Chiaroscuri ‘900 (VI). Corrado Govoni, Armonie (di un mondo alla rovescia)

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Non so quanto Corrado Govoni si studi nelle scuole. Credo che si legga di passaggio e che venga sbrigativamente catalogato come crepuscolar-futurista,  prima di passare ad altro. Come tutti gli strumenti, anche il concetto di poetica può diventare soffocante o riduttivo quando viene usato come semplice etichetta. In Armonie, un titolo del quale il lettore scopre l’intento beffardo già dopo pochi versi, qualche lucina crepuscolare è accesa (il girovago, la bimba malata…), ma sono fanali disseminati lungo il percorso solo per consentire al poeta ragazzaccio di prenderli a sassate assecondando un impeto di antipoesia o per raffigurare un mondo crudelmente rovesciato: a incominciare da quella scimmia che non è più la bestiolina ridicola delle fiere paesane, ma la parodia di una prostituta. Ogni strofa ci propone un capovolgimento – parodistico, ma anche orrifico – di un mondo inaccettabile, culminante nel delirio del paziente che canta mentre gli viene cavato un occhio. 

Armonie

Un girovago porta in giro su una spalla
una scimmia vestita alla garibaldina
che si gratta il didietro lustro come una cipolla,
rialzandosi comicamente la gabbana.

Una tribù di Pelli Rosse infilza sopra un’asta
un marinaio e poi gli balla intorno urlando percuotendosi nel petto.
Alla porta d’un gran palazzo in mezzo a una foresta
un servo attacca a un chiodo un cartello d’affitto.

In una piazza un orso zoppo salta
con un fantoccio acconciato di fasce.
Piangendo, nella gabbia, un innocente ascolta
legger la sua condanna mentre il popolo applaudisce.

Una bimba malata, in un cortile senza erba,
mangia svogliatamente dei pasticcini caldi.
Su la soglia d’una chiesetta un’orba
conta nella saccoccia il suoi soldi.

Dei collegiali vedon stando dentro l’oratorio
una giovine pettinarsi con il petto aperto,
a una finestra. Ed una pazza recita il rosario
ridendo accanto al suo figlio morto.

Una vedova in una stanza osserva attenta
la sua dentatura guasta in uno specchio.
Nella sala d’un ospedale un uomo canta
mentre i chirurghi gli cavano un occhio.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet, a cura di Francesco Targhetta

Altri chiaroscuri ‘900:

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Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Chiaroscuri ‘900 (I). ALDO PALAZZESCHI, L’ANTIDOLORE

saltimbanchi

C’è un’oscena, maleodorante parola che circola nel quadrivio politico televisivo, “buonista”: è simile a quei virus che sembrano estinti, finalmente!, dopo aver svolto il loro sgradevole ufficio, ma che rispuntano dopo qualche anno, richiamati in servizio da uno stupido retore a corto di idee e con un vocabolario basico, a essere generosi. Cugina del “politicamente scorretto”, questa parola viene usata come una clava:  basta che qualcuno osservi che tremila cadaveri gli sembrano troppi anche per una tomba capiente come il Mediterraneo, e subito parte il colpo. Il gioco è fin troppo chiaro: si tratta di parlare alla “pancia della gente” (ma sarebbe più esatto dire: all’intestino) che non ne può più per via della crisi, dell’assistenzialismo, delle ruberie, ecc., dunque un po’ di “cattivismo” può sembrare perfino una brillante trovata dialettico/elettorale. Per uscire da questo sotterraneo mefitico non resta che far ricorso alla letteratura. Nel caso specifico, un ottimo antidoto è il Manifesto dell’Antidolore. Aldo Palazzeschi lo scrisse nel 1914, cent’anni fa, durante il suo periodo futurista. Questo breve frammento che pubblichiamo concilia il paradosso con la potenza della rappresentazione iconica, la levità con l’ironia, e la sublime eleganza della scrittura di Palazzeschi ci guida sul sentiero di una retorica che, dopo averci sedotti e persuasi, ci deposita in una landa sconosciuta ai più, quella dell’ironia.

