QUOTIDIANA. Due ragazzi al tavolino di un bar

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Esco a fumare. Nonostante il freddo, due ragazzi sui vent’anni chiacchierano seduti a un tavolino senza far caso a me. Vestono sobriamente e si esprimono con una certa proprietà di linguaggio; uno dei due, parlando di non so chi, usa una litote (“Non è certo un genio”). Improvvisamente, non so come, la chiacchiera scivola nel racconto.:
– … Minchia, si vede che non l’avevo inquadrato…
– E l’hai tirato sotto?
– Sì, ma non mi sono mica fermato, ho tirato dritto … ho visto che si era rialzato…
– E’ capitato anche a B., ma poi è venuto fuori uno con una mazza da baseball… minchia… una vera mazza… e lui non è mica sceso… in questi casi stare chiusi dentro è l’unica…
– Non è detto… se uno sa come fare…
– Ma scherzi? Una mazza… A meno che tu non sia alto due metri e grosso così…
– Non è solo questione di fisico, se ci sai fare, stai tranquillo che gliela levi di mano, quella mazza, ci vuole la tecnica… bisogna essere preparati… Io sono preparato.

 

 

Il video della domenica. Rota e Fellini. 5′

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http://www.teche.rai.it/2016/12/nino-rota-tutti-i-film-di-fellini/

“Federico mi dà qualche indicazione, molto precisa ma anche molto contraddittoria: magari dice: “Fa’ un motivo allegro ma che sia triste… un motivo vecchiotto ma che sia nuovo… un motivo spensierato ma che sia patetico… Eravamo stati tutta una giornata a cercare, cincischiare… non usciva niente… Al momento di andar via, suono un motivo (il tema della Dolce vita, N.d.R.)… Federico mi dice: Questo va bene, con questo ci facciamo tutto il film”

27 gennaio. Giorno della memoria. Liliana Segre racconta. (Ma oggi si concede spazio anche al Macabro Osceno)

Incipit:
“Faccio parte del museo, ormai, del museo di Auschwitz, perché siamo molto pochi ormai, sono rimasti meno… meno delle dita di una mano, in Italia non siamo di più. Io avevo allora tredici anni e la mia colpa di essere nata ebrea aveva fatto sì che dopo le leggi razziali, espulsa dalla scuola e poi, praticamente radiata nell’indifferenza della società – io mi batto sempre molto contro l’indifferenza – dopo un tentativo di fuga in Svizzera, rimandati, respinti dagli svizzeri, io e mio papà siamo stati arrestati al confine con la Svizzera, dietro Varese, e a tredici anni sono entrata nel carcere femminile di Varese, poi in quello di Como, e poi nel carcere di San Vittore a Milano, carcere che io, abitando in quella stessa zona, avevo sempre visto da fuori, e mai avrei pensato che io, proprio io… proprio io… proprio io… sarei entrata dentro al carcere. Era un periodo sospeso, in cui si sapeva che saremmo stati deportati per ignota destinazione, ma ancora era impensabile credere all’attuazione  di un progetto come quello dello sterminio a cui non eravamo arrivati neanche noi, che eravamo già imprigionati, pronti a essere deportati, a capire la crudeltà, la ferocia del progetto fino in fondo.”

Purtroppo in questa giornata ai affacceranno anche i testimoni del Macabro Osceno. Ad Azzano Decimo, provincia di Pordenone, si esibiranno tre band musicali delle quali diamo qualche rapido cenno – non occorrono molte parole per illustrare la loro visione del mondo.

I finlandesi Goatmoon
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Inneggiano allo sterminio dei «subumani che vogliono controllare il mondo» e al «nuovo trionfante impero ariano». Tra i loro fans c’era Anders Breivik, il terrorista norvegese che provocò la morte di settantasette persone, a Oslo, nel 1979, autodefinitosi “il salvatore del cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950”

I francesi Leibstandarte

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Originari di Lione, prendono il loro nome dalla Leibstandarte-Ss Adolf Hitler, la più importante divisione delle SS. In uno degli ultimi loro brani celebrano la gioventù hitleriana.
L’Italia è rappresentata dai

Via Dolorosa

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Da un’intervista col loro leader, pubblicata sul sito della band:
“Via Dolorosa è stata creata principalmente per due motivi: dar sfogo alla nostra rabbia, creando musica violenta e grezza come la tradizione (Black Metal, N.d.R.) del genere comanda, e propagandare i più puri ideali fascisti / nazionalsocialisti.”

