L’ultimo Camion di Carlo Quartucci

Questo è Carlo Quartucci sul suo Lancia Esatau degli anni Trenta. La foto risale al 1974 circa. A bordo di quel camion salii anch’io per un tormentato viaggio da Torino a Bologna. Il quel periodo lavoravo con Carlo come drammaturgo e sembrava necessario che mi trasformassi, anche per una sola volta, da uomo di tavolino in viaggiatore sul camion reale.  Fino a quel momento Camion (così lo si chiamava, senza l’articolo, come se fosse un Moby Dick addomesticato oppure un manifesto di  poetica, come Dada) era stato un contenitore dell’immaginario. Nel progetto di Quartucci i camionisti erano eroi omerici decaduti, le strade oceani, e gli attori, che solamente nel suo racconto se ne stavano ammucchiati sul pianale, una ciurma eterogenea di comici mescolati alla più svariata umanità. Il viaggio Torino/Bologna, alla velocità media di trenta chilometri orari, non offrì nessuna emozione, se si escludono innumerevoli soste a ogni piazzuola dell’autostrada per far bere Camion che ogni qualche chilometro incominciava a bollire. Ogni sosta poteva essere l’ultima e a Bologna, quella sera stessa, saremmo dovuti andare in scena. I camionisti che incontrammo non avevano nulla di epico, l’autostrada era solo un nastro bollente e monotono, quanto ai comici viaggiavano per conto loro. La realtà non aveva niente da dire. Tuttavia, io il copione lo scrissi: era la riscrittura di ciò che sarebbe potuto accadere se la vita fosse stata uno spettacolo anziché una semplice vita. Per la verità, ciò che io scrissi non era un copione, ma un romanzo a puntate che, di replica in replica, veniva recitato da Carla Tatò in veste di attrice/narratrice. Si intitolava Il romanzo di Camion, ed è un vero peccato che gli storici del teatro (e anche molti esegeti di Quartucci) non ne facciano menzione. Lo videro in pochissimi, ma i ricercatori solerti di oggi dovrebbero trovarne traccia. Il romanzo di Camion trovò la sua epifania al Festival del teatro di Chieri (l’anno esatto non lo ricordo, ma siamo sempre entro la metà degli anni Settanta). Forse non lo si ricorda perché fu uno un “grande insuccesso”, come avrebbe detto Carmelo Bene. Ma non mi sembra una buona ragione, esistono insuccessi affascinanti così come successi del tutto banali. Quell’insuccesso era del primo tipo. Il mio romanzo era molto scritto, e forse troppo lungo. Il pubblico incominciò a rumoreggiare. Carla smise di recitare, s’inalberò e investì il pubblico con crude parole. Suggerii a Quartucci (eravamo in scena anche noi) di aprire la gabbia dell’attore trasformista (Gigi Mezzanotte). La gabbia era un cubo di due metri per due metri a listelli di legno. Fra un listello e l’altro, il pubblico poteva intravedere una sagoma umana informe e impaziente come una belva. Carlo seguì il mio consiglio e aprì lo sportello. Gigi Mezzanotte uscì, ricoperto di una quantità inverosimile di costumi dei quali si liberò mentre apostrofava (secondo la scuola di Carmelo Bene) una signora in prima fila con un “Taci, Sofronia torinese!”, quindi incominciò a cercare per terra piccoli oggetti insignificanti che avevamo sparso in precedenza. Ogni oggetto richiamava una battuta del grande repertorio teatrale (la maschera di Lelio, dal Bugiardo di Goldoni, un monile perduto da Nora Helmer, e così via). Peccato che i critici e gli esegeti non lo ricordino, anche se oggi hanno l’attenuante di essere morti, ma potevano ricordarsene per tempo. Peccato, perché, per esempio, a Italo Calvino e a Giulio Einaudi, che erano venuti di loro iniziativa a Chieri, era piaciuto assai. Calvino mi chiese di leggere il romanzo, ma erano anni disordinati e le puntate che lo costituivano si erano dissolte insieme alle repliche – pensando all’oblio in cui cadde subito Il romanzo di Camion, mi verrebbe da dire che quei copioni erano morti per tempo, appena nati, beffardamente. Oggi è morto anche Carlo Quartucci, dopo una vita dedicata a una sperimentazione inesausta. I sopravvissuti a quella stagione sono pochi. Ancora qualche anno, e l’indifferenza potrà regnare tranquilla in un mare che assomiglierà molto a uno stagno.

