Ritratto dell’Orco da vicino. SERGIO TOFANO, IL ROMANZO DELLE MIE DELUSIONI

bonaventuraBambina ciarliera e gran contafrottole, quando le mie verbose divagazioni diventavano un tormento mia nonna mi placava declamando: “E qui finisce l’avventura del Signor Bonaventura”. All’epoca mica lo sapevo, ma quel Signor Bonaventura che veniva a interrompere il mio sproloquiare altri non era che il personaggio creato da Sergio Tofano, l’ometto spilungo dalla bombetta rossa per il quale ogni sventura finiva sempre con il guadagno di un biglietto da “un milione” e che dalle pagine del Corriere dei Piccoli aveva incantato generazioni di bambini per tutta la prima metà del Novecento.
In quegli stessi anni, il suo creatore Tofano incantava anche i grandi con i suoi talenti di attore e capocomico, scriveva teatro e di teatro, osservava con acume la vita culturale, disegnava, inventava.
E siccome con quel Signor Bonaventura ho un po’ di conti in sospeso, il passo che propongo non parla di lui ma del protagonista de “Il romanzo delle mie delusioni” – titolo serissimo che nasconde le avventure buffissime di Benvenuto, zuccone eccezionale scampato alla “scuola municipale degli allievi spazzaturai” alle prese con un mondo di favole al contrario in cui gli orchi sono vegetariani, la Bella Addormentata è insonne, Barbablù gestisce un’agenzia matrioniale e Cappuccetto Rosso si fa servire e riverire da un lupo con tanto di grembiulino.
(Dettaglio delizioso, la dedica di Tofano: “A Simonetta e Oliviero, in acconto sull’eredità. Lo zio.”)
Roberta Sapino

– Adesso è completamente innocuo! Dal giorno che prese una terribile indigestione di scaloppine di neonati al madera, perché era rimasto senza denti e non poteva masticare, da quel giorno fece voto di non mangiare più carne, neanche di maiale. […]
Un orco vegetariano, che ha paura delle indigestioni e soffre di inappetenza (perché, sissignore, soffriva anche di inappetenza)…un orco sdentato… un orco che ride sempre e non fa mai gli occhiacci e, non dice mai: – Ucci, Ucci…che puzzi di cristianucci… – un orco che non è più orco insomma… un orco ammansato, un orco spodestato, un orco fallito… un orco liquidato… Dio! Che delusione, che amara delusione!… […] Quell’orco addomesticato mi sembrava un imbroglione. Sentivo che, se fossi rimasto ancora in casa sua, avrei finito col mancargli di rispetto a quel povero orco ridicolo e decaduto. Meglio scappare subito.

 Sergio Tofano, Il romanzo delle mie delusioni, Einaudi

La pratica del male. WILLIAM BURROUGHS, LA MACCHINA MORBIDA

burroughsColpevolmente, non riesco a ricostruire chi scrisse, a proposito del Viaggio al termine della notte, di Céline, che solo chi era stato dalla parte sbagliata poteva raccontare l’orrore abissale di una guerra. Questa citazione mi è tornata in mente (diciamo così) qualche giorno fa, quando è scoppiato il caso di Fabio Tortosa, l’agente che in un primo tempo aveva rivendicato con fierezza la sua partecipazione alla “macelleria messicana” della Diaz per poi correggerla e attenuarla, se non proprio ritrattarla, quando il vento dei media si era fatto impetuoso – trattandosi di un’esternazione pubblicata su facebook la meraviglia dell’estensore risulta, a sua volta, sorprendente: è un po’ come pubblicare sulla propria bacheca l’intenzione di fare una piccola strage per poi meravigliarsi quando, in capo a qualche ora, si riceve la visita di tre signori dalla faccia di pietra che fanno domande indiscrete.
Precipitare in uno dei tanti abissi di cui è pieno il catalogo degli orrori quotidiani non è un’esperienza rara – lo testimoniano quotidianamente, sui giornali e sui media, le vittime e i carnefici che accompagnano le nostre giornate; scrivere la propria caduta nell’abisso è un tragico privilegio di pochi autori. Fra questi, William Burroughs, secondo Norman Mailer “L’unico scrittore americano che può meritare l’appellativo di genio”. Nell’immaginario di molti suoi lettori (e anche non lettori) l’icona di Burroughs è circonfusa da una luce tutta letteraria che rende accattivante il suo viaggio attraverso la droga e il crimine ma è la sua stessa scrittura a rivendicare la crudezza di una vita immersa nell’oscenità del male.

