Dino Buzzati, All’alba. L’addio a Marilyn Monroe (Cinefacts)

Un genio che poco prima dell’alba girava rastrellando l’estrema landa per raccogliere le anime appena giunte e avviarle alla grande porta, avvistò da lontano qualcosa di chiaro proprio ai piedi della muraglia che recinge la città dei morti.
Avvicinatosi, trovò una giovane e bellissima donna nuda apparentemente addormentata. 
Si inginocchiò a toccarla.
Non era spirito, era tenera e tiepida carne.
Allora, prendendole un polso, la scosse per ridestarla. Con un gemito lei si stirò languidamente e balbettò come ubriaca:
– Oh lasciatemi dormire. 

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https://www.cinefacts.it/cinefacts-articolo-410/all-alba-l-addio-di-dino-buzzati-a-marilyn-monroe.html

Claudia Zanfi, Sculture vegetali. I giardini di Étretat (Artribune)

“L’arte topiaria è l’antica arte di potare alberi e arbusti a scopo ornamentale. Nasce all’epoca dell’Antica Roma, nella progettazione di ville e palazzi. Raggiunge poi la massima espansione nei giardini italiani del Rinascimento, abbelliti con forme artistiche date alle piante. Affinché la topiaria sia bella tutto l’anno è fondamentale scegliere la giusta pianta, dal fogliame denso e persistente, rustica e forte per tollerare bene le tante potature, come il bosso (Buxus), l’agrifoglio (Ilex), l’alloro (Laurus), il ginepro (Juniperus), il ligustro (Ligustrum), il tasso (Taxus), l’edera (Hedera).
Tra i maggiori di esempi di giardini topiati, Les Jardins d’Étretat si affacciano sulle spettacolari scogliere in alabastro della Normandia, le famose Falesie di Étretat, amate e dipinte da Claude Monet in oltre cinquanta tele.”

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https://www.artribune.com/turismo/2019/08/sculture-vegetali-giardini-di-etretat-normandia/

Le figurine di Radiospazio. Critici letterari

Vide un giorno un somaro
un usignolo: «Amico», gli disse, «è ver che tanto,
come m’han riferito, esperto sei nel canto?
Oh, molto avrei pur caro,
udendoti cantar farmi da me un concetto
E l’usignol fischiando e gorgheggiando allora
sfogò l’arte canora
in mille modi varî. Cantava dolcemente,
con voce alta e sonora,
che parea di zampogna talor l’eco languente,
talor di mitraglia lo scoppiettio frequente.
Allor tutto ascoltava:
ascoltava de l’alba l’annunciator canoro,
taceano i venti intorno e degli uccelli il coro.
Il gregge si fermava
e respirando appena il pastorello, attento
al canto, si beava
e volto a la campagna, sorrideva contento.
Terminò il canto. L’asino, china la fronte al suolo:
«Be’, non c’è male!», disse. «Proprio a parlarti franco,
udendoti cantare, in fondo non mi stanco.
Certo è peccato solo
mio povero usignolo,
che tu il galletto nostro non abbia conosciuto:
perfezionarti, udendolo, avresti ancor potuto».
Sentendo un tal giudizio il povero cantore
spiccò il volo sui campi e sparve in un bagliore.

Da tal razza di Giudici preservaci, o Signore!

Aldo Zargani, Architettura e fascismo (Doppiozero)

