Un travestimento: la ragazzina e lo scrittore. Raymond Queneau/Sally Mara

queneau e sally

Sono molti gli autori che hanno delegato un alter ego di firmare la loro opera come per marcare due differenti percorso, quello dell’uomo e quello dello scrittore. Da Michelangiolo Giovannini (Agnolo Fiorenzuola), Carlo Lorenzini (Colloci), Alberto Pincherle (Alberto Moravia),  ecc. A volte la creazione di questo altro se stesso è più drastica e genera un essere fittizio connotato non solo da un altro nome ma anche da un altro sesso.
Una delle più fantasiose è quella di Raymond Queneau che si incarna in Sally Mara, una ragazzina quindicenne autrice di un diario intimo sul quale annota la sua quotidiana scoperta del mondo con una scrittura così dichiaratamente candida da costeggiare felicemente il morboso.

La campagna ha molte attrattive: è verde, immobile, si trasforma facilmente in letamaio, cosa utilissima per chi lavora i campi, in altri termini, per l’agricoltore. Io e la mia amica Mary ignoriamo le piante, per fissare la nostra attenzione soprattutto sugli animali. Quello che né io né Mary capiamo è la mania che hanno di saltarsi addosso. Il gallo, ad esempio, ha un’idea fissa, appollaiarsi sulle galline, mentre quelle brave pennute si appollaiano solo quando vanno a dormire. Inoltre, è una cosa che a loro proprio non piace, infatti chiocciano. Per cui, con una pertica in mano, faccio regnare l’ordine in quel microcosmo. Appena vedo un gallo che si avventa su una gallina, lo caccio via.
Però ogni volta che entro nel pollaio, il gallo in oggetto mi salta addosso con aria selvaggia e rancorosa. Sembra non apprezzare la mia iniziativa. È colpa mia? Ma, a quanto si dice, i galli non sono molto intelligenti.

 Raymond Queneau Il diario intimo di Sally Mara, Feltrinelli,
traduzione Leonella Prato Caruso

Per chi resta a casa (a volte è meglio). Marguerite Yourcenar, Turisti americani

turisti

L’anno scorso, in Egitto, ho avuto l’occasione di osservare quaranta americani del Tennessee che facevano un viaggio turistico per conoscere la “terra dei faraoni”, cioè il passato, e il colore locale del posto, cioè il presente, in un paese lontano dal loro. In effetti, mangiano cibi preparati, spesso male del resto, per turisti americani, dormono in alberghi che somigliano o si sforzano di somigliare ad alberghi americani, contemplano i grattacieli del Cairo o di Assuan con la rassicurante impressione di trovarsi comunque un po’ a casa propria, e con la sensazione, ancora più rassicurante, che in quei settori da loro si fa di meglio. Al ritorno dalle escursioni, le signore lavorano a maglia, parlando dei figli rimasti in patria; una di loro si lamenta di aver dovuto respirare “polvere vecchissima”.

Marguerite Yourcenar, Il giro della prigione, Bompiani, traduzione F. Ascari

Nei gorghi della radio. Michel Tournier, TRISTAN VOX, sceneggiato.Audio 1ª puntata. 9’23”

tournier per blog 1

Una proposta, lo sceneggiato a puntate. Credo sia cosa del tutto inedita per un blog e non ho la minima idea di come (e se) possa funzionare; un tempo questo genere radiofonico è stato molto amato dal pubblico della rai ma le modalità di fruizione sono del tutto diverse. Pubblicheremo una puntata alla settimana, ogni venerdì, e naturalmente sarà possibile riascoltare le puntate precedenti sul blog. Radiospazio teatro è un progetto che sperimenta varie modalità di comunicazione, quindi saranno preziose le vostre opinioni su questo esperimento.
Lo sceneggiato che proponiamo, Tristan Vox, è tratto da un racconto di Michel Tournier, un grande scrittore contemporaneo francese e ruota intorno al mondo della radio. Tristan Vox è il romantico pseudonimo dietro il quale si nasconde Félix Robinet, un ex attore di scarsa fortuna e poco avvenente ma dotato di una voce che seduce le ascoltatrici. Dalla doppia identità del protagonista si svilupperà un intrigo divertente, grottesco, del tutto imprevedibile.
Buon ascolto.