L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride: la serietà, in tal caso, è data dall’ammirazione, dalla vanità, dalla gelosia, dall’invidia.
Quello che volgarmente si dice “dolore umano”, altro non è che il corpo caldo della gioia rivestito da un’incrostazione di congelate lacrime grigie. Scortecciate e troverete la felicità. Con le unghie, coi denti, rabbiosamente, affannosamente e ad ogni costo scortecciate, la troverete sotto splendida e incorruttibile come il diamante. Il olore non è che il vestito lacero e pauroso della gioia. Oh! eletti, se vi sarà dato di saperla spogliare. Tastate, alzate, strappate, audacemente, senza ritegno, senza paura, senza pudore; non lasciatevi intimorire e vi si darà per sempre la divina amante.
Per mantenere, esercitare e sviluppare questo naturale istinto di esplorazione, fino dai primi anni sottoporremo i nostri figli a prove facili. Tu non darai al tuo bimbetto, per trastullo, in bel cavallino né una pupattola dalla guance paffute e rosee, dai grandi occhi celesti e dai capelli d’oro, ma il cavallino avrà tre gambe, e il piccolino si divertirà a farlo camminare zoppo, sbilenco. La pupattola sarà orba, con la faccia divorata dal vaiolo, senza naso, vecchia e con una ganascia marcita, avrà la bocca storta e le gambe a x, i piedi gonfi, e per mezzo di un meccanismo sputerà i denti, vomiterà roba oscura, come assalita dal colera.
La loro maestra sarà obesa, idropica, ammalata di elefantiasi; avrà l’asma, i piedi piatti, calva, guercia, nana, gobba, scalcinata, tutta bitorzoli, con la coda, oppure secca secca e lunga lunga come una serpe che si sia drizzata, e agiterà lesta lesta la linguina davanti alla scolaresca.
Gl’insegnanti entreranno nelle classi sempre in nuove, sapientissime maniere. Se una mattina il maestro sarà fasciato per la risipola o il mal di denti, l’altro avrà un occhio nero per qualche manrovescio ricevuto o per essere stato preso a torzoli e patate nella via. Un’altra mattina, invece, lo si vedrà piombare nell’aula con delle enormi corna di cartapesta (questo nelle università) e girando come il leone dentro la gabbia, le sbatterà contro il muro, gridando spaventosamente la propria vendetta per la moglie sorpresa in flagrante adulterio.
I giovani tardivi, quelli predisposti irrimediabilmente alla malinconia, incapaci di addentrarsi un solo millimetro nello spessore delle cose, quelli che ridono poco e male, gl’imbecilli delle nuove generazioni, verranno prima curati con pazienza, con amore, con disciplina, con esortazioni amorevoli, premi e castighi, per svegliare e sviluppare ogni latente possibilità, quindi espulsi, perché non rallentino col loro disgraziato carattere il cammino degli intelligenti, dei forti e dei coraggiosi, e messi in appositi ricoveri dove cresceranno e vegeteranno i poveri infelici seri.

Aldo Palazzeschi, da Manifesto dell’Antidolore,  “Opere giovanili”, Mondadori

Chiaroscuri ‘900. Carlo Michelstaedter, Il canto delle crisalidi

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“Prima che un grande filosofo del Novecento, Carlo Michelstaedter è stato un vero paradosso culturale. Goriziano di famiglia tedesca e di religione ebraica, nato nel 1887, Michelstaedter è un autore pienamente novecentesco, e infatti del secolo “breve” reca su di se le stigmate della sua tragica pesantezza, ma in realtà di questo Novecento, secolo delle grandi ubriacature ideologiche, il nostro non riuscì che a bere brevissimi sorsi, interrompendo la propria vita ben prima dello scoppio di una Grande Guerra che come ha scritto Massimo Salvadori su Repubblica «avvelenò l’inizio del Novecento». Un lustro divide infatti il suo suicidio dal primo sangue versato dai soldati italiani, proprio nei pressi della terra d’origine.”

Leggi il seguito del saggio di Marco Iacona:
https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=22814

Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.

Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte.

E più forte
è il sogno della vita –
se la morte
a vivere ci aita

ma la vita
la vita non è vita
se la morte
la morte è nella vita

e la morte
morte non è finita
se più forte
per lei vive la vita.

