Il video della domenica. PASOLINI, IL CORPO E LA VOCE

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http://www.teche.rai.it/2016/11/pasolini-il-corpo-e-la-voce/

Un brevissimo trailer, frammentario e un po’ aforistico.

Chi desidera vedere l’intero documentario, ricco e ben antologizzato, può cliccare questo link: http://www.raiplay.it/programmi/pasoliniilcorpoelavoce/

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IN LETTURA: Maurizio Bettini, A CHE SERVONO I GRECI E I ROMANI?

Afu Chan.

Afu Chan. “I’m no different from a can of pineapple”

Al critico, il compito di parlare meditatamente di un libro solo dopo averne letta l’ultima pagina; al puro e semplice lettore l’arbitrio di segnalarlo, a caldo, subito dopo averlo incominciato. A che servono i Greci e i Romani?, attira fin dal titolo, a parte l’importanza del suo autore, s’intende: la domanda, così franca e diretta, “mette i piedi nel piatto”, ma lo fa con la grazia dell’aristocratico che può permetterselo. Dunque, servono questi Greci e questi Romani? Dalle prime pagine si direbbe proprio di sì, e credo che Bettini ce lo dimostrerà con la sua scrittura  limpida, ma non prima di aver smontato con gli strumenti del filologo i ponteggi ingannevoli che sorreggono il concetto di beni culturali.

Intendere la cultura come «bene» significa sì riconoscerne il rilievo e l’importanza – se si parlasse di «mali culturali» sarebbe peggio – ma implica anche equipararla a un oggetto economico: sia da custodire (quasi fossero gioielli depositati in una cassetta di sicurezza), sia da sfruttare per ricavarne profitto (alla maniera di un portafoglio azionario o di un appezzamento di terra). Non v’è dubbio che nell’ottica contemporanea i nostri «beni culturali» vengano intesi in entrambe queste accezioni, con una crescente enfasi sulla seconda. Quando nei media si critica il modo in cui tali «beni» sono gestiti, infatti, oltre che lamentare la scarsa tutela di cui sono oggetto, sempre più spesso si mette in evidenza l’incapacità di trarne il profitto che potrebbero produrre. Lamentele a cui generalmente seguono risentiti confronti con il numero dei biglietti staccati dal Museo del Louvre, o da altre grandi istituzioni culturali mondiali. Non c’è dubbio che i nostri «beni culturali» – ossia monumenti, musei, biblioteche, e così via – suscitino sempre più riflessioni a carattere economico, come del resto non può non avvenire quando si parla di oggetti definiti «beni».
[…]
Sullo scaffale contiguo a quello che contiene le espressioni che ruotano intorno ai «beni» culturali, stanno poi le metafore, ugualmente tratte dal mercato, ormai comunemente impiegate per descrivere quanto si fa nelle università. A cominciare dalla «valutazione», quella a cui viene ormai regolarmente sottoposta la ricerca che si volge in quest’ambito. Intendiamoci, non c’è nulla di male a valutare la ricerca, anzi, c’è molto di bene, ed era ora che si cominciasse a farlo. In ogni caso non va dimenticato che «valutazione» costituisce un sostantivo astratto da «valuta» e propriamente designa la «determinazione del valore di un bene ragguagliato in moneta». Si tratta dunque di una parola che ci viene specificamente dalla sfera finanziaria. Il che, di per sé, non desterebbe particolare allarme se alla valutazione dell’anvur (l’Agenzia nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) gli studiosi e i ricercatori sottoponessero, che so, ricerche, articoli, libri o risultati di esperimenti, come sembrerebbe ovvio. Invece no: anche gli studiosi di scienze umane o sociali, o i ricercatori attivi nelle discipline di base, alla «valutazione» sottopongono «prodotti». Un libro dedicato al poeta ellenistico Callimaco, una ricerca sulla coordinazione in ittita o un esperimento dedicato al bosone di Higgs, vengono cioè definiti tramite lo stesso sostantivo – «prodotti» – con cui si designa una scatola di biscotti o un cuscinetto a sfera “prodotti” (per l’appunto) da una qualche azienda.
Nessuna meraviglia, dunque, che siano ormai numerosi i corsi universitari, master o dottorati che vengono proclamati – o che più spesso che si sono proclamati – «eccellenze» del nostro paese: proprio come «eccellenze» locali o regionali sono definiti certi prodotti gastronomici, salumi, formaggi, vini o tartufi che siano. Sempre secondo la stessa logica metaforica, inoltre, i corsi universitari, che una volta si dividevano semplicemente in fondamentali e complementari, oggi hanno un «valore» chiesi misura in «crediti»; e tutti insieme non costituiscono più il programma degli insegnamenti, ma forniscono la «offerta» formativa di un tenero. Coerentemente con queste metafore creditizie, quando si riflette sulla validità della formazione intellettuale non ci si preoccupa tanto della profondità o autenticità delle conoscenze acquisite, come sembrerebbe naturale, quanto della «spendibilità» di questi saperi: come se si trattasse appunti di gruzzoli, o di titoli di credito, non di complesse (e astratte) costruzioni intellettuali.

Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani?, Einaudi

GIACOMO LEOPARDI, LA CONVERSAZIONE ALL’ITALIANA

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Come i Presidenti del consiglio, anche i classici non andrebbero tirati per la giacchetta, ma lasciati agli specialisti. Lo so, e me lo sono ripetuto fino a poco prima di pubblicare questo post, ma poi ho ceduto alla tentazione – facile, lo confesso – di calare questo ritratto del conversatore italiano di due secoli fa nella realtà dei nostri giorni. Bisogna sempre contestualizzare, è vero, ma gli argomenti della riflessione leopardiana ci conducono direttamente alle tecniche comunicative attualmente in uso nel nostro paese (quando non si arriva alle randellate). Il gusto per la battuta ad ogni costo, la provocazione come espediente dialettico, la prevaricazione e la furia che sostituiscono l’ingegno ci appaiono, stupidamente, come quegli arrugginiti strumenti medici di qualche secolo fa di fronte ai quali diciamo: “Pensa tu come si massacravano una volta!”, senza pensare che li stiamo usando noi stessi, ancora oggi, in versione cromata e con un design “moderno” che ce li fa sembrare nuovi.

In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie,* il persiflage*cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se pousser à boutcolle parole, più che alcun’altra nazione. Il persiflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di polissonnerie*, ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa. Così un uomo perito della scherma è sovente sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in istato di trasporto. Gl’Italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.

*scherno * canzonatura * far uscire dai gangheri * impertinenza

Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente degli italiani, 1824

Foto storiche. In canottiera (1952)

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Il verbo al presente porta tutto il mondo.
Mi chiedo dove sono i popoli scomparsi.
Il fattorino vestito di grigio in cortile mi dice
che alcuni stanno nascosti sotto il primo sottoscala.

Ho portato con me sotto il primo sottoscala
le ceneri di Alessandro, il pianto di Rachele.
Il verbo al presente mi permette di scomparire.
Il fattorino non vede più dove sono scomparso.

