Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 6ª e ultima puntata. 9’

 

tristan vox stelloncino 6ª per blog

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Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. Una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta prende a perseguitare Tristan Vox, dapprima con lettere amorose poi con deliranti disegni pornografici che destabilizzano il fragile conduttore. Per di più, sui giornali compare la foto di un bel giovanotto presentato come Tristan Vox – niente a che vedere con l’insignificante Robinet. L’impostore (perché di questo si tratta) e il conduttore si confrontano: il primo chiede un risarcimento per abuso della sua immagine. Alla fine del colloquio, Jeanine, la tirannica segretaria di Tristan Vox, si getta dalla finestra. In punto di morte confessa: esistono due Isotte; la prima, quella delle lettere amorose, era la moglie di Tristan, la seconda, quella dei disegni porno, era lei stessa, Jeanine. Ma perché? Le due donne non sopportavano più di vivere accanto a un uomo che si nascondeva al mondo, ciascuna a suo modo aveva cercato di provocarlo, di farlo uscire allo scoperto.
Dopo la morte di Jeanine, Robinet decide di abbandonare il campo e si ritira con la moglie in uno sperduto paesino di campagna.

Vivere sul piatto. EDWIN A. ABBOTT, FLATLANDIA

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Flatlandia, come dice chiaramente il nome, è un mondo piatto. Con questo non s’intende qualcosa di simile alla pianura padana, senza monti né colline; no, dico proprio piatto come un foglio. Anzi, se vogliamo essere esatti, Flatlandia è precisamente un immenso foglio quadrato. Non si deve pensare che i suoi abitanti vi passeggino sopra sporcandolo con le scarpe, per la buona ragione che sono delle figure geometriche, cioè a due dimensioni – a noi sembrano poche perché siamo abituati (direi peggio: morbosamente affezionati) alle nostre protuberanze ma leggendo Abbott ci si rende conto che la bidimensionalità non impedisce una vita sociale ricca e articolata. Quella di Flatlandia è fortemente strutturata in classi sociali. Fino a qualche decennio fa anche nel nostro mondo tridimensionale le appartenenze si riconoscevano a colpo d’occhio: il signore dell’alta borghesia col macchinone, il poveraccio coi calzoni strappati – oggi è più difficile perché i macchinoni li comprano prevalentemente i calciatori e gli strappi nei pantaloni possono costare moltissimo. A Flatlandia, invece, basta un colpo d’occhio: i triangoli sono gli operai, i poligoni, i professionisti… Più aumentano i lati e più si sale nella scala sociale. Neanche a dirlo, i circoli sono i Sacerdoti che governano il paese. Dimenticavo: le donne sono segmenti. La misoginia di Abbott è talmente feroce che raggiunge la satira (giocata dall’autore con l’impassibilità dei veri comici). Di lui non dirò nulla di più se non che è vissuto dal 1838 al 1926. Altre notizie le potrete trovare in rete. Un’ultima nota: piacque molto a quel grande scrittore che fu Giorgio Manganelli.

La massima lunghezza o larghezza di un abitante adulto della Flatlandia sì può calcolare all’incirca in ventotto dei vostri centimetri. Trenta centimetri può considerarsi un’eccezione.
Le nostre Donne sono delle Linee Rette.
I nostri Soldati e gli Operai delle Classi Inferiori sono dei Triangoli con due lati uguali, ciascuno della lunghezza di ventotto centimetri circa, e un terzo lato, o base, così corto (spesso appena più lungo di un centimetro) da formare al vertice un angolo assai acuto e temibile. E specialmente quando le loro basi sono di tipo infimo (cioè lunghe non più della terza parte di un centimetro) è difficile distinguerli dalle Linee Rette, o Donne, tanto acuminati sono i loro vertici. Da noi, come da voi, questi Triangoli si distinguono dagli altri col nome di Isosceli, e così mi riferirò ad essi nelle pagine che seguiranno.
La nostra Borghesia è composta da Equilateri, ovvero da Triangoli dai lati uguali.
I nostri Professionisti e Gentiluomini sono Quadrati (classe a cui io stesso appartengo) e Figure a Cinque Lati, o Pentagoni.
Subito al disopra di costoro viene l’Aristocrazia, divisa in parecchi gradi, cominciando dalle Figure a Sei Lati o Esagoni per continuare, via via che il numero dei lati aumenta, fino a ricevere il titolo onorifico di Poligonali, o dai molti lati. Infine, quando il numero dei lati diventa tanto grande, e i lati tanto piccoli, che la Figura non è più distinguibile da un Cerchio, si entra a far parte dell’ordine Circolare o Sacerdotale; e questa è la classe più elevata di tutte.

