Nikola Madzirov, Casa, un luogo che si lascia (Le parole e le cose)

“I veri nomadi costruiscono la propria casa, prima di lasciarla. Lo stesso fanno gli uccelli, le coppie di amanti e gli operai, che dormono nei cantieri finché hanno costruito una casa che neppure gli appartiene. Solo chi costruisce e lascia una casa, conosce il segreto della non appartenenza – alla storia, ai luoghi stessi –, al contrario di chi costruisce e poi distrugge, o di chi entra in una casa e poi ne esce. Preferisco parlare di un luogo che si lascia anziché di un luogo in cui si vive, perché spesso definiamo la casa con la nostra volatilità o con il modo in cui ne veniamo lasciati, ancora prima di lasciarla noi stessi. Quando l’uccello lascia il proprio nido, vola via. Quando l’uomo lascia la propria casa, inizia a ricordare.”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39987

Il video della domenica. Stefano Massini, “Parole in corso”: l’origine del termine ‘parola’ (2’17”)

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/stefano-massini-parole-in-corso-parola/370758/371366

Racconto. Palazzeschi, L’uomo dal campanello

Si vedeva da alcuni giorni attraversare il centro della città nell’ora del massimo movimento, un uomo che agitava un campanello di bronzo.
Il campanello era piccolo, l’uomo poteva reggerlo delicatamente fra il polpastrello di due dita facendolo squillare di continuo;  e il suono era fresco, limpido, gioioso.
Quel suono, tutt’altro che sgradevole all’orecchio, tutt’altro che antipatico, produceva tuttavia ogni giorno maggiore interesse e curiosità nel pubblico, finché un agente di polizia intimò all’uomo di smetterla senza un attimo d’indugio; a cui l’uomo obbedì ipso facto. Ma il dì seguente passò di nuovo seguitando ad agitare con la massima leggerezza e vivacità il suo campanellino di bronzo.
Intorno a quest’affare che sembra della massima semplicità e d’importanza trascurabile, s’era levato un grande strepito e la popolazione a poco a poco si trovò divisa in due squadre pro e contro l’uomo del campanello. Ritenevano i più trattarsi di un sordomuto che intendeva con quel mezzo gentile, corretto e grazioso comunicare coi propri simili, produrre la sua parte di rumore nel generale trambusto, assumere il suo piccolo ruolo nell’umano consorzio rumorosissimo, dimostrandosi uomo civile e socievole nel più alto grado.
Altri invece parlavano di un delinquente raffinato, straordinario, come non era mai capitato al mondo. Chi sa quali mostruose macchinazioni  si celavano sotto quell’apparente, innocentissimo suono: un uomo dunque da togliere dalla circolazione senza pensarci un secondo per evitare danni incalcolabili alla società.
Altri infine assicuravano essere perfettamente vano ogni sforzo e ogni intervento, essendo l’uomo del campanello niente altro che il diavolo vento in terra perché ormai in possesso della corrotta umanità al completo, tanto che un brigadiere, e questa volta con ragione di accusa per disobbedienza agli agenti dell’ordine, dichiarò l’uomo del campanello in stato d’arresto.
Fra i processi singolari quello dell’uomo col campanello, negli annali della giustizia occupa un posto a sé. Più di un avvocato si offrì spontaneamente di difenderlo d’ufficio.
Osservò il suo difensore: «Di fronte alle campane che cosa diviene mai quel minuscolo campanello? Non bisogna dimenticare quelli che passano cantando o che a fischiare si dilettano. È rivolta la loro attività ad uno scopo preciso? pratico, indispensabile, utilitario? No, eppure, ch’io mi sappia, nessuno pensò mai di dichiararli in arresto.»

Infine, il presidente intimò, come appello definitivo: «Dica l’uomo il perché del suo proposito, se intende beneficiare della clemenza della legge.»
Quindi, si rivolse all’uomo in tono persuasivo, paterno: «Forniteci dunque una spiegazione plausibile del vostro contegno, e con tutta la nostra comprensione e benevolenza vi verremo incontro. Uscirete assolto per inesistenza di reato.»
L’uomo, che al momento dell’arresto era stentarello, magrolino e palliduccio, s’era straordinariamente ingrassato; la sua faccia appariva addirittura congestionata tanto era rossa e tonda: alzò un braccio, e il suo movimento produsse nell’aula quel silenzio glaciale che incute terrore quando si produce nella folla di un luogo come quello. Innumerevoli occhi divenivano sempre più grandi quasi volessero uscire dalle orbite per colpire come proiettili qualcuno. Alzò un braccio l’imputato, e portata una mano alla bocca ne estrasse senza visibile difficoltà un piccolissimo campanello che si pose ad agitare gioiosamente e lesto lesto: dindilindilindilindilindilin…