Video di fine anno. Ermanno Olmi, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggiere (da Leopardi) 4′

https://youtu.be/hiJOBKJZNaU?t=292

“Quella vita che è una cosa bella non è quella che si conosce, ma quella che non si conosce. Non la vita passata, ma la futura”.

Le figurine di Radiospazio. Un’inglese in Sicilia

Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria. La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata, con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità; così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico, sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun brivido in risposta all’ardore della sua passione.

Galleria. Il soggetto

Quando la madre andava a informarsi sul bambino, la maestra restava sul vago: non si poteva dire stupido, ma piuttosto terribilmente assorto – per la buona insegnante le due cose erano limitrofe e senza steccati, così era facile che il soggetto sconfinasse in questo o in quel dipartimento. Né la maestra né la madre potevano prevedere che il soggetto sarebbe diventato un poeta. Ma non uno di quei poeti che si studiano a scuola, e nemmeno di quelli che vanno in televisione: un poeta evanescente del quale si diceva : «Se fosse meno vago potrebbe lasciare una sua piccola traccia.»

Visita le altre stanze della Galleria:
https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=galleria&submit=Cerca

Racconto di Natale. Fëdor Dostoevskij, Il fanciullo presso Gesù

Mi si presenta l’immagine di un fanciullo, molto piccino ancora, di forse sei anni o anche meno. Questo fanciullo si destò un mattino in un sotterraneo umido e freddo. Aveva indosso una specie di giubboncino e tremava. Il suo alito si sprigionava come un bianco vapore, ed egli, stando seduto in un angolo, su un baule, di proposito emetteva quel vapore e si divertiva a vederlo uscir dalla bocca. Aveva però una gran voglia di mangiare. Più volte, fin dal mattino, si era accostato a un tavolaccio dove, sopra un misero pagliericcio e con un fagotto sotto il capo a mo’ di guanciale, giaceva la sua madre inferma. Come mai ella si trovava lì?

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Leggi il racconto:
http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/arte/fanciullogesu.htm

In equilibrio fra la pancia e il cuore. THOMAS HOOD, RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

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Thomas Hood (1799-1845), dopo una breve escursione giovanile nei giardini di una poesia lieve e delicatamente pre-romantica, imboccò decisamente la via dell’umorismo. Fortunatamente la sua mano rimase leggera, come dimostra questo suo ritratto del sentimentale epicureo che mette nel mirino della sua satira, e con curiosa preveggenza, i gourmet da strapazzo dei nostri giorni.

RICORDI DI UN SENTIMENTALE EPICUREO

S’era di maggio, credo, l’ho scordato
quando nacque la mia passion fatale
ma so che si mangiava il biancostato
e non era più tempo di maiale.

O fu a Natale? So ch’ero invitato
a un pranzo, e là conobbi la mia bella
e sospirai: che viso delicato
e che squisito fritto di cervella!

Fremevano d’invidia i giovanotti
quando, proprio al suo fianco, presi posto
e lei sorrise sopra gli agnolotti
ed arrossì quando le offrii l’arrosto.

Affascinato dal suo sguardo fiero
io soffersi e languii per tre portate
e mi trovai col cuore prigioniero
quando si giunse ai dolci e alle cassate.

Con il mio estratto conto, e non è strano,
ai suoi mi presentai… fu un grave passo
e poscia a Lei offersi la mia mano
che reggeva un vasetto d’ananasso.

Le chiesi di divider la mia vita,
ella non fé la minima obiezione
e la sposai. La data mi è sfuggita,
ma so che, al pranzo, offrimmo cacciagione.

E andammo a… uhm… Ma certo c’era il mare
ché l’indomani, oh giorno santo e bello,
la mia sposa rimasi ad ammirare
mentre mangiava un piatto di nasello.

Quell’anno mai non mi potrò scordare,
oh dolci notti, oh giorni memorabili…
Ricordo, le carote erano care
ed i piselli pressoché introvabili.

Vivevamo così, felicemente,
quali amanti cantati dai poeti
un solo cuore ed una sola mente:
entrambi adoravamo i sottaceti.

Ma il Destino non volle ch’io gioissi
e un dì la Morte… Chi l’avria pensato?
Al mondo nulla è certo, come dissi
quando il gatto scappò con lo stufato.