Così sono un agente pubblico e non so per chi lavoro, ricevo le istruzioni della segnaletica, dai quotidiani e da brandelli di conversazione che afferro nell’aria come fa un avvoltoio quando strappa le interiora dalla bocca di un altro animale. Comunque non riesco mai a stare alla pari con i casi arretrati e attualmente mi hanno assegnato all’intercettazione dei film porno girati da James Dean prima di arrivare a quei finocchi assuefatti a lui. Ma fin tanto che questo agente riesce a farsi strada tra barbieri, gabinetti della metropolitana, cinema a luci rosse e Bagni Turchi, non sarà mai legale né tollerato.
Inchiodai il primo della giornata in un pissoir del metrò: «Checca di merda!» urlai. «Ti insegno io ad attaccare la mia carne, ti insegno!». Lo pestai con il guanto di ferro e la sua faccia si spaccò come un finocchio marcio. Poi lo colpii ai polmoni e il sangue gli sgorgò da bocca, naso e occhi, schizzando su tre pendolari rannicchiati dall’altra parte della stanza dentro i soprabiti di gabardine e nei sottostanti completi di flanella grigia. Il finocchio spaccato giaceva vicino alla sua testa e bloccava il rivolo di piscio che gli colava sulla faccia e tutto il trogolo era rosa chiaro per via del sangue. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Riesco a fiutarli a metri di distanza questi froci di merda» dissi tirando su col naso in segno di ammonimento. «E ancora più squallido di un finocchio è uno che spinella erba del casso. Dunque boi tre non mi sembrate i tipi che voltano la schiena a un amico e gli staccano le palle giusto?». I tre presero posto sul pavimento come le tre scimmiette: Non Vedo. Non Sento, Non Parlo.
Vedo che siete dei nostri» dissi con calore e imboccai il corridoio dove gli scolari si rincorrevano con i machete, tra gioiose grida fanciulleschi e colpi sparati da pistole rudimentali che riecheggiavano nelle spelonche con i mosaici. Entrai di corsa in un Bagno Turco dove sorpresi un ricchione che brandiva un’erezione deforme nella sala piena di vapore e lo strangolai su due piedi con un asciugamani insaponato. Dovevo rientrare alla base. Ero smagrito, esausto ormai, e nella carne prosciugata avevo a malapena la forza di finire quel ricchione rammollito. Fra tremori e sbadigli rientrai nei miei vestiti e m’infilai nel drugstore del terminal. Mancavano cinque minuti alle dodici. Cinque minuti al rifornimento Mi avvicinai all’impiegato del turno di notte e gli gettai il distintivo.

William Burroughs, Agente pubblico, “La macchina morbida”, Adelphi, Traduzione Katia Bagnoli

Il video della domenica. SANDY WIDYANATA , PLASTIC – SHORT FILM. 7′

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httrp://youtu.be/UpJFE8UcFcU

Cosa c’è di più romantico – e, se vogliamo, anche di più banale – di una ragazza che si prepara per il primo appuntamento con l’uomo che ha sempre desiderato invano? Ma se la ragazza si pensa un po’ troppo in carne e sul suo naso spunta un brufolo aggressivo, l’euforia dei preparativi si trasforma in un’emergenza irrimediabile. Ci vorrebbe la bacchetta magica, che in questo short movie compare miracolosamente sotto forma di una crema di bellezza: grazie ad essa, la ragazza può modellare il suo corpo come desidera. Contrariamente a quanto si può pensare, ci dice la regista Sandy Widyanata, ciò non è un bene, e questo short movie ce  lo dimostra. Per fortuna (ci sentiamo di anticiparvelo) c’è un lieto fine

ISAAC ASIMOV, IL PIANETA GANIMEDE. Radiospazio/Audio. durata 13′

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http://www.spreaker.com/user/7367339/isaac-asimov-il-pianeta-ganimede_1

Rappresentato al Piccolo Regio di Torino nel dicembre del 2012
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

Asimov, uno dei padri della fantascienza moderna, è conosciuto per i grandi romanzi, La fine dell’eternità, Viaggio allucinante, Il figlio del tempo… Questo breve racconto rivela una vocazione insospettabile al comico-parodistico, felicemente coniugato con la fantascienza d’avventura. 