Ma se vita
sarà la nostra morte
nella vita
viviam solo la morte

morte, vita,
la morte nella vita;
vita, morte,
la vita nella morte. –

Carlo Michelstaedter, Poesie, Adelphi

Altri chiaroscuri ‘900:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

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Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

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Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Saba: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/04/16/chiaroscuri-900-vii-umberto-saba-storia-di-una-libreria/

Chiaroscuri ‘900. Ardengo Soffici. VIA

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Ottone Rosai, olio su tela

Soffici e Palazzeschi, i due poeti che passeggiano in questo notturno, erano amici, oltre che implicati in vario modo col Futurismo: Palazzeschi senza sbilanciarsi troppo, secondo quanto gli dettava la sua ironica e critica; Soffici, gettandosi con più decisione nella mischia: anche in senso fisico, tanto da prendersi a schiaffi con Boccioni dopo aver scritto una recensione negativa a una mostra milanese dei pittori del movimento; e gli schiaffi non furono simbolici, quella volta, ma generarono una rissa con tanto di intervento poliziesco – tale era la partecipazione alle questioni letterarie del primo Novecento. In questa Via, tutto è molto più tranquillo, anzi immobile nella costruzione di un Notturno pervaso di memorie, che nel finale si trasformano in malinconia. (Forse l’organetto di barberia che spunta negli ultimi versi è un po’ oleografico, ma l’idea della canzonetta vigliacca che ti coglie a tradimento è efficacissima).

Via

Palazzeschi eravamo tre
Noi due e l’amica ironia
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré

Il nome chi lo ricorda
Dalle parti di San Gervasio
Silvio Pellico o Metastasio
C’era sull’angolo in blu

Mi ricordo però del resto
L’ombra d’oro sulle facciate
Qualche raggio nelle vetrate
Agiatezza e onorabilità

Tutto nuovo le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato
Le persiane verdi il selciato
I lampioni color caffè

Giardini disinfettati
Canarini ai secondi piani
Droghieri barbieri ortolani
Un signore che guardava in su

Un altro seduto al balcone
Calvo che leggeva il giornale
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bebé

Un fiacchere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito
Un can barbone fiorito
Di seta che ci annusò

Un sottotenente lucente
Bello sulla bicicletta
Monocolo e sigaretta,
Due preti una vecchia e un lacchè

Che bella vita, dicesti
Ammogliati, una decorazione
Qui tra queste brave persone
I modelli della città

Che bella vita fratello
E io sarei stato d’accordo
Ma un organetto un po’ sordo
Si mise a cantare Ohi Marì

E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via
Peccato! La malinconia
S’era invitata da sé

 Ardengo Soffici, Una via, «Lacerba», 15 luglio 1913, poi in Intermezzo

Altri chiaroscuri:

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Chiaroscuri ‘900 (V). I fuochi d’artifizio di Govoni (1905)

illustrazione govoni

Questo è un davvero imprevedibile caleidoscopio, a incominciare dalla prima tessera: un missionario viene assalito da una turba di selvaggi scatenati mentre sta mangiando (brucando?) l’erba. La figurina potrebbe comparire su un giornaletto laicheggiante, oppure in una canzonetta demenziale, ma anche in un contesto più letterariamente nobile, come i nonsense di Edward Lear. Un trio di ciechi che, con un forte senso della finzione, indossano la maschera della malinconia sulle note della Cavalleria rusticana. Una squadra di suore (Orsoline) che Govoni sparge con gusto pre-felliniano su imprecisate rovine. Un pazzo che solfeggia sotto un albero. Queste accensioni trasformano lo spazio poetico in una scena sulla quale compare e si dissolve un rosario di personaggi scanditi sul tempo di altrettanti flash: eterogenei e combinati in dissonanze preziose; le figurine bislacche vengono contrappuntate da scorci gotici (due amanti che si baciano sopra una salma), oppure crepuscolari (il collegiale che tossisce nell’infermeria), o tratte da un repertorio decadentistico che non teme le vertigini dell’iperbole (il tubercoloso esangue che beve un calice di sangue). Ma le scapestrate terzine sono governate dalla metrica ilare e inflessibile delle rime che si baciano come in una canzone troppo sempliciotta per non rimandare a un metafisico terso e tragico.

Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi
viene assalito da una turba di selvaggi
che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

Su e giù per il suo castello diroccato
passeggia con un giustacuore di broccato
un vecchissimo principe diseredato.

Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,
suonano un’aria della Cavalleria,
nelle attitudini della Malinconia.

Degli amanti si baciano sopra una salma
presso una lampada che sboccia la sua palma
di luce pallida per l’ombra che si calma.

Con una paglia, nell’ora della ricreazione
un pazzo sotto un albero in germogliazione
batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline
sfinite da una passeggiata senza fine
siedono silenziose tra de le ruine.

Un collegiale nell’infermeria tossisce
con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce
un ricamo di gelo delicato che appassisce.

In un albergo di Norvegia un re in esiglio
guarda stando ad una finestra suo figlio
ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

Dentro la chiesa d’un convento di clausura
nelle gran fiaccola d’una cappellatura
una forbice stride con paura.

In un macello, quando l’alba rosea langue
sopra una seggiola un tubercoloso esangue
beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Altri Chiaroscuri ‘900:
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Chiaroscuri ‘900. Un poeta in penombra. Roberto Rebora

imageIn quegli anni si andava a Milano. Gli anni erano i primi Sessanta, noi eravamo io e un amico scrittore e scienziato. Si andava a Milano perché ci pareva che tutto dovesse accadere là, se non proprio subito, da un giorno all’altro coinvolgendo anche noi, nonostante provenissimo da Bologna, che consideravamo una specie di periferia di Milano, partendo la mattina presto e tornando la sera tardi – un’andata e ritorno di quattro ore ci parevano il minimo pedaggio per una camminata su e giù per il centro del mondo. Non avendo ben chiare le proporzioni, affrontavamo i percorsi milanesi con la logica di quelli bolognesi, quindi il pellegrinaggio era di svariati chilometri. Per lo più si andava in Feltrinelli, casa editrice aperta, dinamica, perfino giovanile. Le parole “industria culturale” apparivano ai nostri occhi stampate in caratteri leggeri, eleganti (un font Bodoni light, per intenderci), incoraggianti: in nessun modo lasciavano intravedere trame, strategie, guerre per il mercato; perfino il denaro sembrava irrilevante: tutto, secondo noi, nasceva lì su quei tavoli di via Andegari e si decantava in un ristorante nei pressi, molto milanese, dove si mangiava bresaola. Non solo, ma direi prevalentemente, soprattutto d’estate. Ci pareva che un intellettuale dovesse indossare un abito di gabardine e mangiare prevalentemente bresaola, arrotando la erre con una certa sensualità aggressiva (brrrrresaola) nell’ordinazione – questi ingredienti non li avevamo proprio in repertorio: i nostri abiti erano di cotone cotone e non stazzonati (le madri li stiravano, borghesemente) quanto alla bresaola, non era entrata nelle abitudini alimentari bolognesi, quindi ne mangiavamo moltissima, in quelle sortite milanesi, come le signore facevano incetta di riviste di moda quando andavano una volta all’anno a Parigi.
Poi improvvisamente ci dicevamo: dobbiamo andare a trovare Rebora. Con un certo senso di colpa, perché eravamo sicuri che Rebora, di bresaola, non ne mangiasse mai, è un piatto che si consuma con un contorno di intellettuali scettici, e lui se ne stava sempre solo, almeno nella nostra immaginazione. Rebora era un critico teatrale che collaborava a Sipario, ma noi, giovinastri teatranti, sapevamo che non avrebbe mai scritto una recensione su un nostro spettacolo, se non altro per la buona ragione che Milano era inaccessibile, in quegli anni, al nostro teatro. Si andava tuttavia da Rebora. Nel mio ricordo non riesco a immaginare come e quando ci si conobbe, quindi la sua figura affiora oggi da una nebbia che avvolge e nasconde anche le ragioni di quelle nostre visite. Certamente pensavamo, da ingenui assatanati, di trarne qualche utile, ma quale? Quanto al Rebora, forse anche lui si chiedeva perché dovesse ricevere le visite periodiche di quei due casualissimi autori. Ci accoglieva, tuttavia, con molta gentilezza. Ci accomodavamo nel suo studio, sempre avvolto da una penombra fresca e che dava un po’ sul confessionale. Si parlava. Di teatro, naturalmente, ma non saprei ricordare niente di più preciso. Tutto ciò era molto affascinante come può esserlo un disegno zen; fra un tratto e l’altro dell’inchiostro di china c’erano spazi che allargavano la mente: verso che cosa? Il sereno che s’insediava in noi dopo gli arrotamenti della bresaola feltrinelliana era dovuto anche alla voce del Rebora, fresca come la sua penombra e pacata come la sua poesia. Che fosse poeta lo sapevamo, avevamo letto i suoi versi e Luciano Anceschi lo aveva inserito nella sua importante antologia “Linea lombarda”, ma durante quelle visite la poesia non si affacciava mai. Circolava,  piuttosto, senza far rumore, come pattinando su quelle pezze felpate che certe padrone di casa pretendevano si usassero dopo che avevano dato la cera.
Credo che ce ne siamo nutriti, di quella poesia, non per endovena come si usa di solito, ma in forma di compresse, di quelle a lungo rilascio.
Ne riportiamo, qui sotto, una.
Roberto Rebora morì ottantaduenne, nel 1992. Negli ultimi due anni di vita, grazie all’interessamento di Paolo Volponi, gli fu assegnato il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli per gli scrittori indigenti.

