Marco Renzi, “La scrittura non s’insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni (Minima et Moralia)

“Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».”

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Le figurine di Radiospazio. Uomini comuni

In quei tempi soffrivo quasi sempre la fame; l’unica mia ri­sorsa erano le novelle, che riuscivo a vendere per qualche sol­do. Avevo dunque bisogno di scriverne una quella sera stes­sa, ma sentivo che la mia anima era vuota; così rinun­ziai ed uscii. Appena fuori mi venne in mente una idea: Come un ladro mi posi in agguato a un crocicchio e final­men­te passò un uomo né giovane né vecchio, né troppo bel­lo né spiacevole in viso. Lo fermai e gli spiegai che avevo bisogno di uno spunto per un racconto.
«Se proprio la mia vita vi è così necessaria, non ho nessuna dif­ficoltà a raccontarvela. Ho trentacinque anni, e sono di fami­glia agiata, onesta e ben pensante. Sono sposato e impie­ga­to alle ferrovie.  Ho due figli, un maschio e una fem­mina. Il maschio ha dieci anni e farà l’ingegnere, la fem­mina ha no­ve anni e farà la maestra. Io vivo tranquillo senza scosse né desideri. Mi alzo ogni mattina alle otto, e alle nove di se­ra vado in un caffè a chiacchierare con quat­tro colleghi d’ufficio.
Rimasi per un momento sconvolto dal terrore. Quella vita mo­notona, comune, misurata, vuota, mi riempì di una tri­stez­za così acuta, ch’io fui quasi per rompere in pianto e fug­gire:
«Veramente non c’è altro nella vostra vita? Non v’è accaduto mai nulla?»
«La mia vita è trascorsa calma, regolare, senza avventure… al­meno fino a stasera. L’incontro con voi, signor novel­lie­re, è stata la mia prima avventura.»
E senza darmi il tempo di rispondergli se ne andò toccan­do­si leggermente il cappello. Io rimasi ancora fermo come sot­to l’incubo di una cosa incredibile. Tornai alla mia came­ra e non scrissi la novella. Da quella notte non riesco più a ridere degli uomini comuni.

Giovanni Papini, Il mendicante di anime, in Racconti fantastici del ‘900, Mondadori       

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