Ennio Flaiano – Certo, certissimo, anzi probabile

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3 aprile 2012

La mitologia letteraria – come ogni altra mitologia, o se vogliamo come ogni pochade che si rispetti – ha sempre avuto bisogno di personaggi ben delineati e facilmente caricaturabili, pronti in qualche modo per la penna del vignettista – come ad esempio le sopracciglia di Moravia, rivelatrici di un carattere aspro e leonino; il basco di Soldati, copricapo ammiccante e troppo sobrio col quale l’autore cercava di mimetizzare la sua intima, dandistica eleganza; la magrezza muscolare di Pasolini, che lasciava trasparire l’attitudine alla battaglia; perfino il riserbo laconico di Calvino trovò posto nella mitologia della letteratura italiana del secolo scorso quando si decise che quel negarsi era lo specchio di un silenzio che era necessario al pensiero per diventare scrittura. Eccetera. Ennio Flaiano non entrò in nessun modo nella nostra mitologia letteraria, anche se i requisiti li aveva tutti: come il suo amico Fellini, avrebbe potuto sostenere il ruolo dello scrittore provinciale approdato alla Capitale ma, contrariamente a Federico, Ennio non aveva rimpianti per la sua città natale. Anche il ruolo dell’intellettuale un po’ cinico (che ne “La dolce vita” viene affidato a Mastroianni) gli sarebbe stato adatto ma Flaiano – pur presente sui set, nelle serate mondane e in quelle fra pochi amici, ai premi letterari, ecc. – non amava affatto mettersi in scena; preferiva un angolo tranquillo dal quale osservare, per poi tradurre quelle serate in rapide note volutamente non concluse, sospese. Il suo negarsi non era una tecnica di autopromozione ma un comportamento che ben traduceva le sue contraddizioni: romanziere di grande talento (lo dimostra il suo “Tempo di uccidere”) ma refrattario all’impegno di costruire un’opera sempre monumentale come un romanzo; prolifico sceneggiatore di film importanti, ma oppresso da un compagno impegnativo come Fellini; brillante critico teatrale, ma troppo intelligente per credere alla nostra drammaturgia degli anni ‘50/’70. Scrisse molto, ma frammentando la sua scrittura in aforismi, appunti, minuscoli racconti, come se quel pulviscolo letterario potesse costituire una sorta di nuvola nella quale sparire. In questa cortina di elementi spesso eterogenei ci siamo avventurati per ricostruire un Flaiano di parole, l’unico che ci sia concesso conoscere – ed è, tutto sommato, quello che davvero ci può interessare oggi.

A. G.

 

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