Buon anno! Una mappa mentale per un po’ di (dis)ordine creativo. MATHIEU COPELAND

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http://ubumexico.centro.org.mx/text/copeland/Copeland-Mathieu-ed_Mental-Map-for-an-Exhibition.pdf

In piena eccitazione digitale (meglio astenersi da fb in questi giorni), incominciamo l’anno con un vintage piuttosto hard, tornando alla fotocopia (peraltro anch’essa in digitale, è la nostra contraddizione quotidiana). Siamo nel 1977 e Mathieu Copeland organizza una mostra a Losanna. Fin qui, niente di strano, anche se gli artisti sono in quantità esorbitante e molto eterogenei: Max Ernst, Antonin Artaud, Salvador Dalì, Yoko Ono, Henri Michaux, Tadeusz Kantor, Loulou Picasso, Leonora Carrington, Wallace Berman, Hans Hartung… tanto per citarne solo alcuni. La cosa più interessante è il processo a cui Copeland sottopone le opere che ha esposto: anziché riprodurle nel solito catalogo patinato (che spesso assomiglia un mausoleo) ne fa delle fotocopie – ma mica tanto belle, lo vedrete voi stessi, alla buona, come se le avesse affidate al tabaccaio sotto casa perché ne tirasse qualcuna quando aveva tempo, fra un pacchetto e l’altro di sigarette. E con questo, la sacralità dell’arte è servita. E qui principia il lavoro di Copeland, che prende questo mare di fotocopie e inclincia ad abbinare gli artisti creando, ecco, la sua mappa mentale, la sua opera di autore che non sa tenere un pennello in mano ma che sa lavorare sulle sue associazioni mentali. Conviene incominciare l’anno nuovo senza fare gli schizzinosi, quindi non arricciate il naso all’idea della  fotocopia,  fate scorrere questo pdf  e incominciate un viaggio durante il quale incrocerete street art e incisioni, cartellonistica e graffiti, proclami e puntesecche. Quanto alle immagini, concedetevi il piacere dell’approssimazione creativa.

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Com’è nordico questo mare d’Abruzzo.

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martedì 30 dicembre, ore 14.
Non indugiamo sulla cronaca perché rischieremmo di cadere in un poco elegante autocompiacimento eroico ma, detto in breve, questa mattina noi della piccola troupe del Robinson siamo stati costretti a fuggire dalla spiaggia investiti da un’improvvisa bufera di pallini da caccia; erano di neve ma rispetto a quelli di ferro cambiava soltanto il colore. Sul filo dei secondi, siamo riusciti a chiudere fortunosamente una sequenza strategica ma il resto della giornata è compromesso. Per domani non si sa. Ancora neve, si dice.
La cronaca è finita ma le perplessità restano. Il tenero e pigro Adriatico rievocante bambini che giocano con le biglie e le palettine è diventato il teatro di una bufera polare. I silvaroli (gli abitanti di Silvi Marina, dove si trovano le nostre location) che mi ricordavo sorridenti, morbidi e piacevolmente sornioni, oggi sono indispettiti come quei merluzzi scandinavi congelati che sognano la pentola pur di mettere fine al tormento del freddo.
Robinson, forzatamente, ha dovuto indossare magliomi e su di essi una cerata marinaresca che impedisca al vento di tagliarlo a fettine; è diventato, insomma, un naufrago norvegese. La cosa non è grave perché un mito non è tanto facilmente deformabile; forse Ulisse potrebbe tornare a Itaca su una lancia rubata alla Guardia di Finanza e l’epica della sua odissea si dispiegherebbe ugualmente. Ma ci sarebbe sempre qualche lettore (ne basta anche uno solo per guastare la festa) che alzerebbe il dito per obiettare: “… Però il racconto funzionava meglio se Odisseo (dire Odisseo fa sentire il nostro lettore più vicino a Omero, n.d.R) viaggiava, secondo la tradizione sulla nave Argo… così si chiamava la nave degli Argonauti… Ah, perché Odisseo non era un Argonauta?… “

ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Primo giorno di lavorazione. IL MARE, ANZITUTTO.

