Le figurine di Radiospazio. Il luogo comune

Jea-Paul Sartre, Prefazione a Ritratto di ignoto, di Nathalie Sarraute

Il luogo comune. Questa bella espressione ha svariati significati: certamente indica i pensieri più triti, ma questi pensieri sono diventati il luogo di incontro della comunità. Ciascuno vi si ritrova, ci ritrova gli altri. Il luogo comune è di tutti e mi appartiene; appartiene in me a tutto il mondo, è la presenza di tutto il mondo in me. È essenzialmente la generalità; per appropriarmene, devo compiere un atto: un atto con il quale mi spoglio della mia particolarità per aderire al generale, per diventare la generalità. Non simile a tutti, ma esattamente l’incarnazione di tutti. Con questa adesione eminentemente sociale, io mi identifico in tutti gli altri nell’indistinto della generalità.

Vittorio Pelligra, Arriva dagli Usa un’altra epidemia: migliaia di morti per mancanza di senso (Il sole 24 ore)

Arrivano dagli Usa, storica avanguardia delle tendenze che poi invaderanno gran parte del mondo economicamente avanzato, segni nefasti relativi all’evoluzione di questo ambiente. Uno dei più tragici è legato alla diffusione delle “morti per disperazione” (deaths of despair). Una vera e propria epidemia che ha visto, solo negli Stati Uniti, nel 2017, morire 158.000 persone di suicidio, overdose o malattie correlate all’abuso di alcool. È come se ogni giorno di quell’anno tre Boeing 737 MAX si fossero schiantati, causando la morte di tutti i passeggeri.

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https://www.ilsole24ore.com/art/arriva-usa-un-altra-epidemia-migliaia-morti-mancanza-senso-ADM82cj

VOLTAIRE, SUL TERRIBILE PERICOLO DELLA LETTURA

voltaireNel 1765, Voltaire scrive questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia, l’Oriente di Voltaire perde i suoi connotati fantastici e assume quelli di una terrificante realtà.

Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura

Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.
Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto  fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:

  • Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
  • Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
  • Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
  • Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
  • Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
  • Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.

Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.

Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.

 

Il video della domenica. Alberto Moravia, Viaggio al Congo. 1975. 5′

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https://www.youtube.com/watch?v=CPM5kZIByQU

“L’africano non è l’altro, il diverso, il lontano dall’europeo, è semplicemente l’altra faccia dell’europeo, la sua metà alternativa e perduta. Tutti e due avrebbero fatto uno stesso individuo, una stessa persona se non ci fosse stata questa corsa al saccheggio dell’Africa, questa corsa al trattamento dell’Africa come se fosse stata una terra di nessuno.”

Il video della domenica. ALBERTO BURRI, LA VITA NELL’ARTE. 6’30”

“Il sacco. Il primo sacco che lui ha dipinto era perché appena finita la guerra, o probabilmente ancora in prigionia… aveva sotto mano un sacco di quelli sbrindellati, bucati, rotti, che lui ha cercato di far diventare una tela per dipingerci…”

“La realtà delle guerre: distruggono l’equilibrio, infatti nel dopoguerra non esiste una pittura tonale, e rimani in questo rapporto immediato con la superficie”.

Intervista con Letizia Battaglia

Chiara Valerio incontra Letizia Battaglia. L’isola deserta, radiotre

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https://www.raiplayradio.it/audio/2019/03/Lapos-ISOLA-DESERTA-723617e2-3fab-47d6-9409-f9cadbdd701c.html

Pasolini, Joyce, Pound, Pina Bausch, la Mafia, la strada, l’amore/odio per Palermo, nel racconto di una grande fotografa (e non solo) del ‘900
Imperdibile.
“Ezra Pound l’incontrai quando avevo 27 anni… Il poeta. Emilio Isgrò, che allora era un ragazzo, mi disse Andiamo a incontrare un poeta, si chiama Ezra Pound…”. Va bene. Andiamo a Venezia.  Io non sapevo hi fosse Ezra Pound… C’era quest’uomo con la barba, triste, che non disse una parola. Io ero molto truccata, molto… col rimmel, il mascara, tutto… C’era anche la moglie accanto, che forse vigilava… Io mi misi a piangere… Io non sapevo niente di lui, che era stato in manicomio, che era stato accusato di fascismo… Mi misi a piangere e poi, tutta macchiata di nero, di trucco, aspettai fuori con Emilio Isgrò che lui uscisse con la moglie… aveva le scarpe di pezza… Erano meravigliosi tutti e due, mi ricordo ancora il cammino… Mi viene in mente il Canto 81 dei Canti pisani: “Strappa da te la vanità, ti dico, strappala/Quello che veramente ami non ti sarà strappato/ Quello che veramente ami è la tua vera eredità/ Il mondo a chi appartiene?/ A me, a loro o a nessuno. / Ecco, quella è la base della mia vita. Il mondo a chi appartiene? Oggi me lo domando. Quando arrivano questi poveracci nella barca… Il mondo a chi appartiene? A me, a te, a loro…”

Maurizio Corrado, Cosa resterà degli umani? (Doppiozero)

In questi ultimi anni, dominati dall’immaginario dell’Antropocene, noi umani ci interroghiamo sulla nostra permanenza sul pianeta iniziando a vederla come effimera e a prendere in considerazione l’idea della morte della specie come un’ipotesi più che concreta. L’estinzione di massa è entrata stabilmente nel nostro quotidiano e abbiamo iniziato a convivere con l’idea della nostra scomparsa dall’orizzonte della storia del pianeta Terra. Quanto di tutto ciò è legato al fascino dell’eternità che almeno da Parmenide in poi ha impregnato tutto il mondo occidentale? 