Franco Fortini, Versi scelti, Einaudi

In margine alla Giornata mondiale della radio, fortunatamente già passata

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Ieri si è celebrata (consumata?, perpetrata?) la giornata della radio. Stranamente, è stato uno dei giorni in cui ho dedicato meno tempo all’ascolto radiofonico, fatta eccezione per “Prima pagina” di radio tre, un appuntamento rituale del mattino. La notizia della celebrazione l’ho appresa dalla stessa radio tre, e subito sono stato colto da un impalpabile, acidulo spleen, chissà perché. Forse perché fra qualche giorno inizierò il mio corso di Linguaggio radiofonico. Mi prefiguro il primo incontro con gli studenti: “Che cosa vi ha indotto a inserire Linguaggio radiofonico nel vostro piano studi?”. Segue un silenzio – gli studenti tacciono sempre alla prima lezione, a volte perseverano sino alla fine. Formulo altre ipotesi: “Forse qualcuno di voi ha fatto qualche esperienza in una radio”. Oppure: “Qualcuno ha giocato, per suo personale piacere o inclinazione, col suono, scaricando audio e musiche per poi manipolarli con Audacity o con altri programmi?”. Il muro del silenzio si alza di qualche metro e mi rimanda l’immagine di un vecchio professore che cerca di stimolare grottescamente i suoi studenti. Ripiego sul minimale quotidiano e chiedo, fingendo disinvoltura: “C’è qualcuno fra voi che ascolta la radio?” Ottengo alcuni mugolii. È già qualcosa. Sento che devo accontentarmi. Scendo ancora di un gradino e vado sul mercantile più sordido: “Non è da escludere che abbiate scelto questo corso perché il programma d’esame è piuttosto leggero”. Chi sorride, chi guarda altrove.
Il clima è plumbeo, ma non mi dispiace, anzi mi sembra il più adatto per iniziare questo corso che parlerà di fantasmi radiofonici, di frammenti di voci da tempo defunte e di una sintassi del suono polverosa come un antico manuale di latino.
Ho fatto per tanti anni la radio dentro un marmoreo edificio fascista (i gloriosi e da sempre polverosi studi di Torino). Le luci erano fioche, le pause interminabili. Pause fra le battute degli attori (ritmo slow, molto evocativo. Santo cielo, quante riposte risonanze andava cercando quella radiofonia!). Pause durante le riunioni preliminari ai programmi. Pause che erano lunghe attese di una riunione decisiva. E sonno. Il sonno radiofonico è un liquido amniotico in cui è immersa la vita apparentemente normale della radio: le impiegate compilavano moduli, i tecnici tagliavano e cucivano, i registi dirigevano (?), gli attori facevano gorgogliare nei microfoni quelle loro belle voci piene che andavano a massaggiare le ascoltatrici e gli ascoltatori (più sensibili le prime dei secondi) nelle loro case, e le vibrazioni delle voci stendevano nelle case un benessere soporifero e sempre un po’ solenne.
Poi, la radio ha scoperto il riso. Che ha scacciato il sonno generando la sovreccitazione tipica di chi ha il terrore di addormentarsi, pena la morte. Il riso dei vecchi “programmi leggeri” aveva una sua nobiltà funebre, come di cadavere ben conservato che sussulta per qualche attimo prima di ritornare alla sua compostezza definitiva. Il riso dei cazzeggianti al microfono è inesauribile, sembra nascere da una fonte isterica (la fonte inquinata dell’eterna giovinezza?). Non so come sia stata festeggiata (?) la giornata mondiale della radio, l’importante è che sia passata. Fra qualche giorno, dopo un adeguato silenzio, si potrà riaccendere l’apparecchio cautamente.

 

La signora vorrebbe cadere. Elena Santarelli nello spot Rocchetta

https://m.youtube.com/watch?v=6Q3KxibXOus

Fra i grandi clown acrobatici del secolo scorso, brillò a Parigi, accanto alla stella dei Fratellini, anche quella di Germain Ducoray, detto poeticamente Aéros. Il suo personaggio era quello di un ubriacone male in arnese, barcollante e farneticante, poco più di un relitto umano che fin dal suo apparire suscitava i lazzi più truci e protervi del pubblico. Il suo virtuosismo raggiunse l’apice quando Ducoray concepì un numero di “equilibrio squilibrato” nel quale faceva confluire la bassezza dionisiaca e la sublime leggerezza di un Apollo trionfante sulle leggi della gravità. Per raggiungere il filo sul quale si esibiva nelle sue prodezze acrobatiche, Aéros utilizzava una panca traballante, un tavolino tondo a un solo piede, una botte bucata, una scala instabile, insomma un’impalcatura pericolosissima che alla fine lo faceva crollare rovinosamente a terra dopo innumerevoli virtuosismi. Rialzandosi, esclamava: «Ah! Bene, vecchio mio! Che avventura!»
Un secolo più tardi, una creatura molto più eterea del vecchio Ducoray, e di sesso femminile, prova a cadere nello spot di un’acqua minerale. Il messaggio è indubbiamente meno ambizioso: non più una sfida fra la terra e il cielo, fra la degradazione e il sublime, fra la materia e lo spirito: nella mente dei creativi che hanno ideato lo spot, la caduta (prudentemente declassata a inciampo) quel gentile cedimento delle ginocchia dovrebbe conferire alla signora un piglio sbarazzino, l’elegante sventatezza di chi è capitato sul set quasi per caso ma che riesce a brandire una bottiglia d’acqua minerale e a fare “plin plin” con la  disinvoltura di chi è abituato a passare da un jet a un set, da un pupo a una passeggiata con il cagnolone senza che una ciocca della chioma vada fuori posto. Purtroppo l’impresa non è facile: per cadere bisogna poggiare su un qualunque ubi consistam, che la signora sembra proprio non possedere, aleatoria com’è. E poi ci vorrebbe un baratro in cui precipitare, o anche solo un semplice pavimento sul quale ammaccarsi il sedere, ma nello spot non ve n’è traccia: tutto è sospeso in un’emulsione di bianco (l’abito della signora, le pareti) ove spicca, se così si può dire, solo un flebile, diuretico turchese Rocchetta. Il resto è sorriso.