http://www.spreaker.com/user/7367339/miche-tournier-tristan-vox-i-puntata

Io, mammeta, tu e il mio ebook

 

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Oltre a tutto il resto, Leopardi aveva la vista lunga, come si suol dire. Abituato a misurarsi con la grande letteratura, da Omero al XIX secolo, lamentava che uno scrittore, ormai, si confrontasse col grigiore del tempo presente e che la sua opera circolasse solamente nel suo ristretto entourage. Lo Zibaldone, dal quale è tratta questa sua riflessione, è stato scritto fra il 1817 e il 1832. Viene da pensare, di rimbalzo, alla figura dello scrittore così come è stata trasformata dalla rete e dal fai da te. Queste poche righe di Leopardi evocano le migliaia di autori che si autopubblicano e che, questo è il guaio, perseguitano parenti, amici, fidanzate e amici delle fidanzate affinché comprino le loro opere in versione elettronica o cartacea. Quanto al misurarsi con Omero, Dante, Petrarca, (ma potremmo aggiungere anche Svevo, Joyce e Beckett) ecc. il problema in molti casi non si pone, se non altro per la buona ragione che gli autori autopubblicantisi li ignorano tout court.

 “Oggi più che mai bisogna che gli uomini si contentino della stima dei contemporanei, o per dir meglio, dei conoscenti; e i libri, della vita di pochi anni al più. (Oggi veramente ciascuno scrive pe’ suoi conoscenti).”

Giacomo Leopardi, Zibaldone.

Quattro formiche incappucciate su un foglio. Samuel Beckett, Quadrat. durata 5’23”

Se avete cinque minuti e ventitré secondi a disposizione, seguite le evoluzioni di queste quattro figure colorate (di bianco, di rosso, di blu, di giallo) su un quadrato: è una delle opere mature di Beckett (del 1981, otto anni prima della sua  morte), concepita per la televisione. La Süddeutscher Rudfunk  tedesca la trasmise l’8 ottobre 1981 ma dubito che possa trovare posto nei palinsesti di rai e mediaset. Come tutte le opere di Beckett, anche questa lascia il più ampio margine all’interpretazione del lettore o dello spettatore. Chi sono i quattro anonimi personaggi che entrano ed escono dal quadrato? A me piace pensare che siano le parole che s’incrociano su un foglio ancora da scrivere ma è una suggestione personale che non esclude quella, più filosofica, del nostro eterno vagare lungo diagonali prestabilite e solo apparentemente sensate, senza mai incontrare l’altro.

Il lampo dell’ispirazione, Richard Wagner

wagne e matilde con fette

In quegli anni (intorno al 1860) Wagner aveva una fidanzata – peraltro disponeva già di una moglie ma sappiamo che le due cose non sono inconciliabili. A sua volta, anche la fidanzata, Matilde Wesendonck aveva, per simmetria, un marito, Otto Wesendonck, grande amico e ammiratore di Wagner – e così la storia si struttura in una sua classica geometria. L’amoroso fluido scorre armoniosamente nel triangolo per qualche tempo. E’ passione o irresistibile affinità artistica (Matilde è poetessa)? Sta di fatto che i due amanti, quando non si frequentano nel cottage che il signor Wesendonck mette a disposizione di Wagner perché componga in tutta calma, si scrivono intensamente: le loro lettere sono all’altezza di due personaggi di così nobile profilo, parlano di musica, di poesia, dei tormenti creativi che accompagnano la stesura del Tristano e Isotta. In questo ricco epistolario troviamo un passaggio che illumina il rapporto fra l’ispirazione musicale e la prima colazione. La segnaliamo alle ditte eventualmente interessate e ai drammaturghi che amano le biografie.

Mia cara Matilde, ero disperatamente fermo su un passaggio del Tristano e Isotta senza poter proseguire. Ieri il mio tentativo di lavorare ha avuto un risultato pietoso. Il mio umore era pessimo, e l’ho scaricato in una lunga lettera a Liszt* Oggi guardavo il cielo grigio con assoluto sconforto, e pensavo soltanto a chi far pagare la mia amarezza — da otto giorni non riuscivo a comporre!
Finalmente, una mattina, mi arrivarono le vostre fette biscottate, cara Matilda, e mi resi conto di ciò che mi era mancato: le fette biscottate qui sono troppo amare, ecco perché non riuscivo a creare niente di sensato; ma le vecchie buone fette biscottate dolci, inzuppate nel latte, mi rimisero d’un tratto sulla buona strada. Ora sono perfettamente felice: il passaggio è riuscito al di là di ogni immaginazione. Dio che cosa non possono fare le fette biscottate quando sono buone! Fette biscottate! Fette biscottate! Siete la medicina giusta per i compositori in difficoltà! Ora ne ho una bella provvista; quando vedrete che sta per terminare, fate in modo di rinnovarle, sono un rimedio efficacissimo!
Richard

 * che era del tutto innocente (N.d.R.)
** non lei, Matilda, che ci sarà anche rimasta male (N.d.R.)

Un capolavoro della radiofonia. Samuel Beckett, Parole e Musica. Audio/Radiospazio. durata 17′

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Rappresentato da Radiospazio Teatro nel febbraio del 2011 presso la Biblioteca Arturo Graf di Torino. Interpreti: Roberto Accornero e Francesco Gargiulo. Regia di Alberto Gozzi

L’ascolto di questo radiodramma è impegnativo e non potrebbe essere altrimenti. Parole e musica, a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si presenta ancora come una straordinaria e misteriosa macchina sonora che mette in conflitto due linguaggi, la parola e la musica e che pretende dall’ascoltatore una dedizione assoluta, forse addirittura un certo spirito di sacrificio. Come tutte le ascensioni, anche questa richiede fatica, e per l’ascoltatore la fatica più grande consiste nel rinunciare ad afferrare il senso immediato del dialogo per accettare le zone oscure dell’opera. Ne sarà ripagato. In Parole e Musica Beckett mette in campo il tema della creazione artistica e, specificamente, il tentativo (impossibile) di conciliare la Parola e la Musica. Il fallimento dell’impresa genera sgomento e frustrazione ma anche una comicità paradossale: c’è molto riso in questa scrittura, basta avere il coraggio di addentrarsi nella palude dell’Assurdo.
La trama, se si può parlare di trama, è semplice: c’è una coppia di personaggi, Musica (chiamato Bob) e Parola (chiamato Joe) fortemente dipendenti l’uno dall’altro, governati (dominata?) da un misterioso padrone di casa, Croack, che li blandisce, li accoppia, li pungola, nonostante egli stesso sia il primo a patire l’emozione che si sprigiona dal loro impossibile accoppiamento. (Quanti gemiti, in questo radiodramma! Quasi una colonna sonora parallela a quella della musica e delle parole). È un meccanismo sadomasochista? Forse sì, ma se riusciremo a entrarci senza pregiudizi ci accorgeremo che non è estraneo alla nostra individuale tragicommedia.

Pensieri notturni. Ljudmila Petrushevskaya. Un destino oscuro

donna 1925

Nel pieno della sua attività letteraria (era sulla cinquantina), Ljudmila Petrushevskaya si è trovata a fare i conti con una trasformazione epocale, il passaggio dalla Russia sovietica al post Comunismo. La scrittura della Petrushevskaya segue il turbine registrandone le risonanze nelle vite dei suoi personaggi che agiscono  in teatri quotidiani spogli e muti, come la protagonista di questo racconto, colto davanti a uno specchio che le sollecita un crudo autoritratto.

