Nelly Arcan, Puttana (frammento)

Per me è stato facile prostituirmi perché ho sempre saputo che appartenevo ad altri, a una comunità che si sarebbe incaricata di trovarmi un nome, di controllare le entrate e le uscite, di darmi un padrone che mi dicesse quello che dovevo fare e come, ho sempre saputo di essere la  più piccola, la più sbandata, e a quel momento lavoravo già come cameriera in un bar, da un. Lato c’erano le puttane e dall’altro i clienti, dei clienti che mi davano un po’ più di mance del necessario e che mi costringevano a prestar loro più attenzioni che agli altri, un’ambiguità si è stabilita senza forzature, naturalmente, era un gioco fra me e loro, iniziato molti mesi prima che io mi orientassi verso ciò che tanto mi attirava, e quando ci penso ancora oggi mi sembra che non avrei avuto altra scelta, che mi avessero già consacrata puttana, che fossi già puttana prima ancora di esserlo, mi è bastato sfogliare il quotidiano in lingua inglese la Gazette per trovare la pagina delle agenzie di escort, mi è bastato prendere il telefono e comporre un numero, quella della più importante agenzia di Montréal, e secondo il testo dell’annuncio ingaggiava solamente le escort migliori e si rivolgeva alla clientela più esclusiva, cioè raccoglieva le ragazze più carine e gli uomini più ricchi, la ricchezza degli uomini è sempre andata a braccetto con la giovinezza delle ragazze, lo sappiamo, e siccome io ero molto giovane fui subito ammessa, sono venuti a prendermi a casa e mi hanno portato in una camera dove ho ricevuto cinque o sei clienti uno dopo l’altro, le debuttanti sono sempre molto gettonate, mi hanno spiegato, non hanno neanche bisogno di essere carina, mi è bastata una sola giornata in quella camera e mi è sembrato di non aver mai fatto altro in vita mia.
Sono invecchiata in un colpo, ma ho guadagnato parecchio, mi sono fatta delle amiche fra quelle con cui la complicità era possibile e anche terribile perché si basava su un odio comune, l’odio per i clienti, ma grazie ad essa uscivamo dalla dimensione della prostituzione, tornavamo delle donne normali, sociali, delle nemiche.

Nelly Arcan, Putain, Seuil

Massimo Bucciantini, Viaggio nella biblioteca di Van Gogh (Il Sole 24 ore)

“Vincent non poteva vivere senza libri. «Ho una passione pressoché irresistibile per i libri e sento continuamente il bisogno di istruirmi, così come ho bisogno di mangiare il pane». «Se non studio, se non cerco più, allora sono perduto». «Tutto è cambiato per me e ora sono in cammino e la mia matita è diventata un poco più docile e sembra diventarlo ogni giorno di più», confesserà a Theo nelle settimane in cui matura la decisione di dedicarsi esclusivamente all’arte. E da allora non si fermerà più, prima di spararsi una pallottola in pieno petto.”

Leggi l’intero articolo:
https://www.ilsole24ore.com/art/viaggio-biblioteca-van-gogh-ADzrUTw

Per qualche centimetro in più


Lasciando i no mask, i pappalardisti, i mondial-complottisti al loro destino, che purtroppo si incrocia tragicamente con quello della collettività, questa piccola proposta di qualche centimetro si rivolge a chi non rifiuta la mascherina, ma la indossa pro forma e con riserva, come quegli adolescenti che in pieno inverno mettono il giaccone per far tacere alla mamma noiosa, ma che, appena scesi in strada, se lo levano e vanno a scuola con la T- shirt perché è più figo. Parafrasando De Sade (“Francesi, ancora uno sforzo per diventare Repubblicani”), “Ancora uno sforzo di qualche centimetro per diventare adulti “.

Le figurine di Radiospazio. Il gelato

Vitaliano Brancati, Diario romano

Il mio amico A. trova che tutto va male. Nel modo stesso con cui pro­nunzia i nomi delle persone c’è una condanna. Immagino il mio nome sulla sua bocca quando sono assente: sembrerà letto in un elenco di condannati all’ergastolo o su una lapide funeraria.
Un pomeriggio però, mentre aspetto la mia tazza di caffè in mezzo alla folla di un bar, sento una voce piena di dolcezza che diceva: “Come sei buono!”.
Mi volto e vedo il mio amico che teneva in una mano un gelato e nell’altra un cucchiaino. I suoi occhi non mi vedevano; stavano posati sul gelato come un bacio lungo e continuo. Le sue narici dilatate aspira­vano il leggero alito freddo che si partiva dal piattino.
Mi allontanai piano piano cercando di non interrompere quel colloquio d’amore.

