Pane, burro e una tettoia. La Grande Mamma del Rock, SISTER ROSETTA THARPE

rosetta

https://www.youtube.com/watch?v=SR2gR6SZC2M

Il pane e burro lo abbiamo aggiunto noi, su due piedi, così come lo evocano i due personaggi che scendono dalla carrozzella in una Liverpool grigiastra: sembrano reduci da una merenda in cucina: “Che dici, andiamo?” “Ma sì, facciamoci quattro passi e una schitarrata anche se è appena piovuto”. Tutto molto alla buona, molto casalingo, in un bianco e nero di mezzo secolo fa (1964).
Lui non so chi è, lei è Sister Rosetta, grande star degli anni ’30, esecutrice e manipolatrice di spiritual e rock, che influenzò Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, ecc.
L’understatement è il segno distintivo, il sigillo della vera star (ve la immaginate Greta Garbo che sgomita con Jean Harlow e Marlene Dietrich come un’olgettina da combattimento?); Sister Rosetta lo pratica con disarmante semplicità: infilata nel suo cappottone a campana e sotto la sua cuffia di lana, brandisce la chitarra come un coltello da cucina con un piglio da massaia che affetta un filone di pane (dagli con la cucina!) e ci dà dentro. Le ragazzine di Liverpool mostrano nel sorriso i denti inglesi. E’ il 1964,  l’ho detto, I Beatles hanno già pubblicato il quarto album (“Beatles for sale”) e sono sbarcati in America con un successo che nemmeno Gesù Cristo (stando a quanto disse in quell’occasione John Lennon); la Grande Mamma del rock restituisce la visita, dimessamente, a Liverpool: non è una controinvasione, ci mancherebbe: la sua grande storia, Sister Rosetta l’ha già vissuta e si diverte a prolungarla, con passetti accennati di danza, sotto una tettoia.

Il diario di un uomo che guarda. JULES RENARD, PER NON SCRIVERE UN ROMANZO

toulouse-lautrec-the-sofa-grangerToulouse-Lautrec, Il divano

Vittima di un suo stesso romanzo, Pel di carota, molto noto ma considerato ingiustamente per ragazzi, quindi proposto per lo più in una versione scioccamente edulcorata – Jules Renard si nutrì di una quotidiana perplessità nei confronti  delle sue qualità letterarie; di conseguenza, l’opera che più gli corrisponde è il suo Journal nel quale annota incontri, spettacoli, letture e soprattutto il suo rapporto con gli altri. Entra a far parte di cenacoli letterari importanti ai quali si sente sempre leggermente estraneo: molto spesso tace e guarda, annota, sempre misurando il suo essere leggermente eccentrico, un passo a lato alle cose e alle persone. In questa pagina del Journal lo ritroviamo, insieme all’amico scrittore Tristan Bernard, nello studio di Toulouse-Lautrec, tanto carnale e dedito agli eccessi quanto Renard è sorvegliato. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: il rovello sullo status di artista, che appare sempre incerto e aleatorio.’

9 dicembre 1894

Ieri sono stato da Lautrec con Tristan Bernard. Dalla strada, dove pioveva a dirotto, siamo passati in un studio caldissimo. Lautrec ci venne ad aprire. Era in camicia, i pantaloni a penzoloni, un berretto da fornaio in testa. Nel fondo, sopra un sofà, vedo due donne nude: una mostrava il ventre, l’altra il sedere. Bernard va a salutarle e dice: «Buongiorno, signorine!» Io, imbarazzato, non oso guardarle. Cerco un posto ove posare il cappello e l’ombrello che gocciola.
«Non vorremmo interrompere il vostro lavoro», dice Bernard.
«Abbiamo finito», risponde Lautrec. «Vestitevi, signorine». E va a prendere una moneta da dieci franchi che posa sulla tavola. Le donne si vestono, riparandosi dietro il quadro. Di tanto in tanto, butto un occhio senza riuscire a vedere bene. Mi sembra di aver sempre addosso il loro sguardo di sfida. Finalmente, le donne se ne vanno. Ho fatto in tempo a intravvedere delle natiche biancastre, delle cosce cascanti, dei capelli rossi, dei peli gialli.
Lautrec ci mostra i suoi schizzi “di casino”, le sue opere giovanili: fin d’allora si era messo a dipingere il brutto con coraggio. Non saprei dire se ciò che dipinge ha valore, ma so che gli piace quel che non è comune e che è un artista. Questo ometto che chiama la sua mazza “mio caro bastoncino”, e certamente soffre del suo fisico, merita, per la sua sensibilità, di essere un uomo di talento.