Ecco chi era: una donna non sposata di una trentina d’anni che scongiurava la madre di andarsene la notte, e si portava, per così dire, l’uomo in casa. Lui non più giovane, un po’ calvo, robusto, aveva rapporti confusi con la moglie e la mamma e viveva ora dall’una ora dall’altra. Al lavoro era noto per la sua passione per i dolci, il cibo, il vino e le buone sigarette, cosa che l’aveva sempre disturbato nella carriera. Un aspetto sgradevole insomma. La giacca sbottonata, il colletto aperto, il petto glabro. La peluria sulle spalle. I suoi occhiali dalle lenti spesse. Ecco che razza di tesoro s’era portata nella sua monocamera questa donna. Non vi era stato nulla di bello nel come erano giunti a casa, ma tutto andò per il verso giusto. Lui le si sdraiò accanto sulle lenzuola pulite, fece quel che doveva, conversarono un poco. Rivestitosi, la baciò sulla fronte, afferrò la cartella e se ne andò col suo pancione e il suo cervellino da infante. Fortunatamente lavoravano in reparti diversi, lei l’indomani non si fece vedere alla mensa comune e restò inchiodata alla scrivania per tutto l’intervallo del pranzo. A un tratto, meravigliandosi di se stessa, domandò alla collega se si fosse trovata uno spasimante. «No, e tu?» disse la collega. «Io, sì» rispose lei con le lacrime agli occhi per la gioia e subito capì che non aveva via di scampo. Che d’ora in poi avrebbe trepidato, si sarebbe trascinata da una cabina all’altra senza sapere dove telefonare: il suo eletto non aveva un orario fisso e poteva tranquillamente esserci oppure no. Ecco che cosa l’attendeva. Nel suo caso tutto era chiaro, lui era cristallino nella sua ottusità, nella stupidità, e il destino di lei oscuro, ma negli occhi aveva lacrime di gioia.

Ljudmila PetrusevskaiaUn destino oscuro. “Racconti dall’Urss”, Mondadori,
traduzione Nadia Cicognini

Sarà mica un po’ kitsch, questo blog?

Untitled-1È un numero bello. Sono estraneo alla cabala, mi annoiano i segni (così come i sogni) premonitori però quando me lo sono trovato davanti mi ha fatto subito un’ottima impressione; il 2 iniziale mi è apparso come il collo di un cigno la cui coda, un po’ fuori ordinanza e giovanilmente proterva, era rappresentata dal 7 finale – laddove un 11 sarebbe stato molto più simmetrico e dignitoso ma anche più banale. Di solito il cigno non suscita in me simpatia – neppure repulsione, per la verità: lascio che navighi nelle sue acque bastando a se medesimo; troppa tradizione incombe su di esso, da Leda al Carnaval des animaux di Saint-Saëns (è un brano che fa sdilinquire, credo con intenti parodistici: a bagno nel kitsch, direi, anche se il Carnaval è stato composto cinquant’anni prima che il termine fosse coniato). Mi pareva, comunque, che il kitsch implicito nel nobile animale – ecco, qui sta il suo cattivo gusto: nella nobiltà – fosse per una volta tonico e beneaugurante. Ma forse la mia percezione era viziata perché 2027 è il numero dei follower ((impensabile qualche mese fa) che oggi frequentano questo blog.

Innamorati dell’Assurdo. Jean Tardieu, Osvaldo e Zenaide. Audio/Radiospazio, durata 7′

12.tardieu osvaldo e zenaide

I due innamorati in scena sono zuccherosi, smancerosi e polverosi come il salottino che li ospita. Cosa c’importa di queste due giovani cariatidi d’altri tempi? – vien da chiedersi mentre ascoltiamo le prime battute del loro dialogo. Ma ben presto il meccanismo dell’Assurdo, di cui Tardieu è maestro, entra in azione e scopriamo che quell’apparente insensatezza è il ritratto feroce dell’ipocrisia amorosa e dei suoi funesti rituali ancora oggi in uso.

