Narrativa. Tanguy Viel, Gli arruolatori (frammento)

Era bella, e recava sul suo corpo le stimmate della bellezza. Così almeno avevano stabilito quelli che l’avevano abbordata un giorno all’uscita del liceo per proporle di entrare così precocemente nel mondo degli adulti: lei, di appena sedici anni, era proprio il loro obiettivo, per questo l’aspettavano fuori, nel parcheggio, questo era il loro mestiere, trovare le ragazze, sulle spiagge o nei cortili dei licei e catturarle gettando su di loro una fitta rete alla quale, se loro avevano detto sì anche una sola volta, non potevano più scappare, come i cani randagi catturati dal laccio. Laura, come le altre, non seppe affrettare il passo per uscire dal cancello del liceo mandandoli a farsi fottere quando loro l’abbordarono direttamente, dicendo senza perder tempo: Signorina, le piacerebbe lavorare nella moda? Lei l’aveva preso per un modo divertente di attirare la sua attenzione, sufficiente per fermarsi e lasciare che loro gettassero la rete delle frasi amichevoli: se voleva andare con loro, giusto per fare qualche provino, qualche foto, così, per vedere, dopodiché avrebbe fatto come voleva… E quando, due ore dopo, si era ritrovata con un paio di biglietti da cinquanta euro in mano, se questo era il mondo della moda, beh, avrebbe firmato immediatamente. Anche perché, lo capì subito, con lei erano disposti a cacciarne di biglietti da cinquanta, Laura era la loro perla rara, quella che non si incontra tanto spesso, un genere di ragazza di cui non si sa se corrisponde ai canoni del tempo o se contribuisce a mutarli, qualcosa di decisivo come lo fu il giudizio di Paride quando scelse Afrodite dicendo: sì, è lei, oggi la bellezza è lei. E non erano ancora passati sei mesi che si incominciò a vedere Laura che esponeva le sue forme per questa o per quella marca di intimo, ben visibile sui cartelloni nelle grandi città, e sui pannelli degli autobus, mentre si allontanava ogni giorno di più dalla sua vita di liceale.

Tanguy Viel, La Fille qu’on appelle, Minuits

Ivan Carezzi, Ambiguità e mistero in Marlene Dumas (Il Tascabile)

Marlene Dumas è nata a Città del Capo il 3 agosto 1953, sotto il segno del leone. In effetti il volto di Dumas, con la corona di capelli biondi e gli occhi azzurri e pungenti, potrebbe ricordare il muso regale di un leone, di quelli fotografati in copertina su Airone o il National Geographic. Dumas ha trascorso l’infanzia a Kuils River, cittadina a 25 chilometri da Cape Town. Il padre, Johannes, era un viticoltore. Aveva ereditato un pezzo di terra, il vigneto di Jacobsdal, di proprietà della famiglia Dumas fin dal 1916.

Leggi il resto dell’articolo: https://www.iltascabile.com/linguaggi/marlene-dumas/

Le figurine di Radiospazio. Il silenzio

Ho appena ucciso il mio dirimpettaio sparandogli in faccia; teneva spalancata la finestra e mi obbligava ad ascoltare la sua musica. (E se gli uomini che cercano Dio cercassero semplicemente il silenzio?)

Éric Chevillard,. L‘Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Minuit

Il video della domenica. Samuel Beckett, Finale di partita. Clip dello spettacolo di Carlo Cecchi (5′)

(meglio ignorare le didascalie riprodotte automaticamente, sono orribili)

https://www.facebook.com/watch?v=1149751899195502

Le figurine di Radiospazio. Il cocktail

Lui      Un altro cocktail, cara?
Lei       Mi dispiace, ma devo proprio andarmene a casa.
Lui      Posso chiederti perché?
Lei       Non so più cosa pensare… Tutte queste donne che ti telefonano. Queste orride donne. Se fossero belle, se fossero fini e carine e intelligenti, forse non ci baderei, ma…
Lui      Ti do la mia parola che questo schifo d’apparecchio telefonico è stato zitto per tutta la settimana.
Suona il telefono
Lei       Rispondi, ti prego! Mi fa diventar matta sentirlo suonare così.
Lui      Allò… Come stai, cara? Davvero? Oh, è un peccato… No, non ho detto questo, Margot, ho detto che sarei venuto se era possibile… Senti, mi spiace ma devo uscire in fretta. Ti telefono io, cara. Bài bài.
Lui riappende
Lui      Ecco fatto. Un altro cocktail?
Lei       No, me ne vado.
Lui      Posso chiederti perché?
Lei       Non ne posso più. Esiste un proverbio, mi pare, su un verme che finalmente si rivolta. Lo fanno, sai?, i vermi, di tanto in tanto. Buonanotte, e grazie pe i deliziosi cocktail.