 

imageIl mare è questo, non caraibico e nemmeno esotico: un mare serio, sulla cui spiaggia si può trovare anche qualche lattina – faremo il possibile per evitarle ma qualcuna ci potrà scappare e non sarà il caso di farne una tragedia. Diciamo che è un mare aperto, non parruccone né disneyano. Nello spettacolo che stiamo allestendo, questo video in cui siamo immersi in questi giorni  le sue onde imperturbabibli e con esse dovranno vedersela gli attori. irromperanno sulla scena. Sarà un confronto interessante.

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Questo è Robinson Crusoe, ovvero Paolo Brunati, un artista prelevato dal suo studio e messo in azione sul set. E’ vestito da marinaio, come si può vedere dall’abbigliamento, ma sono capaci tutti di mettersi una cerata gialla, un berretto di lana in testa, e dire: Io sono un marinaio. Brunati è marinaio anzitutto dentro, per di più specializzato in naufragi.

imageL’inquadratura non ha apparentemente bisogno di spiegazioni: Robincon legge la Bibbia, un bel Bibbione cinematografico. Sull’importanza della Bibbia nel Robinson non ci dilunghiamo: chi ha letto il romanzo (non moltissimi) lo sa: agli altri lo riveleremo in seguito.

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Questi primi appunti visivi di lavorazione devono avere una componente backstage, quindi abbiamo aggunto questa immagine, che non è truccata ma che registra un fatterello realmente avvenuto: un gatto, approfittando di un momento contemplativo di Robinson, è andato a strisciarglisi contro i pantaloni invitandolo alle tenerezze. La telecamera (qui governata da Francesco Ghisi) fa backstage e il gatto fa sempre audience, almeno su fb. Dovrebbe funzionare anche in un blog.

 

Qui incomincia l’avventurosa trasferta di Robinson Crusoe

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Dunque s’incomincia. Da oggi e per una decina di giorni RadiospazioTeatro si trasferisce sulla riva del mare d’Abruzzo, a Silvi Marina, dove si svolgeranno le riprese in esterni di Robinson Crusoe, il best seller, che debutterà al Teatro Astra di Torino il 10 marzo. Dello spettacolo, il cui impianto prevede l’importante contributo di un video di Francesco Ghisi (quello appunto, che ci apprestiamo a registrare) avremo modo di parlarvi durante il corso dei lavori. Nei prossimi giorni continueremo a pubblicare articoli e materiali ma compatibilmente col tempo che le riprese ci concederanno, e non sarà molto. Da domani cercheremo di documentare il nostro lavoro quotidiano per quanti sono interessati a un backstage che non sarà tanto agevole (d’altra parte era inevitabile che un lavoro su Robinson Crusoe presentasse componenti avventurose).

Nel buio del messaggio. HAROLD PINTER, PROBLEMA

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C’è solo un suono più inquietante di quello di un telefono che squilla a vuoto, ed è quello di un telefono che viene lasciato squillare da qualcuno che non intende rispondere. Il potere scenico del telefono è grande; parlo dell’apparecchio telefonico, naturalmente, quello formato da un corpo massiccio con disco rotante, da una cornetta, e soprattutto dotato di una voce perentoria come quella di un messaggero biblico. Infatti il telefono – e soprattutto in teatro – è portatore di un annuncio che non è mai banale: in quanto proveniente da un altrove sconosciuto, il messaggio implicito nello squillo innesca il volano delle congetture e dell’angoscia, come in questo frammento di Harold Pinter, nel quale il lavorio della mente indotto dal telefono si trasforma in una concreta, quasi tangibile azione scenica. 

