La seduzione delle patate fritte. ANDY WARHOL, THE NUDE RESTAURANT. Video 7′

warhol. the nude restauranthttps://www.youtube.com/watch?v=87uqMzj3lsI

In questo ristorante  ovattato e un po’ tetro sono tutti nudi, i clienti e la cameriera. Sulla carta, può sembrare un omaggio,  forse addirittura un po’ conformista, a quella retorica hippie (siamo negli anni ’60) secondo la quale nudità rima con spontaneità, autenticità, verità e che, rime a parte, libera il corpo dalla schiavitù degli abiti per usarlo come un grimaldello capace di scardinare le serrature della morale borghese. Il gioco, invece, è più complesso e si avvia subito, appena la cameriera, Brigid Berlin, una delle star di Warhol, incomincia a  proporre il menu al cliente; i piatti sono di ordinaria routine, omelette, toast, frittelle, ma il sottotesto (come si diceva una volta) di natura erotica li avvolge nel grottesco, e la sensualità stralunata di Brigid  aggiunge una pennellata di comicità surreale. Di che cosa si parla, in questo ristorante? Di cibo, di sesso, oppure del non senso che si nasconde, maligno, in essi?

Maurizio Ciampa, Nel buio delle sale cinematografiche (Doppiozero)

Una “caverna” attraversata da una lama luminosa. Spente le luci, la sala cinematografica sprofonda in una schiuma ribollente di emozioni. È una frattura quel buio, una frontiera, segna la fine dell’ordinario, anche quando ordinarie, o comuni, sono le storie che prendono vita sullo schermo. E lo schermo è il mondo, una inesplorata geografia dei sentimenti e delle relazioni. Ognuno può evadere dal recinto della propria posizione sociale, o al contrario, riconoscere le costrizioni che lo soffocano, fare il “giro della prigione”, e soppesare il cumulo delle sue afflizioni. 
Questo accadeva nel buio delle sale cinematografiche italiane fra gli anni trenta e cinquanta. Accadeva al “Sala Roma” di Napoli, allo “Smeraldo” di Roma, e nelle centinaia di “Eden”, “Excelsior”, “Splendor” che hanno acceso le loro luci nelle nostre città. E accadeva nel “marasma fumoso e vociante” del “Fulgor” di Rimini, dove Federico Fellini ha innescato la miccia della sua creatività visionaria. Siamo nel 1926, Fellini ha sei anni. In uno stupore eccitato, assapora le immagini sulfuree di Maciste all’inferno, un film di Guido Brignone, che ambienta l’Inferno vicino casa, nella piemontese val di Stura, tutt’altro che infernale. Il ricordo di Fellini è ben più di una semplice escursione della memoria, perché nella visione infantile di Maciste all’Inferno comincia a lievitare l’estro immaginativo del regista: “Ero in braccia a mio padre in piedi tra una gran calca di gente con il cappotto zuppo d’acqua perché fuori pioveva. Ricordo un donnone con la pancia nuda, l’ombelico, gli occhiacci lampeggianti…Quell’immagine mi è rimasta così profondamente impressa che ho tentato di rifarla in tutti i miei film”.

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https://www.doppiozero.com/rubriche/68/202102/nel-buio-delle-sale-cinematografiche

Shusaku Takaoka, il maestro giapponese che sta incantando il mondo (“L’arte di guardare l’arte”)

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“Shusaku Takaoka un graphic designer giapponese dissacrante e provocatorio. Nelle sue rappresentazioni icone e miti di vari tempi e vari media si uniscono per ribaltare il senso comune e crearne uno alterato, astratto ma assolutamente figlio della società moderna. ”

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Shusaku Takaoka, il maestro giapponese che sta incantando il mondo

Le figurine di Radiospazio. L’attore e il successo

– Senti, Ruth, l’unica cosa che sia mai riuscito a ottenere – in teatro e fuori dal teatro – è l’entusiasmo di una microscopica minoranza e l’aperta ostilità di tutti gli altri. Io attiro l’ostilità come la cagna in calore attira i cani. Appena compaio in scena, sento subito di dover lottare contro tutti gli spettatori ­– uno per uno, dalla platea al loggione. Un combattimento da gladiatore! Io solo contro tutti – e loro tutti così potenti! A volte riesco a debellarne una parte –  metà, un terzo. Ma quei pochi arrivo a piegarli! Li domo. E persino l’avversione della maggioranza rappresenta una specie di trionfo per me – perché so che nel loro intimo mi rispettano.
– E questo film che devi fare?
– Macché: la solita musica: «La teniamo presente – le faremo sapere… »
­­– Non vedo un gran merito nel cercare di ignorare l’insuccesso.
– Non esiste l’insuccesso – esiste solo l’attesa del successo.