Ho visto foto della vecchia via Roma (a Torino, N.d.R) prima che cadesse nelle mani dell’architetto pazzo Piacentini. Era una via barocca, raffinata senza supponenza, un frac elegante e consunto, che, a colpi irrevocabili di bisturi e colate di cemento, si trasformò in una via marmorea, lucida di vetrine curve, di gigantesche colonne, lucida di pavimenti marmorei per incedere al riparo di portici giganti di marmo attraverso l’intera città. Fu appunto in una gelida giornata, tutta torinese, di ghiaccio, nasi rossi e raffiche di neve, che venne inaugurata la fulgente strada del futuro fascista.
Ma purtroppo la neve si appiccica sotto le scarpe e, una volta entrati nei portici, si compatta in una terrificante suola senza attrito. E così, quando le famiglie (tutte iscritte al Partito fascista, e lo si sapeva dal distintivo all’occhiello soprannominato “la cimice”) incedevano estasiate di tanta glaciale lucidità, come pervenivano agli scivoli voluti dall’arcipiacentini per non interrompere con banali gradini l’incedere sontuoso, tutti scivolavano come perognocchi, battendo culate da far spavento.

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Marino Moretti, Il carabiniere (racconto)

Antonio Bueno, Il carabiniere, 1969 (olio e pastelli su carta)

Dacché il figliolo era partito soldato per un paese lontano di cui non ricordava il nome, Leonina non l’aveva più visto. E neppure sentito: diceva così poco dalle sue parche lettere. Ma ora il figlio torna in licenza di quindici giorni. Il suo ragazzo tornerà domani alla stazione di Marotta alle quattro, poi farà quei tre chilometri a piedi. Leonina si domandava se sarebbe andata incontro al suo Adamo o se l’avrebbe aspettato sul focolare dopo aver socchiuso la porta. Poi le venne in mente che i soldati non son tutti uguali. Il colore, sì, è uguale per tutti, ma ci son quelli che hanno la mantellina corta, quelli che hanno i gambali, quelli che hanno le penne… Insomma questa disgraziata mamma d’un milite s’era dimenticata di chiedere se il suo figliolo fosse fantaccino o bersagliere o cavalleggere o aviere o artigliere.
Naturalmente all’indomani, all’ora giusta, la Leonina non resistette e si ritrovò sulla strada di campagna a guardare i pali e i mucchi di ghiaia. Il suo Adamo doveva spuntare di là. Era così assorta e stravolta che non s’accorse di qualcuno che sorgeva in capo alla strada e s’avvicinava e ingrandiva. Poi sussultò. Chi era questo? Era un carabiniere. Pareva quasi che il carabiniere venisse verso di lei, facesse un segno, intimasse il silenzio. Allora la poveretta ricordò d’aver rubato un fascio di legna proprio da quelle parti, ebbe paura (i carabinieri le avevan sempre fatto paura) e pensò di mettersi in salvo. Correva in un viottolo spaventando un branco di anitre che correva avanti a lei e, dietro di lei, correva anche il carabiniere, un diavolo di carabiniere deciso d’agguantarla alle spalle. Le anitre che starnazzavano avanti, il carabiniere che urlava dietro per intimarle la resa… la poveretta non poté salvarsi: era già caduta su un letto d’erba lieve, dolcissima, tutta trapunta di fiorellini gialli di campo.
Quando aprì gli occhi, il carabiniere s’inginocchiava dinanzi a lei e le tergeva il sudore. Allora, come se tornasse in vita, la madre sorrise:
«Sei tu, figlio mio?»

Marino Moretti, Il carabiniere, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Calcoli aritmetici

Il professore: – Mi stia a sentire, signorina, se lei non riesce  capire i principi della matematica, come potrà mai riuscire a calcolare a mente quanto fa – e questo è il meno che si chiesa a un ingegnere medio – quanto fa, ad esempio, 3 miliardi 755 milioni 988.251, moltiplicati per 5 miliardi 162 milioni 330.508?
L’allieva: – Fa 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.508
Il professore: – Non mi pare. Deve fare 19 quintilioni 390 quadrilioni 2 trilioni 844 miliardi 219 milioni 164.509.
L’allieva: –    No…508…
Il professore: – (calcola mentalmente) Sì, ha ragione… il prodotto è giusto… Quintilioni, quadrilioni, trilioni, miliardi, milioni… 164.508. Ma come lo sa lei, se non conosce i principi del ragionamento aritmetico?
L’allieva: – È semplicissimo. Sapendo di non potermi fidare del mio ragionamento, ho imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le moltiplicazioni possibili.     
Il professore: – Ma sono infiniti…
L’allieva: –    Ci sono riuscita lo stesso.
Il professore: – Beh, è una bella impresa.