Luna di miele in nero. István Örkény

sposi con catena luci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fra le tante ricette dell’umorismo, quella “in nero” è una delle più delicate perché richiede una mano leggera e un’immaginazione trasgressiva capace di svincolarsi dalla logica corrente. István Örkény, narratore e drammaturgo ungherese morto nel 1979, ha coltivato un umorismo crudelmente soft che contagia le situazioni più comuni della vita quotidiana. In questo fulmineo racconto due sposi in luna di miele precipitano in una situazione surreale che lascia trasparire un sorriso beffardo sull’istituzione del matrimonio.

Le settimane della luna di miele erano belle e piene d’amore.
Un pomeriggio però, verso le sei e mezza, rimasero appiccicati alla carta moschicida che pendeva dal lampadario.
Che stupido caso!
LUI          Mi ami, angelo mio?
LEI          Tanto.
LUI          E allora vieni qui.
LEI          Subito, ma c’è qualcosa che mi si è appiccicato ai tacchi.
LUI          Cosa te ne importa, getta via la scarpe!
LEI          Vuol dire che anche oggi staremo di nuovo in casa. E all’Accademia di Musica c’è una serata dedicata a Cajkovskij.
LUI          Me ne frego di Cajkovskij.
LEI          Preferiresti andare a teatro?
LUI          Per carità! Ma, di’ un po’, non ti sembra che stiamo ondeggiando?
LEI          Non farci caso, guarda cosa danno all’Opera.
LUI          Dov’è il giornale?
LEI          Sul tavolo della cucina.
LUI          Non posso muovermi, perché anche a me mi si è appiccicato qualcosa alle scarpe.
LEI          Mi pare che diano il Ballo in maschera .
LUI          Adesso non riesco più a liberare neanche le mani.
LEI          Certo che ti piace proprio lamentarti. Andrà a finire che staremo di nuovo a casa.
LUI          Che cos’è tutta questa agitazione?
LEI          Sto provando a tirarmi fuori da tutta questa roba vischiosa.
LUI          Non far sciocchezze, rischiamo di cadere giù.
LEI          Ma tu ti rassegni proprio a tutto? E sì che mi sono innamorata di te perché eri un tipo tanto intraprendente e dicevi di amare la musica.
LUI          Ho un bell’adorare la musica, se non posso muovere né mani né piedi.
LEI          Come se fossi il primo che è rimasto invischiato in qualcosa!
LUI          Sto dentro questa colla fino al ventre!
LEI          Con tutte le tue ciance mancano venti minuti alle sette. All’Opera possiamo arrivarci solo in taxi.
LUI          Ma tu non capisci proprio niente della realtà della vita!
LEI          Avevamo detto che il nostro matrimonio non sarebbe stato come gli altri. Che noi avremmo sempre avuto qualcosa da dirci, non saremmo diventati antipatici, non avremmo litigato, non ci saremmo mai separati.
LUI          Ormai mi arriva alla bocca!
LEI          Sii gentile, prendi il telefono e chiama un taxi.

Istvàn OrkenyViaggio di nozze sulla carta moschicida
“Novelle da un minuto”, E/O. traduzione Gianpiero Cavaglià

Narrativa. Grace Paley, Madre

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 La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.” Grace Paley, grande scrittrice di poche opere, è incuriosita dal mondo delle donne (“La cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero”): la sua esplorazione dell’universo femminile è lucida, asciutta e un po’ crudele.

