La documentalità e il web. Un dialogo con Maurizio Ferraris. A cura di Angela Condello (“Le parole e le cose”)

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“Il quantitativo si è trasformato nel qualitativo. In fondo, il web poggia su strutture tecniche, come la scrittura, che esistono da migliaia di anni. La trasformazione è consistita nel fatto che grazie al web è diventato facilissimo riprodurre e diffondere globalmente scritture e più generalmente registrazioni (immagini, video, suoni…), con un processo che anche solo vent’anni fa sarebbe stato inimmaginabile. Come sempre avviene con la tecnica, questo processo ha costituito non una alienazione, una trasformazione e una espropriazione della natura umana, bensì una rivelazione: ci ha mostrato chi siamo e cos’è il nostro mondo, e ha reso visibili delle strutture che probabilmente erano presenti già nel paleolitico, e che si ricollegano al nostro passato animale, solo che, per l’appunto, erano nascoste.”

 

Emiliano Sbaraglia, La parola (laica) di Don Milani. (“Minima et Moralia”)

 

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http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-parola-laica-don-milani/

 

Posteria d’estate

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Sarà certamente il caldo, sommato agli umori e ai malumori (soprattutto questi) che esso ingenera, ma quando si è sopra i trenta gradi gli aforismi fanno male. Sono dannosi anche d’inverno ma, non so perché, il metabolismo reagisce meglio. Quello che debilita nell’aforisma, o nella citazione proposta come aforisma, è la  carica assertiva (aggressiva) che il loro architetto (tendenzialmente subdolo) nasconde tra le fibre del breve enunciato prima di lanciarlo come un sasso, ritirare subito la mano e allontanarsi velocemente. Se ne va proprio, e non sappiamo come reagirebbe se qualcuno lo rincorresse per chiedergli: “Ma davvero un uomo che legge ne vale due? Ci sono dei lettori che si sono fatti fuori intere collane, da Sellerio a Einaudi, senza che si verificasse nessun valore aggiunto ” Ma sono perplessità che dobbiamo tenerci, perché gli autori di aforismi o sono morti o si trincerano dietro l’impunità che contraddistingue questo fastidioso sottogenere letterario (col quale si sono cimentati anche autori nobilissimi, intendiamoci). Per di più, circolano anche gli pseudoaforismi, che sono estrapolazioni mascherate, di solito da romanzi modesti ma di una qualche diffusione. Ieri mi è capitato di leggerne una, che non riferirò perché può darsi che l’autore sia un po’ innocente – voglio dire: una scivolata enfatica in trecento pagine può passar via come una scarpa rotta nell’acqua limpida di un torrente; il fatto è che la postante (si dice così?) aveva ritagliato quel piccolo orrore non si sa se come esempio di kitsch o come gioiello da indossare sull’abbronzatura estiva. Certo sopravviveremo anche a questi minuscoli dubbi, ma da ottobre in avanti, col fresco, ci riusciremo meglio.

Il video della domenica. INTERVISTA CON EUGENIO MONTALE. L’artista lirico? Genio e imbecillità

Montale sorride, addirittura ci regala qualche sottile risata. I suoi studi giovanili da baritono lo divertono, e ride anche per lo scampato pericolo: se avesse continuato la carriera, chissà come sarebbe diventata la sua vita. Montale racconta, ed è cosa abbastanza rara; sfortunatamente a un certo punto della conversazione l’intervistatore decide che il discorso sta diventando troppo scorrevole e  piacevole, quindi innesta (lui) la marcia poetica e incomincia a pennellare paesaggi da cui spunta qualche traccia di “meriggiare pallido” mentre sullo schermo ansima uno sbiadito paesaggio ligure. Ma per due terzi l’intervista è molto gustosa, la coda finale è il tristo pedaggio che si deve pagare alla poeticità. In tutti questi anni ci siamo abituati, come alle tasse.

