Diego Varini «Le fognature psicologiche di questa città».Annotazioni su Bianciardi e il popolo del boom. (Griseldaonline)

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http://www.griseldaonline.it/temi/popolo/bianciardi-popolo-boom-varini.html%E2%80%BA

Le signore si mettevano il cappello, qualcuna persino con la veletta, e portavano la testa alta, le labbra strette. Stavano ben dritte con la vita, e lanciavano intorno occhiate vigilanti, mentre con una mano si tenevano aggrappate al braccio del marito, anche lui ripulito a festa, con il vestito grigio e la cravatta nuova. Il marito aveva una faccia come di pecorone spinto al mercato, la testa pesante, l’occhio spento, il passo greve, l’aria triste. La moglie a tratti gli sussurrava qualcosa con l’angolo della bocca, e lui per un attimo si tirava su, raddrizzava il nodo della cravatta, tirava indietro il polsino della camicia che si era azzardato un po’ troppo fuori della manica, stirava una piega sul gomito. Le coppie che avevano un bambino se lo tenevano in mezzo, con la camicina di seta bianca già sporca, in mano un gelatino, gli occhi alti e svagati, sì che finiva sempre per inciampare nel cordone di qualche marciapiede.

(Luciano Bianciardi, L’Integrazione)

Chiaroscuri ‘900. Ardengo Soffici. VIA

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Ottone Rosai, olio su tela

Soffici e Palazzeschi, i due poeti che passeggiano in questo notturno, erano amici, oltre che implicati in vario modo col Futurismo: Palazzeschi senza sbilanciarsi troppo, secondo quanto gli dettava la sua ironica e critica; Soffici, gettandosi con più decisione nella mischia: anche in senso fisico, tanto da prendersi a schiaffi con Boccioni dopo aver scritto una recensione negativa a una mostra milanese dei pittori del movimento; e gli schiaffi non furono simbolici, quella volta, ma generarono una rissa con tanto di intervento poliziesco – tale era la partecipazione alle questioni letterarie del primo Novecento. In questa Via, tutto è molto più tranquillo, anzi immobile nella costruzione di un Notturno pervaso di memorie, che nel finale si trasformano in malinconia. (Forse l’organetto di barberia che spunta negli ultimi versi è un po’ oleografico, ma l’idea della canzonetta vigliacca che ti coglie a tradimento è efficacissima).

Via

Palazzeschi eravamo tre
Noi due e l’amica ironia
A braccetto per quella via
Così nostra alle ventitré

Il nome chi lo ricorda
Dalle parti di San Gervasio
Silvio Pellico o Metastasio
C’era sull’angolo in blu

Mi ricordo però del resto
L’ombra d’oro sulle facciate
Qualche raggio nelle vetrate
Agiatezza e onorabilità

Tutto nuovo le lastre azzurre
Del marciapiede annaffiato
Le persiane verdi il selciato
I lampioni color caffè

Giardini disinfettati
Canarini ai secondi piani
Droghieri barbieri ortolani
Un signore che guardava in su

Un altro seduto al balcone
Calvo che leggeva il giornale
Tra i gerani del davanzale
Una bambinaia col bebé

Un fiacchere fermo a una porta
Col fiaccheraio assopito
Un can barbone fiorito
Di seta che ci annusò

Un sottotenente lucente
Bello sulla bicicletta
Monocolo e sigaretta,
Due preti una vecchia e un lacchè

Che bella vita, dicesti
Ammogliati, una decorazione
Qui tra queste brave persone
I modelli della città

Che bella vita fratello
E io sarei stato d’accordo
Ma un organetto un po’ sordo
Si mise a cantare Ohi Marì

E fummo quattro oramai
A braccetto per quella via
Peccato! La malinconia
S’era invitata da sé

 Ardengo Soffici, Una via, «Lacerba», 15 luglio 1913, poi in Intermezzo

Altri chiaroscuri:

Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/

Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/

Govoni: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/17/chiaroscuri-900-iii-il-poeta-dentro-e-fuori-corrado-govoni/

Depero: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/26/un-futurista-fuori-sede-fortunato-depero-a-new-york/