La mia diletta fu preda innocente
di un male che nessuno mai comprese,
la tisi, forse, e l’assalì repente
dopo un piatto di scampi in maionese.

Perse le forze, perse l’appetito
furon vane le cure e i beveroni
respinse ogni suo piatto preferito
perfino il lattemiele coi lamponi.

Fra dubbio e speme invan mi dibattei
mentr’ella si struggea come un lumino;
infin la vita si partì da lei,
proprio quando arrivava il beccaccino.

Ella morì, lasciandomi straziato
in preda al più profondo e amaro duolo,
cos’è la solitudine ho imparato
mentre mangiavo i primi aspargi… solo.

Ma quando vidi schiere di dolenti
allineati, compunti, in vesti nere
non seppi trattenere più i lamenti
e si era, credo, al tempo delle pere…

Thomas HoodRicordi di un sentimentale epicureo, “Umoristi dell’800”
Garzanti, Traduzione Ida Omboni

Le figurine di Radiospazio. Le poetesse viste dai loro colleghi maschi


– Chi è questa  poetessa, questa Amalia Guglielminetti?
– È una signorina per bene e di ottimo casato.        
– Già, dicono che sia per bene.
– Che peccato!
– Che cosa?
– Che sia Signorina. E che sia per bene.
– Che peccato: è proprio bella!
– Fosse almeno analfabeta.
– Ma scrive!
– Detestabili le donne che scrivono!
– Se scrivono male ci irritano.
– Se scrivono bene ci umiliano.
– Tacete! È qui che viene!

(Da una conversazione avvenuta tra Guido Gozzano e i suoi amici in un imprecisato giorno dell’anno 1906, a Torino.)

Le figurine di Radiospazio. Bordello facebook

Qualche tempo fa mi era venuta l’immagine di facebook come di una strada a luci rosse. Ognuno sta in vetrina a esporre la sua merce. Chi mostra i glutei, chi spalanca le cosce. Tutto un susseguirsi di merci che cercano acquirenti nella scabrosa condizione in cui i produttori sono assai più dei possibili compratori. E questo i compratori lo sanno e da lì nasce la figura del compratore sadico, colui che entra nel box, gira intorno alla merce e magari se ne va lasciando semplicemente un commento sarcastico. Non c’è differenza tra chi esibisce la sua gamba monca, l’occhio in cui cigola il delirio, e quelli che fanno finta di stare qui perché vogliono cambiare il mondo, fanno finta di indignarsi, insomma fanno finta di essere scrittori. Facebook è una creatura biforcuta perché porta la scrittura, ma la porta in un clima che sembra quello televisivo. Chi scrive, chi commenta, deve ogni volta decidere da che parte stare, sapendo che da quando abbiamo smesso di credere all’invisibile e al sacro tutto il visibile e il profano non ci basta più, e ci basterà sempre meno.

Narrativa. Augusto Montereroso, L’attrice al microfono

attrice di spalle

La signora di Fuchier si avvicinò al microfono. Insicura e goffa, mosse nervosamente una chiavetta per qualche secondo, fino a quando le riuscì di sistemare l’aggeggio all’altezza della bocca. Infine parlò:
“Mio caro pubblico, molte grazie. Innanzi tutto, voglio chiarire che non sono una grande attrice, come ha appena finito di affermare il mio caro amico, il maestro di cerimonie. Non sono nemmeno un’attrice. Certamente mi piacerebbe esserlo e potervi regalare di frequente alcuni minuti di allegria; ma, ecco, penso che l’arte sia qualcosa di molto difficile e tremo davanti alla sola idea di trovarmi davanti alla cinepresa, tutti i riflettori addosso, come se stessero per fucilarmi. Suppongo che sarebbe questa la sensazione. Non so quindi, davvero, perché lui ha affermato che sono una grande attrice. Non soltanto, un’attrice, badate, ma una grande attrice. Vorrei tanto che fosse vero perché nonostante tutto, ecco, sento una forte attrazione per il palcoscenico. A scuola sono già passati diversi anni, avevamo una piccola compagnia e rappresentavamo pastorelle bellissime, come ben potete immaginare, ma non riuscii mai a vincere la mia timidezza, e appena mi trovavo davanti al pubblico le idee mi fuggivano chissà dove, e sudavo perché mi rendevo conto che tutti mi osservavano come se fossi nuda, e poi non sapevo più se stavo recitando la parte della pastorella, della pecora o del Bambin Gesù. Pensate un po’. Quando dimenticavo la mia parte proprio perché mi trovavo lì; quel che mi veniva in mente era di inventare qualcosa e parlare, parlare di qualsiasi cosa pur di non stare zitta come una scema. Ecco, per questo vi prego di credere che chi sta per parlarvi sia un’artista, come si dice, consumata.”
Si ascoltarono in sala deboli applausi tra mormorii di impazienza. Un signore magro si rivolse alla moglie e le sussurrò: «Ma chi è questa qui?»