La nudità di Gulliver. Il mondo fuori misura di RON MUECK

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Starsene seduti su uno sgabello, integralmente nudi e circondati da un piccolo stuolo di ragazzine è una situazione davvero anomala, come peraltro lo sono le dimensioni di questo signore che si guarda intorno sgomento dall’alto dei suoi tre metri e ottanta. Il suo creatore, Ron Mueck, gioca con le misure creando, a volte, giganti e, più raramente, lillipuziani; l’iperrealismo moltiplicato per il gigantismo suscita, in chi guarda, lo spaesamento e la meraviglia, oppure il dileggio, come nel caso di queste visitatrici adolescenti, convinte, fino a un attimo fa, che i giganti esistessero solo nelle favole. Quando Swift raccontò il risveglio di Gulliver a Lilliput, lo ritrasse legato al suolo da innumerevoli funicelle, e non spese una parola sugli abiti del suo protagonista, tutto preso com’era dalla componente filosofica di quell’avventura; Mueck, nel suo iperrealismo ossessivo, inchioda il suo soggetto a un duplice disagio: la nudità e la smisuratezza e, così facendo, mette in scena una situazione di sogno che abbiamo tutti sperimentato, quella dell’onnipotenza connessa alla vergogna.

Storie volatili. I LIBRI ANIMATI

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Nel moto pendolare delle cose che sembrano estinguersi ma che all’ultimo momento ritornano, ecco la carta, anzi il cartoncino, il libriccino su misura per chi non trova le parole per dirlo. Sfogliando rapidamente questo blocchetto, la storia si dipana, muta, e in pochi secondi svapora. La storia la si può commissionare a theflippist.com e sarà la vostra storia. La casa produttrice, pubblicizzando il suo prodotto, ne riduce purtroppo le potenzialità proponendolo come un mezzo per chiedere scusa, per fare una domanda di matrimonio, per proporre una vacanza… insomma un impiego strumentale. Molto più interessante sarebbe costruire un racconto della durata di pochi secondi, commissionando ai disegnatori della theflippist una piccola autobiografia da stampare in qualche centinaio di esemplari e da recapitare ad amici e parenti come ricordo dopo la propria dipartita, al posto del logoro santino. Una vita che si consuma in qualche battito di ciglia e vola via. 

EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO?