John Osborne, Epitaffio per George Dillon

Narrativa. Alexandre Dumas, I mariti italiani

Ciò che colpisce a Firenze, come costume particolare della città, è l’assenza del marito. Non cercate mai il marito nella vettura o nel palco di sua moglie, è inutile, non c’è. Dov’è? Non lo so; in qualche altro palco o in qualche altra vettura. A Firenze il marito possiede l’anello di Gige, è invisibile. C’è una signora della buona società che ho incontrato tre volte al giorno per sei mesi, e che per tutto questo tempo ho creduto vedova, finché per caso, conversando, ho appreso invece essere sposata, con un marito che esisteva egualmente e che abitava nella sua stessa casa. Allora mi misi a cercare questo marito, chiesi di lui a tutti, mi impuntai a vederlo. Tutto vano, dovetti partire da Firenze senza avere avuto l’onore di fare la sua conoscenza e sperando di essere più fortunato un’altra volta. Nelle grandi famiglie, nelle quali i matrimoni sono quasi sempre di convenienza, capita dopo un tempo più o meno lungo, un momento di stanchezza e di noia in cui si fa sentire il bisogno di un terzo: i due sposi non si parlano più se non per scambiare recriminazioni; sono sul punto di detestarsi. E’ allora che si presenta un amico. La moglie gli racconta ai suoi dolori, il marito lo mette a parte della sua profonda noia; ciascuno dei due scarica su di lui una parte dei suoi rimpianti e si sente sollevato; c’è già un miglioramento. Ben presto il marito si accorge che la sua ostilità contro la moglie nasceva dall’obbligo tacitamente contratto di portarla sempre con sé; la moglie dal canto suo comincia ad accorgersi che la società in cui la conduce suo marito non è insopportabile se non perché lei è costretta a frequentarla con lui. Quando si è arrivati a questo punto non è difficile capirsi.

Alexandre Dumas, Les Italiens, Laffont

Paolo Pontoniere, Quel che ci racconta il Dna trovato nei libri medievali (La Repubblica)

Dall’idea di uno scienziato emerge un affresco bio-artistico-letterario in cui si intrecciano i Dna di tutte le specie e i virus di cui soffrivano, le tecniche amanuensi e le migrazioni delle mandrie e degli esseri umani, le tragedie, le carestie e le pestilenze con le tecniche librarie e queste con la letteratura. Tutte da studiare

“A guardarli non lo si direbbe ma i libri medioevali celano tutti un segreto, una seconda storia nascosta dietro quella scritta dagli amanuensi. E’ una storia assai singolare: fatta di pelli, di Dna umano e animale, di virus, migrazioni e fenomeni climatici.”

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https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/01/28/news/caccia_al_dna_dei_libri_medievali-246990415/?ref=fbpr&fbclid=IwAR3IyIFiQXnM2J0ay4aK6bhTPBhVgBBR4HOb-4iIAb7fmnXFw8Eb3nfwwt8

Le figurine di Radiospazio. L’ebbrezza della musica

Per Franz la musica è l’arte che più si avvicina alla bellezza dionisiaca intesa come ebbrezza. Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven, della Sonata per due pianoforti e percussione di Bartók o di una canzone dei Beatles. Franz non fa distinzione tra musica classica e musica leggera. Questa distinzione gli sembra antiquata e ipocrita. Ama allo stesso modo il rock e Mozart.
Considera la musica come una forza liberatrice: essa lo libera dalla solitudine, dalla chiusura, dalla polvere delle biblioteche, apre nel suo corpo una porta attraverso la quale l’anima esce nel mondo per fraternizzare. Ama ballare e gli spiace che Sabina non con(livida con lui questa passione. Siedono insieme al ristorante e dall’altoparlante una rumorosa musica ritmata li accompagna mentre mangiano. Sabina dice: «È un circolo vizioso. La gente diventa sorda perché mette la musica a volume sempre più alto. E poiché diventa sorda, non le rimane che metterla a volume ancora più alto». « A te la musica non piace? » chiede Franz. « No » dice Sabina. Poi aggiunge: « Magari, se fossi vissuta in un’altra epoca… » e pensa al tempo in cui viveva Johann Sebastian Bach e la musica assomigliava a una rosa fiorita sulla sconfinata landa nevosa del silenzio.