            Dorothy Parker, Sull’imbrunire

Carlo Collodi, Un’avventura di caccia (racconto)

A Tonino, cacciatore esperto da bosco e da riviera, era sembrato che una lodoletta di primo canto come Vittorina dovesse essere un animaletto quasi addomesticato, da potersi prendere magari con le mani.
Ma fece i conti senza l’oste.
Perché la signora Cammilla, madre della ragazza, non perdeva mai di vista l’infaticabile cacciatore. Basti dire che in due mesi di corte assidua e pertinace, Tonino non poté mai cavarsi il gusto di stare seduto vicino a Vittorina. Fra lui e la bella ragazza c’erano sempre di mezzo i rigidi nervi e le ossa angolose e taglienti della terribile genitrice.
La quale, chiamato un giorno in disparte il giovinotto, gli disse a bruciapelo:
«O dentro o fuori! O promettete di sposarla, o diradate e vostre visite!»
«Se la sposerei! Iddio mi vede il cuore!… Ma non posso… proprio non posso! Sappiate che io mi trovo legato da un impegno sacro, fatale, indissolubile… Appena uscito di collegio, m’imbattei in una cara fanciulla… un angiolo di purità e di candore…»
« Basta così! Il resto me lo figuro. Ditemi piuttosto un’altra cosa. Potete prestarmi per cinque minuti un migliaio di lire?»
«Figuratevi!…»
«Dunque?»
«Vorrei essere il barone di Rothschild, per aprirvi i miei scrigni; ma essendo semplicemente il signor Tonino, non posso fare altro che aprirvi il mio povero portafogli e dirvi con umiltà di spirito: Ecco qui tutta la mia ricchezza, rappresentata da un miserabile foglio di cento lire della Banca d’Italia. Divento rosso dalla vergogna…»
A questa invereconda offerta, la signora Cammilla fece un gesto di collera e di profondo disprezzo; quindi agguantò il foglio di cento lire, e dopo averlo senza pietà attorcigliato fra le dita e ridotto alla forma sferica di una pallottola, lo gettò sdegnosamente dentro la tasca del suo vestito.

     Carlo Collodi, La storia di un furbo, Novelle italiane, Garzanti

Le figurine di Radiospazio. Il nudo domestico

Mi sono avvicinato nudo alla finestra. Nella casa di fronte evidentemente qualcuno ha avuto da ridire, penso sia stata la moglie del marinaio. In camera mia sono piombati un poliziotto, il portinaio e non so chi ancora. Mi hanno comunicato che sono ben tre anni che infastidisco gli abitanti della casa di fronte. Ho messo delle tendine.

Daniil Charms, Casi, Adelphi

Il video della domenica. Hayao Miyazaki, La tartaruga rossa (Artribune)

https://www.artribune.com/arti-performative/cinema/2020/04/studio-ghibli-digitale/

Fondato nel 1985 dai registi Isao Takahata e Hayao Miyazaki, lo Studio Ghibli ha prodotto 22 lungometraggi, realizzati da registi e animatori che, nonostante le diverse caratteristiche tecniche, poetiche ed estetiche, sono riusciti nel corso degli anni a dare vita a uno stile ormai riconosciuto dal pubblico di tutto il mondo. Tra i capolavori indiscussi prodotti dallo Studio è La città incantata, con la regia di Hayao Miyazaki, che nel 2002 ha vinto l’Oscar come Miglior film d’animazione.

Oggi ricordiamo Paolo Brunati alla Libreria Ponte sulla Dora, Torino

Se solo ricordassi l’esatta preghiera a Poseidone, certamente il Mare mi porterebbe in braccio una Donna Nuda, a me che aspetto seduto sullo scoglio.
Tutta l’operazione avverrebbe sotto la copertura del Cielo, attento a organizzare manovre diverse stupende, sia sul livido sia sul rosa, gli incarnati della more, della nascita, cangiando continuamente di colore certe sue nuvolette, mettendo su spettacolari tramonti e permettendomi così di scappare non visto nella macchia dell’entroterra con lei ancora tutta màdida sulle spalle.