Jules Renard, Per non scrivere un romanzo, Serra e Riva, Traduzione Orio Vergani

Il video della domenica. Un surrealista a New York. WALT DISNEY & SALVADOR DALI’, DESTINO. 6′

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Fu uno storico incontro, quello di Walt Disney e Salvador Dalì: il mago del cinema d’animazione, poeta delle immagini nonché grande imprenditore e il pittore surrealista che esprime, sulla tela, e nella vita, una teatralità estroversa, prorompente – ma anche accorto imprenditore di se stesso (Dalì). I due non faticarono a intendersi. Era il 1945, cinque anni prima Disney aveva realizzato e prodotto Fantasia che, traducendo in immagini Bach, Beethoven, Stravinskij, Ponchielli, aveva enormemente allargato il suo mercato dal mondo dell’intrattenimento infantile a quello dell’arte; con Dalì, si poteva replicare. Ma era, appunto, il 1945 e il dopoguerra si rivelò non meno difficile della guerra stessa, almeno sul piano economico. Il progetto fu accantonato. Molti anni dopo, nel 2001, lo resuscitò un erede di Walt Disney, ed eccolo: ci sono molti degli elementi che contraddistinguono la pittura di Dalì sui quali la colonna sonora di Armando Dominguez sparge  dosi generose di sciroppo musicale.

Alla periferia dello spirito

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http://www.beppegrillo.it

Chissà perché, nel vedere questa icona che sta imperversando in rete, mi è venuto in mente un capolavoro del teatro inglese della Restaurazione, Così va il mondo, di William Congreve. L’opera è un mirabile e complesso congegno socio/amoroso/matrimoniale. I nomi dei personaggi sono fortemente allusivi: la protagonista è la bella Millamant (dagli innumerevoli spasimanti), il suo pretendente è Mirabell (ammirevole per aspetto e senno), e così via. Il  meccanismo della commedia funziona perfettamente, e tutti i personaggi, anche i  minori, hanno una funzione precisa come gli ingranaggi di un orologio di precisione. Tranne uno, Witwoud, l’uomo “di spirito” (Wit) tutto preso dalla smania di mettere in vetrina la sua acutezza. Va da sé che il personaggio è comico/patetico: mentre gli altri (tutti) sono coinvolti nella trama (che in teatro è il cuore pulsante, la vita), lui ne costeggia la periferia come un triste satellite solitario, gravitante in un orbita inutile alla quale si è condannato da se medesimo. Di tanto in tanto tenta delle sortite – anzi, diciamo meglio: prova a rientrare in gioco – ma le sue invenzioni spiritose (solo ai suoi occhi) lo allontanano di nuovo. L’autore ci fornisce un’utile chiave di lettura di questo spaesato personaggio: Witwoud è un inurbato, ripulito ma non abbastanza, che pretende di rinnegare le sue origini mulinando metafore e similitudini: materia delicata, fragile, che si rivolta contro chi pretende di usarla come corpo contundente. Insomma, un boomerang (questo, naturalmente, non lo scrive Congreve, ci siamo permessi di aggiungerlo noi).

Il diavolo dentro la specchiera. MARIA ATTANASIO, CORREVA L’ANNO 1698…

piero fornasettiincisione di Piero Fornasetti

C’è questo librino piccolo, un centinaio di pagine scarse, che contiene la storia di una persona piccola – una bracciante di quelle che è il padrone a decidere con chi si sposeranno e che morto il marito di farle lavorare non se ne parla più.
Anche il narratore è piccolo: tal ceramista Giacomo Polizzi, poveraccio e pressoché analfabeta, eppure decisissimo a redigere una cronaca del suo paese – piccolo pure lui – Calacte, in Sicilia. Le armi che ha sono quelle che sono ma cosa importa, pur di raccontare il ceramista scrittore si inventa una lingua tutta sua, quella lingua che Maria Attanasio, riscoprendo e ri-raccontando la vicenda, lascia trapelare qua e là come attraverso un pizzo: e allora ecco una giovane donna che non fa la domestica ma la criata, i personaggi intarsiati che giocano a sicutarsi senza prendersi mai, la gebbia che raccoglie l’acqua per irrigare i campi, quella truscia sventolata vezzosamente come una borsetta da città.
Una lingua concreta e solida come lo fu Francisca, vedova che invece dell’abito nero indossò vestiti da uomo e come uomo continuò a lavorare, e che agli Inquisitori che le diedero della strega riuscì a strappare il permesso di vivere come meglio piacesse a lei.

Roberta Sapino

«Quando era vivo mio marito, prima del terremoto» racconta Francisca «una volta sono andata nel palazzo del barone Murso dove mia sorella faceva la criata. Le maniglie delle porte erano di oro massiccio, e c’era una cucina grande come una chiesa, piena di pignatte di rame e decori bianchi e blu a terra e alle pareti. Ma la cosa più meravigliosa che ho visto, non solo allora, ma in tutta la mia vita, è una specchiera grandissima, con una cornice tutta intarsiata e di pietre preziose, con scene di uomini e donne nudi che si sicutavano tra gli alberi, e bambinelli, come gli angeli delle chiese, ma più grossetti e con le ali piccole.
[…]«Mi sono avvicinata alla specchiera e rimasi infatata dalle mie stesse pupille che si ingrandivano sempre più.
«Per fortuna mia sorella mi toccò e l’incantesimo finì, perché se uno guarda fisso, in quella specchiera, compare un diavolo, che ti attira lì dentro certe volte con corna, forconi e fiamme, certe volte travestito da bellissimo cavaliere.
[…]Ma dentro il diavolo non ce l’ho mai visto, né con zoccoli di capra, né con abiti di cavaliere. Ci ho trovato solo la mia faccia stanca e hominigna».
[…] Si alza. «Vado a lavarmi la faccia alla gebbia» dice, lasciandosi alle spalle il mormorare degli uomini, di cui afferra solo qualche brandello di conversazione.
«Hai una camminatura da regina» le dice uno ad alta voce, «o da re» aggiunge un altro, ammiccando.
Francisca si volta: «Da re» lei risponde. «Chi comanda è il re» e scherzosamente agita verso di loro la truscia.

Maria Attanasio, Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Sellerio

Teneri, derelitti e sgrammaticati zombie. AUGUSTO FRASSINETI, MISTERI DEI MINISTERI

Baj web

disegno di Enrico Bai

“Autore di un solo libro” fu definito Augusto Frassineti dal suo stesso editore. Come tutte le definizioni, anche questa è imprecisa perché qualche altro libro Frassineti lo pubblicò – e comunque non sarebbe una diminuzione scrivere un libro solo, al contrario mi sembrerebbe il segnale di un’indole discreta, riservata e, per dirla in modo un po’ frivolo, molto elegante; se poi si tratta di un libro come Misteri dei ministeri, uno scrittore può serenamente decidere che ha già svolto nella maniera più piena il suo compito.
Contrariamente a quanto scrive Wikipedia, questo romanzo non è umoristico ma tragicomico. Si ride, ma su una delle nostre grandi sciagure: quel mefitico calderone in cui si mescolano la burocrazia ministeriale, la sudditanza del cittadino che balbetta il suo smarrimento di analfabeta, il triste sogno del vegliardo che vagheggia di esibirsi, un attimo prima di morire, alla radio. Si ride, certo, perché ci s’identifica col postulante schizofrenico che bussa con la sua domanda di grazia alle porte chiuse del ministro, e poco importa che ciascuno di noi non si sia mai abbassato a tanto, quel fantasma ci abita, come una tentazione alla quale, quando ne siamo capaci, riusciamo faticosamente a resistere.
Misteri dei ministeri è stato scritto nel 1952: sessantatré anni splendidamente portati, profuma ancora di tipografia.

Roma, 5 febbraio 1950
Illustrissimo Signor Ministro
Delle Poste e delle Telecomunicazioni,
Roma

Fiducioso del Suo illuminato interessamento per tutto ciò che comunque ritorni ad onore del nostro amato Paese, mi permetto farLe presente quanto segue.
Pur trovandomi al mondo dall’inizio del Milleottocentoquaranta-cinque, ho l’impressione che il mio fisico, anziché subire una menomazione per legge naturale, si sia fermato al cinquantesimo anno di età, tanto che scrittori che si occupano della longevità umana sono d’avviso che non sarà tanto facile trovare in Italia, e forse anche altrove, altri elementi della medesima età che siano in grado di poter fare altrettanto.
Anche il Direttore della «Domenica del Corriere», la rivista più diffusa in Italia, venuto a conoscenza di tali requisiti e rapportandoli all’età, è di parere che trattasi di un caso raro, di un fenomeno vivente, di un portento della natura.
Al riguardo, si ritiene opportuno informare che in un raduno di centenari e di ultranovantenni, che ebbe luogo in questa città nel giugno dello scorso anno, il mio fisico fu ritenuto il caso più interessante, tanto che fui presentato agl’italiani a mezzo della radio e anche non pochi giornali e riviste misero in evidenza le mie possibilità.
Ciò premesso, qualora la Signoria Vostra Illustrissima ritenesse che qualcuno di tali requisiti possa interessare ancora la radio si benigni di farmi sottoporre ad un collaudo, senza che venga assunto preventivamente il minimo impegno.
La mia aspirazione non tende ad una retribuzione alla quale dichiaro fin d’ora di rinunziare, pur essendo un modesto pensionato, bensì a far conoscere agli italiani le possibilità della razza italiana.
Nella fiducia che la mia preghiera verrà esaminata con comprensione, ringrazio
sentitamente fin d’ora.
Con rispettosi ossequi.
Olimpio Gentilini

Augusto Frassineti, Misteri dei ministeri, Kami

GUY DE MAUPASSANT, UN’AVVENTURA PARIGINA. Audio, 9′

Félix Valloton(Félix Valloton, Le Chapeau violet)

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interprete: Eleni Molos

“La mia vita in provincia scorreva apparentemente tranquilla fra le pareti domestiche, fra un marito tutto preso dalle sue occupazioni e due bambini. […] Nelle mie lunghe notti popolate di fantasticherie, mentre mio marito mi russava accanto, rimuginavo sugli uomini celebri di cui parlavano i giornali, me li figuravo fra continue crapule e orge tremendamente voluttuose, fra raffinatezze sensuali di cui non potevo neanche avere un’idea.
Quell’anno, finalmente, riuscii a organizzare un viaggio a Parigi prendendo come pretesto i regali di Natale. Mio marito non poteva accompagnarmi, così partii sola…”