Edwin A. Abbott, Flatlandia, Adelphi, traduzione Mascolino D’Amico

Com’è profondo quel cabaret! TIGER LILLIES, BULLY BOYS

tiger lillies. BULLY BOYS

https://www.youtube.com/watch?v=zhrGspR0yQo

La parola cabaret evoca, per molti, spettacoli televisivi con vocianti ragazzi volonterosi e troppo sovreccitati.
Non è sempre stato così, per fortuna; basta pensare al grande cabaret espressionista che rivive nell’opera dei Tiger Lillies, una formazione inglese nata alla fine degli anni ‘80 fondendo vaudeville, opera e musica gitana. Il suo solista gioca vocalmente e scenicamente una gamma straordinaria di identità con la sicurezza del grande interprete teatrale.

Il video della domenica. Marilyn in salsa giapponese. KEIICHI TANAAMI. GOOD-BY, MARILYN (1971)

Senza titolo

http://www.ubu.com/film/tanaami_marilyn.html

Un mito non può dirsi davvero tale se non viene continuamente riscritto. Quello di Marilyn Monroe lo fu, anzi lo è. Fra le sue innumerevoli declinazioni c’è anche quella di Keiichi Tanaami, grande artista multigenere, graphic designer, illustratore, videoartista che si affermò fin dagli anni ’60.
Good-by Marilyn nasce da una costola della pop art ma con un forte gusto della contaminazione; l’esecuzione in giapponese della canzoncina yè-yè che accompagna il video conferisce a questo piatto d’annata un forte retrogusto di ironia.
Il video ricorda indiscutibilmente Warhol e Tanaami paga francamente il suo debito al Maestro del quale ebbe a dire: “Le sue strategie erano identiche quelle impiegate da agenzie di pubblicità. Ha usato icone contemporanee come motivi nelle sue opere e per altre sue imprese multimediali come film, giornali e gruppi rock. In altre parole, Warhol stava vendendo le sue opere al mercato dell’arte. Rimasi sconvolto da questa intuizione, era il modello su misura per me.”

La zanzara che provò a essere iena, tragicomica favoletta mediatica

libreria blog

Nel corso di una puntata de “Le iene”, Enrico Lucci esercita le sue morbide efferatezze sulla signora Lella Bertinotti chiedendole il titolo del libro che sta leggendo. La signora, già destabilizzata dalle domande precedenti, risponde: Un libro di Topazia Sapienza”. È come servire una palla morbida a Nadal ma Lucci non chiude con uno smash, sarebbe troppo facile e il gioco finirebbe lì. La iena si trasforma in un gatto che si balocca col topo intervistato e produce una serie di variazioni languide sul tema della Topazia (“Noi amiamo la Topazia, siamo pazzi della Topazia, e simili); il gioco evidentemente si basa sulla radice “topa” che in molte regioni italiane indica l’organo sessuale femminile. Il fatto è che l’autrice chiamata in causa si chiama Goliarda, Goliarda Sapienza, non Topazia. Lucci sicuramente lo sa; la scrittrice, scomparsa nel 1996, era nota negli ambienti culturali romani e alla critica minimamente avveduta. Lucci lo sa ma tace e prolungando il gioco crudele lascia che la vittima anneghi nelle sabbie mobili.
Fin qui, niente di strano; da anni Lucci gioca sulle corde basse, scurrili, con una tecnica raffinata e addirittura leggermente snob. Come si dice, un classico.
Stacco. Siamo negli studi de “La zanzara”, la fortunata trasmissione di Cruciani coadiuvato da Parenzo. Durante la puntata di ieri, 24 ottobre, Cruciani ripropone il frammento dell’intervista di Lucci e ironizza sul nome Topazia che lo fa tanto ridere. Interviene Parenzo (la spalla colta della coppia) che dà la sua spiegazione: Topazia è il nome di una professoressa di lettere che insegna all’Università della Sapienza di Roma. Tutto risolto? No, precisazione dalla regia, qualcuno è andato a vedere in rete: l’autrice si chiama Goliarda Sapienza. Cruciani non gradisce, non gli piace essere contraddetto: “Macché Goliarda, è Gagliarda: Gagliarda Sapienza!”. Infine si convince e leggermente imbronciato vuole avere l’ultima parola: “Ma come si fa a leggere un libro di una che si chiama Goliarda Sapienza!?”. È vero, il mondo dei libri e degli autori riserva sorprese sconcertanti, come tutti i continenti inesplorati, quindi pericolosi o ridicoli; pensi Cruciani che nel XIII secolo visse un poeta che si chiamava Cecco dell’Anguillara e che un minore, ma di grande interesse ancora oggi, del XIX secolo si chiamava Petruccelli della Gattina. Roba da matti. Per non parlare di un certo francese che si chiamava Proust: come un rumoraccio.