“È innegabile che la violenza / voglia di sopraffare sia insita nell’animo umano, chi nega ciò è uno stolto! O per difesa o per fame o per conquista o per brama di ricchezze la guerra esisterà sempre… Parafrasando un noto personaggio, direi che la guerra è la sola igiene nel mondo… ed è proprio di una guerra di questo tipo che abbiamo estremo bisogno. Stiamo vivendo in un periodo di pace fasulla ma questa fase temporanea fortunatamente presto finirà…”

 

 

Massimo Raffaeli, Comunisti sulla luna (“Le parole e le cose”)

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“Chi oggi non è più un ragazzo può ricordare che negli anni Sessanta alle cagnette veniva imposto preferibilmente, specie nelle regioni rosse, il nome di Laika. Erano bastardine ubicate in casa di comunisti o, per meglio dire, di militanti filosovietici del Pci. La prima Laika non aveva un pedigree, pare fosse una randagia per le vie di Mosca, una bastardina e però molto sveglia, resistente, che qui a molti rammentava Flaik, il cane di Umberto D. nel film di Vittorio De Sica, che i nostri democristiani, e ovviamente filoamericani, avevano ritenuto un agente criptosovietico o un delatore sotto copertura della miseria italiana. Laika fu imbarcata nella capsula spaziale Sputnik 2 il 3 novembre del 1957 e fu il primo essere vivente ad orbitare nello spazio mentre il suo lancio festeggiava in maniera trionfale il quarantesimo anniversario dell’Ottobre rosso.”

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Galleria. Il casco

 

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Fin dai suo primo sghembo gattonare, il padre aveva incominciato a chiamarlo campione, come nei film americani. “Come va, campione?”, “Il campione ne ha combinata un’altra delle sue!”; gli sembrava spiritoso e beneaugurante nei confronti di quel gamberetto che la fioca lanterna della sua immaginazione proiettava su piste imprecisate. La moglie taceva. Sembrava refrattaria a quelle euforie atletiche. “Non ha lo spirito sportivo”, masticava il padre, “perché l’ho sposata? Assomiglia ogni giorno di più a una tarma”; questo pensiero si rafforzava di sera, quando la ritrovava con una coperta grigia sulle spalle e lo sguardo fisso su una  lampadina da quaranta candele. Nemmeno gli occhi del figlio campione brillavano quando rientrava dagli allenamenti quotidiani. Aveva preso dalla madre e anche lui fissava le lampadine a quel modo. Per fortuna indossava sempre il casco, lo toglieva solo per entrare nel letto, e questo era motivo di consolazione per il padre, soprattutto quando andavano a trovare quegli stronzi dei parenti.

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Alberto Natale, Paura mediatica e propaganda (“Griseldaonline”)

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.http://www.griseldaonline.it/temi/paura/paura-mediatica-propaganda-natale.html

Allo spettro della guerra atomica capace di distruggere il mondo intero, che per alcuni decenni ha tenuto banco, si è succeduto un ampio repertorio di paure – a vario titolo riconducibili al paradigma della globalizzazione incalzante – connesse alle minacce dei dissesti economici su vasta scala e delle crisi finanziarie planetarie, ai rischi dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento ambientale e delle pandemie incipienti, allo spauracchio dell’impoverimento causato dalla ristrutturazione del mercato del lavoro (con conseguente fenomeno migratorio di forza lavoro incontrollata) e all’assillo dei conflitti bellici locali sempre in procinto di espandersi (da cui discendono in linea diretta il terrorismo internazionale e le ondate di profughi in fuga dagli scenari di guerra).
Paure che sembrano piuttosto concrete e che ci obbligano «a registrare l’incremento di forme di violenza relativamente inedite» e che possono essere ricomprese in tre grandi categorie: «le violenze economiche e sociali», «le violenze politiche» e «le violenze tecnologiche e naturali». I sociologi e gli antropologi che cercano di affrontare il problema sono tuttavia concordi nel ritenere che la vera novità consista nel fatto che le paure contemporanee si presentano mescolate fra loro e che sviluppano i loro effetti, come in un motore di aggregazione in cui ne viene amplificata la portata e la diffusione, combinandosi e influenzandosi a vicenda. Un’autentica ed esiziale «matassa delle paure» (l’espressione è di Marc Augé) in cui la vera novità sembra consistere nel fatto che «la paura per la prima volta nell’esperienza umana, è diventata un problema in se stessa»

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GALLERIA. Quella certa apprensione

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Si sarebbero poi sposati, una ventina d’anni dopo. Dopo altri vent’anni, una sera lei gli avrebbe chiesto: “Ma tu mi ami?” Lui le avrebbe risposto che se l’aveva sposata una qualche ragione ci doveva essere. Lei pensò che era rimasto così com’era sempre stato: non cattivo, e sentì che avrebbe continuato a proteggerlo, con quella certa apprensione che l’aveva sempre accompagnata. Si consolò pensando che in fondo non era cambiato niente.