Il gioco delle parole che non ritornano più. PRIMO LEVI, IL PRIMO ATLANTE

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Ci sono svariati Primo Levi che apparentemente sembrano scissi da quello che, secondo le sue parole, “era entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento”. C’è un Levi ironico e pudico che, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila, scrive Storie naturali, quindici divertimenti su un futuro prossimo nel quale c’è qualcosa che non va, un vizio che lo rende leggermente mostruoso; e c’è ancora un altro Levi, ancora più sorprendente, che lavora nell’orto della poesia. Va ricordato, e non soltanto per gusto dell’aneddoto, che Primo Levi fu tra i primi scrittori italiani a usare il computer. Erano gli anni ’80, e a un pubblico analfabeta informatico e ancora in preda a vaghe reminiscenze medioevali quella pratica appariva se non proprio come stregonesca, almeno poco chiara, forse truffaldina: (“E’ comodo farsi scrivere romanzi e poesie da un computer!”). In questo Atlante c’è il Levi che si abbandona al gioco delle assonanze e delle libere associazioni nelle quali rivive quella libertà del bambino che la vita gli avrebbe irrimediabilmente tolto.
(Tanti anni fa, una piccola bambina mi disse con aria saputa: “Per imparare il latino bisogna bere molto latte”)

Abissinia abissale, Irlanda iridata adirata,
Svezia d’acciaio azzurro,
Finlandia ultima fine d’ogni landa,
Polonia presso al polo, dal pallido color di neve.
Angolosa Mongolia mongoloide,
Corsica corsa di corsa, dito indice puntato
Contro il retratto addome corsaro della Liguria.
Argentina sonante di sonagli
Appesi al collo di mille vacche argentate,
Brasile cotto dalla brace dei tropici,
Angariata Ungheria, bolo bruniccio di gulasch.
Italia buffo stivale dal tacco spropositato,
Ancona ascesso nero a metà polpaccio.u
Bolivia rossoscura, terra di francobolli,
Germania terra turchina di germi e di germogli,
Grecia sfrangiata, pendula tetta di mucca
Cinta da innumerevoli schizzi di latte rosa.
Inghilterra imperterrita, austera lepida lady
Sciancata e fulva, fiera del suo cappellino a pennacchio.
Mar Nero gatta che cova, mar d’Azov il suo gattino,
Mar Baltico in preghiera, inginocchiato sul ghiaccio,
Mar Caspio orso che balla sul fango delle paludi.
Toscana attossicata, pentola capovolta,
Il manico infilato nel bruno d’un mezzotoscano.
Cinica Cina obliqua stampata su seta gialla
Rinchiusa nella muraglia di nitido inchiostro di china,
Panama di pagliette bene incollate e ritorte.
Uruguai Paraguai pappagallini gemelli,
Africa e Sudamerica brutti ferri di lancia
Librati a minacciare l’Antartide di nessuno.

Nessuna delle terre scritte nel tuo destino
Ti parlerà il linguaggio di quel tuo primo Atlante.

 Primo Levi, Il primo Atlante, “Ad ora incerta”, Garzanti

 

Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL LEPRE E LA LUNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto. 

bimbe e coniglio

 

Avevano dimenticato di toglierseli dai capelli. Quei nastri hanno ora la stessa innocenza, la stessa estraneità ingigantite di un oggetto personale dimenticato da un colpevole sul luogo del delitto.
I due nastri hanno dunque assistito! Assistito a quei nuovissimi giochi delle bambine nel letto, incominciati per scherzo e progressivamente diventati seri, sorprendentemente diventati feroci. Due nastri come quelli delle uova portate in dono per Pasqua da una cugina venuta da lontano. Ippolita le cede la sua stanza e va a dormire nel letto con la sorella.
Lei aveva quindici anni, la sorella sedici.
Soltanto ora, rindossate le camicine che s’erano sfilate, si accorgono con trasalimento che il Lepre era saltato nella luce della Luna dalla finestra aperta. Anche lui dunque aveva assistito!, dentro questo primo plenilunio di primavera, alla loro nuova celebrazione. Lui ed i nastri, bende innocentissime.
Come l’Asino e il Bove, il Lepre e la Luna. Accorsi a vegliare un altro Figlio, nato dalla Vergine corrotta dell’infanzia: il desiderio sessuale. A vegliarlo nel punto che ancora conserva l’incontrollabile innocenza dell’infanzia. L’uomo in un secondo momento, raggiunta l’età adulta, ne ha soggezione e lo teme e il Lepre sarà soltanto una figura che alcuni, si dice, credono di vedere nella Luna.