Suona il telefono. Lo ignoro. Persiste. Non sono uno sciocco. Il mio stratagemma è semplice. Alzo il ricevitore del secondo apparecchio. Non dico niente. Silenzio anche dalla sua parte. Lui rimette giù il ricevitore. Notevole gracchio. Qualcuno sta cercando di formare un numero.
Dopo aver sistemato le mie cose decido di fare una telefonata. Alzo il ricevitore. Muto. [In questa zona, alla minima segnalazione, i tecnici arrivano di corsa, puntuali a porre rimedio. Ma in questo caso il problema è palpabile.] Non posso telefonare per avvertire del guasto, il guasto è così vasto, è così definitivo da impedire, senza uno spiraglio di speranza, aiuto.
Telefono muto. Notte profonda.
Spina staccata? Ricevitore al secondo apparecchio appoggiato male? Vado a investigare. Il ricevitore del secondo apparecchio al suo posto, adagiato con una certa indolenza, sull’apparecchio. Sono perplesso. Ma c’è dell’altro. Prendo una sedia e mi siedo perplesso.
Perplesso. Telefono muto. Notte profonda.
Suona.
Lascio lo studio, vado in una cabina telefonica e faccio il numero del mio appartamento. Numero occupato.
Qualcuno mi vuole ammazzare.

Harold Pinter, Problema, Gremese, Traduzione E. Nissim, L. Del Bono 

A proposito dei compiti delle vacanze. LEO LONGANESI, LA MUCCA

cowdcgSenza entrare nella recente querelle sui compiti, e in particolare quelli delle vacanze, il post di oggi vuol essere un omaggio a quanti sono costretti a misurarsi, da una parte o dall’altra della barricata, con questo crudele dovere. Lo ha scritto Leo Longanesi, scrittore, giornalista, editore e, pur senza dichiararlo, ideologo (discutibile e discusso) – ma sull’invenzione breve era senz’altro folgorante.

Componimento di una bambina di otto anni.

Tema: La mucca.
Svolgimento: “La mucca è un animale domestico, mammifero. Essa ha sei lati: sinistro e destro, sopra e sotto, davanti e dietro. Essa è rivestita principalmente di cuoio. Di dietro essa ha una coda, e in cima un ciuffetto col quale scaccia le mosche per ché non cadano nel latte. Davanti c’è la testa affinché vi possano crescere le corna e su questa vi è posata la bocca. Al di sotto della mucca pende il latte. Il latte viene sempre giù. Come questo avvenga non lo sappiamo. L’uomo della mucca è il toro: esso sembra proprio una mucca, solo non gli pende il latte di sotto: perciò il toro non è un mammifero. La mucca fa ogni volta un vitello. Come essa lo fa non lo so. Mio fratello maggiore lo sa. La mucca ha bisogno di poco cibo: ciò che essa ha mangiato una volta può mangiare più volte, perché rumina tutto, poiché è sazia. Quello che inghiotte una volta lo rivomita, così ha di nuovo bocca piena. Di più non so”.

Leo Longanesi, La sua signora, Longanesi editore

Corrispondenze. ANDRÉ BRETON / AUBE

Per mettere finalmente le mani sulla corrispondenza di André Breton dovremo attendere il 2016, quando cinquant’anni saranno trascorsi dalla morte dell’autore e il veto da lui imposto sarà caduto. Unica eccezione: le lettere indirizzate alla figlia Aube, che l’autore le ha affidato interamente e che Gallimard ha pubblicato qualche anno fa in un’edizione elegantissima, con tanto di riproduzioni a colori di disegni e messaggi manoscritti.
Al tempo della lettera che vi proponiamo Aube vive a New York con la mamma, l’artista Jacqueline Lamba, la donna al centro di L’Amour Fou che però da Breton già si è separata. Ha appena compiuto tredici anni (il 20 dicembre: eccola qui la prima delle tre stelline, la festa speciale tutta per lei) e in famiglia fervono i preparativi per il suo trasferimento a Parigi, dove il padre è sempre più assorbito dalla vita letteraria e artistica. “Un giorno preferirai essere diventata grande a Parigi piuttosto che a New York” le scriverà lui a gennaio. A colmare la distanza, intanto, una fitta corrispondenza che ci permette di scoprire un Breton più intimo, severo nell’occuparsi dell’educazione della sua petite Aube chérie e insistente nel voler conoscere ogni dettaglio della sua vita lontana (“raccontami le tue giornate, i tuoi orari, i tuoi impegni”, le chiederà senza sosta anche quando lei, adolescente, si farà ostinatamente ritrosa), dolcissimo nel regalarle parole piene di immagini come quelle che leggiamo qui sotto: il periodo natalizio visto con gli occhi del poeta.

