Sulle tracce della Medusa. LA MORTE DI FAUSTO. Audio/Radiospazio. durata 14′

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E’ il penultimo “Poemetto drammatico” della nostra serie. Il vecchio Faust (l’italianizzazione del nome era diffusa nel secondo Ottocento e nel primo Novecento) poco prima di morire si accomiata da Mefistofele, suo eterno ma complementare nemico. Sarebbe forzato cercare in questo gioco degli opposti un’anticipazione sartriana del meccanismo vittima-carnefice, ma di certo nella dinamica drammatica di Graf essa è presente: chi ha ascoltato questa nostra breve serie la ritrova anche nel rapporto fra Dio e Mefistofele, che addirittura viene assunto in cielo per “continuare il gioco” che ha condizionato tutta la loro vita.

Monsieur Evento & Madame Okkupazione

 

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A Ivrea nel 1967 fu promosso il “Convegno per un Nuovo Teatro”. Nel Manifesto, pubblicato nel novembre del 1966 sulla rivista “Sipario”, si affermava che ”ci si possa servire del teatro per insinuare dubbi, per rompere delle prospettive, per togliere delle maschere, per mettere in moto qualche pensiero”: era questa la necessità del teatro in quel mondo in trasformazione, così mutevole, così sollecitato dalle inquietudini del proprio tempo. In un periodo in cui l’antagonismo sociale e politico, la cosiddetta lotta di classe, raggiunse nel nostro Paese i livelli più alti di conflittualità in Europa, il teatro di sperimentazione giocò un ruolo importante e videnascere l’avanguardia più vitale del mondo, così poliedrica e dinamica da creare degli opposti estremismi tra tendenze teatrali poi dissolte in una deriva senza orbita.
(Francesco Bono, Dossier Ivrea 1967 “Mettere in causa il teatro in quanto tale”: alcune note su Ivrea 1967”)

Carmelo Bene, Ronconi, Marco Bellocchio, Carlo Quartucci, Edoardo Fadini e tanto altro teatro italiano misero sul tavolo le loro idee in maniera dura e, specialmente l’ultimo giornoanche un po’ convulsa. Mi ricordo che avrei preferito (con giovanile ingenuità) un confronto fra le poetiche e il far teatro ma i tempi imponevano altro, un discorso globale sul teatro e sulla società, sul pubblico e sulle istituzioni culturali senza dimenticare il testo teatrale, la  regia, la figura e ruolo dell’attore, il luogo teatrale. Il “Nuovo teatro” che doveva sorgere, o che stava affiorando si contrapponeva al Teatro ufficiale; posti così, i termini della questione possono sembrare schematici e ingenui, soprattutto oggi che i gruppi teatrali oscillano fra la spontaneità, il rifiuto e il desiderio di omologazione ma in quel 1967 molti sentivano che si annunciava, o che era già iniziata, una nuova stagione. Come sempre accade quando le questioni si radicalizzano, il dibattito finì per svilupparsi fra due concetti che venivano vissuti e proposti come antitetici: un teatro aperto alle istanze della società e un teatro estetizzante (com’è polveroso questo termine!) tutto risolto nei meccanismi del suo linguaggio. Mi sembra che oggi siamo fuori da questa semplicistica impostazione se non altro per la buona ragione che non ci si confronta più su ciò che si va facendo né su ciò che si vorrebbe fare, a volte non lo si pensa neanche fra sé e sé. Terminata la stagione delle post-avanguardie teatrali, è nato un mostriciattolo dai tratti gentili e seducenti, l’Evento, che subito è stato coccolato e accudito dai pubblici amministratori e dai media. Questo esserino è cresciuto molto in fretta, è diventato un gigante tirannico e suadente, capace di imporre le sue regole anche ai più rigidi antagonisti. Poi, in età matura, ha deciso che era ora di trovare una sposa e l’ha trovata nell’Okkupazione, una signora straordinariamente feconda. I due, oggi, vivono la loro stagione beata, circondati dalla loro grande famiglia in espansione. Sono talmente compenetrati l’uno nell’altro che qualcuno li scambia per una persona sola.

per una bella documentazione sul Convegno di Ivrea:
http://www.ateatro.org/mostravoce2.asp?alfabeto=Ivrea

 

 

 

Sulle tracce della Medusa. L’ASSUNZIONE DI MEFISTOFELE. Audio/Radiospazio

mefistofele cielo montaggio 2 stretto corna lungheUn altro “Poemetto drammatico” di Arturo Graf (v. post del 22 maggio) realizzato da Radiospazio – è una miniserie, come i lettori avranno intuito. Una precisazione quasi superflua ma non si sa mai: “Assunzione” indica qui “salita al cielo”, un evento che nella dottrina cattolica è riservato, per quanto ricordo, a due soli personaggi, Gesù Cristo e la Madonna, certamente non a Mefistofele, che invece Graf rappresenta provocatoriamente alle porte del Paradiso. Il dialogo fra Dio e il Diavolo, di straordinaria (in quanto ambigua) ironia, ricorda quello di due vecchi, stanchi coniugi che, dopo averne fatte – ed essersene dette – di tutti i colori, decidono che non possono fare a meno uno dell’altro.

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Dopo il 2 giugno 2014 questo audio potrà essere rimosso dal sito di Spreaker. Chi desiderasse ascoltarlo dopo questa data potrà farne richiesta al blog di Radiospazio.

Sulle tracce della Medusa. LA MORTE DI DON GIOVANNI. Audio/Radiospazio

don giovanni con fiammeFra le tante creature mostruose che ci ha consegnato la mitologia greca, Medusa è una delle più sinistramente “moderne”, a incominciare dall’acconciatura che ridicolizza i tentativi degli Hair Stylist di stupire con creazioni originali: i capelli acconciati a forma di testa di maiale, di nido di uccelli, di vela multicolore (esempi tratti dai cataloghi) sembrano acconciature da collegio femminile se paragonate alla matassa di serpenti (vivi, naturalmente) che si agitano sulla testa della Medusa. Per non parlare poi dell’impatto che la mostruosa creatura ha sugli uomini, che dapprima attrae col suo imperscrutabile potere e che quindi lascia di brutto, anzi letteralmente di pietra, come altrettanti monumenti alla grullaggine maschile.
“Il volto di Medusa” è un convegno che si è svolto a Torino, la scorsa estate, con riferimento ad Arturo Graf, uno scrittore vissuto nella seconda metà del XIX secolo scorso e attivo anche a Torino, che non molti ai nostri giorni ricordano. Di Graf avevo letto non sistematicamente solo qualche produzione in versi e a dir la verità lo avevo dimenticato; mi è tornato in mente solo quando l’organizzatrice del convegno, la professoressa Clara Allasia, ha avuto l’idea di chiamare in causa Radiospazio per realizzare uno spettacolo sonoro sui “Poemetti drammatici” di Graf, che io totalmente ignoravo. Il contesto accademico del convegno e l’immagine approssimativa che avevo dell’autore mi fecero pensare che l’impresa fosse un po’ fuori dalle corde di Radiospazio ma il pregiudizio svanì quando scoprii che nei “Poemetti” i versi erano improntati alla dinamica scenica e che il poeta era anche un ottimo drammaturgo, capace per di più di coltivare l’ironia. Che affiora palesemente nei quattro poemetti che abbiamo realizzato, a incominciare da quello di cui oggi vi proponiamo l’ascolto, La dannazione di Don Giovanni, una divertita riscrittura che colloca l’eterno libertino in un Inferno parodistico e sorprendente: venti minuti di ascolto molto godibile.

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Dopo il 2 giugno 2014 questo audio potrà essere rimosso dal sito di Spreaker. Chi desiderasse ascoltarlo dopo questa data potrà farne richiesta al blog di Radiospazio.

Quelle schiave degli anni ’50. AUDIO

C_0_articolo_426460_listatakes_itemTake_1_immaginetakeA prima vista, l’audiodocumentario può assomigliare a quegli animali che sono riusciti a sopravvivere per molti milioni di anni, come il celacanto, un pescione a grandi scaglie che, non essendo commestibile, viene pescato solo per sbaglio e che anche per questa ragione, credo, ha potuto stabilire questo straordinario record di durata. Anche l’audiodocumentario se ne sta oggi per conto suo dopo aver vissuto una decorosa esistenza nei vivai della radio pubblica fino agli anni ’50, ma per inabissarsi senza rimedio con la nascita della televisione. Per svariati decenni, l’audiodocumentario ha nuotato in acque tanto buie e profonde da far pensare che fosse estinto – anzi, in realtà nessuno ci faceva caso: tranne i casi di parenti e amici, sono rari i casi in cui ci viene certificata una scomparsa; le cose e le persone svaniscono, per lo più, senza che ce ne accorgiamo. Invece l’audiodocumentario non se n’era andato, l’ha fatto riemergere Audiodoc, la prima associazione italiana di autori e autrici indipendenti di documentari (http://www.audiodoc.it/).
Vorrei proporvene uno di Lea Nocera e Daria D’Antonio, La fine delle case chiuse. Un racconto dell’Italia degli anni ’50, un documento e attuale in un’epoca in cui la Lega ripropone la riapertura dei casini.
http://www.audiodoc.it/documentario.php?id_doc=198&lang=1

 

 

L’evidenza di Sua Eminenza. “Il pipistrello” all’Auditorium Cottolengo

l'evidenza di sua eminenzaIn queste due ultime stagioni, intorno a Radiospazio si è creato un piccolo nucleo di pubblico: tanto affezionato quanto selezionato, verrebbe da dire, anche se per la verità nei sogni inconfessati di ogni teatrante c’è una grande platea che trabocca di spettatori – e anche se non sono affezionati e selezionati, pazienza.
Domenica 18 maggio, quando abbiamo replicato Il pipistrello all’Auditorium del Cottolengo, abbiamo incontrato un pubblico nuovo e a noi sconosciuto. Dopo un solo spettacolo non si può parlare di affezione ma l’empatia che circolava era forte. E salutare, direi. Per quanti non hanno visto lo spettacolo e leggono questo blog, ricordo che nella nostra riscrittura scenica Il pipistrello è un gioco di meta-meta teatro; nasce da un breve racconto di Pirandello che narra di una compagnia di comici alle prese con una modesta commediola di maniera. Durante le prove, un dispettoso pipistrello terrorizza le attrici e naturalmente non manca di farlo anche al debutto. La primattrice perde i sensi ma il suo svenimento infiamma il pubblico, annoiato fino a quel momento dalla banalità della commedia. Il fiasco annunciato si trasforma in successo. Di qui il dilemma: come si può riprodurre nelle repliche successive la fortuita combinazione pipistrello/svenimento (autentico) dell’attrice? Evidentemente non è possibile perché il conflitto fra verità e finzione è insanabile, dice Pirandello, che scrive questo suo racconto nel 1920, l’anno prima di Sei personaggi in cerca d’autore, cioè del testo in cui la sua riflessione sul teatro raggiunge il livello più alto e complesso. Su questo racconto abbiamo inoltre costruito una vicenda para-pirandelliana inventando un personaggio femminile, la Signora Fu, che ricalca in chiave ironica la Signora Frola di Così è se vi pare. Insomma, nello spettacolo circolano una serie di “meta” e di “para” che non finisce più perché combinandosi gli uni con gli altri tendono a proliferare indefinitamente. Mi dicevo, poco prima dell’inizio, che incontrare un pubblico nuovo con uno spettacolo in cui abbondano i piani di lettura e i riferimenti interni poteva riservare delle incognite. Ma, come recita uno del “Proverbi” di De Musset, “Impossibile tutto prevedere”, e qualche volta le incognite sono piacevoli, come quelle dell’altra sera. Da improvvisato cronista dello spettacolo, ne propongo due momenti esemplari. Il primo riguarda il passaggio da un prologo improvvisato che introduce all’azione scenica vera e propria: a luci di sala accese, due attori sfogliano un giornale cercando notizie sullo spettacolo che stanno provando; quando le chiacchiere, volutamente sciatte, sono terminate e sul palcoscenico si sono accesi i riflettori, si è levato un deciso “Oooh!” dal pubblico. Che era un sonoro “finalmente si recita”: non si poteva sottolineare meglio il passaggio dalla banalità del non-teatro alla pregnanza della rappresentazione. Il secondo passaggio riguarda l’entrata entrata in scena nei panni (scalcagnatissimi) di un vescovo: la compagnia (quella meta-teatrale) non aveva mezzi, questo lo si era capito, ma l’orrore di quel costume acquistato in rete per 16 euro, combinato col cipiglio indispettito dell’attore che doveva indossarlo, ha scatenato una risata che saliva e scendeva le scalinate dei “meta” e dei “para” con splendida agilità per affermare, anche senza enunciarla criticamente, la supremazia dell’evidenza scenica.

Una visione: Radiospazio taxi

taxi e radio piccolaIeri mattina, piccolo trasloco dal teatro Astra. Umile attrezzeria: un bicchierino, una bottiglia, un cestino con qualche fiore finto, una torcia elettrica ma qualche elemento un po’ più teatrale, come un tavolino ammiccante a un impossibile settecento e tre sgabelli grigi che con certe rifrazioni di luce e visti da molto lontano avrebbero potuto far parte dell’allestimento di un Goldoni in abiti moderni prodotto da uno Stabile di provincia poco dopo la scomparsa di Strehler.

Ci siamo serviti di un taxi-furgone.
Il tassista era eclettico ed estroverso, la militanza nel traffico non l’aveva appannato, anzi sembrava che ogni semaforo lo ritemprasse. Da uomo sagace, deduttivo e amante delle arti, s’interessò subito alle vicende della nostra formazione e quando seppe che si trattava di Radiospazio teatro la sua immediata simpatia nei nostri confronti si tramutò in amore, anzi in affinità elettiva. Amava e aveva sempre amato la radio, in particolare i radiodrammi. Nell’entusiasmo rievocò un’antica serie di Ellery Queen che io dovetti fingere di ricordare.
Ora, è straordinario il numero di persone che si professano devote ai radiodrammi e non parlo solo degli ascoltatori più attempati (la nostalgia, il dopo guerra, l’infanzia…): il tassista era giovane, sulla quarantina quindi deve aver ascoltato i gialli di Ellery Queen prima delle elementari. L’amore, l’entusiasmo per i radiodrammi non conosce età, il suo ricordo permane anche nei cuori di chi non l’ha conosciuto (una notorietà di natura straordinaria, quasi soprannaturale); fra i miei studenti è diventato addirittura trendy nonostante riescano ad ascoltarne solo pochi frammenti durante il corso.
Non sono in grado di spiegare questo fenomeno: forse il radiodramma, ormai tramontato e a suo tempo sepolto dalla rai sotto una colata di calce, suscita, per via della sua natura liquida,  impalpabile, un senso di solidale protezione come un tempo avvenne per gli indiani d’America costretti nelle riserve. Forse è irresistibile il profumo rétro che emana dal suo nome vecchiotto, un odorino di cui sono impregnate le soffitte e gli anni Quaranta così come lo erano quelle austere giurie che premiavano gli “autori drammatici” con statuette vittoriose montate su basi di marmo dalle venature funeree a ricordare che anche la gloria radiofonica è destinata a finire, come tutte, là sotto.
Ma la mente del tassista non aveva spazio per questi pensieri, al contrario galoppava verso il futuro, un futuro prossimo, a patto che lo si volesse costruire, nel quale sui taxi si trasmettono per i passeggeri radiodrammi di varia durata, a seconda del percorso. Fra le auto imbottigliate nelle ore di punta si sarebbero incrociate le trame e le voci degli attori formando un reticolo di narrazioni, di porte che scricchiolano e di musiche, di passi nella notte e di tamburi sommessi che sostengono le grida delle vittime, un radiodramma frammentario e inscatolato in ogni singolo taxi ma nello stesso tempo globale.
Una visione: Radiospazio taxi.

 

 

Paolo Poli.Teatro Carignano. Aquiloni.

paolo-poli-giovane-237457Nell’ “Intervista impossibile” con l’uomo di Neanderthal (scritta da Calvino per radio due nel 1974) il nostro progenitore polemizzava con l’azzimato giornalista che lo intervistava: “Ma cosa dici? Ma cosa parli? Non c’eri mica te! Io c’ero”. Probabilmente non è un merito “esserci stato”, cioè essere vecchi, così come non lo è, al contrario, essere giovani. Ma Paolo Poli, curiosamente, dava l’idea di esserci sempre stato anche da giovane, come un minerale fino a quel momento sconosciuto che il caso fa rinvenire a un gruppo di boy scout durante una passeggiata in montagna. A me è capitato di vedere i primi suoi spettacoli che risalgono alla fine degli anni Cinquanta nei quali egli era il mattatore ma che nascevano da una brillantissima idea di Aldo Trionfo. Insieme a Lele Luzzati, il grande regista genovese aveva dato vita a un’agile formazione teatrale, “La borsa di Arlecchino”. La formula era semplice e nuova: la prima parte era dedicata a un bouquet di poesie messe in musica (da Palazzeschi, a Penna ai classici della letteratura italiana), la seconda proponeva autori che in quegli anni erano del tutto sconosciuti o riservati a un’élite: Ionesco, Adamov, Beckett, Brecht, Genet, De Obaldia. Paolo Poli passava dal Tasso (memorabile un combattimento Clorinda/Tancredi insieme a Claudia Lawrence con cavalli e spade di cartapesta) alla prigione di Sorveglianza speciale con lo scafandro del grande attore che contrariamente al luogo comune non è un camaleonte, non ha bisogno di trasformarsi, gli basta solo esserci, anzi, nel caso di Poli, continuare ad esserci.

 

Torna “Il Pipistrello” di Pirandello!

Una buona occasione per chi non l’avesse visto al Teatro Astra.
Domenica 18, ore 21.00, Auditorium Cottolengo.

locandina pirandello blog def.

 

Il magma di Kataplixi.

anna montalentiCapita ogni tanto l’occasione di misurare all’improvviso i cambiamenti che, giorno dopo giorno (nel nostro caso, spettacolo dopo spettacolo), sono avvenuti sotto i tuoi occhi senza che tu te ne accorgessi. Naturalmente la colpa è tua, dovevi seguire con più attenzione le innumerevoli produzioni teatrali che nascono ogni giorno e intorno ai quali si creano altrettanti nuclei di pubblico o forse di piccole comunità. L’occasione mi è stata fornita da uno spettacolo di Kataplixi teatro, rappresentato al Fringe Festival di Torino, ai Murazzi sul Po, Anch’io ho avuto un’infanzia di merda eppure non mi lamento, ispirato a testi di Rodrigo Garcia. Lo spettacolo propone una serie di frammenti enunciati in prima persona ai quali gli attori (Francesco Gargiulo, Anna Montalenti, Alba Porto, Rebecca Rossetti) prestano corpo e voce. Col procedere dello spettacolo si delinea un Io polimorfo che ovviamente, per via della mimesi teatrale, non può essere ricondotto all’autore. Chi parla, dunque? Non direi i “personaggi”: la fluidità del montaggio scenico richiama l’immagine di un magma in cui gli elementi sono fusi, più che quella di una galleria nella quale si alternano soggetti e situazioni diverse (la struttura del cabaret, per intenderci); la Voce si rivela nelle sue svariate incarnazioni ma abita in un altrove non conosciuto a meno che non lo si voglia identificare con lo stesso spazio scenico. Questa difficoltà di trovare un referente è uno dei motivi d’interesse dello spettacolo. Ma vorrei tornare al cambiamento cui accennavo, che riguarda il rapporto fra il monologo e il racconto. Non è il caso di entrare in una questione delicata che comporterebbe troppi distinguo; m’interessa piuttosto l’atteggiamento degli attori di fronte ai materiali verbali che affrontano: fino alla prima metà dello scorso secolo (almeno) i monologhi costituivano una specie di sottogenere teatrale, emergevano dal grande repertorio classico come le ciliegie dallo strato di panna della torta, e come prelibatezze venivano proposte dai grandi attori durante le “Serate d’onore” (stucchevoli, alla lunga, perché della torta si finisce per sentire la mancanza). Col diffondersi del “Teatro del racconto”, la recitazione e la narrazione (intese come atti che contraddistinguono due domini fino ad ora distinti) si sono notevolmente ravvicinate e spesso tendono a sovrapporsi. Mentre assistevo allo spettacolo, il fenomeno mi sembrava rilevante ma mi rendevo conto che probabilmente non appariva tale agli attori i quali, per ragioni anagrafiche, si muovono con assoluta disinvoltura in questa regione ibrida nata dalla contaminazione mimesi/diegesi. Il che è senza dubbio un cambiamento.

Cantieri 2. Il trasloco

Burgtheater-PhotoTerminata una stagione teatrale, s’incomincia a traslocare nella prossima. Essa è molto lontana ma poiché viviamo in un Paese assai organizzato che non lascia nulla al caso bisogna programmarla con molto anticipo: nessun imprevisto deve minacciare il perfetto funzionamento della macchina teatro. Dunque si fanno i bagagli cercando di metterci dentro idee nuove – ma si finisce per infilarne anche qualcuna usata ma ancora in buono stato, nel caso che il Committente non voglia rischiare troppo.
Questo è il trasloco del famoso regista Claus Peymann al prestigioso Burgtheater, così come lo rappresenta Thomas Bernhardt in uno dei suoi dramoletti.

Peymann          Disfaccia le valigie, signorina Schneider
tiri fuori tutto quello che c’è dentro.
Segretaria        Guardi, un paio di attori sono soffocati
mentre due drammaturghi sono ammuffiti.
Peymann          Non possiamo farci niente, signorina Schneider,
il teatro è un processo letale.
Segretaria         Guardi questo drammaturgo
sembra che abbia la testa mezzo congelata.
Peymann           Non importa
penso che potrà servirci lo stesso.
Più tardi lo scongeli lentamente.
Segretaria         Gli attori sono tutti essiccati.
Peymann           Non importa
li rimetterò in piedi.
Segretaria          Fuori aspettano alcuni attori del Burghteater
Peymann           Ah sì, adesso dobbiamo dare loro un lavoro
non so ancora quale.
Probabilmente li ficco tutti dentro una grande messinscena di Shakespeare.
Sono come le prugne secche
che devono essere messe nell’acqua.

Thomas Bernhard, Claus Peymann lascia Bochum trasferendosi a Vienna come direttore del Burghteater. Ubulibri

 

 

Occhi di tonno. Scarica il copione (SIAE).

jpeg frontespizio grande copione occhi blogPer chi ha visto lo spettacolo e, non si sa perché, desideri ripercorrerlo; per chi non lo ha visto e desideri farsene un’idea – tenendo conto che un copione è solo il fantasma di uno spettacolo.

Alberto Gozzi. Occhi di tonno

Cantieri aperti.1

Schermata 2014-06-03 alle 19.17.54Ahimè, povero Yorick!…
Quest’uomo io l’ho conosciuto, Orazio,
un giovanotto d’arguzia infinita
e d’una fantasia impareggiabile.
Mi portò molte volte a cavalluccio…
Ed ora – quale orrore! – mi fa stomaco…
Ecco, vedi, qui erano le labbra
che gli ho baciato non so quante volte…
E dove sono adesso i tuoi sberleffi,
le burle, le capriole, le canzoni,
                                                                                                 i folgoranti sprazzi d’allegria
                                                                                                 che facevan scoppiare dalle risa
                                                                                                 le tavolate?… Chi si fa più beffa
                                                                                    ora del tuo sogghigno, con questa tua smorfia?

 Amleto, Atto V, Scena I

Bisogna pensare alla prossima stagione, ora, entro pochi giorni, anzi bisogna decidere, che è cosa molto più difficile. I pensieri, numerosi, troppi, sono mesi che si affacciano ma adesso, al momento buono, si sono fusi dando vita a un unico essere polimorfo, mutevole e contradditorio. I vecchi attori pensavano la loro vita come un cammino che attraversava un repertorio, dicevano: “Mi piacerebbe fare un Amleto prima di morire”. Una volta un’attrice mi confessò che sognava una Maria Stuarda. Le feci osservare che sarebbe stato necessario soffiar via quel sottile strato di polvere che si era depositato su questo grande classico ma della polvere non le importava niente, non l’aveva mica letto: per lei sarebbe stata una vera consolazione se avesse potuto interpretare, prima di morire, un personaggio condannato alla pena capitale. Credo fosse una specie di viatico. È difficile, oggi, fare scelte così istintive, anche se forse sarebbe saggio. Per fortuna c’è ancora qualche giorno prima della scadenza.

 

Occhi di tonno. Scarabocchio 1.

Dal magazzino delle immagini prendono forma nuovi racconti, rapidi schizzi o scarabocchi, come Francesco Ghisi ha voluto intitolare questa sua istantanea sullo spettacolo ancora fresco. Nel lavoro di Radiospazio teatro le scritture e le riscritture tendono a susseguirsi in un processo generativo: dal racconto al teatro, dalla scena al video: in forma di frammento, per ora.

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