Il video della domenica. Coronavirus, Stefano Massini: “Ecco perché i teatri non devono chiudere”

https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-massini-ecco-perche-i-teatri-non-devono-chiudere/369653/370236

“Nel 1941, quando i nazisti arrivarono fuori da Leningrado, e cominciò l’assedio terribile di Leningrado, fece un discorso in radio; era il 16 settembre del ’41, e disse: ‘Tutto il mondo sappia che nella mia città, qui, a Leningrado, si fa la fame, si ha paura, ma i teatri sono aperti. Si fa la fame, gli scrittori scrivono, i musicisti compongono, e noi che siamo artisti non ci sposteremo di un centimetro dal posto in cui siamo, che è il posto in cui l’artista lotta, ed è per questo che l’artista è invincibile.’”
https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-massini-ecco-perche-i-teatri-non-devono-chiudere/369653/370236

Virginia Woolf, Voglio apparire una persona di successo perfino a me stessa

Lunedì 25 ottobre 1920 (primo giorno con un tempo invernale)

Perché la vita è così tragica, così simile a uno stretto sentiero a strapiombo sull’abisso? Guardo in basso; mi vengono le vertigini; mi chiedo come riuscirò ad attraversarla. Ma perché questa sensazione? Ora che ne parlo non la sento più. Il fuoco è acceso; stiamo andando a vedere L’opera del mendicante. Eppure è intorno a me. Non riesco a tenere gli occhi chiusi. È un sentimento di impotenza: la sensazione della mia irrilevanza. Eccomi a Richmond, e come una lanterna in mezzo a un campo la mia luce si sparge nelle tenebre. La malinconia diminuisce quando lo scrivo. E allora perché non lo faccio più spesso? Be’, è la vanità a proibirmelo. Voglio apparire una persona di successo perfino a me stessa. Eppure non riesco a esplorarla del tutto. È il fatto di non avere bambini, di vivere lontano dagli amici, di non riuscire a scrivere bene, di spendere troppo per mangiare, di diventare vecchia –penso troppo ai percome e ai perché: troppo a me stessa. Non mi piace che il tempo mi volteggi intorno con le sue ali. E dunque, lavora. Sì, ma mi stanco presto di lavorare –non posso leggere più di tanto, né scrivere per più di un’ora. Nessuno viene fin qui a perdere piacevolmente un po’ di tempo. Se lo fanno, mi arrabbio.

Virginia Woolf, Consigli a un aspirante scrittore, BUR

Sherlock Holmes è un depresso, fugge il male oscuro che lacera la sua anima… (Pangea)

“Come molti intellettuali del periodo vittoriano – in particolare l’ultimo – Doyle sentiva il fascino un po’ torbido del misterioso, dell’insolito. Da giovane medico si associò alla Massoneria, anche se in seguito ne prese le distanze. Col passare degli anni emerse in lui anche quell’attrattiva tipicamente celtica verso il soprannaturale. Era stato educato dai gesuiti, poi aveva lasciato la fede cattolica per diventare un razionalista scientista, ma ebbe sempre vivo una certa religiosità che però divenne negli ultimi anni soprattutto curiosità nei confronti del soprannaturale. Apparve ai più come un anziano un po’ patetico quando si convinse – e cercò di convincere la gente – dell’esistenza delle Fate, il “piccolo popolo” celtico. 

Leggi l’intero articolo:
http://www.pangea.news/sherlock-holmes-paolo-gulisano/?fbclid=IwAR2L6mFILXVzRzp7ShJduEe25uLgPUBfd-hcvmgWKaEGL249npzwAH28icg