a cura di Roberta Sapino

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 André Breton, Lettres à Aube. 1938-1966, Gallimard

L’arte di cucinare la ricetta, PELLEGRINO ARTUSI.


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Per rifarsi la bocca dopo le trasmissioni televisive di cucina, sempre più debordanti, mi sembra rigenerante fare ricorso al nostro maggior classico, Pellegrino Artusi, il precursore, se non addirittura il fondatore della cucina nazionale italiana. Sull’argomento scrisse Manganelli: “Questa impresa non gli sarebbe mai riuscita, se non lo avesse assistito la grazia del linguaggio; a Firenze s’era intoscanito, e aveva preso qualche vezzo locale, insistito, da immigrato; ma aveva imparato anche un certo modo di rivolgersi al lettore; infatti, non compilò ricette imperative: ma le raccontò.”
Ecco, mi sembra che questo sia il contravveleno artusiano: il racconto. L’augurio è che faccia dimenticare per qualche minuto lo stridio dei conduttori televisivi che accanto ai cuochi spadellanti strillano la loro emozione (anche loro: avete notato che questo è l’unico strumento critico usato in televisione) di fronte sformato o a un soufflé. Ecco un piccolo assaggio letterario di quella grazia del linguaggio che ricordava opportunamente Manganelli.

A proposito dei cappelletti vi racconterò un fatterello, se vogliamo di poca importanza, ma che può dare argomento a riflettere.
Avete dunque a sapere che di lambiccarsi il cervello sui libri, i signori di Romagna non ne vogliono sapere buccicata, forse perché fino dall’infanzia si avvezzano a vedere i genitori a tutt’altro intenti che a sfogliar libri e fors’anche perché, essendo paese ove si può far vita gaudente con poco, non si crede necessaria tanta istruzione; quindi il novanta per centro, a dir poco, dei giovanetti, quando hanno fatto le ginnasiali, si buttano sull’imbraca, e avete un bel tirare per la cavezza che non si muovono. Fino a questo punto arrivarono col figlio Carlino, marito e moglie, in un villaggio della bassa Romagna; ma il padre che la pretendeva a progressista, avrebbe pur desiderato di farne un avvocato, e, chi sa, fors’anche un deputato, perché da quello a questo è breve il passo. Dopo molti discorsi, consigli e contrasti in famiglia fu deciso il gran distacco per mandar Carlino a proseguire gli studi in una grande città, e siccome era Ferrara la più vicina per questo fu preferita. Il padre ve lo condusse, ma col cuore gonfio di duolo avendolo dovuto strappare dal seno della tenera mamma che lo bagnava di pianto.
Non era anco scorsa intera la settimana quando i genitori si erano messi a tavola sopra una minestra di cappelletti, e dopo un lungo silenzio e qualche sospiro la buona madre proruppe:
— Oh, se ci fosse stato il nostro Carlino sui i cappelletti piacevano tanto!
Erano appena proferite queste parole che si sente picchiare all’uscio di strada, e dopo un momento, ecco Carlino slanciarsi tutto festevole in mezzo alla sala.
— Oh! cavallo di ritorno, — esclama il babbo, — cos’è stato?
— È stato, — risponde Carlino, — che il marcire sui libri non è affare per me e che mi farò tagliare a pezzi piuttosto che ritornare in quella galera. —
La buona mamma gongolante di gioia corse ad abbracciare il figliuolo e rivolta al marito: — Lascialo fare, — disse, — meglio un asino vivo che un dottore morto: avrà abbastanza di che occuparsi coi suoi interessi. —
Infatti, d’allora in poi gli interessi di Carlino furono un fucile e un cane da caccia, un focoso cavallo attaccato a un bel baroccino e continui assalti alle giovani contadine.

Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene, Einaudi

Com’era delicato il Vate, da giovane! D’ANNUNZIO, FAVOLE MONDANE

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Sospendete le idiosincrasie antidannunziane, se ne avete, sono diffuse, ne ho sofferto anch’io; questo è un D’Annunzio giovane, poco più che ventenne, non il Poeta-soldato, non l’Immaginifico, non il magnetico Tiranno della divina Eleonora Duse (v. foto), non il Vate della Patria: senza maiuscole, è un giovanotto provinciale che viene dall’Abruzzo desideroso di far carriera e che si adatta a scrivere cronache mondane per i giornali della Capitale. La mano è leggera e la sensibilità è tenerella, sottile: qualità che cadranno con gli anni come una peluria giovanile e che qualche lettore rimpiangerà.

Quella sera il conte e la contessa di Marciac, l’uno uscendo dalla sua stanza, e l’altra dal suo boudoir, s’incontrarono attraversando il salotto. In verità, erano otto lunghi giorni, e forse più, che non si vedevano. Hanno forse tempo di vedersi, marito e moglie? Ciascuno da parte sua ha tanti affari e tanti piaceri e tanti doveri indispensabili! Come non es­sere divisi la notte, quando è necessario che la signora vada al ballo e che il signore vada al Circolo? Come stare insieme il giorno, quando il signore è dal suo agente di cambio e la signora è dalla sarta?
Si guardarono un poco, sorridendo. Egli aveva l’abito nero per una fe­sta, con «quadri viventi» dopo cena: ella era in toilette da ballo. Ella trovava lui molto elegante; egli trovava lei molto bella.
– Buona sera, Andrea!

– Buona sera, Giuliana!
Si guardarono ancora con piacere. Erano contenti di trovarsi così faccia a faccia. Si tesero la mano. Non parlavano, ma pareva che si dovessero dire qualche cosa. Erano sposi da non molto tempo. Com’erano stati felici, in sul principio! Allora sapevano bene trovare il modo di stare in­sieme. Ella non andava al ballo; egli non andava al Circolo.
Oh, quelle dolci sere, in quel salotto, d’innanzi al caminetto, sotto il chiarore languido del lume, mentre il the fumava nella tazza della China!
Era dunque fuggita per sempre quell’epoca felice che sorrideva nella loro memoria? Fuggita? Perché? Non era forse possibile riaccendere la rosea lampada dell’intimità? Non era forse possibile, anche quella stessa sera, d’un tratto, sedersi nelle poltrone, d’innanzi al fuoco, e prendersi le mani parlando a bassa voce, e suonar il campanello per chiedere il the?
Quanto sarebbe dolce rimanere a casa, insieme, ed amarsi come una volta!
Si guardarono ancora teneramente. Le loro mani non s’erano disgiunte. Un altro minuto, e l’uno saltava al collo dell’altra, d’improvviso…
Ma via, che avevano? Erano matti? Che idee strane eran mai quelle?
Ebbero ambedue un piccolo sussulto, e risero come fa chi si sveglia da un sogno impossibile. Uscirono dal salotto, discesero la scalinata, l’uno al fianco dell’altra, facendo delle ciarle insignificanti. Alla porta si separarono.
– Buona sera, conte.
– Buona sera, contessa.
E salirono nelle loro carrozze per andare ad annoiarsi senza neanche portar in fondo all’anima il rimpianto dell’occasione perduta!