Il piccolo mostro di famiglia. ROGER VITRAC, VICTOR O I BAMBINI AL POTERE

victori bueno artaud grande

Questi nostri fanciulli che, quando non videogiocano, ingaggiano furibonde lotte di potere con i genitori imbelli, hanno un antenato, Victor Paumelle. Lo creò nel 1928 Roger Vitrac, autore surrealista e, secondo alcuni, precursore del teatro dell’assurdo. Come a volte succede, gli antenati sono più interessanti dei discendenti e questo bambino che a nove anni è alto un metro e ottanta, ha capito tutto della vita (forse ha anche letto tutto), ha poco da spartire con i mocciosi di oggi, tranne la mostruosità che tramite lui si manifesta in tutte le sue efferate sfaccettature. Questa tragica, surreale commedia nasce in seno alla borghesia francese degli anni ’20 ma non è né troppo francese né troppo datata, lo testimonia la prima scena della pièce, che vi proponiamo, nella quale Victor sottopone la servetta di casa a implacabili sevizie psicologiche.

VICTOR.            … E benedetto il frutto del tuo sesso, Gesù.
LILI.                    Intanto si dice il frutto del tuo seno.
VICTOR.            Può darsi, ma è meno efficace.
LILI.                    Basta Victor! Ne ho abbastanza di questi discorsi. Mi fai dire delle scemenze.
VICTOR.            Perché sei una vecchia scema.
LILI.                    Tua madre…
VICTOR.            …quanto è buona.
LILI.                    Se tua madre ti sentisse…
VICTOR.            Quant’è buona. Ah! Ah! Quant’è buona! Questa è buona!
LILI.                    Ho detto qualcosa da ridere?
VICTOR.            E che, non posso voler bene a mia madre?
LILI.                    Victor!
VICTOR.            Lili!
LILI.                    Victor, oggi compi nove anni. Ormai non sei quasi più un bambino.
VICTOR.            Quindi l’anno prossimo sarò un uomo? Un bell’ometto?
LILI.                    Devi essere serio.
VICTOR.            Così potrò trattarti seriamente da puttana. (Lei lo schiaffeggia. Victor, continuando) A meno che tu non voglia… (Lei lo schiaffeggia di nuovo; Victor, imperterrito) …fare con me quello che fai con gli altri.
LILI                     (lo schiaffeggia ancora). Moccioso!
VICTOR.            Vorresti sostenere che non sei andata a letto con mio padre?
LILI.                    Va’ via o ti strangolo.
VICTOR.            No, bella mia? Eh, l’ometto?
LILI.                    Ma non avete pietà alla vostra età.
VICTOR.            Tu hai tre volte la mia età, Lili.
LILI.                    Smettila, smettila ti prego!
VICTOR             (prendendo un bicchiere sul tavolo). Vedi questo bicchiere, Lili?
LILI.                    Sì e allora?
VICTOR.            È un bicchiere di cristallo di Baccarat. Ormai lo sanno tutti. Mia madre non fa che ripeterlo a ogni ricevimento. È unico nel suo genere perché appartiene a un servizio unico, e cioè, l’avrei dovuto dir subito, costa carissimo. Stammi a sentire. Compio nove anni. Finora sono stato un bambino modello. Non ho mai fatto niente di quello che m’hanno proibito. Mio padre lo ripete ogni cinque minuti: è un bambino modello che ci dà tutte le soddisfazioni e che merita ogni ricompensa, e per il quale siamo felici di fare ogni sacrificio. Mia madre dice che lei sputa sangue, ma il sangue resta in famiglia e siccome buon sangue non mente, insomma, te l’ho detto, finora sono stato irreprensibile. È vero che non metto mai la mano davanti a visiera quando devo pisciare…
LILI.                    Oh!
VICTOR.            … come mi hanno tante volte raccomandato, ma in compenso non ho mai ficcato il dito nel sedere alle bambine…
LILI.                    Sta’ zitto, mostro!
VICTOR.            … come ha fatto Lucien Paradis. Se se la sente, quando compirà nove anni, lo confesserà. Ma ci tengo a dirti oggi, 12 settembre, santa Leonzia, che non aspetterò un anno di più per diventare un uomo, il che non significa niente solo che mi sono deciso a diventare qualcosa.
LILI.                    Sentitelo.
VICTOR.            Sì qualcosa, qualcosa di nuovo, perdio!
LILI.                    Ma non hai paura che ti sentano.
VICTOR.            Il bicchiere di Baccarat sta ancora nella mia fragile mano. Qual è più fragile?
LILI.                    Victor! Non vorrai mica rompere il bicchiere?
VICTOR.            Se questo bicchiere cade e si rompe, la famiglia Paumelle di cui sono l’ultimo discendente, perderà tremila franchi.
LILI.                    Ora lo rompe.
VICTOR.            Non aver paura, non lo rompo. (Rimette a posto il bicchiere) No, non romperò il bicchiere, semmai rompo il vaso. (Dà una spinta a un gran vaso di Sèvres che sta su una mensola. Il vaso cade e si rompe) Bene, ecco un acconto di diecimila franchi sulla mia eredità.
LILI.                    Ma è impazzito! Sei pazzo, Victor! Un vaso tanto bello!
Non rispetta niente! Guarda se ha rimorsi? Nemmeno per sogno! E l’hai fatto apposta, anche!
VICTOR.            Io, e che ho fatto?
LILI.                    Non fare il cretino. (Imitandolo) Io, e che ho fatto?
VICTOR.            Dunque tu, cara Lili, hai rotto un vaso di Sèvres.
LILI.                    Che? Hai il coraggio di incolparmi di una cosa che hai fatto tu, ora, apposta, sotto i miei occhi?
VICTOR.            Sì.
LILI.                    Ma io lo dico, che sei stato tu.
VICTOR.            Non ti crederanno.
LILI.                    Non mi crederanno?
VICTOR.            No.
LILI.                    E perché?
VICTOR.            Vedrai…
LILI.                    Mi piacerebbe proprio sapere perché.
VICTOR.            Ho nove anni. Ho un padre, una madre, una cameriera. Ho una nave a benzina che parte e torna al punto di partenza dopo aver sparato due colpi di cannone. Ho uno spazzolino da denti personale col manico rosso. Quello di mio padre ha il manico blu. Quello di mia madre, il manico bianco. Ho un elmetto da pompiere con relativi accessori consistenti in una medaglia al valor civile, un cinturone verniciato e l’ascia d’abbordaggio. Ho fame. Ho un naso regolare. Non ho i paraocchi, né le mani legate, perché sono troppo piccolo. Ho un libretto di risparmio su cui zio Octave il giorno del mio battesimo ha depositato cinque franchi, col prezzo del libretto e del bollo in tutto ha speso sette franchi. A quattro anni ho avuto la varicella e senza il termometro del dottor Ribiore ci sarei rimasto. Non ho più nessuna malattia. Ho la vista buona, la testa sulle spalle, e grazie a queste doti ti ho visto compiere, senza nessun motivo, un gesto riprovevole. Saranno soddisfatti, in famiglia.