Verità?

E’ una vita di pochi giorni
l’ho incontrata sul filo dell’aria
svoltando da una piazza solitaria
in un vicolo di misteri.
Misterioso semplicemente
mentre l’aria lo stava pulendo
lungo le pietre risalendo
con una gioia repente.

Non c’era nessuno nel vicolo
la gente si era dispersa
ma quell’aria non era persa
che nasceva con tanto impeto.
Era un vicolo misterioso
perché la vita vi appariva
era deserto e non moriva
accanto al mondo furioso.

Su quelle pietre voglio passare
e godere l’aria fina
non c’è bisogno di scrutare
il nero specchio dell’indovina.

L’indovina non vede nulla
solo un’immagine indecorosa
la sua bocca polverosa
definitivamente murata.

Roberto Rebora, “Il verbo essere”, Scheiwiller

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Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/05/05/chiaroscuri-900-iv-i-fuochi-dartificio-di-govoni-1905/

Govoni https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/09/07/chiaroscuri-900-vi-corrado-govoni-armonie-di-un-mondo-alla-rovescia/

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Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/

Chiaroscuri Novecento. Giorgio Morandi fermo sull’angolo: perplesso

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Non avrei mai pensato che un uomo così grande avesse potuto passare gran parte della sua vita in uno studio tanto piccolo. Lo scoprii molti anni dopo la sua morte, quel minuscolo studio che in pochi metri quadrati racchiudeva bottiglie, colori, cavalletti e un piccolo letto singolo, dal quale probabilmente spuntavano, la notte, i lunghi piedi dell’uomo grande; quel bric à brac era stato ricostruito con i pezzi originali dal Comune di Bologna nell’ambito di una mostra su Giorgio Morandi. Le stanze intime dei Grandi Trapassati sono impregnate di assenza, come suggeriscono i custodi compunti: “Questo era il tavolo del Maestro”, “A questo pianoforte sedeva…”. Invece, in quello sgabuzzino gli oggetti non comunicano né distacco né cordoglio: stanno bene, possono permettersi il lusso di essere semplici oggetti, la loro sublimazione è già avvenuta sulle tele del loro padrone. 

Negli anni Cinquanta, mi capitava di incontrarlo spesso, Morandi, a Bologna, all’incrocio fra Strada Maggiore, dove abitavo, e via Fondazza, dove abitava lui. Su quell’angolo sostava a lungo come  perplesso sulla direzione da prendere e durante quella sospensione temporale stazionava davanti a un negozietto di scarpe e pantofole impolverate, esposte in vetrinette di legno giallino che sembravano recuperate dalla demolizione di povere culle proletarie. Davanti a quella vetrina il Maestro sostava, e giacché sostava, fingeva di guardare: certo non aveva intenzione di comprare pantofole, ma gli piaceva indugiare nell’incertezza di quel crocevia che, pur collocato a pochi metri da casa, gli offriva fantasiose prospettive di fuga. Questa sosta era per me, bambino, tanto indecifrabile quanto affascinante e, non visto, me la gustavo tutta, fino a quando il Maestro se ne tornava nella sua Fondazza 36.

