolleghiamo al nostro lavoro sulla scena. Vorremmo condividerlo con quanti vorranno (e potranno, in rapporto alla logistica) incontrarci dal 26 al 31 maggio.

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ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Ingresso di favore per gli amici del blog

Dice: è un annuncio commerciale? No, è un incontro vero, così come può accadere soltanto durante uno spettacolo dal vivo. Da più di un anno ci incontriamo sul nastro virtuale di questo blog navigando fra racconti, video e materiali eterogenei, qualche volta teatrali, e forse qualcuno non ricorda più (è passato un anno dall’ultimo spettacolo) che Radiospazio è nato dal teatro; con questo Robinson ci ricolleghiamo al nostro lavoro sulla scena. Vorremmo condividerlo con quanti vorranno (e potranno, in rapporto alla logistica) incontrarci dal 26 al 31 maggio.

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Diario dall’isola di Robinson, pagina 10. Ingannare l’attesa

imageA questo punto delle prove (mancano quattro giorni al debutto), si può dire che i giochi siano fatti. Ci si dice, con gli attori e con i tecnici, che lo spettacolo diventerà più fluido, prova dopo prova, che si può ancora ritoccare, levigare, che si possono e si devono stringere i tempi… Si dice così ma questo organismo impalpabile e reale è già formato; indosserà un vestitino più o meno fresco di bucato, più o meno stirato, ma avrà una fisionomia ben precisa e questa espressione con la quale ti guarda oggi dal palcoscenico; è come un libro in bozza, puoi ancora correggere qualche parola ma non puoi riscrivere un capitolo, anzi nemmeno un paragrafo. E proprio come alla vigilia dell’andata in stampa di un libro, si viene assaliti dal pensiero proibito di fermare la macchina e di iniziare un lavoro impossibile lavoro di riscrittura. Non potendo realizzare questo desiderio (che è palesemente di fuga), durante le prove ci si sofferma su una battuta marginale, su un passaggio musicale che tutto sommato funziona bene… Nell’ingannare l’attesa per accorciare il tempo si diventa fantasiosi.

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Diario dall’isola di Robinson, pagina 9. La luce e i fantasmi

imageSiamo in teatro, che per ora è vuoto. Sulla scena, io e Paolino, che è un tecnico a tutto tondo e molto pragmatico. Si ragiona sulle luci. La presenza di un film che percorre gran parte dello spettacolo condiziona fortemente: quello schermo non deve sporcato, anzi nemmeno sfiorato da un sospetto di luce. Le immagini cinematografiche sono fantasmi e come tali sono suscettibili, basta che avvertano la presenza di qualcuno e scompaiono; in questo caso si tratta di cinque attori che devono recitare senza che il film si insospettisca e decida di svanire; sono due presenz contraddittorie (gli attori e i fantasmi): gli uni hanno bisogno di luce, gli altri, di buio. E devono convivere. Il paradosso è che se gli attori agiscono in controluce per non contaminare il liquido buio necessario alla vita del film, rischiano di apparire essi stessi creature indefinite e brancolanti nella penombra; in tal modo la scena si presenterebbe come una sorta di oltretomba popolato da due genie di fantasmi, quelli elettronici e quelli in carne ed ossa.
Spero che la soluzione venga nel pomeriggio.

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