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

Il video della domenica. Michelle Yi & Yaron Farkash, THE D IN DAVID

Ennesima variazione sul tema di “una notte al museo”, anzi è una nottataccia quella in cui il David di Michelangelo viene dileggiato dai capolavori suoi colleghi per il pene non adeguato, sostengono, alle auree proporzioni del resto. Il finale è una piccola sorpresa che lascerà perplesso qualcuno.

Narrativa. Philip O’ Connor, La canzone di Gerald (frammento)

Le mie azioni sono calate, le mie azioni sono nella cera­mica e sono calate. Dove combattono i soldati distruggono tutta la ceramica; le mie azioni sono investite nella società che importa quella ceramica, altre azioni sono aumentate, ma le mie sono calate. Calate a causa della guerra in quel paese dove c’è la ceramica.
Devo pensare a mia madre. Vivo con lei, le compero della roba, è minuta e pallida, e quando si muove le scricchio­lano le ossa. Si preoccupa che quando morirà non avrò niente. Chiede: «Come va la ceramica?»
Io dico: — Cala. — Lei si china, fa un fischio e dice: «Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
La ceramica sembrava un buon affare, la ceramica aveva un futuro, la ceramica era sicura. Nella
ceramica ho messo tutti i soldi che mi ha lasciato mio padre. La cera­mica è scesa a un dollaro, si è quasi volatilizzata.
«Oh, Gerald!»
« Oh, mamma!»
«Gerald, devi fare qualcosa. Mi ammalerò per la preoccu­pazione se non farai qualcosa.»
«Che cosa posso fare?»
«Non deludermi adesso.»
«Che cosa posso fare?»
«Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
Tirò la sua tazza da tè. Mi colpì in fronte.
«Vuoi far qualcosa, razza di stupido!?»
Ho telefonato al nostro deputato al congresso, ho telegrafato al ministro degli esteri e ho scritto una lettera al presi­dente. In un modo o nell’altro tutti mi hanno detto che la guerra non si può fermare. Alla mamma ho detto: — Non possono fermarla. Una volta che si è dentro è difficile uscirne.
«Sei stupido come il governo.»
«Sta’ calma, mamma.»
«Come si può stare calmi quando si sta per andare all’ospi­zio?»
Da molti giorni mamma è sempre sveglia, sta seduta ri­gida, fissa il davanti della mia camicia e dice: «Gerald, sei sempre stato un minchione.»

Philip O’ Connor La canzone di Gerald, “Narratori di poche parole”, Guanda, trad. L. Schenoni

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Giulia Elia, Perché la scuola deve valorizzare altri tipi di intelligenza e non solo quella logico-matematica (The Vision)

“Sapere che un ragazzo o una ragazza sono degli studenti modello significa esclusivamente sapere che ottengono buoni voti nelle prestazioni scolastiche, ma non ci dice niente di più sulla loro intelligenza. I risultati scolastici vengono solitamente usati come unico metro di giudizio per classificare adolescenti e giovani, ma questo tipo di traguardi non presuppone alcuna preparazione per superare le difficoltà, né per saper cogliere le opportunità che il futuro riserva, o capacità alternativa a quelle misurate – in modo discutibile – dal sistema dell’istruzione: di per sé, non è garanzia di felicità né di realizzazione personale. Nonostante questo, le nostre scuole e la nostra cultura si concentrano poche e ben delimitate capacità, spesso sopravvalutandole e ignorando altri tipi di intelligenza, che potrebbero invece contribuire a restituire la gamma complessa dei talenti e delle capacità di ciascun individuo, che si spinge ben oltre i dettagli su cui si concentra la valutazione scolastica. I test, infatti, non prendono in considerazione quelle attitudini che nella vita e nel mondo del lavoro si rivelano fondamentali.”

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/scuola-tipi-intelligenze/

Chiaroscuri 900 (VII). Umberto Saba, Storia di una libreria

saba stretto libreria

C’è un ordito in cui s’intrecciano svariati fili della matassa novecentesca in questa pagina che si presenta come una semplice e lineare autobiografia, ma che diventa un’abbastanza trasparente parabola: anzitutto, la componente psicoanalitica: il giovane Saba, ventiseienne, che rabbrividisce alla sola idea di passare la vita nell’antro polveroso di una libreria e che subito dopo la compra. Per non dire del rapporto coi vecchi libri, dei quali ha orrore, e che pensa di vendere per speculazione, ma dai quali finisce per essere catturato. 