Aldo Palazzeschi, L’uomo dal campanello, Tutte le novelle, Mondadori

Anonimo/a, La violenza maschile come vizio morale, non come malattia (Le parole e le cose)

“Gli esseri umani preferiscono i loro simili. Non gli altri esseri umani. Ma quelli, fra gli esseri umani, che sono più simili a loro. I ricchi preferiscono i ricchi, i bianchi i bianchi, i maschi i maschi. Questa preferenza non è un gusto sullo sfondo di un’imparzialità. Non è che trattiamo tutti in maniera eguale, nelle sfere rilevanti (nella politica, nella distribuzione di risorse essenziali), ma preferiamo, se dobbiamo andarci a cena, chi ci è simile socialmente, culturalmente, per genere ed etnia. Preferiamo chi ci è simile a scapito di chi ci è dissimile, spesso senza neanche saperlo. Questo tipo di preferenze, che potremmo chiamare tribali, da un lato sono del tutto irriflesse e si perdono nel passato distante delle nostre origini evolutive, dall’altro portano spesso ad atteggiamenti anche sottilmente violenti. Katherine Kinzler e i suoi colleghi hanno mostrato che già a cinque mesi i bimbi preferiscono compagnie prive di accento, a partire da dieci mesi accettano più volentieri un giocattolo da chi parla bene la loro lingua, e dai cinque anni prediligono amichetti senza accento straniero.”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39914

Miranda Demichelis, Zero from the block: l’ode a Rebibbia di Zerocalcare (Angologiro)

“Zerocalcare è il ragazzo prodigio del fumetto italiano (o della graphic novel, che dir si voglia) incensato da pubblico, critica e vendite stellari. La sua penultima prova, Scheletri (Bao Publishing, ottobre 2020), a una settimana dall’uscita conquista il titolo di volume più venduto in Italia, sfiorando le 13.000 copie. Non è una novità: dall’esordio con La profezia dell’armadillo (Bao Publishing, 2011) Zerocalcare spopola e vende, e vende tantissimo, specialmente se si considera il pregiudizio denigratorio tradizionalmente associato al genere del fumetto e il background culturale che potrebbe sembrare indispensabile per capire e apprezzare le sue opere.”

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https://angologiroofficial.wixsite.com/home/post/zero-from-the-block-l-ode-a-rebibbia-di-zerocalcare

Le figurine di Radiospazio. Betsabea

Rembrandt, Bestabea

Davide la guardò lungamente, non soltanto con bramosìa ma anche con timore o forse con l’intento di soppesarla, così come aveva guardato i Filistei prima della battaglia di Keila. Ella si era tolta il velo e l’aveva attorcigliato intorno alla mano destra.
— Come ti chiami? — disse alla fine.
– Betsabea. Il mio sposo è Uria, l’eroe.
Davide fece cenno alle guardie che s’allontanassero, voleva rimanere solo con lei..
– Quanti anni hai?
– Diciannove. Uria mi comprò da mio padre quando ne avevo tredici. Allora non immaginava quanto sarei diventata bella.
– Sai danzare? — chiese re Davide
Ella cercò di catturare lo sguardo dei suoi occhi socchiusi, ma le fessure fra le palpebre erano troppo sottili, egli sembrava aver cura del proprio sguardo come se avesse un valore inestimabile.
– È mia consuetudine danzare per Uria. Egli beve vino e io danzo.
– Tu danzerai per me, – disse il re con voce rauca e torbida
Allora Safan andò a prendere la sua cetra, e si appoggiò contro la colonna di fianco al sedile del re. La musica fluiva come olio santo e cinguettio d’uccelli dalla sua mano destra. Mentre suonava teneva lo sguardo sul re, quel povero re così facile a turbarsi. Si vedeva chiaramente che gli era accaduto qualcosa, somigliava a un animale caduto nella rete. Safan provò un desiderio quasi invincibile di accostarsi a lui e carezzargli i capelli e cullargli il capo contro il proprio petto, quasi si sentisse soffocare dalla tenerezza.
No, una danzatrice proprio non lo era. Si muoveva lenta, quasi goffa; i suoi piedi di trascinavano sul piancito di cedro, ripetutamente sollevava le braccia e si passava le dita nella pesante e lucente capigliatura, come se questa avesse potuto sollevarsi nella danza lieve e quasi sospesa nell’aria che ella stessa non era capace di eseguire; il suo ventre e le sue anche parevano rigide di castità.
Ma quando Safan accelerò il tempo con la mano destra e quando permise che le dita iniziassero a pizzicare veloci le budella di cammello ritorte, allora Betsabea finalmente lasciò cadere a terra il mantello con un suono schioccante e sibilante che parve riecheggiare, ripetuto e rafforzato, dalla gola e dalla bocca semiaperta del re.
Safan, che era l’unico a possedere la capacità di vedere gli occhi del re e di comprenderne lo sguardo, osservò come egli dapprima fissasse attentamente il volto di Betsabea e quindi il suo grembo, vide come la sua attenzione errasse fra questi due poli: il volto coperto da un profondo rossore e il grembo coperto di riccioli neri, lucenti; nel suo cuore in fiamme e straripante di emozioni egli sembrava cercare un punto d’unione fra il volto e il grembo, lo spirito e la carne, un modo di congiungerli e fonderli insieme.
D’improvviso, con una veemenza che forse dipendeva dalla paura di esplodere per la spaventosa pressione interiore, il re gridò a Betsabea che smettesse di danzare. Ella si arrestò immediatamente, ansimava e somigliava ad un bimbo confuso ma nello stesso tempo pieno di speranza, con le palme delle mani si sollevò i seni, che in realtà non avevano alcun bisogno di essere sostenuti.