Roger Vitrac, Victor o i bambini al potere, Einaudi, Traduzione Laura Goncales

 

 

Il video della domenica. Il potere del gesto. YURI ANCARANI, IL CAPO. 2’52”

il capohttps://vimeo.com/108898457
a
 cura di Francesco Ghisi

Non fatevi ingannare dal torace nudo e dai pantaloni corti, la concentrazione, l’esattezza millimetrica, la perentorietà del gesto di questo “capo” non sono meno preziose di quelle di un direttore d’orchestra. Intorno a lui non c’è un auditorium ma il paesaggio delle Alpi Apuane e l’orchestra che dirige è costituita da grandi, pericolose macchine che scavano il marmo. Sull’asse gesto/rumore si gioca un concerto fragoroso e dissonante, dovuto a una semplice ed efficacissima intuizione di Yuri Ancarano, video artista e film maker molto più noto, ahinoi, all’estero che in Italia.

Cronache mondane. La movida milanese secondo NOEL GALLAGHER.

gallagher BNhttp://www.rockol.it/news-642653/noel-gallagher-resoconto-tragicomico-di-che-tempo-che-fa-a-milano

Sembra che Noel Gallagher, cantautore e già frontman degli Oasis, sia un tipetto alquanto tosto, di quelli che non le mandano a dire: il suo passato remoto è tormentato e il suo passato prossimo (un tour in Europa) è terminato con un’ospitata a “Che tempo che fa” nel corso della quale ha trattato Fabio Fazio con una durezza alla quale l’accomodante conduttore non è abituato. Poi, dopo averci dormito su, ci ha ripensato e ha ribadito: “Questa trasmissione televisiva italiana è stata un cazzo di strazio.” Fino a qualche giorno fa non sapevo nulla di Gallagher ma improvvisamente mi è apparso un personaggio interessante, da frequentare – mi affascinano le persone che hanno un eloquio diretto.  E’ inoltre ammirevole la concisione con la quale Gallagher ha tratteggiato il dopo-trasmissione: gli organizzatori avevano scelto un locale milanese che nel loro immaginario manageriale doveva apparire molto in, un vero boccon del prete per l’illustre ospite, che così ce lo racconta:

“Dopo un casino di tempo abbiamo lasciato lo studio e ci hanno portato in un ristorante chic, che era anche un night club, più precisamente quello preferito dai calciatori che giocano nelle squadre di Milano. Tutte le donne – e ce n’erano tantissime – sembravano Mick Jagger quando Mick Jagger sembrava una donna italiana, cioè tra il ’65 e il ’69. “

Le virgolette adescatrici.

bacio

http://www.notav.info/post/denunciata-per-violenza-sessuale-per-il-bacio-al-poliziotto/

“E’ stata denunciata per violenza sessuale e oltraggio a pubblico ufficiale Nina De Chiffre, la ragazza milanese No Tav, diventata famosa per il bacio al poliziotto durante la marcia contro la Torino-Lione, tenutasi il 16 novembre da Susa a Bussoleno. Lo ha annunciato il segretario generale del sindacato di Polizia (Coisp), Franco Maccari: “Ho denunciato la No Tav che ha baciato il casco del poliziotto” ha detto il sindacalista, intervistato durante la trasmissione di Radio24 “La Zanzara”. Ma perché violenza sessuale? “Se io la bacio sulla bocca, non é reato? – ha risposto Maccari – se fosse stato un poliziotto a baciare un manifestante a caso, sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale”.

Le virgolette – anziché mettere in evidenza, come ritiene chi ricorre con candida ingenuità a questo segno – complicano le cose, o per dire meglio le rendono problematiche. Non a caso, si è notato negli ultimi anni un proliferare di virgolette, quasi la testimonianza di una sfiducia diffusa nei confronti del linguaggio e  della possibilità di comunicare con gli altri. Non riesco a dimenticare il foglio scritto col pennarello incollato accanto alla serratura di un portone (è strano, la casa e le persone connesse a quel portone le ho invece cancellate) che recitava: «Si prega di chiudere sempre la “porta”». La prima volta non vi prestai troppa attenzione (forse avevo fretta, forse ero turbato… ma chissà perché frequentavo quella casa, e soprattutto: da chi era abitata?); in seguito, non potei fare a meno di notarlo e di chiedermi: perché avevano virgolettato quella “porta”? Forse perché si trattava, più propriamente di un portone? Ma allora, perché non scrivere direttamente portone (senza virgolette)? Certamente porta è più solenne e più letterario (“Queste parole di colore oscuro/ vid’ïo scritte al sommo d’una porta, Dante, Inferno, III); ne deducevo che il condomino scrivente era consapevole di rinunciare alla precisione semantica in favore di un registro linguistico alto, ma evidentemente  al momento di scrivere, il suo pennarello aveva esitato e quel piccolo smarrimento aveva generato le virgolette che incorniciavano la parola. E venendo, finalmente, al titolo dal quale siamo partiti, qui le virgolette abbracciano la parola bacio, che può comportare smarrimenti molto più intensi della parola porta. Per l’estensore dell’articolo, al centro della questione sta la natura di quel bacio: se non si tratta di un bacio-bacio (ma di un bacio fra virgolette, di un bacio-per-così-dire), come si può configurare il reato di violenza sessuale nei confronti del poliziotto? L’articolista, con le sue virgolette derubricanti, traccia un abile vallo difensivo: ma lo vogliamo chiamare bacio, quello, con la celata di plexiglas fra i piedi (fra le labbra dei soggetti)? Bisogna dire che l’icona, alla lettura, rivela un palese intento baciatorio: la bocca protesa di lei, gli occhi chiusi di entrambi (!) i soggetti… E’ peraltro vero che, una volta perpetrato, il bacio dovette andarsi a stampare sulla corazza trasparente di lui, lo si desume facilmente dalla traiettoria. E si può ritenere sessualmente rilevante – incalza la difesa – un bacio-per-così-dire posato su una parte del corpo protetta da una celata a prova di proiettile? Sarebbe come sostenere che un carrista si sente sessualmente aggredito da una ragazza che comprime leggermente le labbra suo Leopard. Queste argomentazioni, che a noi profani possono sembrare sensate, non hanno fatto recedere i denuncianti e ora la faccenda è nelle mani della magistratura, che forse avrebbe anche altre cose non meno delicate di cui occuparsi. In ogni caso, se si arriverà al dibattimento, è meglio che la difesa non si fidi delle virgolette, sono tanto seducenti quanto ingannatrici.

“Perché l’hai fatto?” “Perché andava fatto”. COETZEE, VERGOGNA

cane

 