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 5ª puntata. 15’

tournier blog 5ª puntata

Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. La tranquilla routine viene sconvolta quando giungono alla radio le lettere passionali e infuocate di una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta e che dimostra di essere al corrente delle più intime abitudini di Tristan Vox. In breve, Isotta alza il tiro e invade la radio non più con lettere d’amore ma con disegni pornografici deliranti. La segretaria di Tristan Vox, Jeanine, sospetta che esista qualche oscuro legame fra il conduttore e la sua persecutrice. Tristan, distrutto, cade in afasia e, durante una diretta riesce solo a balbettare qualche titolo di canzone; tornato a casa in uno stato pietoso, la moglie, conciata come un’odalisca, tenta un’incandescente seduzione del marito ma il conduttore, provato dagli eventi, abbandona il campo e scivola mestamente a letto.

Il video della domenica. Quelle impronte sull’opera in bianco. IL WHITE ALBUM DEI BEATLES

 

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chang e le copertine

 Forse qualcuno se ne ricorda, anche solo per sentito dire. Era il 22 novembre del 1968. Un 33 giri completamente bianco, senza titolo né altre scritte tranne il nome del gruppo, in rilievo, che doveva dir tutto e finiva per non dir niente. Che cosa voleva comunicare quel candore inedito, purezza? Oppure lutto, come in Cina e in India? (In quello stesso anno, i quattro idoli avevano per l’appunto soggiornato tre mesi in India frequentando il santone Maharishi). Su quel non dire bianco scivolavano le congetture e le inquietudini dei fan e degli esegeti: era una morte spirituale? una rinascita? una beffa? un espediente del marketing? Quasi mezzo secolo più tardi, un artista concettuale, Rutherford Chang, se ne pone un’altra, di natura affatto diversa: che ne è stato di quelle cover immacolate? Forse nel mondo ci sono oggi questioni più urgenti ma non è compito di un artista concettuale agire sul presente. Con pazienza, Chang incomincia a dare la caccia a quei cimeli e li espone, li ricompone in pannelli, in sequenze; è un viaggio nel tempo e nella caducità delle cose: in mezzo secolo quei bianchi feticci sono diventati pezzi di cartone giallastri costellati di macchie di caffè, ditate, appunti: graffiti di vite anonime che irrompono nel bagliore del mito.

Sull’argomento, un bell’articolo di Pietro Scarnera, Sporcare il White Album
http://www.doppiozero.com/materiali/glittering/sporcare-il-white-album

Il silenzio corre sul filo. DOROTHY PARKER, UNA TELEFONATA

ragazza al telefono

Questo è il monologo interiore (ma funzionerebbe benissimo come monologo tout court sul palcoscenico) di una ragazza che aspetta la telefonata del fidanzato;  il tempo  ha steso una patina sottile sul racconto – oggi una ragazza non starebbe a far la sentinella accanto a un telefono fisso (e muto): botmbarderebbe lo svanito giovane con sms, WhatsApp, email e intanto andrebbe a cercarlo. Ma l’angoscia dell’attesa e la sindrome dell’abbandono sono trappole che scattano ancora oggi così come negli anni Quaranta quando Dorothy Parker scrisse questo racconto dal sapore agrodolce, condito con una salsina  d’ironia che s’accompagna perfettamente al tragicomico celato in ogni atto amoroso.

