Le figurine di Radiospazio. Cose che accadono in strada

Il signor K., parlando della cattiva abitudine di mandar giù in silenzio le ingiustizie, raccontò questa storia. Un passante incontrò un bambino in lacrime e gli chiese il motivo della sua pena. «Avevo messo insieme due soldi per andare al cinema,» disse il ragazzo , «quando mi si avvicinò un giovane e me ne strappò uno di mano.» E indicò un giovane che si poteva vedere a qualche distanza. «E non hai chiamato aiuto?» chiese il passante. «Certo,» disse il bambino singhiozzando più forte. «E non t’ha udito nessuno?» gli chiese il passante accarezzandolo amorevolmente. «No, » singhiozzò il ragazzo. «Davvero non puoi strillare più forte?» domandò l’uomo. «Allora dammi anche quest’altro». Gli prese di mano l’ultimo soldo e continuò tranquillamente la sua strada.

Ute Lemper, La ballata di Mackie Messer (dall’Opera da tre soldi, di Bertolt Brecht)

Mostra I denti… il pescecane, E si vede… mm… che li ha, Mackie Messer… ha un coltello Ma vedere… no no no no non fa. Sulla spiaggia… go… di Long Island, Giace un tale… a mezzo dì, Stamattina… lo sappiamo, Mackie Messer… era lì. Han trovato… go… Jenny Towler, Strangolata… sul bidet, Che sia stato… Mackie Messer Testimoni… no no no non ce n’è. A Schmul Meyer… l’industriale Un ignoto… un dì sparò Mackie spende… il capitale Ma provarlo… no non si può Sei bambini… son bruciati Nell’incendio… di Brooklin, Che sia stato… Mackie Messer Testimoni non ce n’è. Vedovella… minorenne, Il cui il nome… ognuno sa, Ci rimise… un dì le penne, Ma la colpa… chi l’avrà

Vanni Codeluppi, I pericoli dell’ignoranza (Doppiozero)

La volontà di mantenere la popolazione nell’ignoranza sembra essere al centro di quel progetto populista che viene portato avanti da qualche anno da una fetta consistente del mondo politico contemporaneo. Mentre promette alle persone di farle partecipare, infatti, la politica oggi toglie loro quegli strumenti culturali senza i quali non sono in grado di raggiungere un reale livello di partecipazione. Conseguentemente, smantella l’istruzione pubblica (lasciando crollare il tasso di educazione fornita dalla scuola), indebolisce tutte le istituzioni culturali (privandole di fondi adeguati), ostacola lo sviluppo di un’informazione libera e, soprattutto, fa sparire dai media qualsiasi contenuto di tipo culturale”.

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https://www.doppiozero.com/rubriche/1919/201912/i-pericoli-dellignoranza

MEMORANDUM per le elezioni regionali Emilia-Romagna. L’avvertimento del vicesindaco leghista di Ferrara Nicola Lodi

https://www.tpi.it/politica/vicesindaco-ferrara-minaccia-giornalisti-video-20200125534332/?fbclid=IwAR1GwsN9VUOgp_JzsLXd9kPMn5TU6eHDQNuwZvHLBmZgn2QGPojnNElyxWQ

Mia Martini, La canzone popolare (1995)

Alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c’è qualcosa da dire ancora
se c’è qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c’è qualcosa da dire ancora
ce lo dirà
se c’è qualcosa da imparare ancora
ce lo dirà.

Sono io oppure sei tu
che hanno mandato più lontano
per poi giocargli il ritorno
sempre all’ultima mano
e sono io oppure sei tu
chi ha sbagliato più forte
che per avere tutto il mondo tra le braccia
ci si è trovato anche la morte
sono io oppure sei tu
ma sono io oppure sei tu.

Alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c’è qualcosa da dire ancora
se c’è qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c’è qualcosa da capire ancora
ce lo dirà
se c’è qualcosa da chiarire ancora
ce lo dirà.

Sono io oppure sei tu
la donna che ha lottato tanto
perché il brillare naturale dei suoi occhi
non lo scambiassero per pianto
e invece io, lo vedi da te
arrivo sempre l’indomani
e ti busso alla porta ancora
e poi ti cerco le mani
sono io, lo vedi da te
mi riconosci, lo vedi da te.

Alzati che sta passando la canzone popolare.

Sono io sono proprio io
che non mi guardo più allo specchio
per non vedere le mie mani più veloci
né il mio vestito più vecchio
e prendiamola tra le braccia questa vita danzante
questi pezzi di amore caro
quest’esistenza tremante
che sono io e che sei anche tu
che sono io e che sei anche tu.