La Striscia. MARCEL PROUST

striscia

Uno dei miei personaggi (il quale si presenta nell’opera come nella vita, ovvero poco definito all’inizio e in seguito più scoperto risultando egli infine il contrario di ciò che credeva di essere) appare appena nella prima parte come l’amante supposto di una delle mie eroine. Verso la fine della prima parte (o all’inizio della seconda, se il manoscritto che vi invio supera un poco i limiti di un volume) questo personaggio si presenta, fa sfoggio di virilità, di disprezzo per i giovani effeminati, ecc. Ora, nella seconda parte, il personaggio, il vecchio signore di una grande famiglia, si rivelerà un pederasta, dipinto in modo comico, ma che, senza alcuna parola volgare, lo si vedrà “rimorchiare” un portiere e mantenere un pianista. Credo che questo personaggio – il pederasta virile, il quale detesta i giovani uomini effeminati che lo ingannano sulla qualità della merce non essendo che donne, questo “misantropo”, abbia sofferto troppo a causa delle donne, il credo che questo personaggio abbia qualcosa di nuovo (soprattutto a causa del modo in cui viene trattato ma che non posso qui spiegare in dettaglio) – ed à per questo che vi prego di non parlarne a nessuno.

Marcel Proust, Lettere a un editore, Affinità elettive, Traduzione Valentina Conti

Il canto di Margot

Adesso che il canto di Margherita Galante Garrone (Margot) si è spento, bisogna assolutamente ricordarla (e soprattutto studiarla), questa grande cantante, musicista e regista che non ha mai cercato i riflettori, sembrandole più che sufficiente coniugare nel suo lavoro il rigore con la leggerezza. La canzone che pubblichiamo, “Perché dovrei essere ricordata?” riflette l’understatement, che le era affatto congenito, così come l’eleganza intellettuale che caratterizzò le sue svariate stagioni, dal “Cantacronache” al Gran teatrino La fede delle femmine, e l’ironia, che le dettò questa breve autobiografia in versi, e che da oggi ce la fa rimpiangere.

Crebbe bambina con tre precettori
Privati: storici, poeti, autori,
Ed una madre assai brava cantante,
E violinista ed anche commediante…
Ma poi Margot, ch’era ancora fanciulla
Lasciò i parenti, lasciò la sua culla,
I suoi interessi, e perse la testa
Per dedicarsi ai canti di protesta.
Con Amodei e Michele Straniero
Girò l’Europa e non le parve vero
Di dare inizio alla bella avventura
Dei Cantacronache, che con sicura
Mano per primi seppero creare
Musiche e testi da rappresentare,
Coadiuvati da nomi importanti
Come Calvino, Fortini e ancor tanti
Che troppo lungo sarebbe elencare
Quindi fermiamoci nel menzionare.
Scrisse canzoni e colonne sonore
Partecipò a più kermesse canore
Tredici dischi incise da autrice
Ma le mancava, per esser felice,
Un picciol gruppo con cui lavorare
E divertirsi a inventare e a giocare.
E fu così che con far sbarazzino
Di marionette fondò il Gran Teatrino
Avendo sempre, e fedeli, al suo lato
La Paola Pilla e la Lulù Beato.
Mettono in scena spettacoli densi
Che in ogni ambiente ricevon consensi:
Musiche tratte da assai rari dischi:
Hindemith e Malipiero e Stravischi,
Kurt Weill, Rameau, e anche Purcell e Berio,
Kagel, Berlioz, Boccherini e con serio
Spirito i testi (che han messo alla prova
La Stein, Calasso, Balzac, Casanova)
Il Gran Teatrino seppe poi trovare
per presentarli in occasioni rare,
Con i costumi grandiosi che fatti
Son da quel mago di Marco Baratti.
Con le fedeli sue Pilla e Beato
Il Gran Teatrino si è poi cimentato
In più di un’opera alla Fenice
Con risultato davvero felice,
E un corso tenne poi di messinscena
Perfino in un Istituto di Pena…
E ancor produsse dei cortometraggi
(Senza peraltro trarne dei vantaggi).
Sempre e dovunque il Teatrino fu amato
Tanto che infine poi venne ospitato
Per qualche tempo in una Fondazione
Che vanta fama e vanta tradizione…
Ma che in un “amen”, con gran tracotanza
Spedì le Femmine via dalla stanza
In cui le recite dai veneziani
Erano accolte con gran battimani.
E fu così che la bella struttura
Per fare posto a una brutta scultura
Venne cacciata, senz’ombra di scusa,
E l’esperienza fu così conclusa.
Questo per quanto riguarda il teatrino
Ma se torniamo a Margot e al suo destino
Dobbiam parlar di trecento canzoni
Che stan seguendo le oscillazioni
Della politica, come consiglia
La tradizione della sua famiglia.
Sono canzoni ironiche e tristi
Che parlan spesso di poveri Cristi,
E guardano con occhiali speciali
Ciò che riportano tutti i giornali.
Ma l’avventura teatral non è morta:
chiuso un portone, si apre una porta.
E ad una lapide lei pensa spesso:
“Fu troppo brava per aver successo”…
La biografia è comunque un sigillo:
O meglio ancora: un bel coccodrillo.