Augusto Monterroso, Non voglio ingannarvi, Edizioni Zanzibar

La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte (valigiablu)

Recentemente, sui media si è parlato molto dell’elezione di Antonella Polimeni a rettrice dell’Università La Sapienza di Roma e della direzione della partita di Champions League Juve vs. Dinamo Kiev del 2 dicembre 2020 da parte dell’arbitra Stéphanie Frappart. Al di là della rilevanza dei due eventi, una parte della discussione pubblica ha, come di consueto, riguardato i nomina agentis, ossia i nomi di agente: declinarli o meno al femminile? Antonella Polimeni è Magnifico Rettore, Rettore donna o Magnifica Rettrice? Stéphanie Frappart è arbitro, arbitro donna o arbitra? La risposta, Zingarelli alla mano (dato che è il dizionario che più di tutti fa attenzione a riportare il maggior numero possibile di femminili professionali, e lo fa sin dal 1994) è che le forme corrette sono rettrice (peraltro già usato da altre rettrici di importanti atenei italiani) e arbitra. Aggiungo che nessuno dei due è un neologismo: già in latino esistevano le coppie rector/rectrix e arbiter/arbitra, che nel corso dei secoli hanno subito ovvi slittamenti semantici, ossia cambiamenti di significato.

Leggi l’articolo:
https://www.valigiablu.it/professioni-nomi-femminili/

Le figurine di Radiospazio. Nella stalla

Una mosca, vagabondando nella stalla, si posò sul naso della mucca per rilassarsi un momento.
— Benvenuta — disse la mucca.
— È una notte magnifica per viaggiare — disse l’insetto.
— Strano, questo pizzicorino. Spostati un po’ più in su, per favore, che voglio leccarmi il muso.
La mosca si spostò. — Se tu fossi rimasta dov’eri — continuò la mucca — e io ti avessi colpito con la lingua, credo proprio che saresti bell’e andata.
— Non credo — sorrise la mosca. — Lo sai che mi muovo in fretta.
Al che la mucca, sorniona, si passò la lingua sul muso. Non vide muoversi l’insetto, ma già quello svolazzava sano e salvo a qualche centimetro dal suo naso.
— Hai visto? — disse la mosca.
— Ho visto — rispose la mucca, e scoppiò in un muggito di ilarità così improvviso e potente che l’insetto fu soffiato lontano da quella raffica, e non tornò mai più.

        

Il video della domenica. Lenny Bruce, Non ho mai capito le persone che giudicano le altre per come fanno sesso

https://www.facebook.com/comedybay/videos/715170991952636

(L’interprete non è Lenny Bruce)

Narrativa. Anton Čechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance  non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver  paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
«Che desiderate?»
Diedi un’occhiata al viso serio della cameriera, alla sazia figura di Finkel, che a quanto sembrava non mi riconosceva, e arrossii…
«Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance  a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Poliedro

Narrativa. Alberto Arbasino, Turbamenti alla Scala (frammento)