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https://www.doppiozero.com/materiali/cosa-restera-degli-umani?fbclid=IwAR3_cyUI7gVUdoXgMe6RF2hNveXr_GBTFblgNFiKibpL-GVUhPVYJcbQAtk

Le figurine di Radiospazio. Il radical chic

Giacomo Papi, Il censimento dei radical chic

Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show. In effetti da parte del professor Giovanni Prospero era astata un’imprudenza aggravata dal fatto che si era presentato in studio indossando un golfino di cachemire color aragosta. La citazione gli era scappata di getto nella foga del dibattito, per tentare di alzarne il livello. Si rese conto all’istante di avere commesso un errore: il pubblico si ammutolì e il sorriso del conduttore, di solito così cordiale, si irrigidì in una smorfia ostile:
“Nel mio programma,”disse, “non permetto a nessuno di usare parole difficili. Le pose da intellettuale sono vietate.” Dopo una pausa ostentata, il conduttore aggiunse: “Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore.”
Il pubblico esplose in un applauso entusiasta in cui si mascheravano rabbia e disperazione. Sembrava che ai presenti si fossero moltiplicate le mani. Prospero provò a difendersi, a spiegare, e cercò di riformulare la frase nel modo più semplice possibile:
“Volevo solo dire che, se non si sforza di ragionare, il popolo diventerà schiavo del primo tiranno.”
Purtroppo ottenne l’effetto contrario: il pubblico cominciò a battere il piedi e a gridare “buuuu” in segno di disaprovazione. Dallo schermo il ministro dell’Interno rincarò la dose schifato:
“Si vergogni! Lei fa citazioni mentre il popolo muore di fame!”

Gianni Rodari, Filastrocca di Ferragosto

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.
Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…
E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.
Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;
“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Olga Tokarczuk, Una bambina nel buio (da I vagabondi)

Sono una bambina. Sto seduta sul davanzale circondata da giocattoli buttati sul pavimento, torri di cubi crollare, bambole con occhi sbarrati. La casa è in penombra, l’aria nelle stanze pian piano si raffredda e si fa sempre più buio. Qui non c’è più nessuno; sono usciti tutti, spariti, si sentono ancora le loro voci affievolirsi, lo strascichio dei loro piefi, l’eco del passi e le risate in lontananza. Fuori dalla finestra i cortili sono vuoti. L’oscurità scende con dolcezza adagiandosi su tutto come rugiada nera.
La cosa peggiore è l’immobilità: densa e visibile nell’aria fredda del crepuscolo e nelle luce flebili delle lampade al sodio che, ad appena un metro di distanza, si insabbiano nel buio.
Non succede nulla, la marcia dell’oscurità si ferma davanti alla porta di casa, tutto il frastuono si placa e crea una pellicola spessa come quella sul latte che si raffredda.
I contorni degli edifici sullo sfondo del cielo si estendono all’infinito, perdono lentamente gli angoli acuti, le sporgenze, gli spigoli. La luce che svanisce porta via l’aria, non ne rimane più da respirare. L’oscurità ora mi penetra nella pelle. Tutti i suoni si sono ritirati su se stessi, cone gli occhi delle lumache; l’orchestra del mondo se n’è andata ed è svanita nel parco.
Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciata sola, incustodita. Naturalmente mi son ritrovata in trappola, bloccata. Sono una bambina, sto seduta sul davanzale e guardo il cortile freddo. Le luci della mensa scolastica sono già spente, se ne sono andati tutti. Le lastre di cemento del cortile si sono impregnate di oscurità e sono scomparse. Le porte sono tutte chiuse, le serrante abbassate e le tende tirare. Vorrei uscire ma non saprei dove andare. Solo la mia presenza assume contorni netti che tremano e fluttuano, e mi fa male. In un attimo scopro la verità: non c’è più nulla da fare, io sono qui.

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Traduzione di Barbara Delfino

Nicoletta Vallorani, Il corpo della madre (Le parole e le cose)

Mi sono chiesta molte volte, prima di sperimentarlo, che cosa significasse prendersi cura del corpo della madre, un corpo che, per molte donne della mia generazione, è spesso un continente ignoto, sempre coperto di panni familiari e rassicuranti e ipostatizzato nella congruenza assoluta tra una funzione materna fatta di cura silenziosa e di accantonamento deliberato di sé e la necessità di localizzare lo spirito della maternità nel territorio indiscutibile del mito, della teoria e/o dell’ideologia. È così per molte di noi, ed è difficile rendersi conto di questa assenza del corpo della madre, finché la vita non ne palesa irrefutabilmente le caratteristiche.