Per ulteriori notizie su Margot:

https://gaetanolopresti.wordpress.com/2014/02/21/le-due-anime-della-cantautrice-margot-galante-garrone/

Foto storiche. La figlia giovane. 1953

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E’ certamente domenica, perché negli anni Cinquanta il sabato si lavorava. Una delle prime domeniche di marzo, si direbbe. La famiglia è in gita non si sa dove, ma non ha importanza: la regia della giornata ha deciso qual è il clou dell’escursione, una fontana che fa da sfondo all’intera famiglia ma che sembra correlata principalmente alla bimba, protagonista indiscussa dell’immagine e certo anche del destino dei due genitori. La figlia è giovane e sorride perché sa di esserlo. Non è scontato, non tutti i figli sono giovani; alcuni, a dispetto dell’età anagrafica, sono come paralumi ereditati da chissà chi,  quindi dimenticati. I figli giovani possono essere tali solo se i genitori vecchieggiano. Anche vecchieggiare non è questione anagrafica e nemmeno di rughe, ma di luce. I genitori della foto hanno appena scoperto il neon, un sistema d’illuminazione innovativo che promette un buon risparmio di energia elettrica in cambio di una luce fredda e insicura come ogni modernità. Senza consultarsi, perché sono cose che si fanno per sentimento, non per calcolo, sia il padre che la madre hanno deciso di alimentarsi a neon e di lasciare alla figlia giovane la lampadina da 100 watt (la vediamo infatti risplendere sul cappottino bianco).

figlia tonda

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/22/foto-storiche-la-figlia-tonda-1951/

Due ragazze in pausa

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/07/12/foto-storiche-due-ragazze-in-pausa-1953/

“Quo vadis?” al cinema Eliseo

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/06/30/foto-storiche-quo-vadis-al-cinema-eliseo-1951/

Radioménage

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/03/08/foto-storiche-radiomenage-1953/

La fiera di Milano del 1953

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/09/20/foto-storiche-la-fiera-di-milano-del-1953/

La ragazza e i marinai

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/07/08/foto-storiche-la-ragazza-e-i-marinai/

 

Il video della domenica. Renoir al lavoro

Dimenticate il commento musicale, che è deviante, anzi disattivate decisamente l’audio ed entrate senza finta compunzione in casa di Pierre-Auguste Renoir per osservarlo mentre dipinge. La sua vita è al termine, Renoir morirà nello stesso anno in cui è stato realizzato questo filmato (1919); l’artrite reumatoide lo devasta da tempo, ma l’artista sembra sereno (a me pare che a un certo punto faccia anche l’occhiolino). E’ contagiosa la soddisfazione con cui si fuma la sigaretta e quella vaga allegria da satiro arzillo che pervade il reperto, forse accentuata dalla forma della barba. 

 

 

 

Frutti d’estate. Il bongo

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Il bongo irrompe nell’estate come un frutto che sboccia già adulto, senza infanzia – nessuno ha mai visto, in primavera, i primi bonghini teneri spuntare agli angoli delle strade – e come tutti gli adulti il bongo è protervo, non ha sordina, non conosce mezze misure, strepita come certi clienti che entrando nel bar pretendono di far sapere al mondo che vogliono un caffè ristretto. Di origine africana, il bongo viene suonato quasi sempre da italiani che vagheggiano di migrare verso un’etnia impossibile. Come tutte le aspirazioni velleitarie, anche questa genera una frustrazione che deraglia nell’ossessione. Solitamente, il suonatore di bongo è circondato da un piccolo gruppo di astanti che dissimulano la loro compassione con l’ammirazione. Il raptus del suonatore di bongo può durare anche alcune ore.