 

 

Il video della domenica. SARA PRECIADO, LA LA LAND, MOVIES REFERENCES

Molto più interessante dei soliti backstage, il lavoro di Sara Preciado rilegge in trasparenza La La Land scovando analogie, citazioni e riferimenti ai classici del musical.

Sul delitto di Vasto, UMBERTO GALIMBERTI. 4′ (audio)

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http://lacittadiradio3.blog.rai.it/2017/02/03/galimberti-la-nostra-e-una-societa-di-pancia-che-rischia-di-autodistruggersi/

 

 

L’odio di una madre. HERVÉ BAZIN, VIPÈRE AU POING

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Nel romanzo presumibilmente autobiografico di Hervé Bazin, Vipère au poing, la storia del giovane Jean Rezeau ci proietta nell’universo di un rapporto madre-figlio atipico per chi si voglia convinto sostenitore che l’amore di una madre sia pur sempre qualcosa che non ci abbandonerà mai.
Ma se a parlare fosse invece l’odio di una madre? Se la convinzione fosse che invece è proprio l’odio di una madre a non darci scampo? Ecco che ci troviamo ad inseguire la disperata avventura intrapresa da Jean, detto Brasse-Bouillon, alla ricerca delle parole per dire di una donna alla quale nessun nomignolo sarebbe stato più adatto di quello datole dai figli: Folcoche, una contrazione tra folle (folle) e cochonne (maiala). Una madre che non ha nulla di materno, che si relaziona ai figli attraverso la ferocia del diktat nella speranza di far di loro dei perfetti borghesi di facciata. Nessuno spazio all’amore, il racconto si articola su un solido scambio tra attacco e contrattacco da parte di Jean nei confronti della madre alla quale sente, amaramente, di somigliare più di quanto potesse mai immaginare.
                                                                                                                                                 Luana Doni

E la pistolettata? Te la ricordi, Folcoche, la pistolettata?
[…] dicevi sempre: « non mi piacciono gli sguardi bassi. Guardatemi dritto negli occhi. Saprò cosa pensate.»
Così, ti sei prestata tu stessa al nostro gioco. […] A cena, in silenzio, ecco il momento perfetto. Niente da dire. Non mi coglierai in fallo. Tengo le mani sulla tavola, la schiena dritta e ben appoggiata alla sedia. Sono terribilmente corretto. Il mio atteggiamento è impeccabile. Posso guardarti fissamente, Folcoche, è un mio diritto, e quindi lo faccio, ti fisso, ti fisso disperatamente. Non faccio altro che quello, fissarti. E, dentro di me, ti parlo, ti dico: «Folcoche! Guardami! Ehi Folcoche! Dico a te!» Allora il tuo sguardo si alza […] si alza come una vipera e si sposta alla ricerca di un debole appiglio a cui attaccarsi. Ma non esiste. No, questa volta non morderai Folcoche! Le vipere, loro, mi conoscono.”

Hervé Bazin, Vipère au poing, Grasset, Traduzione di Luana Doni

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