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=37729

Alice Olivieri, Le relazioni tossiche distruggono le nostre vite. Possibile che se ne parli solo a Tempatation Island? (The Vision)

Se fino a qualche decennio fa i grandi temi della narrazione popolare dal teatro e dalla letteratura si erano spostati a un cinema che sapeva veicolarli con qualità, nel 2020 ormai sono principalmente i reality a metterci davanti a quello specchio ricco di riflessi mostruosi, contraddittori, spesso repellenti ma veri, comuni e immortali che volenti o nolenti ci rappresentano. Temptation Island, roccaforte del trash televisivo made in Mediaset, sembra essere l’unico luogo rimasto in Italia a dare spazio a tematiche che una volta rappresentavano una delle caratteristiche fondanti della commedia all’italiana.

Leggi l’intero articolo:
https://thevision.com/cultura/temptation-island/https://thevision.com/cultura/temptation-island/

Giulia Elia, Perché la scuola deve valorizzare altri tipi di intelligenza e non solo quella logico-matematica (The Vision)

“Sapere che un ragazzo o una ragazza sono degli studenti modello significa esclusivamente sapere che ottengono buoni voti nelle prestazioni scolastiche, ma non ci dice niente di più sulla loro intelligenza. I risultati scolastici vengono solitamente usati come unico metro di giudizio per classificare adolescenti e giovani, ma questo tipo di traguardi non presuppone alcuna preparazione per superare le difficoltà, né per saper cogliere le opportunità che il futuro riserva, o capacità alternativa a quelle misurate – in modo discutibile – dal sistema dell’istruzione: di per sé, non è garanzia di felicità né di realizzazione personale. Nonostante questo, le nostre scuole e la nostra cultura si concentrano poche e ben delimitate capacità, spesso sopravvalutandole e ignorando altri tipi di intelligenza, che potrebbero invece contribuire a restituire la gamma complessa dei talenti e delle capacità di ciascun individuo, che si spinge ben oltre i dettagli su cui si concentra la valutazione scolastica. I test, infatti, non prendono in considerazione quelle attitudini che nella vita e nel mondo del lavoro si rivelano fondamentali.” Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/scuola-tipi-intelligenze/

Camille Laurens, L’amante (Dans ce bras-là)

Sei bella. Ti ho desiderato fin dal primo sguardo. Hai degli occhi magnifici. Non mi sono mai sentito tanto amato mentre facevo l’amore. Sei bella. Mi piace quando vieni. Ho voglia di te. Hai dei bei seni. Ti amo. Ho litigato con mia moglie. Questo vestito ti sta benissimo. Sei bella. Credo che lascerò mia moglie. Il tuo libro è stupendo, mi piace quello che scrivi sull’amore, stai pensando a me? Ti ho sognata tutta la notte. Con mia moglie non è più possibile, d’altra parte non ha mai funzionato. Ho voglia di prenderti fra le mie braccia.
Ti aspetto alle cinque. Mia moglie è gelosa. Tuo marito ha un’aria strana. Non sono potuto venire, mia moglie sospetta qualcosa, e tuo marito? Non so se potrò. Sei bellissima. Mia moglie è malata. Hai un nuovo profumo? Amo la tua bocca, adoro la tua bocca. Mia moglie mi fa continuamente delle domande. Non posso, forse la settimana prossima. Cosa avete fatto questo week end? Hai l’aria triste. Che cosa c’è? Hai degli occhi magnifici. Mi fai godere – ti penso continuamente. Bisogna che la finiamo, non è più possibile, tuo marito ci scoprirà, è completamente pazzo. Non è prudente, non è ragionevole, non è possibile. Lasciami riflettere, ascoltami, cerca di capirmi, lo vedi anche tu che è completamente fuori di testa. Dovresti lasciarlo. Vieni fra le mie braccia. No, non domani, porto mia moglie al mare. È vero, sto bene con te, ma è meglio che per adesso ci fermiamo. Sei tu che sei venuta a cercarmi. Non ti ho mai promesso niente. È impossibile. Non mi va. Non adesso. No, non domani. Ascolta, fermiamoci qui. È finita – sto male a dirlo , ma è meglio così. È finita. Non ti ho mai amato veramente, ti trovavo bella, ma non è la stessa cosa. Non ti amo più, basta, fermati, ne ho abbastanza, voglio che la finiamo, non ne posso più, me ne vado. Ho voglia di rivederti, sono due mesi che penso solo a te, ho voglia di te, ho voglia che facciamo ancora l’amore, il giovedì posso avere la chiave di un appartamento, io so che mi ami, io ti amo, tu lo sai, ti ho sempre amata, fin dal primo sguardo ti ho amata, prima ancora di ricevere la tua lettera, sogno di te tutte le notti, dimmi che mi ami, sei bella, hai dei begli occhi, dei bei seni, mia moglie è partite per tre settimane, hai l’aria triste, cosa c’è? Vieni fra le mie braccia.

Camille Laurens, Dans ce bras-là, Gallimard

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