Chiaroscuri ‘900 (V). Un futurista fuori sede: Fortunato Depero a New York

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Fortunato Depero, New York e tunnel, 1930

Circola un’aria sottile di commedia all’italiana in questa paginetta degli anni Trenta: in anticipo di qualche decennio, ma il taglio è quello. Invece di Alberto Sordi e consorte sono di scena Fortunato Depero e la moglie, catapultati dalla piccola Italia fascista alla Grande Mela. E in un salotto elegante, in un turbine di abiti lunghi e impeccabili, mentre i nostri due italiani sono vestiti alla meglio. L’abito di lui è scuro ma da passeggio, certo non da ricevimento; quanto alla signora, indossa un abito “bleu” più adatto alla spiaggia di Riccione (scoperta e amata, proprio in quegli anni, da Mussolini) che a un salotto esclusivo di New York. Un leggero strato di Futurismo ricopre la scrittura, ma la sostanza è quella del bozzetto non privo di qualche compiacimento. La mise inadeguata dei due italiani viene notata, qualcuno mormora, altri lascia cadere una battuta ironica, ma c’è una certa fierezza in questo reportage, e per contrasto con gli eccessi americani (taxi enormi, così come le acconciature delle signore) riaffiora l’essenzialità di quelle trattorie (a volte un po’ lugubri, sempre austere) nelle quali si facevano ritrarre i futuristi impomatati, per non parlare poi delle serate con Marinetti e gli altri, così sapientemente disordinate! Si affaccia, in definitiva, e per assenza, la Provincia, come un marchio che contraddistingue il prodotto genuino.

Trillo di telefono, trr… trr… Hallò, hallò, pronto, pronto, pronto, con chi parlo? Con… Con Madame Withman? Oh, come va? Come?… Sì, sì, sì, va bene signora grazie, dunque intesi, per questa sera, un invito familiare, non un ricevimento, grazie, arrivederci alle nove.
Marciapiedi infuocati.
Tassì, giallo, di proporzioni nuovayorkesi.
Si svolta ad un angolo, mentre la favola della folla e dei marciapiedi cala e risale su di un piano inclinato. Le macchine si sovrappongono, si accavallano e sorvolano.
Eccoci alla 67ma strada, all’esatto numero indicatoci. Davanti, una lunga teoria di automobili di lusso ferme. Ai, ai, ai, temo un tradimento. Altro che invito familiare, temo un ricevimento in grande stile.
Ci guardiamo in faccia con mia moglie titubanti. Desiderio comune di ritornare sui nostri passi poiché io indosso un abito scuro da passeggio e Rosetta un abito bleu a lunghe maniche. Breve sosta e confabulazione riflessiva. Il ritorno sarebbe lungo e giunti fin qui conviene rimanere. Entriamo, affrontiamo, andrà come Iddio vorrà.
L’ondata di sfarzo ci investe. Raffiche di cristallo e violenza di decoltè, vampe di carne e rasoiate di nerissimo smoking lucenti ed impeccabili con lo sparato che abbaglia e lo stile diplomatico che predomina.
Le capigliature femminili troneggiano come castelli dorati, come vampe solenni. Improvviso silenzio alla nostra umile apparizione e per un attimo ebbi la sensazione e il desiderio di sprofondare dentro un improvviso ed arcano trabocchetto, avrei voluto scomparire. Molti occhi ci guardano sorpresi ed interrogativi, incuriositi di questi due incauti e spesati simboli di modestia, di questi due distratti rappresentanti dell’arte in abito da passeggio.
Sui tavoli molto champagne e risate negli specchi che luccicano dentro lussuose cornici d’oro. I calici tintinnano e le luci sfavillano… un famoso violinista fa commuovere le corde e i cuori e un attore maligno (lo sorprendo) commenta ironico la nostra involontaria modesta parvenza, e quasi stonata presenza…
Splendori, inchini, violini, presentazioni e coppe… spalle… ciprie e molto fumo… e troppa luce di pupille e di lampade, di scarpe laccate e di gioielli impertinenti… Ronzii, tintinnii, voci sussurrate, risate fendenti, frantumi di commenti… e l’industriale tale, e il diplomatico tal altro… L’artista insigne X, il tenore Y… L’affascinante attrice Z… L’attore di Broadway… Il prestigiatore N N… Le sue figliole… suo marito… onoratissimo… Il violinista Corti e la sua signora… Il milionario Sempronio… qui presente… Il banchiere Caio… la sua madama… la duchessa bulgara… la principessa russa… la nipote del Kaiser, lì presso quel paralume gigantesco assieme alla pittrice… e giù, giù, e via via di seguito, fino alle due di notte…
E poi, mezz’ora di treno elevato sconquassante, fino alla 23ma tappa, fino all’albergo di Transito del 464 West, mia prima stazione della “Via Crucis americana”.