Ti prego, Dio, fai che ora lui mi telefoni. Non ti chiederò nient’altro, davvero. Fai solo che ora mi telefoni. Ti prego, Dio. Ti prego, ti prego, ti prego.Se non ci pensassi, forse il telefono potrebbe squillare. Forse se contassi per cinque fino a cinquecento, quando ar­rivo in fondo potrebbe squillare. Conterò lentamente. Non barerò. 5, 10, 15, 20, 25, 30, 35, 40, 45, 50…
Oh, ti prego, squilla. Ti prego.
Sono le sette e dieci. Ha detto che avrebbe telefonato alle cinque.
Quasi quasi gli telefono io. No, non devo. Non devo, non devo. Oh, Dio, ti prego, fai che non gli telefoni. Fai che mi resti un po’ d’orgoglio.
Penserò a qualcos’altro. Me ne starò qui seduta buona buona. Non c’è niente per cui si ci debba agitare tanto. Senti. Metti che fosse qualcuno che non conosco bene. Metti che fosse un’altra ragazza. In tal caso telefonerei, semplicemente, e direi: «Be’, perdiana, che ti è successo?». È così che farei, e non ci penserei neanche un istante. Perché non posso essere disinvolta e naturale, semplicemente perché lo amo? Certo che posso esserlo. Lo chiamo, e sarò del tutto naturale e piacevole. Vedrai se non lo sarò, Dio. Oh, non permettere che lo chiami. Non permetterlo, non permet­terlo, non permetterlo.
Dio, davvero non mi permetti di chiamarlo? Non potresti cedere? Non ti chiedo neppure di lasciarmelo chiamare quest’istante, Dio: lascia soltanto che lo chiami fra un po’. Conterò per cinque fino a cinquecento. Davvero, lo farò lentamente, senza trucchi. Poi, se non avrà telefonato, lo chiamo. Sì, lo chiamo. Oh, ti prego, Dio caro, Dio caro e gentile, Padre mio benedetto lassù in Cielo fai che lui mi chiami prima. Ti prego, Dio. Ti prego.5, 10, 15, 20, 25, 30, 35…

Dorothy ParkerUna telefonata
“Scrittori ebrei americani”, Bompiani. traduzione Mario   Materassi

Il video della domenica. Fiamme di un inferno normale. SUPERFLEX, BURNING CAR. 9’

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http://ubumexico.centro.org.mx/video/Superflex_Burning-Car.mov

Nel buio della notte, un’auto viene incendiata. È rilevante? Dipende: se intorno a questo evento c’è un racconto, lo è. Forse nell’abitacolo era seduto qualcuno; forse l’auto nascondeva documenti di straordinaria importanza; forse apparteneva a un magistrato in prima linea nella lotta contro la malavita.
Forse il racconto è un altro ancora, più complesso.
Superflex piazza la macchina da presa di fronte all’auto e registra. Se guardiamo questo video di nove minuti forse il racconto nasce dentro di noi.
Forse non nasce perché non vogliamo investire nove minuti del nostro tempo o perché non sappiamo ascoltare la narrazione che potrebbe nascere dalle immagini; in questo caso rimane una semplice auto che brucia, a testimoniare la nostra assuefazione al silenzio di un inferno che è diventato abituale.

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato. Audio 4ª puntata. 11’

 

tournier per blog 4ª puntata

http://www.spreaker.com/user/7367339/michel-tournier-tristan-vox-iv-puntata

Siamo in Francia, negli anni Cinquanta. Félix Robinet (in arte Tristan Vox), è un grigio conduttore radiofonico di aspetto insignificante ma con una voce che seduce le ascoltatrici di mezza età. La sua vita scorre monotona fra lo studio radiofonico, dove viene tiranneggiato dalla sua onnipotente segretaria, Jeanine, e la casa dove la moglie Jacotte gli cucina elaborati manicaretti. La tranquilla routine viene sconvolta quando giungono alla radio le lettere passionali e infuocate di una misteriosa ascoltatrice che si firma Isotta e che dimostra di essere al corrente delle più intime abitudini di Tristan Vox. Il direttore dell’emittente invita il conduttore a non divulgare al microfono i fatti suoi; Tristan Vox si protesta innocente ma sente che si sta avvicinando la catastrofe. Distrutto, si trascina nello studio radiofonico per affrontare la quotidiana trasmissione in diretta.

La grazia della malinconia. MARIE DUBOIS

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https://www.youtube.com/watch?v=WM054ogi0Mc