Paolo Brunati, Libro di mare (inedito)

Narrativa. David Foenkinos, Il custode del museo e il capolavoro (frammento)

Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne

Antoine aveva deciso, senza chiedere il permesso, di spostare leggermente la sua sedia per osservare con comodo il viso di Jeanne Hébuterne. Così, nonostante la folla, riusciva a contemplarla per molte ore al giorno. Gli piaceva parlarle e immaginava che fra loro si stesse stabilendo un legame. A volte, di notte, lei tornava nei suoi sogni come per guardarlo a sua volta. Tutto questo formava, in certo modo, una conversazione di sguardi.
Antoine si domandava se non fosse troppo triste essere imprigionata così in un quadro. Dopotutto, alcuni credono nella reincarnazione o nella metempsicosi; sarebbe stato così strano che un quadro conservasse le vibrazioni della persona ritratta? Sicuramente c’era una parte di Jeanne in quella tela. Gli storici hanno spesso parlato della sua bellezza, di quel viso che sconvolse Modigliani. Lui, che era abituaro a dipingere delle giovani donne, spesso nude, fu trafitto da quella grazia inedita. Lei fu la sua musa, la donna della sua vita, quella che non dipinse mai nuda. Jeanne aveva il portamento di un grande cigno etereo, un languore che traspariva dal suo sguardo, una incommensurabile malinconia. Ogni giorno, e sempre di più, Antoine sarebbe stato attratto dal potere di quella tela. Con Jeanne le ore volavano.

David Foenkinos, Verso la bellezza, Folio

Le figurine di Radiospazio. Controindicazioni

– Devo dirti una cosa, Lilith.
– Sarebbe?
– Non era saccarina quella che ti ho portato e che hai messo nel caffè. Era cantaride, un afrodisiaco.
– E tu mi hai fatto prendere una cosa del genere?
– Sì, volevo vedere che effetto ti faceva. Pensavo che potesse essere piacevole per tutti e due.
– Oh, Billy, che razza di scherzo! E ho promesso a Mabel che saremmo andate al cine insieme. Non posso deluderla, è stata chiusa in casa per una settimana. Pensa se incomincia a farmi effetto al cinema!

Anais Nïn, Lilith, “Il delta di Venere”, Bompiani, trad. D. Vezzoli

Katherine Anne Porter. La pastorella (Racconto)

Per il ballo mascherato Amy aveva copiato il suo costume da una pastorella di porcellana di Sassonia che stava sul cami­netto in salotto: cappello a nastri, corpetto scollato, gonne corte, scarpine verdi e tutto. Gabriel si era vestito in modo da far coppia con lei.
Tutto andò a meraviglia fino al momento di uscire: il padre di Amy posò lo sguardo sulla figlia, con quelle caviglie bian­che che brillavano, il seno profondamente scoperto, due mac­chie tonde di colore sulle gote, e cadde in un accesso di fu­rore per proprietà oltraggiata.
«È un obbrobrio! Non accadrà mai che mia figlia vada in giro con un vestito simile. È osceno! Osceno!»
Amy s’era tolta la maschera per fargli un sorriso. « Ma come, papà, » gli disse soave, « che cosa c’è che non va? Guarda la pastorella sul caminetto: l’hai sempre sotto gli oc­chi, e non ti sei scandalizzato mai!»
«C’è una bella differenza! Sì, una bella differenza, cara signo­rina, e tu lo sai benissimo! Sali immediatamente di sopra, e chiudi quella scollatura, e allunga quella gonna a una lun­ghezza decente prima di uscire da questa casa: e lavati la faccia!»
«Non ci vedo niente di male,» osservò con fermezza la madre. Poi sedette accanto ad Amy e se la spicciarono pre­sto: dopo dieci minuti, ecco ritornare la giovane con la faccia pulita, la scollatura ricoperta di merletto, e la gonna da pa­storella che spazzava pudibonda il tappeto dietro di lei.
Ma quando Amy uscì dallo spogliatoio per il suo primo ballo con Gabriel, il merletto era sparito dalla scollatura, le vesti erano rialzate più arditamente di prima, le macchie sulle gote sembravano due melograni. Gabriel era in estasi, e i due giovani convennero che spesso i vecchi erano noiosi, ma non conveniva farli inquietare disobbedendo apertamente: la loro gioventù era passata, ormai, che cosa vivevano a fare?

da Antico stato mortale

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