Fortunato Depero, Un futurista a New York, Edizioni del Grifo

Chiaroscuri ‘900 (IV). Francesco Cangiullo, Non c’è un cane

 

piazza caneQualcosa si è logorato negli anni, sfilacciandosi progressivamente. La nostra capacità di attenzione, dico. Il luogo comune ne individua la causa nella frammentazione (e nella conseguente contrazione) che caratterizza gli spot televisivi (trionfalistico enunciato: “Raccontare una storia in quindici secondi!”); può darsi ma il demone della sintesi si è insinuato fra noi più di un secolo fa, almeno ufficialmente, quando i futuristi presero a pubblicare i loro manifesti. Quello riguardante il teatro – di Marinetti, Settimelli e Corra – era, come gli altri, perentorio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”… “E’ stupido voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, quando anche nella vita non ci accade mai di afferrare un avvenimento interamente”. Francesco Cangiullo – pittore, scrittore e poeta di talento nonché militante futurista – passa dalla teoria alla pratica con questo atto unico di rigore integrale. Forse ci aggiunge anche una punta di ironia? L’interrogativo è d’obbligo: al lettore, se crede, la risposta.

NON C’È UN CANE
Sintesi della notte

Personaggi:
 QUELLO CHE NON C’È
Via di notte, fredda, deserta.

Un cane attraversa la via.

 Tela

Francesco Cangiullo

 

Chiaroscuri ‘900 (III). Il poeta dentro e fuori. CORRADO GOVONI

govoni autoritratto ridotto

Tutti i poeti hanno un dentro e un fuori. Anche i non-poeti, si capisce, ma rivoltare un poeta come un guanto è certo più interessante che compiere la stessa operazione col nostro commercialista (mentre lo scrivo mi viene il dubbio che potrebbe essere vero il contrario, ma ormai è fatta). L’altro giorno ho letto i versi di un giovane poeta e sono andato a cercarmelo in rete: volevo ordinare un suo libro e ho trovato lui che mi guardava, in bianco e nero, bellissimo, quasi come Antonin Artaud trentenne, non il vecchio relitto di cui abbiamo pubblicato una lettera. Anche la postura del giovane poeta era elegante; guardandolo, sembrava inevitabile che di lì a poco avrebbe fatto irruzione nella fotografia una troupe televisiva di Sky Mag per un’intervista: lui era comunque pronto, lo è, immagino, anche in questo momento, e di giorno e di notte perché intorno alla sua persona c’è sempre un set, lo percepisci nell’aria. Quando mi staccai dall’immagine del poeta, i suoi versi mi parvero del tutto estranei alla sua immagine, era come se un fabbricante di cioccolato si fosse divertito a mettere una Barbie in un uovo pasquale col nastro azzurro: il dentro e il fuori non corrispondevano.
Ma qual era il dentro, e quale il fuori?
L’immagine che contrassegna questo post è l’Autoritratto di Corrado Govoni – poeta crepuscolare, poi futurista – in forma di calligramma, anche se bisogna dire che l’autore ha un po’ barato perché il vero calligramma è composto solo di parole e non prevede quella facciona a uovo che si è fatta Govoni con la matita. Assumiamo per convenzione che l’Autoritratto sia il fuori del poeta, e andiamo a leggere una delle sue più celebrate poesie, La trombettina. Qual è il dentro? Il verso mite del vecchio che riesce a leggere attraverso la lente della cataratte la magia impalpabile della fiera o il bambino esuberante che fa esplodere dalla sua zucca a uovo parole futuriste?
P.S. Qui termina il nostro trittico primonovecentesco.