Alzati che si sta alzando la canzone popolare.

Alzati che sta passando la canzone popolare
se c’è qualcosa da dire ancora
ce lo dirà
se c’è qualcosa da chiarire ancora
ce lo dirà
se c’è qualcosa da cantare ancora
si capirà.

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Epitaffio per Raimondo T.

Raimondo T.

Trascorse gran parte della sua vita in azienda
dimenticato in un ufficio che col tempo aveva arricchito
(non senza qualche critica dell’Ufficio personale)
di piante esotiche, collane papua e tronchi in forma
di Leviatani mostruosi modellati da risacche lontane.
Assolveva i suoi compiti manageriali
con tiepida puntualità, preferendo
a quelle pratiche sempre così uguali
la lettura dei romanzi di Joseph Conrad
(poteva citare a memoria ampi brani di Lord Jim
e non solo).
Il suo fisico, rinvigorito e abbronzato
da queste letture,
era molto apprezzato dalle colleghe del settimo piano,
alle profferte più o meno esplicite delle quali rispondeva:
«Grazie, ma sto appunto per imbarcarmi».

Davide D’Alessandro, Intervista con Emanuele Severino (Il Foglio)

“Ogni giorno il mio lavoro è guardare il tempo. La morte è l’apparire della Gioia”.

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https://www.ilfoglio.it/filosofeggio-dunque-sono/2019/04/07/news/filosofeggiando-con-emanuele-severino-248074/

Le figurine di Radiospazio. La soglia del crepacuore

Dopo avere sopportato tutto quello che credeva possibile sopportare, c’era dell’altro ancora; un’esistenza precedente gli aveva abbassato la soglia che porta al crepacuore. Ah, la dolce padronanza della vita… Se solo fosse riuscito ad averla! Quanto più soffriva, per frequenti o sinceri che fossero i suoi propositi di cambiare, tanto più soffriva. Per qualsiasi motivo, sconosciuto o imprevedibile. Non s’illudeva, era lui la sua cattiva causa, causa di ciò che gli causava dolore («Ovunque io fugga è Inferno; sono io stesso Inferno»);a un certo punto del suo percorso aveva errato, di lì la sua vita era stata una serie, sempre più fitta, di sbagli. E quando Levin errava le conseguenze erano gravi, e non contavano le mille volte che si riprometteva di prendere la vita più alla leggera, di cercare meno freneticamente una presa buona per atterrarla. Rideva seriamente e soffriva allegramente, miserere.”

Giulia Rusconi, Atto unico (Le parole e le cose)

Una poesia che usa i materiali e il linguaggio del teatro; forse si potrebbe ricrearla, raccontarla, agirla in palcoscenico.

Un oggetto di scena
Sopra il tavolo c’è una cartella
clinica dentro una plastica rosa.
È snella: la patologia non è grave
ma lo spessore lo danno
i pensierini che mai lei dimentica
di portare. Fogliettini colorati
con piccole poesie, brevi fumetti
ritagliati, bigliettini baciati
di nascosto prima di entrare in scena.

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http://www.leparoleelecose.it/?p=37518#more-37518

Italo Testa, Contro la poesia (Le parole e le cose)

“Che cosa sta accadendo? La poesia, fino a ieri cenerentola dell’industria culturale contemporanea, è forse pronta a essere incoronata dal principe dell’estetizzazione? Una semplice estensione alla poesia odierna delle tesi di Franco Fortini, già riprese da Walter Siti e Valerio Magrelli, sul surrealismo di massa gestito da televisione e nuovi media – una sorta di avanguardia per tutti che utilizzerebbe parassitariamente le tecniche della finzione letteraria neutralizzandone il potenziale dirompente “

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http://www.leparoleelecose.it/?p=37502#more-37502

Davide Ferri, Huma Bhabha Gagosian / Roma (Flash Art)

“The Company” è la prima mostra a Roma di Huma Bhabha, e arriva dopo un percorso della notissima artista di origini pakistane già piuttosto lungo. Il suo linguaggio è andato formulandosi nel solco delle pratiche legate al Post-Human e all’anti-monumentalità – dunque due momenti nodali della storia dell’arte recente, a cavallo tra anni Novanta e Duemila, che possono offrire il fianco a rapide e approssimative definizioni – senza risultarne troppo invischiato. La mostra individua e sottolinea alcune specificità che da sempre appartengono alla sua poetica: un’idea di scultura veloce (uno dei suoi materiali d’elezione è da sempre il polistirolo, che permette una certa agilità compositiva), tendente alla performatività e a un flusso di coscienza che fa agglutinare attorno alle sue figure uno spettro di rimandi molto ampio – dall’arte primitiva e arcaica afferente a tradizioni diverse, fino al fumetto e al cinema horror”.