Dietro la poesia

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Su Facebook, lo sappiamo, c’è un bel traffico di poesia. È sempre l’ora di punta. Senza semafori né corsie preferenziali né sensi vietati. Essa (poesia) circola liberamente, come le biciclette a Giethoorn, la celebrata città olandese senza strade né auto e popolata solo da ciclisti felici. Anzi, più che circolare essa poesia scorrazza: a viso scoperto, a volte travisata, oppure appena fatta, di giornata e messa in rete ancora calda di forno. Bisogna dire che ormai ci siamo abituati, così quando dal rullo dei post spunta la sagoma di una poesia facciamo istintivamente un piccolo salto in lungo illudendoci di sorvolarla. Ma nei primi due versi finiamo quasi sempre per impigliarci. E tutte le volte, mentre guardiamo l’effigie del (o della) postante ci prende una stizza infantile e irragionevole mentre siamo costretti a leggere almeno l’incipit, ad esempio: “Si amarono tra i noccioli/ sotto soli di rugiada”. Lo stato di alterazione malmostosa in cui ci troviamo è sufficiente ad abbassare quel poco di senso critico di cui disponiamo: “Cosa diavolo scrive di noccioli e di soli, costui! (o costei)”. Ma ormai siamo in trappola e scorriamo la poesia fino in fondo,  là dove a volte ci attende un nuovo motivo di irritazione, la firma dell’autore. Che spesso è la Szymborska, ma può essere anche Williams Carlos Williams o qualunque altro poeta che non siamo stati capaci di riconoscere a prima vista. Potremmo cogliere l’occasione per un piccolo bagno di umiltà, ma è troppo presto, lo smacco brucia ancora, quindi la nostra aggressività si rivolge al postante, che magari è anche un nostro conoscente: non ce lo immaginiamo proprio con un libro di poesie aperto sulle ginocchia e gli occhi che di tanto in tanto si sollevano dalla pagina per guardare i campi circostanti. Ma quali campi? Sappiamo che vive in città e che passa il suo tempo (libero e non libero) su whatsapp cercando di combinare per la sera, di combinare per acchiappare, e di acchiappare per proseguire quella sua patetica arrampicata sociale che non porterà da nessuna parte perché un tipo (tipa) del genere lo sgamano subito e se lo sopportano lo relegano ai margini come si merita… E proseguiamo la nostra invettiva sorda e muta che sprofonda nella cupaggine ad ogni gradino distruggendo l’innocente (e ignaro) postante. Tutto sommato, conviene lasciarla stare la poesia su facebook, e se proprio non se ne può fare a meno è meglio crearne una per l’occasione esponendosi a un ludibrio che in pochi minuti svanirà.

ABDALLA AL OMARI, L’ARTISTA SIRIANO CHE TRASFORMA I LEADER MONDIALI IN RIFUGIATI

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https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/24184-leader-mondiali-rifugiati-abdalla-al-omari

“All’inizio ho dipinto così per rabbia, sono un siriano scosso da tutto quello che sta succedendo al mio popolo. Poi ho voluto immaginare come sarebbero apparse queste grandi personalità, se fossero stati dei rifugiati”.
Così linearmente si esprime Al Omari sulla sua opera, e viene da pensare che la rabbia può essere un felice punto di partenza, soprattutto quando viene sublimata nel gesto pittorico di una discorsività semplice, quasi quotidiana. E la rabbia, mi pare, se era stata l’impulso iniziale, nel risultato finale non c’è più, ha lasciato il posto allo sgomento – non privo d’ironia, quella concediamola all’artista – che nasce dal capovolgimento di ruoli fra vittime e carnefici.

Il video della domenica. INSIDE CHANEL. 4′

Una favola moderna in chiave fashion, la storia di un’orfanella che divenne Coco Chanel. Prima puntata (ma le altre non le pubblicheremo, sono reperibili in rete).

 

MARIA ANNA MARIANI, DALLA COREA DEL SUD (“Le parole e le cose”)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=27876#more-27876

La storia autobiografica di ​un’italiana addottorata in letteratura, precaria,​ che per trovare lavoro all’università​ finisce in una piccola cittadina della Corea del Sud.

Consigli e Sconsigli di lettura

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Il teatro si nutre di bandi, e non solo quello giovanile: per approvvigionarsi, anche i dignitosi Enti teatrali di mezza età sono costretti a scorrazzare su e giù per la rete come ragazzini che cercano la gelateria più conveniente. E’ venuto il tempo del merito, chi l’avrebbe mai detto?, chi se n’era accorto? Forse le vere rivoluzioni sono quelle che, come questa bandistica, marciano con le pantofole di feltro; ce le ritroviamo, una mattina, sedute nel soggiorno che fanno colazione con l’aria di essersi insediate in casa nostra da chissà quanto tempo. Sollecitato da giovani amici teatranti, mi sono affacciato nel giardino dei bandi, e per non perdermi mi sono fermato al primo che ho incontrato. Era un bando riguardante la lettura dei bambini da 0 a 6 anni. I giovani teatranti che mi supportavano si sono subito accesi; già si vedevano sparsi per le scuole e gli asili con una scorta di Gianni Rodari sotto il braccio, impegnati in una tournée cittadina di qualche mese. (“Che ci vuole? Si legge per un paio d’ore al mattino e il resto della giornata è libero”). Ho provato a dire che forse bisognava partire da un metodo pedagogico o da qualcosa del genere, ma loro avevano già incominciato a compilare. Come avevo sospettato, il giardino dei bandi era pieno di insidie; infatti, disinteressandomi ai moduli, mi venne da pensare alle mie prime letture. Le fate madrine che  mi avevano iniziato erano state due: la noia e la proibizione – la seconda, soprattutto, che mentre mi additava la biblioteca degli adulti mi diffidava dal frequentarla. Gli stessi adulti, quando trovai il coraggio di interpellarli, mi spiegarono (?) che quei libri erano tutt’altro che cattivi, e tuttavia sconsigliabili per un bambino della mia età. Il termine sconsigliabile non mi era ignoto, anche il CCC (Centro Cattolico Cinematografico) contemplava la categoria dei film sconsigliabili, dalla quale emanava un profumo tanto forte quanto indecifrabile. Le altre categorie erano: “Per tutti” (nulla quaestio); “Per tutti con riserva” (superata  l’ambiguità che il termine riserva poteva ingenerare in un bimbo appassionato di calcio, anche questa diventava chiara); “Adulti” (e va bene); “Adulti con riserva” (ma quante riserve, veniva da pensare); “Escluso” (drastico ma non  inedito, a quei tempi eravamo abituati ai divieti tassativi e immotivati). E infine: “Sconsigliabile”. In seguito a una sommaria indagine sui giornali e sulle locandine dei film, scoprii che questo termine veniva sempre abbinato a delle dive brune, coi capelli gonfi, strizzate dentro abiti neri, lucidi e senza spalline che incitavano i seni a debordare dai décollété. Non solo, ma quei seducenti cetacei baciavano quasi sempre un uomo con un’arietta di scherno e di dominio che non circolava fra le mura di casa, e nemmeno per strada. (Come si possa conciliare scherno, disprezzo e bacio è cosa che non si può spiegare a parole, bisogna consultare la cartellonistica d’epoca). Fu inevitabile che io identificassi questa categoria di film come la più desiderabile, e per analogia anche quei libri sconsigliabili dei grandi mi apparvero come gli unici degni di essere letti. Sui miei successivi percorsi di lettura è inutile soffermarsi; per tornare, invece, al bando iniziale, l’unica strategia pedagogica che suggerii ai giovani teatranti fu quella di proporsi come sconsiglieri di libri, ma quei precipitosi avevano già compilato il modulo per intero.

