Chiaroscuri ‘900 (I). ALDO PALAZZESCHI, L’ANTIDOLORE

saltimbanchi

C’è un’oscena, maleodorante parola che circola nel quadrivio politico televisivo, “buonista”: è simile a quei virus che sembrano estinti, finalmente!, dopo aver svolto il loro sgradevole ufficio, ma che rispuntano dopo qualche anno, richiamati in servizio da uno stupido retore a corto di idee e con un vocabolario basico, a essere generosi. Cugina del “politicamente scorretto”, questa parola viene usata come una clava:  basta che qualcuno osservi che tremila cadaveri gli sembrano troppi anche per una tomba capiente come il Mediterraneo, e subito parte il colpo. Il gioco è fin troppo chiaro: si tratta di parlare alla “pancia della gente” (ma sarebbe più esatto dire: all’intestino) che non ne può più per via della crisi, dell’assistenzialismo, delle ruberie, ecc., dunque un po’ di “cattivismo” può sembrare perfino una brillante trovata dialettico/elettorale. Per uscire da questo sotterraneo mefitico non resta che far ricorso alla letteratura. Nel caso specifico, un ottimo antidoto è il Manifesto dell’Antidolore. Aldo Palazzeschi lo scrisse nel 1914, cent’anni fa, durante il suo periodo futurista. Questo breve frammento che pubblichiamo concilia il paradosso con la potenza della rappresentazione iconica, la levità con l’ironia, e la sublime eleganza della scrittura di Palazzeschi ci guida sul sentiero di una retorica che, dopo averci sedotti e persuasi, ci deposita in una landa sconosciuta ai più, quella dell’ironia.

L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride: la serietà, in tal caso, è data dall’ammirazione, dalla vanità, dalla gelosia, dall’invidia.
Quello che volgarmente si dice “dolore umano”, altro non è che il corpo caldo della gioia rivestito da un’incrostazione di congelate lacrime grigie. Scortecciate e troverete la felicità. Con le unghie, coi denti, rabbiosamente, affannosamente e ad ogni costo scortecciate, la troverete sotto splendida e incorruttibile come il diamante. Il olore non è che il vestito lacero e pauroso della gioia. Oh! eletti, se vi sarà dato di saperla spogliare. Tastate, alzate, strappate, audacemente, senza ritegno, senza paura, senza pudore; non lasciatevi intimorire e vi si darà per sempre la divina amante.
Per mantenere, esercitare e sviluppare questo naturale istinto di esplorazione, fino dai primi anni sottoporremo i nostri figli a prove facili. Tu non darai al tuo bimbetto, per trastullo, in bel cavallino né una pupattola dalla guance paffute e rosee, dai grandi occhi celesti e dai capelli d’oro, ma il cavallino avrà tre gambe, e il piccolino si divertirà a farlo camminare zoppo, sbilenco. La pupattola sarà orba, con la faccia divorata dal vaiolo, senza naso, vecchia e con una ganascia marcita, avrà la bocca storta e le gambe a x, i piedi gonfi, e per mezzo di un meccanismo sputerà i denti, vomiterà roba oscura, come assalita dal colera.
La loro maestra sarà obesa, idropica, ammalata di elefantiasi; avrà l’asma, i piedi piatti, calva, guercia, nana, gobba, scalcinata, tutta bitorzoli, con la coda, oppure secca secca e lunga lunga come una serpe che si sia drizzata, e agiterà lesta lesta la linguina davanti alla scolaresca.
Gl’insegnanti entreranno nelle classi sempre in nuove, sapientissime maniere. Se una mattina il maestro sarà fasciato per la risipola o il mal di denti, l’altro avrà un occhio nero per qualche manrovescio ricevuto o per essere stato preso a torzoli e patate nella via. Un’altra mattina, invece, lo si vedrà piombare nell’aula con delle enormi corna di cartapesta (questo nelle università) e girando come il leone dentro la gabbia, le sbatterà contro il muro, gridando spaventosamente la propria vendetta per la moglie sorpresa in flagrante adulterio.
I giovani tardivi, quelli predisposti irrimediabilmente alla malinconia, incapaci di addentrarsi un solo millimetro nello spessore delle cose, quelli che ridono poco e male, gl’imbecilli delle nuove generazioni, verranno prima curati con pazienza, con amore, con disciplina, con esortazioni amorevoli, premi e castighi, per svegliare e sviluppare ogni latente possibilità, quindi espulsi, perché non rallentino col loro disgraziato carattere il cammino degli intelligenti, dei forti e dei coraggiosi, e messi in appositi ricoveri dove cresceranno e vegeteranno i poveri infelici seri.

Aldo Palazzeschi, da Manifesto dell’Antidolore,  “Opere giovanili”, Mondadori

Elena Ferrante è una scrittrice tanto grande che leggerla non serve (L’Inkiesta)

“Poche storie, poche lagne, poche cianceElena Ferrante è la più grande scrittrice italiana, e forse anzi sicuro una delle più grandi artiste del mondo, se non la più grande.” 

Leggi l’articolo

https://www.linkiesta.it/it/article/2019/09/11/elena-ferrante-nuovo-romanzo-amica-geniale/43507/

Le figurine di Radiospazio. Il tempo e l’amore

Gianna, quand’io ti bacio,
dici che ho già quasi canuto il capo:
sempre, quando mi baci,
vuoi scostarne con l’unghia or questo or quello;
come se un mio capello,
o sia bianco o sia nero,
sulla forza dei baci abbia potere.

Gianna, t’inganni: e fai
male; un capello bianco ha forza assai
per un dolce baciare,
purché tu, mia golosa,
non chieda, oltre il baciare, anche altra cosa.

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, Carro allegorico. La sconfitta di Salvini vista dal leghista storico.

https://www.la7.it/propagandalive/video/il-monologo-di-andrea-pennacchi-carro-allegorico-13-09-2019-282029

“Come l’avrà presa la Lega, il Nord, il leghista della prima ora questa sconfitta di Salvini, di tutta la Lega, un metro dal traguardo? Ce ne abbiamo uno qui, Andrea Pennacchi.”

Nel paese degli immortali. JEAN PAUL, L’ORIGINE DEL SOGNO

Caspar-David-Friedrich-Zwei_Maenner_in_Betrachtung_des_Mondes-639x400Caspar David Friedrich, 1774 – 1840

Jean Paul (pseudonimo di Johann Paul Friedrich Ritter) non ebbe molti riconoscimenti, in vita – e  bisogna dire che nessuna riscoperta si annuncia, almeno in tempi brevi – ma la sua influenza sul Romanticismo tedesco fu grande. A parte Schumann, che gli era quasi fratello spirituale nella Visione, furono molti gli autori per i quali egli, dopo, fu un punto di riferimento, da Keller a Heine, a Hoffmann. Conobbe anche Goethe e Schiller ma senza destare in essi grandi entusiasmi: al primo scrisse cinque lettere che non ricevettero risposta, a dimostrazione di quanto Jean Paul vivesse in un mondo fantastico: chiunque altro se ne sarebbe astenuto: i monumenti letterari hanno troppo da fare, e i ritagli di tempo li passano misurandosi con i grandi ingegni dell’Umanità o contemplando se stessi, certo non rispondono alle lettere dei giovani autori. Jean Paul viveva nel sogno o meglio ancora permetteva, attraverso chissà quale misteriosa porta, che il sogno fluisse nella sua scrittura. Il sogno è il grande dono degli dei, come ci racconta in questa sua pagina:  ristoro ma anche inesauribile fonte di scrittura.

Quando Prometeo con una scintilla celeste infuse la vita nell’effigie di terra, trasformandola in uomo, Giove si indignò e disse: “Il tuo uomo morirà ogni giorno e, per metà della sua vita, ti giacerà davanti privo di sensi e di pensieri, finché si estinguerà per sempre”. Alla sera l’uomo nuovo si accasciò al suolo per piombò nel sonno. Un giorno le Muse, le dolci figliole di Giove, lo trovarono addormentato, e guardarono piene di amore e di compassione gli occhi chiusi di colui che moriva ogni notte. “Povero caro essere,”, discepole Muse “bello e giovane come Apollo! E ogni giorno, se vuole riposare, deve perdere il cielo e la terra, circondato dalle dense, fredde ombre dell’Ade?”.
“Penetriamo nel suo Ade,” disse Calliope, la Musa più ardita “offriamogli i nostri doni e diamogli un mondo più bello e l’olimpo, finché il padre severo gli permetterà di gustare di nuovo il giorno dei vivi!
Allora le dee che allietano le divinità dell’Olimpo sfiorarono il mortale, la nobile Musa della poesia con la tuba – la Musa dei suoni con il flauto – Talia con i campanelli del giullare – e Urania con la sfera stellata – e Erato con la freccia dell’amore – e persino Melpomene con il pugnale – e tutte le altre Muse lo toccarono.
D’improvviso il cadavere della notte, il dormiente, rifiorì, perché il sogno giungeva e gli creava intorno un cielo e una terra e glieli offriva – figure ardite e lievi rappresentavano la loro vita davanti a lui ed egli stava in mezzo a loro – frutti si trasformavano in boccioli e i riccioli in fiori che rimanevano frutti, e la giovinezza più bella ringiovaniva ancora – la tela aveva perduto la sua pesantezza e uno zefiro lieve muoveva le alte montagne davanti al tramonto – una spina di rosa, che aveva l’aspetto del pugnale di Melpomene, scalfiva il petto, e il sangue diventava una rosa bianca o rossa – suoni di flauto restituivano alla beatitudine un desiderio struggente e difendevano in un soffio, dai cieli più lontani e profondi nel cuore. –
L’uomo addormentato sorrise felice e pianse. Allora il dio delle Muse sveglia l’uomo con la luce del sole, affinché il mortale non scorgesse gli immortali.

Jean Paul, Sogni e Visioni, Mondadori, Traduzione Marina Bistolfi

Mariangela Caprara, Il re leone e i poemi omerici (Le parole e le cose)

“Un pubblico intergenerazionale. Una storia epica, classica: un racconto di formazione con ricerca di sé attraverso il padre perduto. Valori forti: la famiglia, la terra, la giustizia, la responsabilità verso il gruppo, l’amicizia. Uno scopo dichiaratamente didattico, quindi. Una storia già nota, profondamente nota al pubblico, nota fin nelle virgole, nelle inquadrature più marginali, nella colonna sonora. Eppure la tensione, la commozione palpabile, che fa esplodere il grido canoro del bimbetto prima ancora che tutto cominci, e che equivale ad un invito all’aedo a cantare, a cominciare, perché siamo emozionati e impazienti per quello che ri-vedremo; la commozione per il visto, il rivisto, lo stravisto, commovente perché ci siamo già commossi un’altra volta, perché sappiamo la storia, in una fruizione paradossale per chi crede ingenuamente che, per attrarre, le storie debbano essere sempre nuove e originali.”

Leggi l’intero articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36478#more-36478

Christian Raimo, David Foster Wallace lettore, insegnante e filosofo (Internazionale)

“Cosa avrebbe scritto David Foster Wallace a proposito dei social network? Come avrebbe raccontato il movimento Occupy Wall street? E l’elezione di Donald Trump? E la crisi della democrazia rappresentativa? E il #MeToo? C’è una dolorosa ovvietà nel constatare il vuoto di riflessione e d’immaginazione, di parole, di concetti inediti, di quella complessità febbrile che ha lasciato uno scrittore come lui, nel racconto e nell’analisi del mondo.”

Leggi l’articolo:

https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2018/09/08/david-foster-wallace?fbclid=IwAR22nMeLadWfDBseUE0FSOWR0wez6o0bgrT2oeGuI_HhH7EwiyNaxF_vuj8

Il video della domenica. Robert Aldrich, Che fine ha fatto Baby Jane? (La scena della bambola)

Straordinaria miscela di horror e melodramma, il film racconta la vicenda di “Baby” Jane Hudson, ex-bambina prodigio che tiene reclusa nella sua vecchia casa la sorella Blanche, famosa diva di Hollywood degli anni ’30, paralitica dopo un incidente d’auto di cui Jane pare sia stata colpevole. Tra le due sorelle c’è un rapporto sadomasochistico, che la follia di Jane fa sfociare addirittura nel macabro. Indimenticabile duello interpretativo di due grandi star di Hollywood (vinto però da una toccante Bette Davis, sgradevole e patetica Baby Jane, in quella che forse è stata la sua migliore interpretazione), nemiche storiche la cui nota rivalità ha conferito verosimiglianza al rapporto tra i due personaggi

Bertolt Brecht, Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico
le donne nelle cartolerie dei sobborghi
comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.
Disperate cavano i loro ultimi soldi
dai borsellini logori, lamentando
che il sapere sia così caro. E dire che non hanno
la minima idea di quanto sia cattivo il sapere
destinato ai loro bambini.

Bertolt Brecht, Poesie politiche, Einaudi, Traduzione Enrico Ganni

Lucia Re. La lettura al grado zero. (Le parole e le cose)

“Scrivere o leggere per intrattenere e intrattenersi non credo sia qualcosa di sbagliato in sé. Penso a come leggeva mio nonno: leggeva per intrattenersi. Persona curiosa, vivace, oltremodo vitale. Di stare senza far nulla non se ne parlava, per cui, in mancanza di passatempi, ecco i libri. Quelli che c’erano, quelli che si scrivevano, che si vedevano in giro, quelli che si vendevano; i capolavori di quegli anni. Nessuna ricerca di chicche in librerie dell’usato. Non leggeva per un’idea precostituita sul leggere, o perché riconosceva a quest’azione un valore positivo/negativo, o politico, o militante, o pedagogico; mio nonno leggeva per motivi del tutto concreti: far passare il tempo immaginando una storia, esattamente come poteva fare vedendo un film: soddisfare curiosità, conoscere le cose, ma principalmente divertirsi.”

