Matteo Cavezzali, IL TERRORISMO SPIEGATO AI NOSTRI FIGLI. INTERVISTA A TAHAR BEN JELLOUN (da Minima&Moralia)

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Il signor TRIC. Una piccola storia da blog

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Un importante e prestigioso (assai) TRIC (Teatro di Rilevante Interesse Culturale) fu taggato, qualche tempo fa, da Radiospazio. Cediamo di tanto in tanto alla debolezza di rendere partecipi della nostra attività alcuni Enti culturali che di solito ricambiano di buon grado. Ci si tagga, insomma; chissà perché, ci sembra che la cosa abbia un senso, sia pure vago, sia pure tanto pallido da suscitare almeno un’occhiata (non sono post sui quali soffermarsi tanto); e ci sembrava, nel caso specifico, perfino un gesto di attenzione nei confronti di quel TRIC, che promuove anche incontri di buon livello culturale, farci vivi con i nostri post non strettamente teatrali, accreditando in tal modo il suddetto signor TRIC di una sensibilità più aperta di quella delle compagnie sciamannate e assatanate che pensano solo ai finanziamenti, agli incassi e, nel migliore dei casi, alla produttività compulsiva.
Dopo qualche cenno di cortese riscontro, il signor TRIC si ruppe le palle (è una caduta di stile, ma lo stile venne meno all’improvviso) e mandò un DM (messaggio privato): “Buongiorno, si può sapere perché taggate le vostre iniziative?”. Come se gli avessimo proposto un tagliapeli del naso col 10 per cento di sconto. Quando ci riavemmo, provammo con la lusinga, e rispondemmo: “Per stima”. La risposta fu asciutta: “Grazie per la stima, ma preferiamo essere taggati per cose che ci riguardano”. Alla faccia dell’Interesse Culturale. Certi teatranti, non c’è legge ministeriale che li redima.

Una trentina di cose su Albertine (senza dimenticare Marcel). ANNE CARSON, ALBERTINE WORK OUT (da Le parole e le cose)

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The Albertine Workout è una plaquette di Anne Carson uscita nel 2014. Questa è la parte iniziale del testo nella traduzione di Matilde Manara

Vecchi comici sovrani, Re Faruk

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Negli anni Cinquanta, spiccava nelle cronache romane e nazionali un personaggio che dava molto lavoro ai giornalisti e non meno diletto ai lettori. A suo modo, un benemerito. Si chiamava Fārūq ibn Fuʾād, ma in Italia era stato familiarmente traslitterato in Re Faruk. A sedici anni, alla morte del padre, era diventato “Sua Maestà Faruq I, per grazia di Allah, Re dell’Egitto e del Sudan, Sovrano di Nubia, del Kordofan  e del Darfur”. Il suo regno era terminato bruscamente nel 1952 ad opera di un colpo di Stato, architettato da Nasser e da altri generali. Di qui, l’esilio a Roma. Una ricchezza quasi inesauribile consentiva al sovrano di dedicarsi alle donne e al gioco con una tenacia e un’esuberanza di mezzi che facevano fantasticare gli italiani, ancora piuttosto acciaccati dalla guerra. Era tanto sopra le righe, il monarca, che le sue gesta, anziché generare indignazione proletaria, inducevano al riso, come capitoli di una fiaba libertina e tanto iperbolica da risultare in fin dei conti buffa. I racconti, catturati dai buongustai alfabetizzati sulle cronache dei giornali, si diffondevano oralmente come ghiottonerie preziose che non costavano nulla, come le fantasie. Piaceva molto, ad esempio, il fatto che Re Faruk non toccasse mai denaro e che incaricasse i suoi segretari di ricompensare i facchini delle stazioni che gli caricavano i bauli sul treno con dei cronometri d’oro (parendogli più elegante che quegli umili faticatori ricevessero un ricordo di Sua Maestà al posto di qualche volgare e caduca banconota). Ma i racconti che divertivano di più erano quelli del tavolo di gioco; piacque in particolare uno scontro del Monarca intorno a una posta colossale. Dopo una lunga serie di rilanci, l’avversario decise di andare a vedere l’ultima puntata di Faruk e col piglio del giocatore che ha la partita in pugno disse al Re: “Poker di Fanti”. Quando calò le carte, Faruk rispose semplicemente: “Poker d’Assi”, guardandosi bene dal mostrare le sue. Quando l’avversario protestò che era suo diritto verificare il punto, il sovrano disse semplicemente: “Parola di re”, e con un gesto ampio e regale che abbracciava la montagna delle fiche s’intascò la puntata (che sarebbe la traduzione mimica del romanesco “famo a fidasse”)
Ecco, questo racconto fece molto ridere gli italiani, ma sono passati tanti anni.