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Me lo sto ancora chiedendo. Scrivo da molto tempo. A tredici anni scrivevo un lavoro teatrale, a undici o dodici anni alcune poesie, e sempre a undici anni ho voluto scrivere le mie memorie: due pagine di quaderno. Eppure, cose da dire, ce ne sarebbero state. So che all’epoca serbavo ricordi della primissima infanzia, di quando avevo due o tre anni, di cui adesso ho solo il ricordo di un ricordo di un ricordo. C’era già stato il risveglio dell’amore verso i sette, otto anni, quando ero molto attratto da una bambina della mia età. Poi, a nove anni da un’altra, Agnès. Abitava a otto chilometri dal mulino di La Chapelle-Anthenaise, dove ho trascorso l’infanzia, una fattoria a Saint-Jean-sur-Mayenne. Facevo ogni sorta di smorfie per farla ridere, e infatti lei rideva, chiudendo gli occhi; quando rideva aveva le fossette; e aveva i capelli biondi. Che cos’è diventata? Se è ancora viva, è una fattoressa grassa, forse è nonna. E ci sarebbero state anche altre cose da raccontare: la scoperta del cinema o della lanterna magica; il mio arrivo in campagna, una stalla, il focolare, padre Battista, cui mancava il pollice della mano destra. E molte altre ancora: la scuola, il maestro, padre Guené, il curato, padre Durand, che se ne tornava ubriaco fradicio dalle sue bicchierate nelle fattorie del comune. Gli davano da bere sidro di mele o di pere. C’era stata la mia prima confessione – quando avevo risposto sì a tutte le domande del prete, perché non le capito a causa della sua dizione – e assumersi peccati fittizi era preferibile al fatto di dimenticarne qualcuno. Avrei potuto parlare degli ammiccherai, Raymond, Maurice, Simone, e raccontare i miei giochi. Ma per questo ci voleva tutta la tecnica, che s’impara molto tardi. Si parla della propria infanzia quando ormai non ci si è più, quando non la si capisce più tanto bene. E’ evidente che non ci si capisce nemmeno quando si è bambini, ma, in ogni caso, quando ero nella Cayenne, avevo coscienza di vivere nella felicità, nella gioia, e ogni istante era pienezza, senza che io conoscessi la parola pienezza.
Vivevo nell’annebbiamento. La mia prima lacerazione fu lasciare la Chapelle-Anthenaise. Ma con il tempo, la l ce si sarebbe offuscata e non vedo come avrei potuto fare il coltivatore, poco dotato come sono per i lavori manuali. Alcuni compagni della scuola comunale, Lucien, Augusta, sono diventati grossi fattori. Mi sembra che facciano una vita quotidiana molto dura, e che la loro vita non sia più un gioco. Guardano i bambini giocare con occhio indifferente. Sarei potuto diventare il maestro del villaggio, ma non avrei più avuto cavane all’infuori delle vacanze, che non sono più vere vacanze per gli adulti.
Fra i motivi per cui scrivo il principale è indubbiamente quello di ritrovare il meraviglioso dell’infanzia al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza. La domenica delle Palme, i vicoli del villaggio erano cosparsi di fiori e di rami e tutto era trasfigurato sotto il sole di aprile. Nei giorni di festa, salivo il sentiero sassoso, in pendenza, al suono delle campane della chiesa che vedevo apparire a poco a poco: prima la punta del campanile con la banderuola, poi il campanile per intero sullo sfondo di un cielo blu. Il mondo era bello, tutto fresco e puro e ne avevo consapevolezza. Ripeto, proprio per ritrovare quella bellezza, intatta nel fango, io faccio letteratura.

Eugène Ionesco, Antidoti, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

Foto storiche. “Quo vadis” al cinema Eliseo (1951)

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Nella mappa dei cinema bolognesi degli anni Cinquanta, il cinema Eliseo rappresentava il buongusto medio, un buongusto calibrato, direbbe un dietologo dello stile. Di prima visione, naturalmente, ma senza l’opulenza del Metropolitan, con le sue poltrone di cuoio rosse (cuoio autentico? credo proprio di sì: nell’orizzonte grigio del dopoguerra, con una di quelle poltrone ci si sarebbe comprata una lavastoviglie, se fosse stata in commercio), e senza gli specchi dell’Astra, stretti ovali di uno stecchito déco che mettevano a disagio i bambini. Il buongusto dell’Eliseo, dicevo. Ma in questo caso viene oscurato dall’invadenza del “Colossale” hollywoodiano (non ancora Kolossal con la k) letteralmente straripante sulla strada sotto forma di protesi con tanto di leone MGM in calce. I bolognesi non sembrano particolarmente interessati, tranne quattro povere anime intente a decifrare le locandine a naso all’insù e all’ingiù. Quel Quo vadis varrà il prezzo del biglietto? (che a quei tempi non era uno scherzo, altro che oggi). Più avulso di tutti, il fattorino della Collevati medicinali ritratto accanto al suo mezzo parcheggiato, che nella nebbiolina depressa del tempo ci appare stranamente chiaro e quasi in rilievo. È il fattorino il vero pezzo pregiato della foto, col suo berretto a visiera, la giacca spolverino e soprattutto un aplomb longilineo, quasi dinoccolato, che ricorda i film di Frank Capra. A dispetto del “Colossale”. altre foto storiche: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/08/foto-storiche-radiomenage-1953/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/02/22/foto-storiche-in-canottiera-1952/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/09/20/foto-storiche-la-fiera-di-milano-del-1953/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/07/08/foto-storiche-la-ragazza-e-i-marinai/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/11/06/foto-storiche-la-coca-cola-arriva-in-francia-1950/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/10/31/foto-storiche-1961-la-contemplazione-del-prosciutto/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/10/24/foto-storiche-un-piu-che-comprensibile-malumore/ https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/10/10/foto-storiche-luomo-con-le-braccia-conserte/