L’importanza di una cinematografia non si misura sui divi ma sui bravi attori, quelli di cui molti conoscono il viso senza ricordarne il nome; essi costituiscono la spina dorsale dello spettacolo, ne innalzano la qualità, sono come le colonne che sorreggono un capitello finemente lavorato e che i turisti fotografano disinteressandosi al sostegno su cui poggia.
Marie Dubois era una bravissima attrice. I cinefili la ricordano per le sue interpretazioni in alcuni film fondamentali della Nouvelle Vague (Tirez sur le pianiste e Jules et Jim). È morta il 15 ottobre. Così la ricorda “Le Monde”:
“Da dove veniva quella luce malinconica che troppo spesso velava gli occhi di questa giovane e graziosa attrice bionda? Per chi non lo sapesse, la risposta è emersa mercoledì 15 ottobre: Marie Dubois è morta a settantasette anni, dopo aver lungamente sofferto di una sclerosi a placche che spiega il progressivo eclissarsi dell’attrice dalla fine degli anni Settanta. Lo ha raccontato lei stessa in un’intervista del 2003: “Avevo 23 anni quando la malattia si manifestò, subito dopo la fine delle riprese di Tirez sur le pianiste (“Non sparate sul pianista”), di Truffaut. Fortunatamente quel primo segnale non fu troppo violento e io mi affrettai a dimenticarlo; ma la malattia, invece, non mi ha dimenticato e mi ha riacchiappato dopo le riprese di La menace, con Alain Courneau, vent’anni più tardi. Questo intervallo di tempo mi ha permesso di continuare la mia carriera senza che la malattia fosse onnipresente”.
In queste parole l’accettazione lascia trasparire una levità che confina con la grazia – quella che l’interprete rivelava sullo schermo e che ritroviamo anche nel piccolo frammento che vi proponiamo, tratto, appunto da Tirez sur le pianiste, con un giovanissimo Charles Aznavour.

La paura vien di notte. DINO BUZZATI, LA GOCCIA

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“La paura”, ci dice lo psicologo, “è un’emozione che ha come obiettivo la nostra sopravvivenza di fronte a una presunta situazione di pericolo”. Il guaio è proprio questo: quante volte, in una sola giornata, presumiamo che un pericolo gravi su di noi? Una, due, cinque, dieci volte? Per alcuni, le volte sono innumerevoli, e quasi sempre si tratta di pericoli che non hanno volto né nome. Dino Buzzati, che è maestro nell’orchestrare paradossi e inquietudini, crea un generatore di paura apparentemente innocente: una goccia piccola così ma capace di generare un’onda di paura grande quanto un condominio e forse anche di più.

Una goccia d’acqua sale i gradini della scala. La senti? Disteso in letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza. Poi la goccia si ferma e magari per tutta la rimanente notte non si fa più viva. Tuttavia sale. Di gradino in gradino viene su, a differenza delle altre gocce che cascano perpendicolarmente, in ottemperanza alla legge di gravità.
Non siamo stati noi, adulti, raffinati, sensibilissimi, a segnalarla. Bensì una servetta del primo piano, piccola ignorante creatura. Se ne accorse una sera, a ora tarda, quando tutti erano già andati a dormire. Dopo un po’ non seppe frenarsi, scese dal letto e corse a svegliare la padrona.
— Signora, signora…
— Cosa succede?
— C’è una goccia, signora, una goccia che vien su per le scale.
— Che cosa?
— Una goccia che sale i gradini!
— Va’, va’, sei matta? Torna in letto, marsch! Hai bevuto, ecco il fatto. Vergognosa! È un pezzo che al mattino manca il vino nella bottiglia!
La ragazzetta fuggì, rincantucciandosi sotto le coperte. La padrona, intanto, aveva già perso il sonno.
– Chissà cosa le sarà saltato in mente, a quella stupida!
Nei giorni successivi, di famiglia in famiglia, la voce si sparse lentamente e adesso tutti, nella casa, sanno della goccia, anche se preferiscono non parlarne, come di cosa sciocca di cui forse vergognarsi. Al mattino, uscendo di casa, si guarda attentamente la scala se mai sia rimasta qualche traccia. Niente. Certe notti la goccia tace. Altre volte, per lunghe ore, non fa che spostarsi, su, su, si direbbe che non si debba più fermare. Qualcuno ha pensato a uno scherzo, ma non è uno scherzo; non ci sono nemmeno doppi sensi, trattasi, ahimè, proprio di una goccia d’acqua, che di notte vien su per le scale. Tic, tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.

Dino Buzzati, Una goccia, Mondadori

Il video della domenica. ANDY WARHOL, The Cars: Hello Again [Music Video] (1984). 5′

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http://ubumexico.centro.org.mx/video/Warhol_Andy_The-Cars-Hello-Again_1984.avi

(per chi avesse problemi con questo link, eccone un altro che permette di far partire il video in due passaggi (è un po’ poco più scomodo ma ne vale la pena: forse non hai l’applicazione adatta. ecco un link che ti permette di arrivarci in due passaggi)

Quando Warhol registra questo video, sono trent’anni che la sua immagine, impastata e confusa con quelle da lui prodotte, turbina nei poster, nei video e in tutti i media esistenti (chissà come avrebbe interpretato la rete, se non fosse morto, tre anni più tardi, nel 1987). Il mix di automobili, lingue e corpi femminili sui quali pulsa in sovrimpressione, come un’insegna, la parola Hallo! interpreta e sigilla gli anni Ottanta così come le sue Marilyn, i suoi Mao Tse-Tung, i suoi Che Guevara avevano contrassegnato in modo indelebile i Sessanta.