La trombettina

Ecco che cosa resta
di tutta la magia della fiera:
quella trombettina,
di latta azzurra e verde,

che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,

la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola

che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.

Corrado Govoni, La trombettina, “Poesie elettriche”, Quodlibet

Chiaroscuri ‘900 (II). FARFA. TUBERIE

tubi e città 3

In quel tempo, prima della rete, c’era il tubo. Molto, moltissimo tempo prima. Le comunicazioni fondamentali, primarie, avvenivano via tubo. Tramite il cordone ombelicale, anzitutto (un tubo tanto necessario quanto ingombrante). Viaggiamo all’interno di tubi ferroviari e autostradali, e nelle nostre città ci ripariamo dalla pioggia sotto tubi provvidenziali e aerati, impreziositi da colonne; un tempo, la posta pneumatica permetteva di inviare documenti da un piano all’altro degli uffici, ecc. Farfa, poeta e pittore futurista, compie una scorribanda nell’universo tubico, comparando i calibri degli innumerevoli soggetti che cita rapidamente, dai capillari delle stilografiche – per i quali inventa una squisita metafora: “colanti il pensiero! – ai tubi solipsistici che agiscono tanto per agire “in sempiterna operazione di masturbazione”. C’è tanto futurismo, in questa Tuberia, e anche, per fortuna, tanta invenzione.

Tuberie

tubi d’acqua d’aria di gas
di scolo di scarico di scappamento
di gres di terracotta di cemento
di vetro di gomma d’ebanite
tubi di tutta la merceologia
tubi del closet del sentimento
tubi della stufa e della noia
tubi tunnel avidi di ferrovia
tubi del tormento e della gioia
tubi di tutti i metalli
tubi dei guanti gialli
tubi idranti dei pompieri
lancianti cubi d’acqua fresca
per calmare il calore delle fiamme
tubi delle stilografiche
colanti il pensiero
nero come l’umore
rosso come l’amore
tubi di pressione sanguigna
tubi digerenti
pei valzer lenti della digestione
tubi di budella
per la tarantella
delle smorfie viscerali
tubi aggrovigliati di seni
tubi genitali e verginali
tubi di camini d’officine
di piroscafi di locomotive
con seme di fumo
dimostranti la nullità
della voluttà
tubi delle panche dei giardini
profumati dai gelsomini
tubi per tutti gli usi
tubi per tutti gli abusi
tubi di latteria curvati
a mano che ghermisce
cui l’acqua espulsa
prolunga le dita
tubi di canne di grondaie di bocchini
tubi bergmann
tubi togni tubi mannesmann
tubi di tutte le macchine
tubi di tutti i motori
tubi dei gambi dei fiori
tubi dei fucili e dei cannoni
pel cambio rapido delle generazioni
tubi ossi buchi dei polli
che furono pasciuti e satolli
tubi dei nasi infreddoliti
tubi dei cuori inteneriti
tubi dei cannocchiali
che nelle notti belle
si riempiono di stelle
tubi d’organi e d’argani
tubi d’istrumenti musicali
picchianti col fiato
sui timpani degli orecchi
motivi stravecchi
tubi turati e sturati
tubi nominati e innominati
tubi d’ogni specie e d’ogni tipo
tubi d’ogni spessore e dimensione
tubi ritti e a gomito acuto
tubi in sempiterna operazione
di masturbazione
del proprio contenuto
tubi di presa
di discesa
di salita
tutti in fregola universale
ogni tubo un cordone ombellicale
che lega che salda alla vita
tubi scroscianti e silenti
io sono il vostro cantore
sono un incantatore di serpenti

Farfa, Tuberie

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