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Vanni Codeluppi, Il sedere di Dolce e Gabbana (“Doppiozero”)

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La camera parte dal basso e sale verso l’alto, percorrendo il torace del corpo statuario del famoso modello David Gandy e mettendo accuratamente in evidenza i suoi genitali. La modella Bianca Balti attende invece passivamente sdraiata su un gommone che galleggia in mezzo alle azzurre acque di Capri………………… (leggi il resto dell’articolo)
http://www.doppiozero.com/rubriche/1919/201708/il-sedere-di-dolce-gabbana

Pangloss è tornato (anzi, non se n’è mai andato)

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La sofistica da giornale assomiglia un po’ a quella da condominio (“Come dice la parola stessa, l’ascensore serve per salire, quindi propongo che da domani chi lo usa per scendere lo faccia a pagamento”). Il sofista Vittorio Feltri.interviene nella querelle sulla razza con un argomento acuminato e così stringente da apparire decisivo: se esistono i razzisti (come pretendono i radical chic) esistono di conseguenza le razze. E’ una mossa dialettica che ne ricorda altre non meno travolgenti (“Se esiste la Pianura padana, è chiaro che deve esserci la Padania”), e sollecita considerazioni che rivelano verità finora nascoste sotto la cenere del nostro pensiero pigro, come ad esempio: “Poiché esistono associazioni amiche dei marziani, devono esistere da qualche parte degli omini verdi”.
Esiste poi in letteratura un antenato nobilissimo di Vittorio Feltri (che però tocca vette di comicità sublime, contrariamente al noto giornalista); lo plasmò Voltaire nel suo Candido: è il precettore Pangloss, costruttore di marchingegni sofistici inossidabili e, come si vede ancora oggi, di pronto uso dopo due secoli e mezzo: “Osservate bene che il naso è fatto per portare gli occhiali, e così si portano gli occhiali; le gambe son fatte visibilmente per esser calzate, e noi abbiamo delle calze, le pietre son state formate per tagliarle e farne dei castelli, e così Sua Eccellenza il barone ha un bellissimo castello.”

 

Giulia Andoni, STORIA DELLA BELLEZZA TRA PASSATO E PRESENTE. Un libro di Umberto Eco (Da ARTNOISE)

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http://www.artnoise.it/storia-della-bellezza-tra-passato-e-presente-un-libro-di-umberto-eco/

“Il suo sguardo si volge poi alla stretta contemporaneità, di cui coglie un aspetto piuttosto rilevante: “ci sono correnti dell’arte contemporanea (happenings, eventi in cui l’artista incide o mutila il proprio corpo, coinvolgimento del pubblico in fenomeni luminosi o sonori) in cui pare che sotto il segno dell’arte si svolgano piuttosto cerimonie di sapore rituale […] che non hanno per fine la contemplazione di qualcosa di bello, bensì un’esperienza quasi religiosa, anche se di una religiosità primitiva e quasi carnale, da cui sono assenti gli dei”.

 

Céline sul métro. Video integrale

 

Il video di Francesco Ghisi dello spettacolo andato in scena dal 19 al 26 novembre al teatro Astra di Torino.
Gianluigi Pizzetti, Eleni Molos
scene e costumi  Augusta Tibaldeschi
luci  Mauro Panizza
assistente alla regia  Lisa Lo Presti
sarta  Irene Lugli
costruzioni sceniche  Pey
tecnico di allestimento  Paolo Raimondo