Leggi l’intero articolo:
https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwDqxQcMqcXwXjmHNnNlBHCHnWN

Il video della domenica. Rainer Werner Fassbinder, Katzelmacher (terrone). Il racconto dell’oggi

Sono passati esattamente cinquant’anni eppure è come girare l’angolo in un quartiere di una qualunque città tedesca, italiana ed europea, oggi e allora. KATZELMACHER (letteralmente fabbricante di gatti) nello slang della provincia nella Germania profonda identificava gli immigrati dal sud, come il nostro terrone, parola forse dimenticata da chi ha meno di sessant’anni ma ancora cattiva, ed appunto cinquanta anni fa un giovanissimo Rainer Werner Fassbinder traslava sul grande schermo, con impura fedeltà, la sua omonima drammaturgia. La sintassi cinematografica ne enfatizza la bidimensionalità, quasi che l’appiattimento dello sguardo configurasse la tragica crasi di un pensiero di sé omesso, o forse solo interrotto. Sei giovani coppie, un muro anonimo, una strada di periferia e una birreria, sfondo teatrale sempre uguale a sé stesso. Lì quei sei giovani vivono la loro vita, anzi perdono man mano la loro vita nell’incapacità di configurarsi una identità, che solo il denaro man mano dominante sembra promettergli. L’apparizione dell’altro, dello straniero, del greco Jorgos (interpretato dallo stesso Fassbinder) per un attimo li compatta nella violenza, in una relazione contro in cui appaiono finalmente complici e alleati. Poi tutto può riprendere come prima, inesorabilmente. È un film dalla rara, claustrofobica e tragica bellezza in cui paradossalmente più che gli echi di un nero passato tedesco ci pare di riconoscere i lineamenti distopici di un futuro globalizzante, i segni di quell’oggi che ancora si compatta nelle grida politiche contro lo straniero mentre lascia disperdersi nel nulla le mille ricchezze di una gioventù orfana nell’incertezza e nell’incapacità di costruire e condividere la propria nuova esistenza.

Maria Dolores Pesce

Versione originale sottotitolata in italiano: Il fabbricante di gattini

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ab64c784-f760-4a01-b414-8aef1aa1dd22.html

Anna Toscano, La morte, la lingua, la madre: cuciture (Doppiozero)

“Guardare gli anni di composizione e di pubblicazione dei libri di Magda Szabó e accostarli agli anni in cui sono usciti grandi romanzi di altre scrittrici nel Novecento è interessante. 
Lettera aperta di Goliarda Sapienza esce nel 1967, Il Filo di mezzogiorno nel 1968; Giù in piazza non c’è nessuno l’autobiografia letteraria di Dolores Prato uscita nell’80 in edizione ridotta e scritta durante tutta una vita; la scrittura intrisa di quotidiano di Natalia Ginzburg, con Tutti i nostri ieri del ’53 e Lessico famigliare del ’63; Alba de Céspedes con Quaderno proibito nel ’52; Fausta Cialente nel ’62 con Interno con figure; La penombra che abbiamo attraversato di Lalla Romano del ’64; Menzogna e sortilegio della Morante del ’48.”

Leggi l’intero articolo:

https://www.doppiozero.com/materiali/la-morte-la-lingua-la-madre-cuciture

Le figurine di Radiospazio. L’anno prima

La scena del racconto risale alle vacanze del 1950, l’ultima estate dei grandi giochi da mattina a sera, con le cugine, qualche ragazzina del quartiere e alcune bambine di città in vacanza a Yvetot. Giocavamo alla bottegaia, a fare le grandi, ci costruivamo case nei numerosi anfratti del cortile del negozio dei genitori, utilizzando casse di bottiglie, cartoni, vecchi tessuti. A turno, ciascuna cantava, in piedi sull’altalena, Il fait bon chez vous Maître Pierre e Ma guêpière et mes longs jupons, come nei concorsi radiofonici. Ci allontanavamo di nascosto per raccogliere le more. I genitori ci vietavano di giocare con i ragazzi con la scusa che preferivano passatempi più violenti. La sera ci separavamo, sporche fino al midollo. Mi lavavo braccia e gambe, felice di poter ricominciare da capo l’indomani. L’anno dopo tutte le ragazze si sarebbero disperse, o avrebbero litigato, mi sarei annoiata e non avrei fatto altro che leggere.

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