Gabriele D’Annunzio, Favole mondane, Garzanti

Il video della domenica. LE SIGNORE DELL’HORROR

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https://www.youtube.com/watch?v=nFWB2RqbxX8

La ragazza scende le scale sconnesse che conducono al sotterraneo. Indossa una camicina bianca in perfetto equilibrio fra il sexy e la prima comunione. E’ freddo e buio. Cosa le è saltato in mente di scendere dal lettone? Ha sentito un rumore nel cuore della notte. E con questo?  Sarebbe una ragione di più per starsene chiusa in camera, anzi per barricarsi dentro trascinando il cassettone contro la porta. Invece lei va… “Ma non sa”,  si chiede l’ingenuo spettatore che si nasconde dentro ciascuno di noi, “non sa che quando avrà disceso anche l’ultimo gradino una mostruosa manona la ghermirà?” Certo che lo sa. Non se lo dice, ma lo sa perfettamente. Sa che quello è il suo destino di vittima e lo accetta, lo favorisce. Qui, volendo uscire dalla metafora del film horror, incomincerebbe un discorso interessante ma non sarò io a farlo, semmai qualche lettrice. Nei quindici minuti di questo horror collage si avvicendano numerosi stereotipi femminili, dalla vittima alla vampira: ai nostri amici di blog il compito decifrarli. I  cinefili potranno mettersi alla prova individuando i titoli delle pellicole originali. Tutti, credo, dovranno ammettere il fascino indiscutibile del bianco e nero.

Un poeta imprigionato nel corpo di una donna. VIRGINIA WOOLF, LA SORELLA DI SHAKESPEARE

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Oggi, un testo un poco più lungo dei soliti ma è una lettura imperdibile, come sanno sicuramente molte amiche del blog che lo conoscono benissimo e che forse lo rileggeranno volentieri. Non è solo un piccolo classico del pensiero femminile  del ‘900 ma anche uno splendido esempio di racconto “politico”.