 

Il video della domenica. BORIS VIAN, GASTRONOMIA A’ L’ITALIENNE

 

Autore “scandaloso”, e purtroppo prigioniero del suo più discusso romanzo, Sputerò sulle vostre tombe;  poeta sempre tentato dal gorgo esistenziale (“Non vorrei crepare /Prima d’aver conosciuto /I cani neri del Messico (…)/Non vorrei crepare/Senza sapere se la luna/Sotto la sua falsa aria di moneta/Ha un lato appuntito/Se il sole è freddo/Se le quattro stagioni/Sono davvero quattro (…)/Senza aver ficcato il cazzo/Nei posti più impensati/Non vorrei crepare /Senza conoscere la lebbra /O le sette malattie/Che si prendono laggiù/Il bene e il male…”); autore di cinquecento canzoni e posseduto dal jazz, Boris Vian incarnò il mito di un neo-maledettismo che seppe parlare ai giovani degli anni ’50 e ’60. Questo raro video ce lo propone in una dimensione stralunata e minimale, forse provocatoria, forse irridente – ma forse si tratta più semplicemente di una libera uscita dal personaggio.

 

FRANCESCA BORRELLI, PER DEREK WALCOTT. UN’INTERVISTA

 

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“Un purista della razza direbbe che è tutto un mélange: non ci sono individui puri nei Caraibi, ma è proprio questa la loro forza. I Caraibi sono un nulla in termini di purezza, il che equivale a dire che sono un tutto. Qualsiasi caraibico porta in sé la cultura indiana, quella cinese, quella libanese, e naturalmente quella africana, la spagnola, l’inglese, la francese, l’olandese, e così via. Se si esamina il fondamento dell’esperienza non si può mai dire che essa appartiene a una sola nazionalità, e questo vale anche per le influenze assorbite da Omero, Dante, Shakespeare, Borges, tutti gli scrittori del mondo: c’è una intelligenza dello scrivere nell’aria dei Caraibi. Dunque, è in questo senso che Omero fa parte della mia esperienza.”

La Striscia. MICHEL DE MONTAIGNE

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L’ateniese Demado condannò un concittadino, impresario di pompe funebri, perché era esoso nei prezzi e perché traeva profitto solo dalla morte di molti. Questo modo di giudicare presenta però il fianco alla critica, perché nessuno si avvantaggia mai se non danneggiando gli altri. Bisognerebbe perciò condannare ogni sorta di guadagno.
Il mercante non fa ottimi affari se non per le dissolutezza dei giovani; l’agricoltore se non vende il grano a prezzo elevato; l’architetto se non vanno in rovina le case; il giudice se gli uomini non litigano; e persino il sacerdote trae vantaggio dalla morte e dai vizi. Non c’è medico, secondo il comico greco (Filemone, n.d.r.), che abbia cara la salute dei propri amici; e non c’è soldato cui stia a cuore la pace della propria patria, e così via. Quel che è peggio, poi, se ognuno di noi scruta la propria coscienza, scopre che i nostri desideri più profondi nascono e si nutrono a spese altrui.
Pensando a ciò, mi è capitato di notare che, così operando, la natura non viene meno alla sua universale economia, visto che i fisici ritengono che ogni cosa nasca, si nutra e cresca grazie alla corruzione e alla morte di un’altra:

Nam quodcumque suis mutatum finibus exit,
Continuo hoc mors est illius, quod fuit ante.