drammaturgia e regia Alberto Gozzi

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GALLERIA. I prototipi

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Era cresciuto in una famiglia di gente semplice, che gli abitanti della piccola comunità evitavano di definire bestiale solo per timore e pietà. I suoi primi anni erano trascorsi nella più stretta parsimonia, non solo di cibo e di abiti, ma anche di parole: tutte le energie erano destinate alla sopravvivenza e non si dovevano sprecare in chiacchiere, un centinaio di suoni gutturali erano più che sufficienti per gli scambi interpersonali e per cacciare i corvi che planavano sulla capanna prima di assalire il desco – a volte, quando i corvi erano molto affamati, la voce non bastava più, allora bisognava usare il bastone, proprio come con i membri della famiglia quando si contendevano una talpa o un riccio, prede insufficienti a sfamare tutti i parenti.
Poi, da un giorno all’altro, gli si erano spalancate le porte di un’altra vita, grazie all’interessamento di un benefattore che, dopo essersi sperduto fra quelle gole maledette e aver trovato in quella capanna sbilenca un rifugio (non disinteressato, perché durante la notte era stato depredato dal padre di famiglia), aveva preso a benvolere quel ragazzo quasi muto e se l’era portato via, nella città in fondo alla valle, dove gli aveva fatto studiare Storia e Teoria e Dinamica dei Media: una buona idea, perché ben presto il ragazzo aveva trovato un posto in un’agenzia di informatica. Lì si trovava bene, lo stipendio era accettabile (stratosferico, ai suoi occhi) e i superiori lo tenevano in considerazione, ma qualcosa dell’antica selvatichezza sopravviveva in lui: durante la pausa mensa non si univa al colleghi, se ne stava in disparte a collaudare i prototipi della ditta, soprattutto le futuribili parabole da passeggio, con le quali, irragionevolmente, si illudeva di catturare lo stridere dei corvi assaltatori, così veniva considerato da tutti un ruffiano, se non proprio una spia.

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Un sorriso della scrittura. IRÈNE NÉMIROVSKY, IL MALINTESO

 

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Dino Boschi, Spiaggia

Yves Harteloup, un giovane uomo disteso su una spiaggia, contempla la folla di corpi “agili e seminudi, uomini e donne” che lo circonda e fra i tanti inquadra quello di una giovane madre, Denise Jessaint. La situazione, peraltro banale, è l’inizio del romanzo Il malinteso, di Irène Némirovsky (1927).

“Della donna non aveva visto il volto, ma il suo fisico era quello di un’affascinante statuina. Non poté fare a meno di sorridere pensando a quale somma di circostanze sarebbe stata necessaria a Parigi per permettergli quella visione che qui, in riva al mare, sembrava così naturale. Così com’era, btuna e rosea, con le linee e le curve del corpo che si intravedevano sotto il leggero costume, quella donna apparteneva un po’ a lui, uno sconosciuto, dal momento che era nuda per lui come lo sarebbe stata di fronte al suo amante.”

Non sono particolarmente sensibile alla questione delle scritture “di genere,” ma mi sono soffermato un poco su questo passaggio, diciamo meglio: su questo piccolo marchingegno narrativo pure così abituale, quotidiano potremmo dire, di un’autrice che indossa un paio d’occhiali maschili per rappresentare le pulsioni di un uomo nei confronti del corpo di una giovane donna. A una prima lettura sembra che l’immedesimazione sia perfetta e che realizzi una rozzezza di pensiero degna del più sottosviluppato dei maschi (la spiaggia come palcoscenico pornografico sul quale si possono vedere le donne nude senza sforzo, senza esborso di denaro, senza corteggiamenti); ma al tempo stesso, questo cambio di ottica, dal femminile al maschile,  inserisce nella narrazione l’embrione di un racconto (per un attimo, ce lo immaginiamo, lo squallido e ipotetico amante di città, con il suo darsi da fare per giungere a denudare la donna vestita: biglietti di corteggiamento, fiori,  inviti a cena, ecc.): questo artificio narrativo (l’embrione di un racconto di caccia alla donna, potremmo dire), sostituisce una pedissequa descrizione delle reazioni voyeristiche maschili e introduce un elemento di aerea leggerezza in un contesto che altrimenti si rivelerebbe greve e sudaticcio. Un sorriso della scrittura.

Irène Némirovsky, Il malinteso, Newton Compton, Traduzione di Marco Rinaldi

Andrea Porcheddu, Prove teatrali di anno nuovo (“Gli Stati generali”)

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http://www.glistatigenerali.com/teatro/prove-teatrali-di-anno-nuovo/

“A naso, mi sembra di poter dire, citando Flaiano, “coraggio, il meglio è passato”. Nella guerra di tutti contro tutti, soprattutto di poveri contro poveri, a me sembra sempre un po’ mortificante, per un lavoratore – qualsiasi lavoratore – dover dipendere dal “bando”, ma tant’è: hic rhodus hic salta. Troveremo una normalità in questa perenne frenesia?”

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