L’illustrazione del giovedì. Malcolm T Liepke. Il piacere dei ragazzi

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Ritrattista che si trova a suo agio sulle copertine dei settimanali americani, Liepke conquista il pubblico con una tenacia che il tempo ha trasformato in ossessione. I suoi ragazzi e le sue ragazze sono l’eterna coniugazione di un solo volto, o se più vi piace le infinite variazioni su un tema ripetuto con la perseveranza dell’alchimista. Ma viene da pensare che Liepke non si aspetti (e nemmeno desideri) nessuna trasmutazione dal suo continuo operare: per il pittore, questo processo è circolare, come una inarrestabile giostra delle identità sessuali che parlano di un piacere implicito e unico.

 

Gli zombie sempreverdi (da “Left”)

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https://left.it/2017/08/05/i-nuovi-zombie-sono-i-razzisti/

Per ora è solo l’annuncio di un film, Go home (regia di Luna Gualano, sceneggiatura Emiliano Rubbi), la cui lavorazione dovrebbe essere iniziata in questi giorni a Roma. L’argomento: “Gli zombie assediano Roma. L’unico posto sicuro in tutta la città è un centro d’accoglienza per migranti, al cui interno gli ospiti lotteranno strenuamente per rimanere in vita. Ma fra gli ospiti c’è un intruso: Enrico, un militante di estrema destra che stava picchettando l’ingresso del centro per impedirne l’apertura e che mentirà sulla propria identità pur di salvarsi la vita.”
Oltre alla curiosità connessa a un argomento nevralgico come l’immigrazione e il conseguente rigurgito razzistico, la notizia suscita una domanda che può sembrare oziosa ma che non mi sembra retorica: quando un argomento scottante e violentemente battuto dalla cronaca, dalla speculazione politica, dal peggior senso comune si formalizza in un film, e per di più un film di genere, è l’inizio di una normalizzazione?, di una sdrammatizzazione? Non penso tanto alle stragi dei generi più svariati, con le quali conviviamo quotidianamente grazie all’assuefazione mediatica, ma a una convivenza critica che trova nella finzione cinematografica, e nell’ermeneutica connessa alla visione, un momento di decantazione, che può essere solo salutare.

 