Paolo Brunati

 

Chiaroscuri ‘900 (IV). Francesco Cangiullo, Non c’è un cane

 

piazza caneQualcosa si è logorato negli anni, sfilacciandosi progressivamente. La nostra capacità di attenzione, dico. Il luogo comune ne individua la causa nella frammentazione (e nella conseguente contrazione) che caratterizza gli spot televisivi (trionfalistico enunciato: “Raccontare una storia in quindici secondi!”); può darsi ma il demone della sintesi si è insinuato fra noi più di un secolo fa, almeno ufficialmente, quando i futuristi presero a pubblicare i loro manifesti. Quello riguardante il teatro – di Marinetti, Settimelli e Corra – era, come gli altri, perentorio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”… “E’ stupido voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, quando anche nella vita non ci accade mai di afferrare un avvenimento interamente”. Francesco Cangiullo – pittore, scrittore e poeta di talento nonché militante futurista – passa dalla teoria alla pratica con questo atto unico di rigore integrale. Forse ci aggiunge anche una punta di ironia? L’interrogativo è d’obbligo: al lettore, se crede, la risposta.

NON C’È UN CANE
Sintesi della notte

Personaggi:
 QUELLO CHE NON C’È
Via di notte, fredda, deserta.

Un cane attraversa la via.

 Tela

Francesco Cangiullo

 

Meno di un pesce rosso. LA COMPIACIUTA DOMENICA DEI MOSTRI

strageComplimenti, Elenora, hai fatto la spaccata. In una bella domenica di sole sei uscita dal tran tran anonimo e sonnolento di twitter; ora anche l’Huffington si occupa di te, e anche noi, nel nostro piccolo blog. Nella tua mini bio ti definisci “pensionata curiosa”, e uno pensa, che so?, che tu ti sia iscritta all’Università della terza età o a un corso di ceramica, o di egittologia… Invece la tua curiosità ha bisogno d’altro, di qualcosa di forte, e questa domenica finalmente è stata soddisfatta: una bella strage di 700 poveracci rallegra il tuo cuore come un dono inaspettato e “troppo bello per essere vero”. Peccato che tu sia un po’ pigra, altrimenti potresti fare un salto fin sul canale di Sicilia: vedresti da vicino il gonfiore dei corpi recuperati e, curiosa come sei, li ispezioneresti con l’occhialino per non perderti nemmeno un particolare di quello strazio. Ma forse no, tu preferisci godertelo, questo dono, senza scartare la confezione; te lo tieni stretto stretto come il bambino che apprezza più il gesto del donatore che il regalo stesso, felice che qualcuno abbia pensato a lui. La Sorte (già scritta) ha pensato a te, ti ha liberato di settecento esseri umani che sul nostro suolo ti avrebbero infastidito: meglio in fondo al mare, vero?, come i rifiuti tossici scaricati abusivamente. Goditi gli spot puntati su di te in questa domenica di sole, Eleonora, da domani tornerai nella tua miseria quotidiana un po’ più povera, consolata da altri squallidi tweetteriani che la pensano come te (per un attimo sei quasi una leader, ma è appena un attimo, credimi).
Visto che sei curiosa, dai un’occhiata a questo video:  ritrae un bimbo che bacia il suo amico pesce rosso appena morto prima di seppellirlo nel water e scoppiare in pianto. Non è tuo parente, credo.

bimbo pesce

http://www.huffingtonpost.it/2015/04/11/funerale-pesce-rosso_n_7045588.html

Il video della domenica. Accadde in metro. PHILIPPE ORREINDY J’ATTENDRAI LE SUIVANT (I’LL WAIT FOR THE NEXT ONE)‬

Schermata 2015-04-14 alle 15.44.36https://www.youtube.com/watch?v=VqwgeZooUmQ

a cura di Francesco Ghisi

Il ragazzo si presenta bene, ha l’aria mite, parla con sincerità – percepisce, per di più, uno stipendio che di questi tempi è interessante (2600 euro al mese). Espone il suo caso ai viaggiatori del metro: single e non rassegnato a passare le serate davanti alla tv o a trafficare sui social, cerca una compagna di età compresa fra i diciotto e i cinquantacinque anni. Se fra le presenti c’è una candidata, non ha che da scendere alla fermata successiva, lui la raggiungerà. La candidata c’è ma il finale non ve lo sveliamo, naturalmente.