Torgny Lindgren, Betsabea, ed Iperborea; trad. C. Giorgetti Cima

Angelo Paura, Chi crede ai rettiliani? (Il Tascabile)

“Nel 2013 il magazine The Atlantic ha pubblicato un articolo satirico con un test per smascherare i politici rettiliani e, allo stesso tempo, capire se si è parte di questa stirpe senza saperlo. Tra i tratti da prendere in considerazione ci sono i capelli o i peli rossi, gli occhi verdi, ma anche l’interesse per la scienza e lo spazio e la capacità di “mandare in tilt strumenti elettronici”. Lo stesso anno, una ricerca del Public Policy Polling dimostrava come oltre 12 milioni di americani, il 4% della popolazione, credesse che la politica fosse controllata dai rettiliani.”

Leggi l’intero articolo:
https://www.iltascabile.com/societa/chi-crede-rettiliani/

Giuseppe Porrovechio, La società dei consumi ci rende disumani e indifferenti, ci dimostrò Pasolini (The Vision)

“Il 10 giugno 1974 Pier Paolo Pasolini esordì, dopo più di un anno di collaborazione, sulla prima pagina del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Gli italiani non sono più quelliscritto dopo il referendum sul divorzio. La vittoria dei voti contrari all’abrogazione aveva portato Pasolini a sottolineare come ciò non costituisse un successo del laicismo, del progresso e della democrazia, ma la dimostrazione che i ‘“ceti medi” fossero radicalmente cambiati: i loro “valori positivi” erano scomparsi.”

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/consumi-societa-pasolini/

Perché è importante scrivere a mano (e scrivere bene)

Oggi, scrivere sembra diventato un optional: sempre meno scuole prestano attenzione ad insegnare un buon corsivo e, dal resto del mondo, le notizie non sono incoraggianti: pare che in diversi istituti americani e finlandesi si stiano valutando soluzioni tecnologiche per scrivere, superando di fatto la scrittura a mano. Contestualmente, negli anni abbiamo assistito ad un aumento impressionante dei casi di difficoltà di lettura e scrittura.
  • La scrittura è giunta al termine?
  • E’ tempo che il pc porti all’estinzione definitiva di penna e matita?
Queste sono le domande che ci siamo posti, e su cui ci piacerebbe far riflettere anche te. Dalla riflessione scientifica, che negli ultimi anni (e specialmente in quest’ultimo periodo) sta animando l’ambiente pedagogico, abbiamo tratto alcuni spunti. Leggi l’intero articolo: https://portalebambini.it/calligrafia/?fbclid=IwAR2ySruvRXUk15TZxhphIpxIp2-vCoRZ7Kp7I4KVF7WIvzV-_hAZbyQU1xE