6 agosto 1945, Hiroshima. PHILIPPE FOREST, SARINAGARA

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La vigilia del giorno in cui esplose la prima bomba nucleare della Storia – la vigilia di quel 6 agosto che curiosamente è anche la data del suo compleanno, dei suoi ventotto anni – Yosuke Yamahata passa rapidamente per Hiroshima, diretto alla sua nuova destinazione, la guarnigione di Hakata. è assegnato come fotografo presso le truppe di stanza nella prefettura di Fukuoka, situata su Kyushu, la più meridionale delle grandi isole del Giappone. Arriva in sede nel momento in cui cominciano a diffondersi nel paese le prime voci sulla sorte di Hiroshima.
La notizia dell’esplosione giunge a Hakata verso mezzogiorno. Nagasaki dista solo centosessanta chilometri. Yosuke Yamahata riceve dai suoi immediati superiori l’ordine di recarsi immediatamente sul posto per raccogliere i documenti fotografici che testimonino l’esplosione. Quattro uomini lo accompagnano in quella missione. Curiosamente, uno di loro è pittore e un altro scrittore. Non si sa nulla (neppure il nome) degli altri due soldati. Né si sa se le autorità giapponesi abbiano mandato apposta tre artisti sui luoghi della catastrofe (improbabile), o se sia stato un puro caso.
Fumando sigaretta dopo sigaretta, Yamahata aspettava tra le ombre e le voci che la notte finisse. Da qualche parte, distante ma non abbastanza lontano da tutti quei corpi che la morte aveva mischiato alla terra e di cui certi imploravano un aiuto impossibile, si era allungato un po’, con la faccia rivolta ad est, in direzione del punto da cui, pensava, il sole avrebbe finito per sorgere. Voleva certamente approfittare di un’ultima tregua, riprendere un po’ di forze prima che l’alba facesse alzare tutta quella oscurità adagiata, incollata sul mondo, prima che lo privasse – lui, non il mondo che non se ne curava più – della protezione che per ora gli assicurava l’impenetrabile spessore del buio tutto intorno, e lo lasciasse solo sotto la luce: in mezzo al grande deserto devastato dell’impensabile.
Si calcola che a Nagasaki, tra il 9 agosto 1945, giorno del bombardamento, e le settimane immediatamente successive, i morti siano stati settantamila. Altrettanti furono coloro che morirono per gli effetti dell’esplosione nel corso dei cinque anni seguenti. Ma a che cosa serve contare? La verità non è statistica: non è mai questione di cifre.
Le numerose testimonianze del dopo esplosione a Hiroshima e Nagasaki mostrano tutte la stessa immagine di un mondo devastato ma in cui l’orrore resta pateticamente vivo.
In un primo tempo ci fu l’arbitrarietà totale e atroce del disastro, che operava priva di logica con tutta la forza scatenata di una violenza senza scopo: colpiva gli uni, risparmiava gli altri, poi di colpo cambiava idea, si ravvedeva senza ragione, stroncava quelli che sembravano salvi (e che morivano di colpo senza aver avuto nessun sintomo) oppure lasciava vivere quelli che sembravano condannati per la gravità delle ferite riportate (e che pian piano si riprendevano dopo esser stati dati per persi). Le case più solide crollavano sui loro abitanti mentre a volte bastavano il pannello di un tetto o una lastra di zinco per respingere il lampo nucleare e proteggere il corpo dalle radiazioni. Gli edifici prendevano fuoco come torce imbevute di benzina e l’incendio si propagava a caso. Nel cielo ancora oscurato dal fumo volavano come grandi uccelli neri centinaia di frantumi che assomigliavano a piccole granate e che, una volta finita la loro corsa, ricadevano a picco sul suolo. Un sisma insensato aveva cancellato tutto.
Ci fu tutto questo, i fiumi pieni di cadaveri, l’asfalto e la pietra letteralmente liquefatti, la carne vaporizzata, le ombre fissate sul muro, i corpi carbonizzati sul posto, i roghi, le macerie, la pioggia nera, il mondo deformato come per effetto di un’immaginazione malata, la scena della realtà sottosopra. E poi c’era, e avanzava senza più sapere verso dove, il corteo dei corpi nudi, senz’abiti perché erano stati spazzati via dall’esplosione, dal sesso indistinguibile, forme già gonfie e storte come per effetto di un tumore generalizzato, cresciuto nel giro di pochi istanti dando a quelle sagome un aspetto penoso e grottesco. Quelli che potevano camminavano indefessi tra le macerie, come se potessero così lasciarsi alle spalle il dolore: ciechi, aggrappati gli uni agli altri, con il derma tatuato a disegni barocchi dal lampo e crivellato di schegge di vetro che tintinnavano come sonagli a ogni passo. Così andavano i superstiti.

Philippe Forest, Sarinagara, Alet, Traduzione Gabriella Bosco

La Striscia. LEV TOLSTOJ

striscia tolstoj

– In ciò è la principale turpitudine! La dissolutezza non consiste negli atti fisici, qualunque eccesso fisico non corrompe: ma la corruzione, la vera corruzione consiste proprio nel liberarsi dalle relazioni morali verso la donna con la quale si hanno rapporti fisici. Ma questa liberazione io la consideravo come un merito. Mi ricordo di essermi una volta molto tormentato per non esser riuscito a pagare una donna che forse si era data a me per amore. Mi tranquillizzai soltanto quando le ebbi mandato del denaro, mostrando così che non mi consideravo affatto legato moralmente a lei… Non scuotete il capo come se foste d’accordo con me! Conosco questo trucco. Voi tutti, anche voi, nel migliore dei casi, se non siete una rara eccezione, voi avete le stesse idee che io avevo allora. Via, lasciamo andare, perdonatemi, ma ciò è orribile, orribile, orribile!
– Che cosa è orribile?
– L’abisso d’incoscienza in cui tutti viviamo riguardo alle donne e alle nostre relazioni con loro.

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, RLI

 

 

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