Il sotterfugio della poesia. LETTERA DI GUILLAUME APOLLINARE A FATINA

Propongo alla redazione del blog di pubblicare questa lettera e mi viene detto: curioso questo rapporto fra la censura e la forzata acutezza della scrittura, sarà sorretto da un intento ironico? E già. Ci sarà ironia? E che ironia? E come la traduco, se c’è? Scrivo “mi sono detto che tutti si sarebbero sforzati” e lascio intendere che invece no, speranze vane. Scelgo “mi sono detto che tutti si sforzeranno” e la consecutio si fa traballante, ma il tono più sicuro. Che si fa? La riscrivo quattro volte, la scompongo e la rimonto. Mi irrito perché la punteggiatura frettolosa rende instabili le frasi e ambigua l’interpretazione. Finché, “riflettendoci bene” pure io, mi dico che la lettera è stata scritta su uno stralcio di carta recuperata dentro una trincea. Che probabilmente è stata cominciata e sospesa più volte per dar retta alle voci, agli ordini, ai rumori in lontananza. Che la mano di poeta che l’ha scritta sapeva che degli occhi di censore l’avrebbero sezionata, forse con la flemma apatica di chi fa solo il suo lavoro. Se devo trovare qualcosa a sorreggere la lettera, è il bisogno di essere artista nonostante, nel mezzo del terremoto. Scrivere lettere su lettere a una donna incrociata in treno, che non ricordi bene ma di cui ti innamori perché ti legge, ti scrive, ti chiama “poeta”, ti ricorda chi sei regalandoti parole, e che non sarà più così interessante quando smetterà di essere una voce e diventerà una persona vera. C’è ironia, quindi? Probabilmente, quell’ironia disillusa di chi quando tutto vacilla si aggrappa alle parole.

Roberta Sapino

lettera apollinaire montata

Narrativa. L’insostenibilità del padre. JOHN CHEEVER, INCONTRO

L’ultima volta che ho visto mio padre è stato alla Grand Central Station. Stavo andando da mia nonna sui Monti Adirondack, in una villetta sul Capo che mia madre aveva affittato, e avevo scritto a mio padre che sarei rimasto a New York, tra un treno e l’altro, per un’ora e mezza; gli avevo chiesto se potevamo pranzare insieme. La sua segretaria mi aveva risposto che lui mi avrebbe aspettato all’ufficio informazioni a mezzogiorno, e alle dodici spaccate lo vidi arrivare facendosi largo tra la folla. Per me era un estraneo: mia madre aveva divorziato tre anni prima, e da allora non ero più stato con lui. Ma appena lo vidi capii che era mio padre, carne della mia carne, sangue del mio sangue, il mio futuro e il mio destino. Sapevo che una volta cresciuto avrei somigliato a lui, in qualche modo; avrei dovuto progettare le mie campagne entro i limiti che lui mi avrebbe posto. Era un uomo grande e grosso e di bell’aspetto, e io ero tremendamente contento di rivederlo. «Ciao, Charlie», disse. «Ciao, ragazzo. Mi piacerebbe portarti al mio club, ma è oltre la Sessantesima, e se devi prendere un treno il pomeriggio presto credo che faremo meglio a mangiare qualche cosa qui vicino.» Mi mise un braccio sulle spalle e io annusai mio padre come mia madre annusa una rosa. Era un forte miscuglio di whiskey, di dopobarba, di lucido da scarpe, di indumenti di lana, con l’odore acre di un maschio maturo. Sperai che qualcuno ci vedesse insieme. Desiderai che qualcuno ci fotografasse. Volevo un ricordo del nostro incontro. Uscimmo dalla stazione e andammo in un ristorante in una strada laterale. Era ancora presto e il locale era vuoto. Il barista stava litigando con un fattorino, e vicino alla porta della cucina c’era un cameriere molto vecchio con una giacca rossa. Ci sedemmo, e mio padre chiamò il cameriere ad alta voce. «Kellner!» gridò. «Garçon! Cameriere! Ehi tu!» La sua arroganza nel ristorante vuoto sembrò fuori posto. «Si può venire serviti qui?» gridò. «Gnam gnam.» Poi batté le mani. Quel gesto attirò l’attenzione del cameriere, che arrivò al nostro tavolo strascicando i piedi. «Batteva le mani a me?» chiese. «Si calmi, si calmi, sommelier», disse mio padre. «Se non è troppo chiederglielo, se questo non significa offendere le sue prerogative, gradiremmo due Gibson con Beefeater» «Non mi piace che mi chiamino battendo le mani», disse il cameriere. «Avrei dovuto portare il mio fischietto», disse mio padre. «Ho un fischietto che può venire udito solo dalle orecchie dei vecchi camerieri. Adesso tiri fuori il blocchettino e la matitina e vediamo se riesce a scrivere giusto: due Gibson con Beefeater Ripeta con me: due Gibson con Beefeater.» «Credo che fareste meglio ad andare da qualche altra parte», disse tranquillamente il cameriere. «Questo», disse mio padre, «è uno dei consigli migliori che abbia mai ricevuto. Vieni, Charlie, andiamocene di qui, diavolo.» Seguii mio padre fuori dal ristorante e dentro un altro. Questa volta non fu tanto arrogante. I nostri drink arrivarono, e lui mi fece un sacco di domande sul campionato di baseball. Poi colpì con il coltello l’orlo del bicchiere vuoto e ricominciò a gridare. «Garçon! Kellner! Ehi tu! Portacene altri due uguali, se non è di troppo disturbo.» «Quanti anni ha il ragazzo?» chiese il cameriere. «Questo», rispose mio padre, «non è affar tuo, accidenti.» «Mi dispiace, signore», replicò il cameriere, «ma non servirò un altro drink al ragazzo.» «Be’, devo darti una notizia», disse mio padre. «Una notizia proprio interessante. Succede che questo non è l’unico ristorante di New York. Ne hanno aperto un altro proprio all’angolo. Vieni, Charlie.»
Pagò il conto e lo seguii fuori dal ristorante e dentro un altro. Qui i camerieri avevano della giacche scarlatte come quelle dei cacciatori, e sulle pareti c’era un sacco di finimenti. Ci sedemmo e mio padre ricominciò a urlare. «Maestro di caccia»! Dalli dalli con tutto quel che segue. Vorremmo qualcosina da bere, sotto forma di un bicchiere della staffa. «Precisamente. Due Bibson con Geefeater.» «Due Bibson con Geefeater?» chiese sorridendo il cameriere. «Ha capito perfettamente bene quello che voglio», disse irosamente mio padre «Voglio due Gibson con Beefeater, e subito. Sono cambiate le cose, nella vecchia e allegra Inghilterra. Così mi ha detto il mio amico, il duca. Vediamo che cosa può produrre l’Inghilterra nel campo dei cocktail.» «Qui non siamo in Inghilterra», osservò il cameriere. «Non discuta con me», disse mio padre. «Faccia solo quello che le è stato detto.» «Pensavo solo che avrebbe gradito sapere dove si trova», disse il cameriere. «Se c’è una cosa che non posso sopportare», osservò mio padre, «è un cameriere impertinente. Vieni, Charlie.» Il quarto posto dove andammo era italiano. «Buon giorno», disse mio padre. «Per favore, possiamo avere due cocktail americani, forti, forti. Molto gin, poco vermut. » «Non capisco l’italiano», disse il cameriere. «Oh, la pianti», disse mio padre. «Lei capisce l’italiano, e sa perfettamente bene di capirlo. Vogliamo due cocktail americani. Subito.» Il cameriere se ne andò a parlare con il capocameriere, che venne al nostro tavolo e disse: «Mi dispiace, signore, ma questo tavolo è riservato». «Va bene», disse mio padre. «Ce ne dia un altro.» «Tutti i tavoli sono riservati», disse il capocameriere. «Ho capito», disse mio padre. «Non desiderate averci come clienti. E’ così? Be’, al diavolo. Vada all’inferno. Andiamo, Charlie.» «Devo prendere il treno», dissi. «Mi dispiace, figliolo», disse mio padre. «Mi dispiace moltissimo » Mi mise un braccio sulle spalle e mi strinse contro di sé. «Ti riaccompagno in stazione. Se solo ci fosse stato il tempo di andare al mio club.» «Fa lo stesso, papà», dissi. «Ti comprerò un giornale», disse. «Ti comprerò un giornale da leggere in treno.» Poi si avvicinò a un’edicola e chiese: «Gentile signore, sarebbe tanto cortese da favorirmi uno dei vostri maledetti giornali del pomeriggio da dieci cent che non valgono niente?» Il giornalaio si girò dall’altra parte e fissò la copertina di una rivista. «E’ troppo, gentile signore», disse mio padre, «è troppo se le chiedo di vendermi uno dei suoi disgustosi esemplari di giornalismo scandalistico?» «Devo andare, papà», dissi. «E’ tardi.» «Su, aspetta un momento, figliolo», disse. «Aspetta solo un momento. Voglio stuzzicare un po’ questo tizio.» «Arrivederci, papà», dissi. Scesi le scale e presi il treno, e quella fu l’ultima volta che vidi mio padre.

 John Cheever, Incontro, “Narratori di poche parole, Guanda. Traduzione Luigi Schenoni

 

Il racconto dell’immagine. MARIO GIORGI, DOVE FINISCE LA GONNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Ecco il racconto che Mario Giorgi ha tratto da questa fotografia che gli abbiamo sottoposto.

bimbo guarda

Mia zia è sorella di mio padre.
D’accordo, chiaro. Ma mio zio?
Mio zio è marito di mia zia, e per questo è mio zio.
Ogni volta me lo devo ripetere. Non mi va giù.
Cosa mi ha fatto mio zio? Niente. Le solite cose dei grandi quando scherzano con i bambini come se non fossero bambini.
Non mi piace. Non mi piace come ride. Soprattutto quando guarda mia zia o mia madre e poi guarda me. Soprattutto quando si alzano dal divano. Mentre se ne vanno sussurra «Dove finisce la gonna…» e pretende che io continui. Insiste.
Un pomeriggio mia madre si era rotta una calza. Una smagliatura, hanno detto dopo. Io però l’avevo vista per primo. Mi sono infilato tra mia madre e mio zio, sul divano, e stavo stretto stretto a lei, e le coprivo la gamba, così lui non poteva vederla. Ma poi lei si è stancata, mi ha preso in braccio per spostarmi sulla poltrona vicina, e a quel punto lui ha notato la calza. Speravo tanto che non girasse gli occhi nella mia direzione e invece uno sguardo gli è sfuggito. Per fortuna, almeno, non ha pronunciato la solita frase.
Cosa pretende che io risponda? Dovrei dire «… inizia la donna», per completare. Insiste, e ride. Ho finito per capire che il mio mutismo lo diverte, è proprio il mio rifiuto che lo fa ridere in quel modo. Non che non rida, ora, ride eccome, ora che lo assecondo e mormoro il mio spezzone di frase, di tanto in tanto. Ma è meno fastidioso, si placa quasi subito. E non insiste. Preferisco comunque come ride mio padre, più disteso, e non cerca i miei occhi per significare qualcosa.
Due sere fa siamo stati in un locale. Mia madre e mio padre erano via, io dovevo stare con mia zia e mio zio, e con loro sono andato in quel locale. Era tutto nuovo per me: gli odori, i rumori, il fumo, le voci, la musica. Stavamo seduti a un tavolino, la sala era piena di risate e mio zio ogni tanto mi guardava. Per evitare che cominciasse a ridere di me, appena ho potuto mi sono allontanato. Quelle signore, sul momento, non le collegavo a mia madre o mia zia. Mi sono avvicinato perché erano più in alto e da lì proveniva la musica. Non so cos’è avvenuto, improvvisamente era tutto ovattato intorno a me, tutto strano e sfocato, e mi è salita al cervello la frase di mio zio.
Allora sono corso via, al tavolino, a rifugiarmi tra le braccia di mia zia. Lei mi consolava, mi accarezzava e mi chiedeva «cosa c’è?». Lo zio, però, era ancora lì, si era alzato ma restava vicino, in piedi, abbastanza vicino, e naturalmente mi guardava di sottecchi e sogghignava.
Lo detesto. Vorrei non vederlo mai più. Anzi no, vorrei rivederlo, da soli io e lui, tornare in quel locale insieme a lui, e che una buona volta mi spiegasse cosa c’è da ridere.

Mario Giorgi

Il travestimento dell’autore. EDOARDO SANGUINETI, FAUST

sanguineti e faust pennelloEra il 1985, si erano avvicendate le stagioni del teatro del corpo, dell’immagine, del racconto, e Sanguineti, sempre attento alla drammaturgia – drammaturgo a sua volta, sia pure non a tempo pieno – inventa una delle sue più radicali riscritture, affrontando uno dei massimi monumenti teatrali, il Faust. Dico riscrittura ma Sanguineti usa un termine meno quotidiano e concettualmente più ricco: travestimentoVolendo, lo si può intendere come un ritorno al teatro di parola, ma la sua è una parola che è  passata in sartoria per rigenerarsi, o forse per spogliarsi degli ingombranti paludamenti della letteratura: abbandonato il tavolo di lavoro, l’autore sale in palcoscenico, protetto dal più efficace dei travestimenti, quello del linguaggio. Ecco cosa ne scrive nell’introduzione al suo testo:


“Per questo tipo di operazione (ndr Goethe ripassato a contrappelo), in un momento in cui mi pare accettabile, e forse desiderabile, che gli uomini di lettere aspirino a rifarsi autori, e a tentare di inventarsi una missione teatrale, credo che la categoria giusta sia quella del travestimento, eccellente parola barocca, purché depurata da ogni esclusiva inclinazione verso l’orizzonte del burlesco e del parodico, e restituita immediatamente a quella dimensione scenica dalla quale appare affatto inseparabile”.

FAUST

Ahimè, ahimè! Ho studiato la psicologia dell’età evolutiva.
La sociologia delle comunicazioni di massa,
la bibliografia e la biblioteconomia,
la semiotica, la semantica,
la cibernetica, la prossemica,
l’informatica, la telematica,
la biologia – e, accidenti, l’ecologia – e poi
la micro e la macrofisica, la meta e la patafisica,
da cima a fondo, con tanto zelo!
E adesso, eccomi qui, povero idiota,
e furbo come prima.
Mi chiamato l’egregio, l’illustre, il chiarissimo,
e il prof, e il dott,
e il maestro, magari, madonna!
E sarà dal ’77 – ma che dico mai? – sarà dal ’68, ecco,
che me la meno, con i miei studenti.
Questa è una cosa che mi strazia il cuore.
E va be’, sarò più erudito dei miei colleghi,
ordinari, straordinari, associati, aggregati, incaricati,
lettori, ricercatori, dottori di ricerca, assistenti, precari,
e tutto il personale non docente.
Né scrupolo né dubbio mi tormenta,
né diavolo né inferno mi spaventa.
Ma non ci ho niente la felicità:
niente di vero penso di sapere,
niente di niente riesco più a insegnare,
né gli uomini io mi spero migliorare,
né di riuscirci, il mondo, a trasformare:
e non ho beni, mobili né immobili,
né uno straccio di Nobel, né il Potere,
manco un cane, un cane può vivere così.

Ahi, che sono in questa trappola fetente,
che è un maledetto buco repellente:
del puro cielo, pure i raggi amati,
li intorbidano i vetri colorati:
tra mucchi di volumi, io sto qui chiuso:
ci gode il tarlo polveroso e ottuso:
i fogli, su, fino al soffitto, a strati,
sono arrivati, neri affumicati:
ah, mi soffoca il mio laboratorio,
mi strozza, qui, la mia torre d’avorio:
strumenti orrendi di un sapere immondo,
siete il mio mondo? e tu, lo chiami mondo?

Edoardo Sanguineti, Faust, un travestimento, Costa&Nolan

 

La saggezza critica del Merlo. TRILUSSA, LA POESIA

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La poesia/ma cos’è mai la poesia?
/Più d’una risposta incerta/è stata già data in proposito./Ma io non lo so, /non lo so e mi aggrappo a questo/come alla salvezza di un corrimano.
Quando Wislawa Szymborska scrisse questa definizione così domestica e confortante della poesia non poteva immaginare che un’immensa, quasi incalcolabile utenza si sarebbe aggrappata a questo corrimano – tutti ne hanno uno, dai  proprietari di ville a due piani agli inquilini delle monocamere periferiche. Il censimento dei praticanti il corrimano poetico è approssimativo, gli utenti di internet nel mondo sono poco meno di tre miliardi, dunque stando a quanto si legge in rete si desume che i poeti attivi sul nostro pianeta siano almeno un miliardo e mezzo; a tutti loro è dedicato questo componimento di Trilussa è scritto in un romanesco del tutto comprensibile: siamo convinti che la sua lettura sia di grande, pubblica utilità.

 La poesia

Appena se ne va l’urtima stella
e diventa più pallida la luna
c’è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s’agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s’arinfresca e canta.

L’antra matina scesi giù dar letto
co’ l’idea de vedello da vicino,
e er Merlo furbo che capì el latino
spalancò l’ale e se n’annò sur tetto.
– Scemo! – je dissi – Nun t’acchiappo mica…-
E je buttai du’ pezzi de mollica.

– Nun è – rispose er Merlo – che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nu m’infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.

È un pezzo che ce scocci co’ li trilli!
Per te, l’ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì… Te pare onesto
de facce fa la parte d’imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?

Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t’arillegra er core
nun è pe’ gnente er canto de l’amore
o l’inno ar sole, o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d’avè fatto una bona diggestione.

Trilussa, Tutte le poesie, Mondadori

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