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https://flash—art.it/article/huma-bhabha-gagosian-roma/

Le figurine di Radiospazio. La figlia attrice

A sedici anni decise che voleva fare l’attrice. Ne parlò con suo padre mentre questi giocava a scacchi, sperando che la concentrazione nel gioco avrebbe neutralizzato la sua reazione. Ma lui lasciò cascare il re e impallidì. Poi disse, molto freddamente e con calma: «Ma ti ho visto nella recita a scuola, e non mi pare che tu sia una brava attrice. Recitavi solo una versione esagerata di te stessa. E poi sei ancora una bambina, non una donna. Sembravi mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti mascherata con i vestiti di tua madre, per gioco». «Ma sei stato proprio tu una volta a dire che quello che ti piaceva delle attrici era che sono delle donne esagerate. E ora usi questa stessa frase contro di me, per giudicarmi». Renate parlava con veemenza, e mentre parlava il suo senso dell’ingiustizia cresceva. Prese la forma di una lunga accusa. «A te le attrici sono sempre piaciute. Passi tutto il tempo con loro. Una sera ti vidi lavorare a un giocattolo basato su un gioco di specchi. Pensavo che fosse per me. Io ero quella a cui piaceva guardare nei caleidoscopi. Ma tu lo desti a un’attrice. Una volta non hai voluto portarmi a teatro, dicesti che ero troppo giovane, eppure vi portasti una ragazza della mia scuola, e lei mi mostrò i dolci e i fiori che le mandasti. Tu vuoi soltanto che io rimanga bambina per sempre così che resti in casa a rallegrarti». Non parlava come una bambina arrabbiata con il padre perché lui non credeva nel suo talento, ma come una moglie o un’amante tradita. Si agitava e si arrabbiava sempre di più fino a che non si accorse che suo padre era impallidito, e si portava le mani al cuore. Spaventata, s’interruppe, corse a prendere la medicina che l’aveva visto usare, gli diede le gocce, e poi gli s’inginocchiò accanto e disse dolcemente: «Papà, papà, non inquietarti. Era solo una finzione. Una messa in scena per provarti che potrei essere una buona attrice. Vedi, mi hai creduto, era solo per finta».

Epitaffio per Nerina B.

Nerina B.

Visse per anni trentacinque in mansarda.
Di tanto in tanto qualche uomo affrontava l’impresa
e saliva quegli ottantaquattro gradini smoccolando.
Non senza pena ridusse il suo già modesto tenore di vita.
Affittò finalmente un bilocale con ascensore.
Lo arredò con amore e molto buon gusto
(così almeno le parve).
“Ecco!”, si disse, e se lo rimirò.
Da quel giorno il telefono tacque, e così il campanello.

Galleria. L’appuntamento

Non era più tanto giovane, se lo ripeteva, e alla sua età avrebbe dovuto sapere che non si accetta un appuntamento con una persona che si è conosciuta in treno.  Mabel, la sua migliore amica si era prima scandalizzata, poi preoccupata: “Nel migliore dei casi è un truffatore che ti prosciugherà il conto corrente,  nel peggiore un assassino .” Mentre l’amica continuava a parlare tentando di dissuaderla, Ethel passava in rassegna gli uomini della sua vita; non ci aveva messo molto, erano stati solamente due: il primo, l’aveva sposato dopo cinque anni di fidanzamento ma si era dileguato dopo sette mesi di matrimonio; il secondo, un vecchio, caro collega divorziato che diceva di averla amata in silenzio per vent’anni, si era dileguato quasi subito in preda alla nostalgia della moglie. Mentre aspettava, Ethel sorrideva pensando ai timori assurdi di Mabel sul suo conto corrente, che era in rosso, così come la sua vita. Sorrideva anche allo sconosciuto che non sarebbe venuto, ma che le aveva fatto palpitare il cuore quando era uscita di casa dopo essersi fatta carina. Adesso, il cuore si era rimesso tranquillo. Poteva tornare a casa.

Visita le altre stanze della Galleria:
https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=galleria&submit=Cerca

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