Le figurine di Radiospazio. Poveri ricchi

George Bernard Shaw
Mi hanno querelata! Benissimo; lei conosce la mia norma inderogabile: combattere l’avversario fino all’ultimo sangue, qualsiasi cosa costi. Porti la causa fino alla Camera dei Lord, se occorre. Vede, mio caro, una donna ricca come me non può permettersi proprio nulla. Io devo lottare per difendere dal primo all’ultimo soldo che posseggo. Mendicanti, ricattatori, scrocconi, enti benefici, benemeriti al valore civile, cause politiche, leghe, istituzioni d’ogni genere possibile e immaginabile si lambiccano il cervello dalla mattina alla sera per cercar di farmi morire dissanguata. Basta che molli per un attimo, che ceda un centesimo perché a capo d’un mese io sia sul lastrico. Tutti gli anni verso cinque sterline per la Difesa del Contribuente, ma niente più: neanche un soldo di più. Lei deve sempre attenersi alle istruzioni ricevute; prevenire ogni azione, bloccare ogni richiesta di risarcimento con una controrichiesta dieci volte superiore. Non ho altro modo per poter scrivere a piene lettere sul cielo: “Indietro, borsaioli!”

George Bernard Shaw, La miliardaria

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, Yomeddine (Il giorno del giudizio). Farmaci, antidoti e antiveleni

http://www.youtube.com/watch?v=Zp0RiGR0sew

Un film che è un viaggio in un mondo che sta oltre, celato nelle disumanizzanti trasformazioni di una realtà fatta di economia, denaro e numero che tutto sommerge a partire da affetti, sentimenti e relazioni intime di cui siamo caldamente invitati a vergognarci perché poco o punto “produttive”. Quindi è un viaggio finalmente dentro di noi  che diventa un farmaco, un antidoto efficace contro i veleni che questo capitale come impazzito ci installa giorno dopo giorno.
Un bel film che mostra un deserto, quello egiziano, pieno di vita, basta saperla guardare o aspettare, una metafora di quello che siamo dunque, basta capirla.
Un bambino abbandonato in un periferico lebbrosario con la promessa mai realizzata di tornarlo a prendere, si mette alla ricerca della sua famiglia insieme ad un orfano nubiano anch’esso perduto e abbandonato. Ritroveranno il proprio passato ma soprattutto sé stessi prima di ritornare al loro ondo, quel lebbrosario dove esistono gli affetti, i loro affetti, e dove quindi, paradossalmente, non c’è spazio per la disperazione, quella che invece sembra minacciare tutti noi.

Maria Dolores Pesce

Lucia Brandoli, Dobbiamo usare la poesia per vivere, non come didascalia dei post di Istagram (The Vision)

Forse si potrebbe creare un mercato realmente alternativo, mostrando la necessità di leggere poesia e suscitando quindi il desiderio di utilizzarla, esperirla, sostenerla, acquistarla, partecipandoci. E con suscitando il desiderio di leggere poesia non parlo di poesia comica, performance o cose instagrammabili alla Francesco Sole – che peraltro almeno i numeri li fa a differenza di tanti autori wannabe influencer. Il punto è sempre l’intenzione che muove le azioni. Vuoi scrivere poesia o vendere? Le due cose non devono per forza escludersi, sia chiaro. Anche se l’esperienza che abbiamo sotto gli occhi raramente non lo conferma. Forse, però, l’obiettivo primario della poesia non dovrebbe essere l’andare incontro ai gusti del grande pubblico per essere venduta, quanto andarli a nutrire. Forse la poesia non è affatto un “prodotto culturale”, ed è per questo che non si riesce a vendere come gli altri generi e a trasformare in maniera efficace in merce.”

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/leggere-poesia-instagram/

Lo scandalo ai tempi di You Tube

https://www.youtube.com/watch?v=hsjRg1XatAE
“Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.” (Marco, 9, 42)

Meno drastiche delle parole evangeliche, anzi formulate con manageriale cordialità, sono arrivate quelle di You Tube. Oggetto: un video pubblicato su Radiospazio due anni fa. Questo il testo ricevuto ieri via mail: “Salve alberto gozzi, Come forse saprai, le Norme della community descrivono quali contenuti sono consentiti e quali non sono consentiti su YouTube. Il tuo video Christa Ludwig; An die Musik; Franz Schubert (creato con Spreaker) ci è stato segnalato per la revisione. Dall’esame è emerso che il video potrebbe non essere adatto a tutti gli spettatori ed è stato quindi sottoposto a un limite di età.”