Vergogna, Disgrace nel titolo originale, è il più bel romanzo di Coetzee, incarna la riflessione dell’autore sul problema del male e sulla questione del senso della sofferenza sociale di uomini e animali (negli ultimi anni Coetzee si è impegnato attivamente nelle campagne a tutela dei diritti degli animali).
Vergogna, ambientato in Sudafrica, ci racconta del momento in cui il protagonista, David Lurie, vive la sua disgrace, appunto quel momento in cui si perde la grazia e si è costretti ad abbandonare una condizione felice e fortunata: “aveva appena risolto tanti problemi della sua vita sesso compreso”, così leggiamo nell’incipit del romanzo. David Lurie ha cinquant’anni, due matrimoni falliti alle spalle e una figlia con la quale non ha rapporti, è un professore universitario che conduce un’esistenza monotona, anestetizzata nei sentimenti, alla quale cerca di sfuggire legandosi ad una prostituta. Il rifiuto della donna ad impegnarsi in una relazione con lui e la conseguente fine del rapporto scatenano l’evento da cui si manifesterà la sua disgrazia. David seduce una sua studentessa che decide di vendicarsi e rovinarlo: costretto a lasciare il suo lavoro di insegnante cercherà rifugio dalla figlia che vive lontana dalla metropoli Cap Town, in campagna, in un mondo inospitale. Nei pressi dell’abitazione si trova un ambulatorio veterinario che pratica l’eutanasia agli animali che i padroni non hanno la possibilità di curare; una volta uccisi, le loro carcasse vengono fatte a pezzi a colpi di badile e gettati nell’inceneritore pubblico dove finisce l’immondizia. L’estrema crudeltà inflitta a vittime innocenti, animali considerati come materia prima da sfruttare. La corazza di indifferenza che avvolge David lentamente viene scalfita: sente che non può tollerare che quei cadaveri vadano incontro a quel destino, lui un uomo finito, sconfitto che ha perso tutto, che ha attraversato come un pezzo di ghiaccio le esperienze più drammatiche della sua vita, assiste anche impotente allo stupro della figlia, solo in quel momento sente pietà, compassione per quei cani morti che non possono subire l’ennesima umiliazione, allora affida le loro carcasse integre alle fiamme. Prendersi cura di carcasse di cani morti, un gesto silenzioso per recuperare il coraggio di sentire il dolore, restituire dignità alla sofferenza, senza soffermarsi ad osservarla compiaciuti come spettatori inermi di fronte alle torture inflitte dai carnefici.
Un privatissimo e afasico, poiché incomunicabile, gesto che racchiude un’esperienza di bene che permette di non soffermarsi, paralizzati, a contemplare il male, a portarlo dentro o a descriverlo morbosamente estetizzandolo, manifestandolo nella narrazione. Attraversare il dolore senza restarci invischiati, uscirne in silenzio come David Lurie “l’eroe stupido” di Coetzee toccato dall’idiotismo del bene: David è come l’idiota che parla una lingua incomprensibile agli altri, non sa spiegare perché compie quel gesto di bene, alla domanda “perché l’hai fatto?” la sua è un’inutile risposta “perché andava fatto”, semplicemente sente che non può più continuare a vivere senza fare quel gesto. E il commento dell’autore svela, sfumata nell’ironia, una pietà autentica verso la scelta del protagonista:“Buffa cosa che un uomo egoista come lui si sia messo al servizio dei cani morti. [..] David si batte per salvare l’onore di quei cadaveri perché non c’è nessun altro così stupido da farlo. Ecco cosa sta diventando: stupido e cocciuto nella sua stupidaggine”. 

Monica Daccò

Memoria della capra e dello zoppo. CARLO LEVI, CRISTO SI È FERMATO A EBOLI

volonté trattato

“Etticredo che a Carlo Levi piaceva stare ad Aliano, guarda che panorama che si vede dalla sua terrazza!” fa uno dei personaggi del film Basilicata coast to coast affacciandosi al belvedere del paese, ironicamente avvolto in una nebbia fittissima. La scena si conclude col brindisi solenne indetto da Rocco Papaleo, incappucciato sotto il k-way, in onore dell’ “uomo che ci ha spinti a indagare sulla nostra identità”: “Brindo a Carlo Levi, e se permettete pure a Gian Maria Volonté!”.
Ma perché questo brindisi? Perché ad Aliano Carlo Levi ci passa ben dieci mesi, tra il ’35 e il ’36, e ad Aliano dedica il romanzo (la cronaca? La testimonianza? Ancora se ne discute) Cristo si è fermato a Eboli, diventato poi film, nel ’79, per mano di Francesco Rosi e col volto di Gian Maria Volonté.
Ma cosa ci fa Levi in un paesino arrampicato sull’argilla franosa di quella Basilicata che Mussolini ha ambiziosamente ribattezzato Lucania, a memoria dei fasti della Roma imperiale? Il confinato politico, a seguito delle sue intense attività di intellettuale antifascista.
Ma anche il medico, su gran richiesta degli abitanti del paese fiaccati dalla malaria. E il pittore, come già era a Torino (al momento dell’arresto sta per esporre alla Biennale di Venezia). E lo scrittore, benché ancora inconsapevole: si addentra in un dedalo di tradizioni, fatiche, rapporti umani, vite e morti di un mondo in cui la gente appende sopra il letto effigi della Madonna dalla faccia nera e del Presidente Roosvelt, numi tutelari, ugualmente lontani, di una terra dove lo Stato non c’è, o non è che l’entità astratta che impone tasse sulle capre e chiama gli uomini a crepare nella guerra d’Africa.
Osserva e annota, Levi. Nessun buon selvaggio nelle sue pagine, ma ritratti così vividi da abbagliare talvolta per la loro crudezza: come il brano che vi proponiamo qui, che ha la forza dei calanchi assolati.