(Poiché, qualunque corpo il termin passa
Da natura prescritto all’esser suo,
Questo è sua morte, e non è più quel desso)
Lucrezio, De rerum Natura, traduzione Alessandro Marchetti

 

Michel de Montaigne, Saggi, “Il profitto dell’uno è svantaggio per l’altro”,
Rea edizioni, a cura di Fabrizio Cristallo

Onorevoli e barbieri

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Quando i barbieri non erano ancora hair stylist ma semplici barbieri, venivano considerati dagli altri artigiani come una categoria leggermente eteroclita; anzitutto per la natura stessa di quel lavoro, frivoletto anche se socialmente utile: era un’arte, sicuro, ma per l’appunto tutti sanno che gli artisti non muoiono certo di fatica, persi come sono dietro le loro fantasie. E di fantasie ne fluttuavano molte, nelle barberie: sulle donne, soprattutto: non le mogli che a volte comparivano sulla soglia della bottega per riprendersi il marito, ma sulle ragazze che occhieggiavano con le gambe fuori e i seni promettenti su certi calendarietti profumati, omaggi riservati ai clienti più intimi e arzilli che li conservavano nei comparti più segreti del portafoglio, piccoli e maliziosi conforti a cui fare ricorso durante la lunga bonaccia matrimoniale. In quell’ambiente così maschio la femmina immaneva, inconoscibile, con la forza dell’assenza e della contraddizione, ma un mistero di tutt’altra natura, fra il burocratico e il sindacale, circondava la figura del barbiere, la chiusura del lunedì, che ad alcuni sembrava uno sberleffo immotivato e anarcoide. I barbieri se ne fregiavano come di un’onorificenza e raccontavano di turbinosi raid al mare consumati con ragazze imprecisate (doveva esistere un magazzino segreto nel quale si conservavano ragazze sempre libere il lunedì). L’invidia dei più diventava diffidenza, e qualche volta giudizio moralistico; quelle ventiquattro ore di deboscia gettavano un’ombra sulla figura del barbiere che nella vita reale smentiva i racconti fantasiosi di alcuni, e dedicava il suo giorno libero a innocenti occupazioni.
I tempi, come vuole l’adagio, sono cambiati, ma di fronte alla quasi plebiscitaria assenza di parlamentari alla discussione sul Testamento biologico è necessaria una postuma e tardiva riparazione che riabiliti i miti barbieri, responsabili unicamente  nei confronti della loro clientela.

P.S. Riguardo ai banchi vuoti alla Camera, lunedì 13 marzo, qualche giornale ha attenuato i toni. Come La Stampa, ad esempio: “Chi conosce le procedure sa che a presenziare sono tenuti solo coloro che, di ogni partito, hanno lavorato alla legge”. Quanto alla Repubblica, ha riportato una dichiarazione di Giachetti, che presiedeva la seduta: “Girano video che mostrano l’aula vuota, ma è una cosa che si verifica sempre in occasione delle discussioni generali che coinvolgono solo i deputati chiamati a intervenire mentre nelle fasi successive c’è un coinvolgimento pieno dell’aula”.
Ma dopo il clamore, stimolato dagli stessi media che oggi attenuano, un profumo di bergamotto è rimasto nell’aria, irrancidito.

 

 

 

Il video della domenica. AMELIA ROSSELLI legge brani da SERIE OSPEDALIERA

Quando i poeti si leggono, riescono quasi sempre a sorprenderci. Spesso pensiamo che leggano male, ma non lo confessiamo perché ci sembra che quella lettura, in quanto coincidente con la fonte della poesia, debba essere forzatamente la più attendibile. La nostra delusione non è immotivata: ci hanno insegnato, fin da piccoli, che la poesia è musicale, ma senza avvertirci che la musica può essere concreta, atonale, dodecafonica, ecc. Quando, cresciuti, abbiamo ascoltato gli attori che leggevano versi, le loro voci vibranti, le loro casse toraciche risonanti, loro fosse nasali perfettamente lubrificante, le loro corde vocali tirate a lucido hanno arrotondato, ripulito e riplasmato la parola. Così, quando il poeta si legge ci sembra sempre nudo, con quella sua voce inadeguata in quanto semplicemente umana, e soprattutto con quella stramba musica alla quale intona, sorprendendoci (deludendoci?) i suoi versi. Quando i poeti si leggono, appaiono sempre inadeguati a quella “buona forma” che abita in noi e che ci impone passeggiate sempre uguali nella routine del Bello. Vale la pena di sottrarsi, non senza fatica, a questa noiosa tiranna per riscoprire la fatica del discorso poetico in costruzione. 

Nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, L’Inghilterra e gli Stati Uniti in un contesto fitto di tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento «Giustizia e Libertà» – nel profilo psicologico, intellettuale e artistico della Rosselli ebbe grave impatto, nella già problematica vicenda familiare, avere assistito, a sette anni, all’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, perpetrato dai fascisti dinnanzi all’intera famiglia.
Il periodo della prima giovinezza fu contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l’Europa e l’America. Il trauma dell’assassinio del padre, aggiunto alla malattia mentale e morte della madre, indussero uno stato di psicosi nella Rosselli, a causa del quale seguirono ripetute degenze presso ospedali psichiatrici.
Nel 1958 pubblicò il poemetto La libellula. Nel 1964, usciva con Garzanti la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969 da Serie Ospedaliera.
Nell’Italia post-bellica, la Rosselli affiancava all’attività di poeta quella di musicista, sia come etnomusicologa, sia come esecutrice. Svolse attività di traduttrice letteraria, consulente editoriale e collaboratrice di riviste, che richiamarono sulla sua opera l’interesse di poeti come Zanzotto, Raboni, e Pasolini.

Nel 1969, le fu diagnosticato il morbo di Parkinson.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita nella mansarda in via Del Corallo a Roma, dove, nel 1996, si tolse la vita.

In treno, con qualche cesta di gatti e una bambina di troppo. PAUL LÉAUTAUD, PASSATEMPI

radiospazioteatro.wordpress.com

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disegno di Saul Steinberg

In una società che sommerge i bambini di smancerie per mascherare il suo sostanziale disinteresse nei loro confronti, bisogna apprezzare le poche voci politicamente scorrette. Ho detto poche, ma sono in realtà pochissime e per trovarle bisogna leggere gli scrittori fuori dal coro, isolati, dandy, e anche un po’ misantropi. Come Paul Léautaud (1872 -1956), un autore che costeggiò con poco trasporto la narrativa, il teatro, la poesia e che preferì dedicarsi alla scrittura diacritica, più appartata e apparentemente circoscritta. Abbandonato in culla dalla madre, il piccolo Paul cresce con un padre che, vivendo nel mondo dello spettacolo, trova le attrici molto più interessanti di un neonato; da grande, Paul collezionerà un numero notevole di amiche spigliate che ribattezzava con nomi fantasiosi e significativi: “Pantera”, “Flagello”, “Sheherazade”… Ma più delle donne lo interessavano i gatti e in misura leggermente minore i cani (“Ho avuto almeno trecentocinquanta gatti e centocinquanta cani. Sono morti bene a casa…

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Foto storiche. Radioménage (1953)

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Il nonno maneggia la manopola della sintonia con una cautela che tradisce la diffidenza. La di lui figlia amorosa lo assiste nel suo contatto instabile col Progresso, sfiora la mano paterna pudicamente (con una confidenza che forse non si permetterebbe senza una ragion pratica). La bimba osserva, interessata e intimidita: non può nemmeno sospettare che quell’oggetto così costoso e misterioso entrerà fra qualche anno nella sua routine conducendola con le sue canzonette lungo i tornanti di amori più immaginati che realizzabili; se non morirà prima, riuscirà a vedere i suoi nipoti zampettare sul tablet e i videogiochi. La nonna è refrattaria: sia il Presente gravido di modernità che il Futuro con le sue vertigini sono categorie inesistenti; per lei, il Tempo è una catena (fortunatamente morbida) di punti che si sommano scanditi dal metronomo dei ferri. E questo è il senso del Tutto, che le basta.

Il video della domenica. IL GOVERNO DI GROUCHO MARX: tasse, lavoro e dicasteri

Nel “non libero” stato di Freedonia, il surreale esprime il suo più genuino prodotto, Groucho Marx. Fin dalle prime battute il neopresidente del Consiglio lascia intuire un programma politico che non ha niente da invidiare a un sistema democratico in via di disfacimento come quello in cui ci stiamo dibattendo.