Lasciatemi immaginare, visto che i fatti sono così difficili da ricostruire, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella straordinariamente talentuosa, dal nome di Judith, poniamo.
Shakespeare in persona – dato che sua madre era un’ereditiera – molto probabilmente ha frequentato il Liceo, dove ha verosimilmente studiato Latino – Ovidio, Virgilio e Orazio – e appreso le basi della grammatica e della logica. È piuttosto noto che era un selvaggio di ragazzino, che contrabbandava conigli e, forse, sparò anche ad un cervo; inoltre, è stato costretto sposare, molto prima di quanto non avesse dovuto, una donna del suo paese, che ha dato alla luce un bimbo molto più in fretta di quanto sarebbe stato il caso. Quest’ultima bravata lo spinse a cercare fortuna a Londra. Pare che avesse attrazione per il teatro; iniziò come custode dei cavalli degli attori all’entrata del palco. Molto presto riuscì a lavorare in teatro, divenne un attore di successo e visse pienamente al centro di quell’universo, incontrando e conoscendo tutti, facendo esperienza calcando le assi in scena, sviluppando il senso ironico nelle strade; riuscì persino ad avere accesso al palazzo della Regina.
Nel frattempo, poniamo che quella sua sorella dal talento straordinario fosse rimasta a casa. Lei era avventurosa, creativa e desiderosa di vedere il mondo tanto quanto il fratello: ma non fu mandata a scuola. Non ebbe alcuna possibilità di imparare la grammatica e la logica, per non parlare di leggere Orazio e Virgilio.
Di quando in quando, prendeva in mano un libro, forse di suo fratello, e leggeva qualche pagina: ma poi i suoi genitori entravano e le dicevano di rammendare le calze o di tener d’occhio la stufa invece di trastullarsi fra carte e libri.
Le avranno sicuramente parlato in modo secco ma gentile, poiché erano persone pragmatiche, che conoscevano le regole di vita per le donne e amavano la loro figlia
anzi, molto probabilmente era proprio la luce degli occhi di suo padre. Verosimilmente scribacchiava qualche pagina, di nascosto in soffitta, ma era molto cauta nel nasconderle o distruggerle dando loro fuoco. Presto, però, prima che compisse vent’anni, fu promessa al figlio di un vicino, che faceva il cardatore di lane. Lei gridò che l’idea del matrimonio le era odiosa e, per questo, fu severamente picchiata da suo padre; poi, però, smise di ostacolarla e, invece, la pregò di non ferirlo o disonorarlo in questa faccenda del matrimonio. Le avrebbe regalato una collana di perline o una sottoveste nuova, disse, con le lacrime agli occhi. Come avrebbe potuto disobbedirgli? Come spezzargli il cuore?
Solo la forza del suo talento la spinse a farlo. Riunì in un piccolo fagotto le sue cose, si calò giù con una corda durante una notte d’estate e prese la strada per Londra. Non aveva più di diciassette anni. Gli uccellini che cantavano nei cespugli non erano più musicali di lei: aveva un vivacissimo senso dell’armonia delle parole, un dono pari a quello del fratello e, come lui, era attratta dal teatro. Si presentò alla porta del palco: voleva recitare, disse; gli attori le risero in faccia. L’impresario – un uomo pingue, dalle labbra grassocce – esplose in un riso sgraziatamente chiassoso. Le abbaiò contro qualche storiella su barboncini addestrati a danzare e donne a recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto essere davvero un’attrice; poi alluse a … potete immaginare cosa.
Non aveva nessuna possibilità di trovare qualcuno disposto ad insegnarle il mestiere. Come avrebbe potuto andare a cena in una taverna o gironzolare per le strade a mezzanotte? Ciononostante, il suo genio era volto alla letteratura e bramava nutrirsi abbondantemente delle vicende di uomini e donne, osservare i loro modi. Infine, dato che era molto giovane e dai lineamenti stranamente simili a Shakespeare, il poeta, con quegli occhi grigi e sopracciglia arrotondate, ecco che Nick Greene, l’agente teatrale, fu impietosito dalla sua situazione; si ritrovò con un bambino in grembo grazie a quel gentiluomo e così – come misurare la violenta passione del cuore di un poeta imprigionato e rinchiuso nel corpo di una donna? – si uccise durante una notte d’inverno e giace sepolta a un certo incrocio, lì dove ora gli autobus si fermano nei pressi di Elephant and Castle.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi, Traduzione M.A. Saracino

Uno sceneggiato poco natalizio. ALPHONSE ALLAIS, DUE E DUE FANNO 5.Audio/Radiospazio. 9′

Allais. Due e due fanno 5

http://www.spreaker.com/user/7367339/alphonse-allais-due-e-due-fanno-cinque 

rappresentato al Piccolo Regio di Torino il 29 dicembre 2012
Roberto Accornero, Alice Bertocchi, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Marco Intraia, Carlo Nigra
regia di Alberto Gozzi

Chi scrive cose divertenti corre continuamente il rischio di essere etichettato come umorista. E’ un timbro che non si cancella più, e lo scrittore, una volta che è stato ufficialmente marchiato, finirà per adeguarsi a questa deprimente qualifica, soprattutto in pubblico, quando gli verrà chiesto di far sorridere ad ogni costo. Alphonse Allais (1854-1905) purtroppo per lui, venne a suo tempo arruolato in questo girone di autori tendenzialmente melensi e depressi, così la qualifica di umorista oscurò l’aspetto più interessante della sua narrativa, che è una scrittura incline al paradosso e alla provocazione. Lo dimostra anche questo Due e due fanno 5; il racconto, ambientato in Paradiso, mostra un Domineddio molto umorale che ingaggia Babbo Natale per impartire agli uomini, la notte del ventiquattro dicembre, una beffarda punizione.

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