Roberta Sapino

A un angolo della piazzetta, dove quasi giungeva l’ombra lunga del monumento, uno zoppo, vestito di nero, con un viso secco, serio, sacerdotale, sottile come quello di una faina, soffiava come un mantice nel corpo di una capra morta. Mi fermai a guardarlo. La capra era stata ammazzata poco prima, lì sulla piazzetta, e sdraiata sopra un tavolaccio di legno su due cavalletti. Lo zoppo, senza tagliarne altrove la pelle, aveva fatto una piccola incisione in una delle zampe di dietro, vicino al piede, e all’incisione aveva posto la bocca, e a forza di polmoni andava gonfiando la capra, staccandone la pelle dalla carne. A vederlo così attaccato all’animale, che andava a mano a mano mutando e crescendo, mentre l’uomo, senza mutare contegno pareva assottigliarsi e svuotarsi di tutto il suo fiato, sembrava di assistere a una strana metamorfosi, dove l’uomo si versasse, a poco a poco, nella bestia. Quando la capra fu gonfia come una mongolfiera, lo zoppo, stringendo con una mano la zampa, staccò finalmente la bocca dal piede dell’animale, e se la pulì con la manica; poi, rapidamente, si pose a rovesciare la pelle della capra, come un guanto che si sfili, fino a che la pelle, intera, fu tutta sgusciata, e la capra, nuda e spelata come un santo, rimase sola sul tavolaccio a guardare il cielo.

 Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, 1945

La gran virtù soffocata di molti siciliani. LEONARDO SCIASCIA, AUTORITRATTO

sciascia autoritratto

Come i pittori, anche gli scrittori, talvolta, si concedono un autoritratto.
“Solcata ho fronte, occhi incavati intenti, / crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto”, scrive Foscolo; Alfieri si vede: “or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;/ irato sempre, e non maligno mai”; Montale, invece diffida: forse sarebbe tentato ma resiste perché “Basta un’occhiata allo specchio per credersi altri”.
Leonardo Sciascia, invece, dipinge il suo autoritratto ricorrendo a un raffinato espediente narrativo, diciamo a un’interposta persona, il nonno paterno, scomparso quando il piccolo Leonardo aveva sette anni, ma vivo come modello di virtuosa sicilianità.

Come ogni cosa di noi, anche la memoria spesso è inganno. Come la mia vista, che in questi ultimi anni mi fa vedere nitide le cose lontane e confuse le vicine, anche la memoria ha acquistato una specie di presbiopia: ricordo ora cose che dieci anni fa non ricordavo, ricordo sempre più cose lontane, nitidamente. Ma è possibile, mi domando, che tutti questi anni non abbiano agito sulle cose sepolte nella memoria, che non le abbiano in qualche modo alterate, intaccate? … Ed ecco un’altra cosa lontana, lontanissima, che prima non ricordavo e ora ricordo: la scoperta della scrittura, il piacere sensuale, fisico, dello scrivere; l’amore agli strumenti dello scrivere: i quaderni, le matite, le penne, l’inchiostro. Curiosamente, dell’inchiostro ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto…
Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini, dagli occhi azzurri. Come io non sono; un settentrionale. Ho trovato i suoi biglietti da visita: Leonardo-Sciascia-Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva preso da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo”. Una volta, il console di Libia a Palermo mi ha detto che, per indicare un’amicizia strettissima, nel suo paese, si parla di “due teste in una stessa Sciascia”. Qualche anno fa c’era un governatore mi pare di Orano che si chiamava Sciascia. Durante un viaggio in Algeria, mia figlia è stata presentata all’ambasciatore d’Italia in quella capitale. E l’ambasciatore, che aveva già sentito il mio nome, ma che non sapeva dove collocarlo — nell’Africa del nord? in Libia? — ha esclamato: «Lei è la figlia dello scrittore Sciascia! Ma i suoi libri sono stati tradotti in italiano?». Giuro che l’aneddoto è vero.
Dunque, il mio è un cognome diffusissimo nel mondo arabo, in Sicilia e persino in Puglia, dove Federico II deportò tanti arabo-siculi.
Mio nonno morì nel 1928, l’anno della spedizione Nobile al Polo Nord. Io sono orgoglioso di mio nonno. Fino a qualche anno fa molti lo ricordavano, rammentavano le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. All’epoca delle elezioni, aveva avuto persino il coraggio di dichiararsi contro il partito della mafia. Non si è mai arricchito, cosa che gli veniva rimproverata dalle figlie, che lo ammiravano al tempo stesso che lo consideravano uno stupido. Stupido a essere onesto, cocciuto e incorruttibile. Non è certo la minore delle mostruosità del vecchio matriarcato in Sicilia che le donne valutassero un uomo secondo la sua capacità di far soldi; erano capaci di spingerlo a tutte le bassezze, a tutti i compromessi. Sì, sono orgoglioso di mio nonno; un tempo mi capitava spesso di sentirmi dire: «Tu sei Leonardo, il nipote di Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta». L’onesta, gran virtù soffocata di molti siciliani.

 Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora, Mondadori

Il video della domenica. Nella rete dell’illusione. ANDREW WANG, DOLL FACE. 4′

drew wang. doll face

https://www.youtube.com/watch?v=zl6hNj1uOkY

La macchina, la mantide medium che ammalia e distrugge, il sogno illusorio della farfalla…  Virtuosismo e tensione nella breve opera di un giovane artista di grande talento.

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