Un giorno stavo ascoltando la radio. Trasmettevano una canzone qualsiasi che me ne ricordava un’altra: «Oh, desidero ardentemente veder mia madre sulla soglia». Per Dio! dissi, la capisco questa canzone. Spesso ho desiderato ardentemente vedere mia madre sulla soglia. Effettivamente stava di frequente nei vani di svariate porte a guardarmi. Un giorno stava esattamente in questo modo sulla soglia di casa, l’oscurità del corridoio dietro di lei. Era Capodanno. Disse con tono triste: Se torni a casa alle quattro del mattino quando hai diciassette anni, a che ora tornerai quando ne avrai venti? Fece questa domanda senza sarcasmo o meschinità. Aveva iniziato i suoi inquieti preparativi per la morte. Non ci sarebbe stata, pensava, quando avrei avuto vent’anni. Così si interrogava.
Un’altra volta stava sulla soglia di camera mia. Avevo appena pubblicato un manifesto politico attaccando la posizione della famiglia nell’Unione Sovietica. Disse: Va a dormire, per amor di Dio, stupida sciocca, tu e le tue idee comuniste. Li abbiamo già visti, tuo padre ed io, nel 1905. Avevamo già immaginato tutto.Sulla porta di cucina disse: Non finisci mai di mangiare. Ti aggiri senza senso. Che ne sarà di te?
Poi mia madre morì.
Naturalmente per il resto della vita ho desiderato ardentemente di vederla, non solo sulle soglie, ma in un altro gran numero di posti – in sala da pranzo con le zie, alla finestra che guarda su e giù l’isolato, in giardino fra le zinnie e le tagete, in soggiorno con mio padre.
Stavano seduti su comode poltrone di cuoio. Ascoltavano Mozart. Si guardarono sorpresi. Sembrò loro di essere appena arrivati con la nave. Di aver appena imparato le prime parole inglesi. Sembrò loro che lui avesse appena superato un esame col suo professore americano di anatomia, Sembrò loro che lei avesse appena lasciato il negozio per la cucina.
Vorrei poterla vedere sulla soglia del soggiorno. Stette là per un attimo. Poi si sedette accanto a lui. Avevano un giradischi costoso. Ascoltavano Bach. Lei gli disse: Parla un pochino con me. Non parliamo più come una volta.
Sono stanco, disse lui. Non lo vedi? Oggi ho visitato forse trenta persone. Tutte malate, tutte che parlano parlano parlano. Ascolta la musica, disse lui. Una volta eri molto intonata. Sono stanco, disse lui.
Poi mia madre morì.

Grace Paley, Madre, “Narratori di poche parole”, Guanda,
traduzione Luigi Schenoni

Cavallerizza, i miasmi del dopo incendio

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http://www.lospiffero.com/buco-della-serratura/nessun-carrozzone-alla-cavallerizza-17861.html

rinviamo alla lettura dell’articolo che ha sollecitato queste brevi considerazioni

Qualche volta il fuoco non purifica ma al contrario lascia dietro di sé residui paludosi, e il fatto che siano di natura linguistica non è meno inquietante, anzi.
Il consigliere Silvio Viale ritiene che la Cavallerizza debba essere venduta a dei privati, naturalmente “nel rispetto delle prescrizioni della sovrintendenza” (sono precisazioni a dir poco pleonastiche in bocca a un consigliere) e che la comunità non debba accollarsi alcuna spesa per fare della Cavallerizza un luogo dove si producono beni immateriali.
Inoltre, detesta la movida alternativa – una distinzione non troppo comprensibile: chi, come me, detesta le movide è irritato sia da quelle ufficiali che da quelle alternative, così come i nemici delle corride combattono indiscriminatamente quelle clandestine e quelle negli stadi.
A ciascuno le sue idee. La visione di una Cavallerizza trasformata in un centro commerciale, magari nobilitato, diciamo così, da Armani, Fendi, ecc. sarà forse ampiamente condivisa; speriamo invece che il linguaggio con cui il consigliere si esprime non si diffonda ma che resti un suo personalissimo stile. L’espressione “sedicenti artisti” con la quale vengono bollati i musicisti e gli attori che hanno animato la Cavallerizza negli ultimi mesi ricorda il “culturame” col quale Mario Scelba, nel 1949, marchiò gli intellettuali italiani di sinistra. Fra i giovani che si sono esibiti alla Cavallerizza ci saranno stati i bravi, i bravini e certamente anche i mediocri, i quali però non giustificano il disprezzo di quel “sedicenti”: questi giovani “si dicono” artisti per la buona ragione che provano ad esserlo, a loro rischio e pericolo. Sono scommesse di vita che meritano rispetto, soprattutto in quanto, almeno per molti, impossibili.

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