La sera della «prima» sono salito con grande anticipo di mezz’ora al solito vantage point della seconda galleria, e mi sembrava anche più eccitata del solito la folla che correva alle entrate evitando urto e fragore | di rote, di flagelli e di cavalli | sotto le luci gialle lampeggianti, più nervoso lo scalpitare delle pantegane da boulevard in attesa tra il Biffi e i venditori di libretti | che vengono , che vanno, e stridi e fischi | di gente, che domandan, che rispondono | alla fermata del tram. Nella fila che non finiva mai di salire le scale ecco gli occhietti sbattuti delle marànteghe, e le impeccabili grisaglie degli habitués che «tutte spiegando | dell’omero virile e de’ bei fianchi | le rare forme, lusingar son osi | de le Cinzie terrene i guardi obliqui» alle prima alle repliche e alle ultime, agli spettacoli per i lavoratori e alle matinées fuori abbonamento. Alcuni spartiti riposti vennero poi alla luce sulla panca circolare, poi le maschere interruppero il flusso e nel buio smorzato ecco l’applauso improvviso al direttore, e le prime note di quel preludio Impero tanto sorprendente che passando da una arcata all’altra potevi sentire che anche i meno provveduti si stupivano — e ben contenti — a mezza voce. «Dieci anni dopo, Beethoven compose la medesima ouverture e la chiamò… Ma questo è il Fidelio, è il Coriolano, è il Prometeo!» Ora la figlia di Creonte scherzava con le ancelle a ritmo di danza elisia dabbene, sorridendo alle prossime nozze… ma già non ero più libero di ignorare la presenza di un Giovin di capelli nerissimi e largo di spalle né il suo sguardo chiaro che mi fissava, non potevo sottrarmi alla pressione delle dure linee del suo corpo, come se la folla che si accalcava per vedere ci spingesse l’uno addosso all’altro. Mi accorgevo appena che la Callas ormai entrata spiegava ancora quel suo stregonesco canto… e minuti e minuti passavano senza che i miei occhi riuscissero a lasciare i suoi al suono di una marcia trionfante non sapevo se esultare o tremar, sfilava l’esercito portatore del vello d’oro e lui mi faceva cenno che non lo fissassi così ma le mani a un certo punto cominciano a cercarsi… Io mi sentivo molto profondamente commosso e sbigottito e turbato, ero appena capace di riflettere che «gioia-abisso-disperazione-incanto», tutto d’ora in avanti dipenderebbe da lui, quindi da chi lui fosse, dal suo carattere, intenzioni, ambizioni, esigenze, ecc. Per questo appena finito l’atto l’ho seguito dove era corso ad accendersi una sigaretta per chiedergli come prima cosa «chi sei?» — e senza aspettare un attimo ha detto il suo nome (che è Roberto) aggiungendo subito  «e ho un appartamento libero tutti i pomeriggi in via Proust numero 1925» dandomi anche il telefono. E così abbiamo parlato, poi abbiamo sentito il resto dell’opera, dal momento che non volevo davvero perderla, una «prima» della Medea con Callas in straordinaria forma… Ma io mi sentivo già in pieno Romanzo, e lo guardavo sognando, ma davvero sognando, mi sentivo altro che separato dalla Scala, dal mondo, e le luci si riaccendessero, si potevan udir delizie, levar brache e velari, finir l’opera, gli applausi clamorosi non mi toccavano;  ci sedevamo sui divanini a parlare, e non riesco a ricordare cosa abbiamo detto, perché io pensavo: «non mi sentirò solo, mai più», era molto bella la sua voce all’orecchio, molto calda, molto profonda, e io ero contento pensavo: «è lui il mio, sarà sempre lui», poi sono dovuto correre via subito, per colpa di quelle troie dei miei, e così ci siamo dati un appuntamento per il giorno dopo.

Arbasino, L’anonimo lombardo 

Laura Trudu, Mario Irarrázabal (Befart)

“Mi piace creare un oggetto concreto, reale, tangibile. È che vivo pensando e sognando. Che devo fare cose.Una buona scultura ha una forza primitiva e magica.Quello che sto cercando è la dimensione magica della realtà, non l’esoterico.
Quando creo quell’oggetto cerco di relazionarmi con gli altri. Cerco di creare un contrasto, una metafora che sorprende e suggerisce. Cerco di dire qualcosa sul significato della vita e della morte, l’odio e la sofferenza, l’abbandono agli altri: l’amore. Per questo non esiste un linguaggio più appropriato di quello dell’arte.
L’opera d’arte incarna, fa esperienza. Intrigo, divertimento e interesse. Ma finalmente può muoversi.
Forse il cinema è l’arte che più tocca l’uomo contemporaneo. Ma tutte le arti si uniscono, si rafforzano a vicenda.
Il linguaggio dell’arte è aperto e metaforico: quando ci presentiamo, un mondo ci apre agli altri. L’arte è libera, giocosa, amorevole. Vuole meravigliarsi e reincantarci. “
Mario Irarrázabal

Leggi l’articolo:
https://befart.altervista.org/mario-irarrazabal/

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