 

 

Il video della domenica. Sanguineti, per strada, all’improvviso

Capita, a un poeta, di vincere un premio letterario – il Tomasi di Lampedusa del 2009, nel nostro caso – e di uscirsene per strada, a cerimonia compiuta. La liturgia del premio si è compiuta, la giornata è tersa, il clima seducente. Forse il poeta pensa come può impiegare quell’ora che precede il pranzo ufficiale. Ma ogni premio ha un indotto, così sul marciapiede il poeta viene avvicinato da un suo lettore che fino a poco prima era in sala. Il lettore è molto più che fervido, è avvolgente e caloroso, consonante e, nonostante gli anni, candidamente proteso: conoscendo l’opera del poeta, egli desidera sapere di più su di lui; vorrebbe entrare con premurosa cautela nel retrobottega della scrittura (forse anche nei meandri del pensiero) di quell’autore che tanto ammira. Poiché il poeta si mostra disponibile, il lettore osa: può chiamarlo compagno? Non gli sembra che gli autori del Gruppo 63 (compreso il poeta stesso) pensino bene ma scrivano troppo difficile? Cosa ne direbbe Gramsci? Perché le opere di Ildebrando Pizzetti e di Michele Lizzi vengono così poco rappresentate? E poi, sempre col massimo rispetto, il lettore confessa di aver passato l’estate sudando sette camicie per decifrare Smorfie, che raccoglie la prima produzione del poeta.
Sanguineti era un uomo autenticamente aperto e disponibile: i suo imbarazzi venati di ironia sono piccoli flash che illuminano angoli preziosi della sua personalità.

CORRADO BENIGNI, LE TERRE SCRITTE DI MARIO GIACOMELLI (da Le parole e le cose)

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«Odio le immagini che rimangono così come la macchina le vede. Riprendere un soggetto senza però modificare niente è come aver sprecato tempo»

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GIACOMO LEOPARDI, LA CONVERSAZIONE ALL’ITALIANA

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Come i Presidenti della repubblica, anche i classici non andrebbero tirati per la giacchetta, ma lasciati agli specialisti. Lo so, e me lo sono ripetuto fino a poco prima di pubblicare questo post, ma poi ho ceduto alla tentazione – facile, lo confesso – di calare questo ritratto del conversatore italiano di due secoli fa nella realtà dei nostri giorni. Bisogna sempre contestualizzare, è vero, ma gli argomenti della riflessione leopardiana ci conducono direttamente alle tecniche comunicative attualmente in uso nel nostro paese (quando non si arriva alle randellate). Il gusto per la battuta ad ogni costo, la provocazione come espediente dialettico, la prevaricazione e la furia che sostituiscono l’ingegno ci appaiono, stupidamente, come quegli arrugginiti strumenti medici di qualche secolo fa di fronte ai quali diciamo: “Pensa tu come si massacravano una volta!”, senza pensare che li stiamo usando noi stessi, ancora oggi, in versione cromata e con un design “moderno” che ce li fa sembrare nuovi.

In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie,* il persiflage*cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se pousser à boutcolle parole, più che alcun’altra nazione. Il persiflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di polissonnerie*, ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. I colpi di questo, benché poco artificiosi, sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa. Così un uomo perito della scherma è sovente sconcertato da un imperito, o uno schermitore riposato da un furioso e in istato di trasporto. Gl’Italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.

*scherno *canzonatura *far uscire dai gangheri *impertinenza

Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente degli italiani, 1824

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