Sequenza tratta da Duck Soup (La guerra lampo dei fratelli Marx)

Aiwa!(“Andiamo avanti!”) Una mostra, un libro e molte storie

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www.stradebianchelibri.com/aiwa 

Le foto scattate col cellulare si prestano ad usi poco creativi, molesti e anche dannosi. Ma una volta tanto, lo smartphone è stato lo strumento che ha riunito ciò che era stato disperso, ha ricucito rapporti, ripercorso racconti, generato una mostra virtuale e, oggi, anche una pubblicazione.
Questa storia incomincia nel 2015 quando Daniela Morandini, curatrice di “Aiwa, la nostra Africa”, entra nel Casale San Nicola, a Roma, dove sono accolti giovani sui vent’anni che provengono da terre solo apparentemente lontane: Gambia, Senegal, Mali, Eritrea, Somalia… Daniela è giornalista, ma in questa occasione la sua dimestichezza con la scrittura le serve per insegnare l’italiano – cioè lo strumento primo e indispensabile che consente a quei ragazzi di decifrare il nuovo mondo al quale sono approdati. Non so di quali strumenti didattici disponesse Daniela, ma devo dire che non mi sembra molto importante: credo che l’unico ingrediente di una “buona scuola”, anche quella improvvisata e ambientata in un casale, sia un bravo insegnante, anzi, meglio ancora: un insegnante appassionato. Le tecniche, credo, vanno tutte bene, e Daniela scelse la più suggestiva, quella dell’abbecedario illustrato che, antichissima, precedette anche le mie scuole elementari: “A” di asino, “B” di bambino, e così via. (Per la verità, i ragazzi di Casale San Nicola scrivono intere parole illustrandole con un disegno: memorabile, fra i tanti, quello di una fiammante tromba rossa, impaginata con la parola TROMBA in verticale, nel quale mi parve di vedere del Magritte, e poco importa che non fosse una citazione volontaria.)
 Ma a questa “buona scuola” era riservata una corsia accidentata: gli abitanti piu’ influenti della zona non gradivano. così  protestarono con una certa vivacità, innescando un amplificatore che in queste situazioni sprigiona tutti i suoi watt devastanti, Casa Pound. Molti ragazzi, fra i quali gli autori di questi disegni, furono trasferiti in altri campi, ciò che significava per loro perdere i punti di riferimento che avevano di recente acquisiti: amici, relazioni, scuola, la conoscenza dei luoghi. Il Casale San Nicola sopravvive, sia pure con pochi ospiti, ma il corso d’italiano continua; i ragazzi trasferiti sono rimasti in collegamento con Daniela e il nucleo iniziale grazie allo smartphone e a FB, anche se non è facile quando non si hanno soldi per la scheda telefonica e il WiFi non è sempre dietro l’angolo; in ogni caso, il traffico (di disegni e di compiti) non si è arrestato, e i “ragazzi dei disegni” (Daniela li chiama così) continuano a frequentare la scuola per prendere il diploma di terza media. Qualcuno frequenta anche un corso di informatica; altri fanno musica, come Karamo, che suonava nella banda del Gambia e che adesso suona la tromba con la banda Cecafumo, o come Noradin, cantautore somalo, che canta con l’orchestra di Tor Pignattara.
Da questo scambio intenso e faticoso è nata una mostra virtuale e ora, a compimento del viaggio, Marcello Baraghini, l’editore delle storiche “Mille lire” ha varato una pubblicazione che, come scrive la curatrice, “Non è un libro d’arte. Sono pagine piene di sabbia. Ma con il cuore a colori. “

“Aiwa, la nostra Africa” sarà presentato sabato 4 marzo, alle 17, nella Sala conferenze “Benedetto XIII”, Istituto San Gallicano, via di San Gallicano 25a, a Trastevere.
P.S. Ho scritto “a compimento”, ma spero proprio che questa avventura si arricchirà di altri capitoli. Sarà un bene per i “ragazzi dei disegni” e per tutti.

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