Le figurine di Radiospazio. Madri apprensive

Mark Twain, L’esperienza dei McWilliams con la difterite

«Cara, se fossi in te non lascerei che la bambina masticasse quel rametto di pino.»
«Che male c’è?»
«Amore, è risaputo che quello di pino è il legno meno nu­triente per un bambino.
«Mi meraviglio di te, caro. Tutti i dottori dicono che la tre­men­tina contenuta nei rametti di pino fa bene alle schiene deboli e alle reni. Mangia pure il tuo legnetto, tesoro, e non dar retta a papà.»
Mia moglie se n’era andata con uno scatto, portandosi ap­presso la bambina. Quella sera, a cena mi affrontò con la faccia bianca come un lenzuolo.
«Oh, caro… Un amichetto di Penelope l’ha presa»
«Cosa?»
«La difterite. Che ne sarà della nostra bambina?»
Poco dopo Miss Jenkins, la bambinaia, fece recitare a Penelope la solita preghierina e la piccola tossì legger­mente. Mia moglie cadde all’indietro come colpita a morte, ma un attimo dopo era già in piedi, in preda all’attivismo ispirato dal terrore: «Miss Jenkins, porti il lettino della bimba vicino alla nostra ca­mera e intanto chiami subito il medico.»
Compiuto il trasloco, mia moglie si diede a spiare la bimba.
«Oh, caro… c’è qualcosa di strano nel suo modo di dormire. Sembra che… che… sembra che respiri così regolarmente.»
«Ma cara, respira sempre regolarmente.»
«Lo so, ma c’è qualcosa di spaventoso adesso. Oh, perché il dottore non arriva! Corri subito da lui. Digli che deve ve­nire immediatamente!»
Trascinai quel pover’uomo fuori dal letto e lo portai lì. Guardò la bambina e disse che non stava morendo. Fu per me una gioia indicibile, ma mia moglie se la prese come se fosse stato un affronto personale. Aggiunse poi che di trattava di una piccola irritazione alla gola, così le provocò un attacco violento di tosse, e alla fine venne fuori un frammento di legno.
«Non è difterite», disse. «La piccola masticato un pezzo di legno di pino o qualcosa del genere.Non le farà male. «Ne sono con­vinto anch’io», dissi. «E poi la trementina che con­tiene è ottima per certi tipi di malattie tipiche dell’infanzia. Glielo può con­fermare mia moglie».
Ma lei non lo fece. Girandosi con disprezzo lasciò la stanza.

Enzo Mari, Sulla creatività

https://www.youtube.com/watch?v=X49crKOX9Js

È scomparso Enzo Mari, uno dei maestri indiscussi del design italiano del ‘900. La figura di Enzo Mari è profondamente legata al fenomeno del Made in Italy, la cui consacrazione e ascesa a livello internazionale arriva con la celebre mostra “Italy: The New Domestic Landscape”, tenutasi al MoMA di New York nel 1972.

“Non esiste oggi parola più oscena, più malsana della creatività… Si dice che siamo creativi… così… così (fa uno scarbabocchio) … Si produce il nulla, la merda, con la parola creatività”.

Il video della domenica. Alessandro Barbero, Contro le falsificazioni storiche

https://www.facebook.com/watch/?v=561759874329712

“Di per sé Storia e Memoria sono due cose completamente diverse; la Memoria è sempre soggettiva, sempre individuale: è come io, o la mia famiglia o il mio Paese hanno vissuto quegli avvenimenti, non è mai condivisa. Lo so che è uno slogan che la nostra politica ripete da tempo, ma lo slogan della memoria condivisa è uno slogan completamente idiota”………………

Andrea Gentile, Apparizioni (racconto) (Le parole e le cose)

La sera del 30 giugno 2017, a Charkiv, Ucraina, Dasha Medveveva, ventiquattro anni, sta guidando la sua BMW. La sua amica, Sofia Magerko, sedici anni, con lo smartphone filma il momento. Siamo in diretta su Instagram.
Le due amiche bevono alcol, urlano, scherzano. Una grida “hi boys” alla camera. Dasha fa il segno della vittoria, indice e medio, con entrambe le mani. Solleva le braccia in aria, accennando una danza. Viene il dubbio che la macchina non sia in movimento, ma poi Dasha tiene il volante, per qualche secondo, con la mano sinistra, guarda la strada. Ritorna con lo sguardo in camera, Sofia sposta l’obiettivo su di lei. Segno della vittoria. Un altro sorso. Urlano. Rumore di “tremendo impatto”. Buio. Silenzio.

Leggi l’intero testo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39436

Silvia Gola, Vogliamo anche il pane (Il Tascabile)

Una mappatura delle condizioni (e delle mobilitazioni) dei lavoratori dello spettacolo e della cultura.

Incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. (…) i quali, pur potendo dimostrare di partecipare alla politeia, restano cittadini dimezzati perché non godono di un contratto di subordinazione e a tempo indeterminato.

Leggi l’intero articolo:
https://www.iltascabile.com/societa/vogliamo-anche-il-pane/

Louise Glück, Nostos (Le parole e le cose)

In giardino c’era un melo –
e questo sarebbe
quaranta anni fa – dietro,
solo prati. Macchie di crochi
nell’erba umida.
Io stavo alla finestra:
fine aprile. Fiori primaverili
……………….
Leggi l’intero testo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39446

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: