IL video della domenica. Perché i direttori d’orchestra usano la bacchetta? (Arte in italiano)

https://www.arte.tv/it/videos/086962-019-A/perche-i-direttori-d-orchestra-usano-la-bacchetta/

Giuliano Scabia, Canto del guardare lontano (Le parole e le cose)

[Qualche giorno fa è scomparso Giuliano Scabia. Ne ricordiamo la figura luminosa, e il teatro vagante, con questo testo, comparso in Pensieri viandanti II. L’etica del camminare, a cura di Italo Testa, Diabasis, Reggio Emilia, 2008].

Sul crinale dei monti Appennini, là sul passo di Pradarena, un fortissimo vento fa vorticare la neve. Le nuvole sono basse, quasi toccano la faggeta. Compaiono un cavallo e un cavaliere.

DICE IL CAVALLO
Mio signore – dove sono
le stelle? Dove sono
i lontani orizzonti?
Dove siamo?

DICE IL CAVALIERE
In cammino. O cavallo,
adesso, proprio adesso
ti vengono i dubbi? Non vedi
che siamo già sul crinale?

DICE IL CAVALLO
Non si vede niente, mio signore:
vortica la neve, rotola il vento,
le orecchie sono gelate
e le gambe molto affaticate.

DICE IL CAVALIERE
Cavallo mio, nei poemi antichi
i cavalli non si lamentavano –
andavano, sempre andavano
e forse sognavano.

DICE IL CAVALLO
Ma tu, mio signore,
dove vuoi andare?
Vedo auto, moto, aeroplani,
ma nessun cavallo sui passi montani.

DICE IL CAVALIERE
È per avere visioni
che andiamo. Se vedere
possiamo dove il sentiero
finisce, o comincia, lontano.

DICE IL CAVALLO
Siete sempre più matto.
Proprio adesso che l’anno
sta per finire noi siamo qui
nella neve e nel vento a patire.
Adesso al cavallo e al cavaliere sembra di udire dei canti.

CANTA LA NEVE
Cosa dite? Quale
sentiero? Quale lontano?
Cosa vuol dire avere visioni?
Come sono strane le parole umane!

CANTA LA FAGGETA
Chi ha più felicità
dei rami quando la neve
li piega, quando i germogli
si stanno per formare
e si sente la linfa tremare?

CANTA LA NEVE
Ecco – io, cadendo
adesso mi adagio leggerissima
e ho gioia e luce
da tutto l’imbiancare.

CANTANO LE NUVOLE
Figlia bianca – neve leggera –
io ti perdo, adesso, ma so
che un giorno tornerai su
a fare, come vapore, le nuvole.

CANTA LA NEVE
Madri care – nuvole
sempre in moto: Cos’è
la vita? Cos’è il tempo?
Cos’è il volo? Cos’è l’eterno?
Appare il cervo con le corna d’oro, molto grande.

CANTA IL CERVO CON LE CORNA D’ORO
Mai prima avevo sentito
la neve cantare.
O neve: Cos’è la neve?
Cos’è il mondo che vai ad imbiancare?

CANTA LA NEVE
Il mondo è l’arrivo
e il ritorno. Sono bellissima,
fatta di cristalli e gelo –
sono fisica e metafisica.

DICE IL CAVALLO
Cos’è tutto questo cantume?
Sono stufo di cose sublimi.
Nuvole, vento, neve, cristalli,
e nessuna pietà dei cavalli.

Dall’alto, attraverso le nuvole, arriva un’aquila sfolgorante, imbiancata di neve.

CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE
O cavallo, o cavaliere:
dietro c’è tutto il passato
e davanti il futuro. Ma
dov’è l’avanti, dov’è l’indietro?

DICE IL CAVALIERE
O aquila sfolgorante – perché
non ci guidi? Hai forte vista,
ali grandiose, potenza e forse,
per come domandi, sapienza.

CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE
O cavaliere in attesa che passi
il tempo dell’anno – dove credi che vada
il tempo, per noi, per voi,
per tutti gli dei e per Dio?
È il tempo la guida, non io.

Improvvisamente un raggio di luce color oro attraversa le nuvole e illumina un punto del crinale. Là appare un uomo anziano, bellissimo, di circa 70 anni.

DICE IL CAVALIERE
Lo conosco! È Minghìn da Murmré. Il capomastro muratore,
poeta e maggerino.
Tutti, neve, nuvole, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, cavaliere guardano – la neve
cade intorno, ma non su Minghìn – e dopo un po’ lui comincia a cantare.

SONETTO DI MINGHIN DA MURMRE
Quando credi che il tempo sia finito
comincia il viaggio che nessuno sa:
sulla soglia davanti è l’infinito
e dietro quello che ciascuno ha:
ma ora in questa luce rifiorito
dirò la cosa che accadendo sta:
noi viviamo nel tempo addormentati
sempre in attesa d’essere chiamati.
il raggio di luce d’oro piano piano sparisce – e con lui la bella persona del cantore.

DICE IL CAVALLO
Ecco – ho capito perché devo andare
e questo crinale oltrepassare.
Sul crinale, come due stelle, sono apparsi l’Anno Vecchio e
l’Anno Nuovo. L’Anno Vecchio sembra
cieco – l’Anno Nuovo, bambino, lo tiene per mano. E dice:

DICE L’ANNO NUOVO
Possiamo passare?

DICE IL CAVALLO
Siamo qui per aprirvi la strada.

DICE L’ANNO VECCHIO
Benché cieco, pieno di ferite, vecchio
o ho l’esperienza – e posso confortare.

DICE IL CAVALIERE, CANTANDO
Chi è il conforto? Chi è l’andare?
O gente in attesa: lontano
arriva il guardare: ma noi
sino alla fine dello sguardo
sapremo un giorno arrivare?

Tutti – nuvole, neve, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, Anno Nuovo e Anno Vecchio – cominciano a meditare sul canto del cavaliere – e mentre meditano arriva la fine del Canto del guardare lontano.

FINE

dal Teatro Vagante, 2007/2008

La Tintoretta, “Anima mia, tu sei il mio capolavoro”. (Lundici)

“Vi racconto la storia di Maria Robusti figlia illegittima del Tintoretto, di una bambina nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole, una immagine forte di una figlia unita dall’amore e dall’arte con il padre, in una Venezia cinquecentesca centro cosmopolita del commercio e dell’arte, dove le donne o si sposavano o erano monache. Le donne pittrici erano per lo più le vedove di pittori, che, trovandosi in difficoltà economiche, tiravano avanti con la bottega dei mariti.”

Leggi l’intero articolo: http://www.lundici.it/2015/04/la-tintoretta-anima-mia-tu-sei-il-mio-capolavoro/

Le figurine di Radiospazio, La solitudine dello scrittore

June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello vernale. C’è chi la chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.

Anaïs Nin, Diario 1931 – 1934, Bompiani, Traduzione Delfina Vezzoli

Il video della domenica. Intervista a Marlon Brando “Sul recitare” (sottotitoli italiano)

“Noi recitiamo per salvarci la vita, lo facciamo tutti i giorni. Le persone mentono costantemente, ogni giorno, non dicendo le cose che pensano o dicendo quello che in realtà non pensano…”

https://www.youtube.com/watch?v=qz1C6sHIxZA

Narrativa. Aldo Palazzeschi, Quelle… (Racconto)

Un temporale di violenza inaudita s’era formato rapidissimo e dal mare in movimento di tromba aveva investito il litorale oscurandone l’aria, intorbidandola di polvere e di sabbia.
Preceduti dall’architetto in capo, i maestri costruttori erano usciti di sottoterra, e con aria di eccezionale gravità valutavano in un primo sguardo l’entità del disastro e la sotterranea città devastata dove le vittime si contavano a migliaia. L’aspetto dell’architetto in capo circondato dai fidi maestri era di una glaciale, funebre tristezza. Si guardavano intorno senza decidersi a rompere un silenzio di cupa rassegnazione, del tutto religiosa.
È bene sapere che le formiche non conoscono la gioia spensierata che ad altri animali è concessa, l’esercizio del ridere non sanno che sia, un sorrisetto ironico produrrebbe nel loro mondo un’insanabile ferita, e una risata squillante risuonerebbe come la più sconcia bestemmia. Due attività conoscono le formiche che regolano la loro vita: il lavoro e l’obbedienza.
Senza un attimo d’incertezza l’architetto in capo prese a impartire ordini per iniziare nel minor tempo possibile la ricostruzione della città devastata.
– Bianca!
– Rosetta!
– Delfina!
– Stella!
– Dora!
– Gemma!
– Celeste!
– Fiorella!
– Alba!
– Pellegrina!
– Urania!
– Palmira!
– Kikì
– Ninetta!
Mentre chiamava a sé le sue operaie, l’architetto in capo sentì provenire dalle fronde di un albero lì accanto un intrecciarsi di grida vivacissime
– Hai sentito che roba?
– Hai avuto paura?
– Credevo di morire, stai zitta, non respiravo più. M’ero aggrappata al ramo stretta stretta, lui mi diceva: «Stringimi sai, stringimi forte altrimenti sei perduta». Lo stringevo da strozzarlo.
– Ci avevi preso gusto, di’ la verità.
– Capirai, in certi casi non si guarda più nulla.
– Io ero entrata proprio dentro le foglie. Vuoi che te lo dica? Quando ho capito che non sarei caduta ero tutta contenta: che altalena!
– Taci che ho perso tutti i miei rubini.
– Io non ho ancora contato i miei zaffiri, sono trentadue, capirete… come si fa?
– Mentre nel basso, fra i tronchi della giovane foresta viveva la sotterranea città delle formiche, sulle cime dei pini vivevano le farfalle in piena luce e libertà. Fu in un attimo di silenzio che quelle indiavolate ciarliere poterono rendersi conto come là sotto si parlasse di rovine… di feriti… di funerali imminenti… Le farfalle vennero assalite da un riso convulso. Ridevano a crepapelle. Si sbellicavano tutte insieme dalle risa, in un crescendo che produceva una sinfonia.
– Hai sentito?
– Gli è rovinato ogni bene.
– Gli è rovinata ogni cosa.
– Non ti posso descrivere fino a che punto sono contenta.
– Sono morte a migliaia.
– Fossero morte fino all’ultima!
– Si fosse perso il seme di quella razza maledetta!
– Stai fresca, fra quindici giorni sono più di prima.
Al crescente schiamazzo, immerse nelle loro preoccupazioni gravissime, le formiche
socchiudevano gli occhi, stringevano le labbra, abbassavano la testa.
Hanno ragione quelli che le infilano vive in uno spillo.
Da epoca preistorica s’era perpetuata fra le due specie una convivenza assurda, nella quale ogni giorno si allontanava la possibilità di un’intesa. Le formiche, quando volevano indicare le soprastanti di casa, dicevano soltanto una parolina: «quelle…». Dopo di che tacevano, facendo conto che non ci fossero. E il più bello si è che per designar loro, dicevan «quelle…» anche le altre, ma loro sempre vi aggiungevano una parolina. Alle farfalle pareva troppa la distanza fra loro e le brutte vicine.
– Che colpa ne abbiamo se il Signore ci ha fatto belle e loro brutte da far paura?
– Che schifo.
– Si può dare una sagoma più ridicola?
– Dall’alba al tramonto non fanno che trafficare per portar roba a casa.
– E tutti quei chicchi appartengono a loro? Quali diritti hanno sopra di essi?
– È roba rubata. Sono ladre.
– A me, quando ho fame, tutti i fiori spalancano le braccia.
– E a me? Mi danno il cuore e l’anima: «vieni anche da me, bella, e a me non m‘hai visto? Non ti piaccio? Ti faccio paura? Sentirai come son buono. Vieni, tesoro mio, son tutto zucchero».
Quella mattina l’architetto in capo delle formiche, dato il suo stato d’animo eccezionale, e le preoccupazioni che si agitavano nella sua mente, prima di scendere dopo aver detto «quelle…», vi aggiunse anche lui una parolina incomprensibile, che soltanto chi gli era accanto poté udire: «quelle…»

Aldo Palazzeschi, “Tutte le novelle”, Mondadori

Guido Vitiello, I benefici dell’oblio (Internazionale)

Gentile bibliopatologo,
ho quarantanove anni, non sono più il lettore vorace che ero da giovane e da qualche tempo non ricordo più niente del poco che leggo. Non ricordo i titoli, i protagonisti, vagamente ho memoria della trama. Il massimo che posso dire è se un libro mi è piaciuto o meno. La cosa che mi preoccupa è che mi succede anche con i grandi classici che ho letto in età adulta: come si chiamava la moglie di Zeno Cosini, le cognate, l’amante? E a proposito, poi come andava a finire con l’amante? Mi pare di ricordare che ci fosse di mezzo uno psicanalista. Ecco, questa è la mia situazione. È grave?
-Lo Smemorato di San Benedetto del Tronto

Leggi l’intero articolo: https://www.internazionale.it/opinione/guido-vitiello/2020/12/17/benefici-oblio

Le figurine di Radiospazio. Lo specchio

Un uomo orribile entra e si guarda nello specchio.
“Perché vi guardate allo specchio, se non vi è possibile vedervi senza provare dispiacere=”
L’uomo orribile mi risponde: “Signore, dopo gli immortali principi dell”89, tutti gli uomini sono per diritto uguali; dunque io ho il diritto di specchiarmi; con piacere o dispiacere, questo riguarda solo la mia coscienza”.
Secondo il buon senso avevo indubbiamente ragione io; ma dal punto di vista della legge, egli non aveva torto.

Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, Feltrinelli, a cura di Franco Rella

Narrativa. Grace Paley, Volere e non volere (Racconto)

Volere e non volere

Ho visto il mio ex marito per la strada. Io ero seduta sui gradini della biblioteca nuova. Ciao, vita mia, ho detto. Siamo stati sposati ventisette anni, perciò mi sentivo autorizzata. Lui ha fatto: Cosa? Quale vita? La mia no di certo. Io ho fatto: Ok. Se c’è vero dissenso, non mi metto a litigare. Mi sono alzata e sono entrata in biblioteca per vedere quanto dovevo. La bibliotecaria ha detto 32 dollari, e ce li devi da diciott’anni. Io non ho negato nulla. Perché non capisco come fa il tempo a passare. Ce li ho, quei libri. Ci ho pensato spesso. La biblioteca dista solo due isolati. Il mio ex marito mi ha seguita al banco delle Restituzioni. Ha interrotto la bibliotecaria, che avrebbe avuto altro da dire. Per molti versi, ha ripreso, se ci penso, attribuisco il disfacimento del nostro matrimonio al fatto che non hai mai invitato i Bertram a cena. Può essere, ho detto io. Se ricordi bene, però: primo, quel venerdì mio padre stava male, poi sono nati i bambini, poi avevo quelle riunioni il martedì sera, poi è iniziata la guerra. E a quel punto ci sembrava di non conoscerli più. Comunque hai ragione. Avrei dovuto invitarli a cena. Ho staccato un assegno di 32 dollari alla bibliotecaria, e lei mi ha subito dato fiducia, si è lasciata il mio passato alle spalle, mi ha ripulito la fedina, proprio quello che gran parte delle altre burocrazie municipali e/o statali si rifiutano di fare. Poi ho preso in prestito i due libri di Edith Wharton che avevo appena restituito, perché li avevo letti troppo tempo fa e adesso sono più pertinenti che mai. Sono La casa della gioia e I ragazzi, che parla di com’era cambiata in ventisette anni la vita a New York negli Stati Uniti di cinquant’anni fa. Una cosa bella che mi ricordo è la prima colazione, ha continuato il mio ex marito. Io sono rimasta sorpresa. Avevamo sempre preso solo il caffè. Poi mi sono ricordata che sul fondo dell’armadio a muro in cucina c’era un buco che guardava nell’appartamento accanto. E quelli mangiavano sempre il bacon trattato allo zucchero. Cosa che dava un senso di lusso alla nostra colazione, ma senza farci sentire satolli e svogliati. Parli di quando eravamo poveri, ho detto. E quando mai siamo stati ricchi?, ha chiesto lui. Be’, col passare del tempo, man mano che le responsabilità crescevano, non ci è mai mancato nulla. Tu eri abbastanza bravo con i soldi, gli ho ricordato. I bimbi andavano al campo estivo quattro settimane ogni anno e con incerate dignitose, sacchi a pelo e scarponcini come tutti gli altri. Gli stavano molto bene. Casa nostra d’inverno era calda, e avevamo dei bei cuscini rossi e via dicendo. Io avrei voluto una barca a vela, ha detto lui. Tu invece non volevi mai niente. Non usare questo tono risentito, ho detto. Non è mai troppo tardi. No, infatti, ha detto lui con notevole risentimento. Può darsi che me la faccia, la barca a vela. Anzi, a dire il vero ho già dato la caparra per un 5 e 40 a due alberi. Quest’anno sto guadagnando bene e penso che migliorerò ancora. Per te invece è troppo tardi. Resterai una che non vuole niente. Per tutti e ventisette quegli anni aveva avuto l’abitudine di fare questi commenti gretti che, come una sonda stura-tubi, riuscivano a farsi strada dal mio orecchio fino alla gola e ad arrivarmi quasi al cuore. Poi spariva, mollandomi lì intasata di attrezzi. Insomma, mi sono riseduta sugli scalini della biblioteca e lui se n’è andato. Mi sono messa a sfogliare La casa della gioia, ma mi sono stufata. Mi sentivo tremendamente sotto accusa. Ora, è vero, io scarseggio di richieste e pretese assolute. Ma qualcosa che vorrei c’è. Per esempio, vorrei essere una persona diversa. Vorrei essere la donna che restituisce questi due libri entro quindici giorni. Vorrei essere la cittadina attiva che cambia il sistema scolastico e interpella la Commissione Urbanistica in merito ai problemi di quest’adorata metropoli. In effetti avevo promesso ai miei figli di mettere fine alla guerra prima che diventassero grandi. Avrei voluto rimanere sposata con un’unica persona per sempre, il mio ex marito o quello attuale. Entrambi hanno abbastanza carattere per una vita intera, che tra l’altro non è poi un tempo così lungo. Una sola, breve vita non basterebbe a esaurire le qualità dell’uno o dell’altro, né ad arrivare al fondo delle sue motivazioni. Giusto stamani ho guardato fuori dalla finestra per scrutare un po’ la strada e mi sono accorta che i piccoli platani teneramente piantati dal comune un paio d’anni prima che nascessero i bambini proprio oggi avevano raggiunto il fiore della loro vita. Bene! Ho deciso di riportare quei due libri in biblioteca. Il che dimostra che se arriva una persona o un fatto a scuotermi o a valutarmi io ce la faccio, a prendere l’iniziativa come si deve, benché sia più nota per i miei commenti gioviali.

Giorgia Tolfo, Scoprire la poesia al centro commerciale (Il Tascabile)

È il 1965 e in una libreria di un centro commerciale di Hamilton (Ontario, Canada) entra una ragazza quindicenne vestita da dandy. Spulcia i libri impilati sugli scaffali fino a trovare un’edizione dei poemi di Saffo con testo greco originale a fronte. Non conosce il greco quindi non può che leggerli nella loro approssimazione inglese, eppure qualcosa la colpisce profondamente: la bellezza estetica dei caratteri, l’inaccessibilità del mondo che si intravede oltre quei segni e la loro connessione intellettuale con l’eroe di cui si sente reincarnazione, Oscar Wilde. È quello il momento in cui, ritta in piedi al centro di uno shopping mall della periferia canadese, Anne Carson decide che avrebbe imparato il greco. Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/anne-carson/#:~:text=%C3%88%20il%201965%20e%20in,testo%20greco%20originale%20a%20fronte.

Le figurine di Radiospazio. Romanzi in tre righe

A Clichy un mendicante settantenne, certo Verniot, è morto di fame. Nel suo pagliericcio sono stati trovati 2000 franchi. Ma non bisogna generalizzare.

Non lontano da Villebon un certo Fromond, che stava intrattenendo altri disgraziati con il racconto delle sue miserie, si è improvvisamente gettato in una fornace accesa.

Domenica uno sguattero di Nancy, Vital Frerotte, è morto per una sbadataggine. Era appena tornato da Lourdes, definitivamente guarito dalla tubercolosi.

A 80 anni la signora Scout, di Lambézellec, nel Finistère, cominciava a pensare che la morte si fosse dimenticata di lei. Così ha aspettato che sua figlia uscisse, e si è impiccata.

Tre scioperanti di Fressenneville condannati a pene detentive: uno, due o tre mesi, a seconda del grado di scurrilità delle contumelie rivolte ai soldati.

I giudici di Doullens hanno sanzionato tre pie donne di Hérissart, ree di avere accennato a lapidare i gendarmi.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi, Traduzione di Matteo Codignola

Narrativa. Paul Léautaud, Treni e bambini

Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano  quattro mesi di felicità”.
Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, signore! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.

Paul Léautaud, Passatempi

Il minimalismo fotografico di Charlotte van Driel (Picamemag.com)

Minimalism is the ultimate sophistication” è la citazione che ci accoglie non appena approdiamo sull’account Instagram di Charlotte van Driel, fotografa olandese che ha fatto dell’arte di togliere la propria cifra stilistica.

“Complicare è facile, semplificare é difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare”. – Bruno Munari

Leggi l’articolo. https://www.picamemag.com/charlotte-van-driel-minimalismo-fotografico/

Il video della domenica. Maria Dolores Pesce, A proposito di “Un affare di famiglia”, di HIROKAZU KORE’EDA

Forse il nostro tempo, chiuso nel flusso riflusso di società che non rivolgono mai lo sguardo dentro sé stesse, ha dimenticato in fretta e continua a dimenticarsi di ogni essenziale dinamica interpersonale che non sia economica, cioè di quella essenziale dinamica dei sentimenti che ci fa, o dovrebbe farci essere, umanità.
Sorprende dunque, ma in fondo neanche troppo, quando quello sguardo, attento e partecipato, viene intercettato come nella cinematografia del giapponese Kore’eda Hirokazu che Cannes ha recentemente scoperto, valorizzato ed amato anche per certe sue sintassi figurative, certe sue atmosfere e colori che richiamano la perduta Nouvelle Vague.
“Affari di Famiglia”, che ha vinto la Palma d’oro nel 2018, è una delle sue opere ma non è l’unica, pur assumendo quasi la posizione di vera e propria summa di idee e visioni, di un percorso che mette al centro la famiglia da un punto vista molto particolare ma insieme essenziale e risolutivo, quello dei sentimenti che la percorrono e la costituiscono.
Sei persone senza legami reciproci possono fare una famiglia? Sì se queste persone sono guidate e alimentate da sentimenti che li legano e che, sintomaticamente, sono in grado di farle andare oltre i loro singoli limiti, difetti e anche colpe.
Insieme a questa storia di apparenti sbandati, in realtà ricchi di vita interiore e di dolcezza, la Cineteca di Milano ha presentato altri cinque film del regista giapponese, colpevolmente poco noto in Italia.
È sostanzialmente, questo suo percorso creativo, una domanda ripetuta, che ci batte in testa con insistenza, quella se la famiglia nasca e debba essere  fondata esclusivamente sul sangue o piuttosto sul sentimento, sull’amore che deve legare i suoi componenti e guidarne le scelte indipendentemente dai legami biologici.
Dei sentimenti, purtroppo, sembriamo esserci dimenticati, o esserci voluti dimenticare, così che sembra restarci solo il calcolo delle convenienze che ci impegna senza implicarci e alla fine ci condanna alla solitudine.

Maria Dolores Pesce

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