Foto storiche. LA RAGAZZA E I MARINAI

Mina seguita dai marinai. giugno 1967

Non è facile datare con esattezza questa foto, scattata prima che Mina si ritirasse dalle scene per blindarsi nel suo rifugio svizzero (1978). La diva, in un abitino che sembra (o vuole sembrare) della Standa, passeggia svagata come se non avvertisse la presenza dei tre marinai che la seguono a qualche metro di distanza in preda a una moderata eccitazione. Certamente sono freschi di bucato. L’immagine vuole evocare un mondo senza barriere, nel quale un’esponente dello star system si lascia avvicinare con semplicità dagli umani: la Figura si trasferisce dal televisore, troneggiante nel tinello, alla strada; il personaggio elettronico, sottratto alle luci dello studio, viene consegnato all’occhio della macchina fotografica che lo ripropone come attestato di un vissuto quotidiano nel quale con un po’ di fortuna  potrebbe transitare anche lo spettatore.

 

Il gatto del Ferragosto

C’era un gatto che compariva per qualche giorno a cavallo del 15 d’agosto e che per questo veniva chiamato “il gatto del ferragosto”.
Un certo anno, il gatto del ferragosto non si fece vivo.
« Chissà perché?», chiese qualcuno.
«L’avranno venduto a un ristorante spacciandolo per lepre», disse uno spirito brillante.
Colui, senza saperlo, aveva ragione – era infatti arrivata la Crisi dalle dita voraci e si taroccava ogni cosa, anche il cibo, come durante il primo dopoguerra.

La donna che ha vinto una durissima gara mista di ciclismo (Il Post)

“La Transcontinental Race è una gara di ciclismo endurance, cioè di estrema resistenza. Prevede un’unica lunga tappa che da sola è più lunga di tutte le ventuno tappe del Tour de France, la più importante competizione di ciclismo professionistico al mondo. La Transcontinental Race è arrivata alla sua settima edizione ed è la prima volta che la vince una donna. Kolbinger va in bici per passione: la maggior parte del suo tempo la occupa studiando per diventare oncologa pediatrica. Questa era tra l’altro la sua prima partecipazione a una gara endurance.”

Leggi l’articolo:
https://www.ilpost.it/2019/08/09/transcontinental-race-fiona-kolbinger/?fbclid=IwAR0s0sdamb_nz6nLLyBStQZ62IZWkcF0UHavUqUa5R7pKwmPhURpZzdvbzw Leggi l’articolo:

Mattia Madonia, È finito il governo più incompetente della nostra storia… (The Vision)

“Con tutti i principali indicatori economici che mostrano una flessione si può dire ufficialmente che il governo del cambiamento è riuscito a peggiorare le condizioni dell’economia italiana. Nei prossimi mesi il M5S farà l’impossibile per dimostrare il contrario, ma i dati parlano più chiaro di qualsiasi discorso da comizio. Salvini, invece, non farà nulla per smentire queste cifre, e ne addosserà tutta la responsabilità al Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico dell’ex alleato di governo.”

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/politica/crisi-governo-incompetente/?sez=all&ix=1

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