Uno contro tutte. MARIO GIORGI, GELATO.

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Gli scrittori importanti dovrebbero essere schivi, meglio se anche un po’ scontrosi. Gentili, intendiamoci, ma riservati e amanti della penombra più che della luce dei riflettori di uno studio televisivo. Mario Giorgi ha tutte queste prerogative. Vincitore, nel 1993, del più autorevole premio letterario italiano, il Calvino, non si è precipitato al Maurizio Costanzo show, non si è fidanzato con un’aspirante attrice, non si è fatto fotografare in atteggiamenti pensosi: ha semplicemente continuato a scrivere. Che è un lavoro faticoso assai, contrariamente a quanto pensano i tanti autori di ebook fai da te imperversanti in rete con un romanzo al mese.
Mario Giorgi è anche drammaturgo, ha scritto per il teatro e per la radio ma di questo parleremo in altra occasione. Intanto pubblichiamo questo suo racconto: breve e folgorante, riflette le qualità delle sue opere più complesse: l’intelligenza e l’ironia.

Ieri sera, dopo il cinema. L’amica con cui ho visto il film ha voglia di un gelato. È marzo, è mezzanotte passata, ma troviamo un chiosco. Accosto ed esco dalla macchina, solo.
Nei pressi del chiosco, dieci giovani donne si attardano a chiacchierare. Sono dieci e sono solo donne, tutte sui trent’anni, forse anche meno. Si apprende immediatamente dai loro discorsi che hanno appena assistito, nel vicino teatro, a uno show di strip-tease maschile: California Dream. Stanno ancora confrontando opinioni e gusti. Oggetto: uomini bianchi, neri, indios e mulatti, i loro corpi, le fattezze. Discutono di glutei, di addominali, di bicipiti, di pettorali, ma anche di occhi, di capelli, perfino di nasi e di orecchie. Sono disposte in circolo, dieci giovani donne disposte in circolo nei pressi di un chiosco per gelati, a mezzanotte, in marzo.
Il gruppo è così compatto che, per avvicinarmi al banco, sono costretto a chiedere permesso. Due di loro si scostano appena. Io non le guardo nemmeno, mi concentro sulla tabella dei gusti, ma in effetti ho le orecchie tese, molto tese, siamo dieci donne contro un uomo, a mezzanotte, dieci donne reduci dai California Dream…
Loro interrompono un attimo i discorsi, un secondo appena, sufficiente però per uno sguardo d’intesa, che io intuisco alle mie spalle. E mentre sto per ordinare (bacio e fiordilatte), una di loro esclama, come se non potessi sentirla o comunque non capire: «Questa è l’amara realtà!».

11 marzo 1999

Radiospazio teatro approda all’isola di Robinson. Un antipasto il 14 ottobre al Teatro Astra di Torino

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È da qualche tempo (molto tempo) che su questo blog non parliamo di teatro – del teatro di Radiospazio, intendo – e questo perché la nostra stagione quest’anno incomincia in ritardo, precisamente il 10 marzo al Teatro Astra di Torino.
Adesso è venuto il momento di rompere il silenzio: il 14 ottobre, alla Sala grande del Teatro Astra (via Rosolino Pilo 6, Torino) ci sarà una lunga, e sicuramente molto varia, kermesse teatrale nel corso della quale verranno presentati piccoli frammenti delle produzioni della stagione 2014-2015. Ci saremo anche noi, fra i tanti, con un piccolo assaggio dello spettacolo al quale stiamo lavorando. Non diciamo di più perché le modalità della presentazione saranno piuttosto inconsuete e preferiamo fare una sorpresa a chi interverrà. Lo spettacolo è una molto libera riscrittura scenica del Robinson Crusoe, di DeFoe. Per i follower di questo blog che abitano a Torino e dintorni è un’occasione per conoscere personalmente gli attori di Radiospazio e scambiare due chiacchiere, se lo vorranno.

L’ingresso è libero.
Per ulteriori informazioni, http://fondazionetpe.it
Vi aspettiamo

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