Passando una mattina del 1919 per via San Nicolò, vidi o notai per la prima volta quell’antro oscuro. Pensai – Se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza. – Era – senza che io allora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Mailender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota ad un prezzo maggiore. (Tutti cercavano allora una bottega a Trieste). Ma, dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto; quei vecchi libri – nessuno dei quali mi interessava per il contenuto – mi aveva incantato. Cercavo anche una sistemazione per la mia vita. Scrissi a mia moglie, in villeggiatura a Portorose, per raccontarle l’avventura e chiederle un consiglio. – Non vendere – mi telegrafò – la libreria. – Io pensai a un proverbio di Sancio Panza; – Il consiglio della moglie è poco; ma chi non lo prende è sciocco. – E seguii il suo consiglio.
È stato così che ho passato in quell’antro oscuro la metà circa della mia vita. La passai in parte male e in parte bene, come l’avrei – è probabile – passata in qualunque altro ambiente. Ma la bottega di via San Nicolò ebbe grande merito, rappresentò per me, per tutti gli anni che durò il fascismo, un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti. Vivere della letteratura è, per un poeta, impresa quasi disperata; più disperata che mai essa mi appariva in quegli anni. Inoltre i libri antichi – dei quali apprendevo per la prima volta l’esistenza – non mi offendevano come i moderni, che tutti, o quasi, avevano per me il volto odioso del tempo presente. Emanavano inoltre un senso di pace; erano come dei nobili morti. Non saprei dire se veramente li amavo o no; forse li amavo, ma in un modo particolare come i ruffiani amano le belle donne per venderle.

Umberto Saba, Storia di una libreria, Henry Beyle

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Cosa diremo (Wittgenstein.it)

“Cosa diremo quando guarderemo indietro?” È una domanda meravigliosa, e commovente. Suona appunto familiare, un’espressione retorica sentita spesso, eppure realizziamo che non la sentiamo più: l’abbiamo sentita spesso in certi documentari, forse, o in certi film biografici. In certi libri di Storia, chissà. Ma nessun leader politico od oratore lo dice più.
Perché nessuno pensa più a guardare avanti, a quando ci si guarderà indietro.””

Leggi l’articolo:
https://www.wittgenstein.it/2020/12/09/cosa-diremo/

Le figurine di Radiospazio. Padroni e leopardi

Goffredo Parise

Ieri mattina il dottor Max mi ha telefonato e ha detto che sarebbe venuto a prendermi di lì a mezz’ora. Non ho chiesto spiegazioni, ho fatto il bagno come ogni domenica, mi sono vestito  e sono sceso in strada ad aspettare. Il dottor Max è arrivato con un’automobile lunghissima color rosa pesca, anziché con la sua solita utilitaria. Ha frenato bruscamente, poi, con un grande sorriso, ha aperto la portiera della macchina e mi ha fatto cenno di entrare. Sono salito e sono sprofondato nel sedile foderato di pelliccia di leopardo. Sempre sorridendo il dottor Max mi ha detto la prima frase strana che io non ho capito e non ho voluto capire perché conosco le involuzioni, le allegorie del suo pensiero.
La frase è la seguente: “Le piace? Lo so, lo so che è immorale, ma chi se ne frega?” Così dicendo ha chiuso la portiera e l’auto è partita con uno scatto silenzioso.

Goffredo Parise, Il padrone, Feltrinelli

Il video della domenica. Cento storie in una stanza. ZBIGNIEW RYBCZYŃSKI, TANGO, 1980. 8′

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a cura di Francesco Ghisi

Cosa succede se una palla, calciata da un bimbo, entra in una stanza da una finestra lasciata aperta? L’incipit è banale ma lo sviluppo di questa breve storia è sorprendente. Zbigniew Rybczyński realizza un gioco di prestigio sorprendente, quello della contemporaneità dei racconti di cui sono portatori i personaggi che affollano la piccola stanzetta sulle note di un tango da cui è governata la loro assurda danza di vita.

* La definizione del video non è delle migliori ma ci sembra che sia ampiamente compensata dalla qualità dell’opera; abbiamo quindi scelto di pubblicarla ugualmente: questa versione è la migliore fra quelle reperibili in rete. 

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