Il video in questione è un lied di Franz Schubert intitolato “Ad die musik”, “Alla musica”. Ecco il testo che potrebbe turbare i minori (già che ci siete, ascoltatelo, è una delle più alte composizioni schubertiane):


Arte meravigliosa, in quante ore grigie, 
Quando il vortice selvaggio della vita mi opprime,
hai infiammato il mio cuore di caldo amore,
mi hai trasportato verso un mondo migliore,
trasportato verso un mondo migliore.
Spesso un sospiro uscente dalla tua arpa,
un tuo dolce, divino accordo,
Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Mi ha schiuso il cielo dei tempi migliori.
Arte meravigliosa te ne sono grato,
Arte meravigliosa, ti ringrazio.

Per la verità, la mail di You Tube contiene un elemento di dubbio:
“Se credi che si tratti di un errore, ci piacerebbe conoscere la tua opinione. Per fare ricorso contro il limite di età, invia questo modulo. Il nostro team esaminerà il ricorso e ti ricontatterà a breve”, ma viene da chiedersi su che base operi la censura telematica: sceglie un video a caso scandendo una filastrocca sul genere di “Ambarabàciccìcoccò/ tre civette sul comò”? Ovviamente non farò ricorso, è impossibile ragionare con un algoritmo idiota. La cosa preoccupante è che questo algoritmo è stato ideato da un team di esseri umani, ma forse no.

Il video della domenica. Georges Brassens, La cattiva reputazione (con testo italiano) 2’15”

Al paese, senza menar vanto,
Ho una cattiva reputazione.
Che mi agiti o resti fermo
Passo per un non-so-che.
Eppure non faccio torto a nessuno
Per la mia strada d’ometto tranquillo.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.

Tutti sparlano di me,
A parte i muti, naturalmente.

Il giorno del 14 luglio
Me ne resto in panciolle a letto;
Della musica che marcia al passo
Non me ne importa nulla.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non ascolto squillar la tromba.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi segnano a dito,
A parte i monchi, naturalmente.

Quando incrocio un ladro sfigato
Inseguito da un bifolco,
Allungo la gamba e, perché non dirlo?
Il bifolco si ritrova per terra.

Eppure non faccio torto a nessuno
Lasciando scappare chi ruba una mela.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti mi s’avventano addosso,
A parte gli sciancati, naturalmente.

Non serve esser Geremia
Per indovinare la mia sorte:
Se trovano una corda di loro gusto
Me la passeranno al collo.
Eppure non faccio torto a nessuno
Se non seguo le strade che portano a Roma.
Ma alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro,
No, alla gente perbene non piace
Che si segua altra strada che la loro.
Tutti verranno a vedermi impiccato,
Tranne i ciechi, naturalmente.

Narrativa. David Foenkinos, L’insegnante e il vuoto (frammento)

Forse il suo mestiere d’insegnante era semplicemente più difficile di un tempo? Si sentiva sempre più spesso parlare di genitori che si lamentavano e che a volte diventavano violenti. I professori finivano per essere lo sfogo di una società in crisi. Ma no, niente di tutto questo. Valérie non aveva mai incontrato il minimo problema nella sua scuola. Aveva sempre trovato studenti attenti e desiderosi di apprendere. Quando le avevano proposto una cattedra a Parigi, in una scuola molto più vicina a casa sua, aveva preferito restare a Villejuif, dove aveva i suoi punti di riferimento, dove era contenta di seguire il percorso di certi studenti ai quali era particolarmente affezionata. Allora perché aveva perso il gusto di comunicare?
Qualche mese prima, si era confidata con una collega che insegnava spagnolo, una donna un po’ più anziana di lei con la quale era in amicizia. «Questo tuo sentimento è del tutto normale», le aveva detto l’amica, «È comune a tutti gli insegnanti, prima o poi. La nostra è una vita professionale basata su una routine legata al calendario; si rientra sempre a settembre, le vacanze nelle solite date, si ha l’impressione che gli anni scivolino via gli uni sugli altri e che la vita scorra sempre uguale, senza nessun ostacolo. Dipende da te fare in modo che questo cambi. Puoi portare i tuoi studenti in gita scolastica, innovare, inventare delle cose…»
La sua collega non aveva torto. Valérie si sentiva schiacciata dalla routine e non cercava di reagire, mentre invece aveva un notevole margine di manovra. Finalmente si decise a portare i suoi studenti ad Auschwitz. Questa iniziativa aveva motivato la classe, gli studenti sembravano trasfigurati all’idea di questo viaggio nella memoria dell’orrore. Tuttavia Valérie si ricordava perfettamente che una sera, nella sua camera d’albergo, a Cracovia, non era riuscita a scacciare il sentimento di un vuoto assoluto. Qualcosa mancava terribilmente alla sua vita, ma non sapeva che cosa.

David Foenkinos, La famille Martin, Gallimard

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