Il video della domenica. STAN LAUREL E OLIVER HARDY. ELOGIO DELLO SLAPSTICK

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Con buona pace dei Crozza (e dei Guzzanti e di tutti gli altri) siamo un po’ affaticati dalle risate con le stampelle. Le stampelle sono i personaggi della realtà (se pure si possono dire reali gli ectoplasmi che fluttuano nei televisori) coi quali i comici satirici si divertono a giocare. Dice: “Ma Crozza manipola i modelli di partenza, come Picasso faceva con la sua Fernande Olivier”. Non esattamente: nella riscrittura del modello (corporea e fonetica) che opera Crozza il referente è insopprimibile – come è logico, altrimenti il dardo satirico volerebbe senza bersaglio alcuno. Il comico puro non ha referenti: gioca tutto sul suo corpo e la sua azione si espande indefinitamente creando nello spettatore le risonanze più imprevedibili e soggettive. Il suo gesto è elementare: precipita in una fontana, cade da un tetto, viene folgorato, bruciato, calcificato, ecc.(tanto per restare a Stanlio e Ollio). Non a caso “slapstick” deriva dall’inglese slap stick, bastone per colpire. E’ lo stesso bastone dei comici della Commedia dell’Arte, un’elementare macchina scenica formata da due listerelle di legno unite a un’estremità, così da produrre un forte schiocco anche con un colpo leggero: un grande effetto generato da una piccola astuzia.

Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’

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La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
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Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA

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C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.

Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

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Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere “Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi”

Il video della domenica. JACOB FREY, THE PRESENT SHORT FILM. 4′

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click scrittaE’ una storiellina, ma costruita con una certa abilità, che si manifesta in almeno due colpi di scena. Pur non conoscendo il curriculum dell’autore, si può dire comunque che ha fatto buon uso dei manuali di sceneggiatura americani, a volte ingiustamente vituperati.

XXIX Salone Internazionale del libro di Torino. Per qualche grado di euforia in meno

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Nonostante  la pioggia, le nuvole dell’euforia s’infilano sulle scie dei taxi e dei mezzi pubblici che portano al Lingotto. Finalmente si legge. Sotto il patrocinio degli enti, sotto lo sguardo dei docenti di ogni grado, il bouquet del libro si decanta e si spande. I media sparano dirette, i bambini compitano – quelli in età prescolare ritagliano e pasticciano con le dita più eccitate che mai (è la spontaneità da Salone); i liceali muovono i primi passi sui sentieri della critica, gli universitari girano fra gli stand con in tasca il romanzo dattiloscritto dell’anno prima (non se ne può scrivere uno ogni anno). Le tipografie hanno appena sfornato le citazioni da esporre come bandiere (“Un uomo che legge ne vale due”. Valentino Bompiani). Le postazioni sgranchiscono i tentacoli in previsione delle prede (“E’ appena giunto alla nostra postazione Maurizio Corona!”). Tutto gira. Il 17 maggio sapremo quanto velocemente avrà girato, quanti visitatori si saranno accalcati. E qualcuno, commentando i lusinghieri risultati, concluderà con una certa fierezza: “Da domattina, al lavoro per la XXX edizione del Salone!”.
Invece noi, prima del vortice, ci fermiamo su una pagina di Maurice Blanchot, un antieuforizzante molto efficace.

Nei quaderni di viaggio degli scrittori, non è strano trovare confessioni del genere: «Tutti i giorni questa angoscia al momento di scrivere», e quando Lomazzo ci parla dello sgomento che coglieva Leonardo quando si accingeva a dipingere, questo lo capiamo, intuiamo che potremmo capirlo.
Ma uno che ci confidasse: «Sempre ansioso al momento di leggere», un altro che non potesse leggere se non in rari momenti privilegiati, oppure quello che trascorresse un’esistenza fra i tormenti, rinunciando a vivere, a lavorare e alle gioie del mondo per aprirsi un cammino verso rari istanti di lettura, certo gli troveremmo un posto accanto a quella paziente di Pierre Janet che non leggeva volentieri perché, diceva, «Un libro che si legge diventa sporco».
La musica, la pittura son mondi nei quali penetra solo chi ne possiede la chiave. Questa chiave sarebbe il «dono», questo dono sarebbe l’incantamento e la comprensione di un certo gusto. L’amatore di musica, l’amatore di quadri sono personaggi che indossano palesemente le loro preferenze come un male delizioso che li isola e del quale sono fieri. Gli altri riconoscono modestamente di non avere orecchio.
Leggere non richiede alcun dono e fa giustizia di questo ricorso a un privilegio naturale. Autore, lettore, nessuno ne è dotato, e chi se ne sente dotato, sente soprattutto di non esserlo, si sente infinitamente disarmato, privo di questo potere che gli viene attribuito, e come essere «artista» è ignorare che esiste già un’arte, ignorare che c’è già un mondo, leggere, vedere e capire l’opera d’arte esige più ignoranza che sapere, esige un sapere che investe un’immensa ignoranza, e un dono che non è stato in precedenza donato, che bisogna ricevere ogni volta, acquisirlo e perderlo, nell’oblio di se stessi.

Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, “Leggere”

Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA

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Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere “Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA”

Il video della domenica. GRANT WOOLARD. A Classical Music Mashup. QUELLE 33 TESTOLINE CHE SUONANO E BALLANO SU E GIU’ PER LE SCALE

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 Per molti, il mondo della musica che viene definita classica appare come una caverna gigantesca nella quale i temi musicali si rincorrono e si sovrappongono in una specie di boato fluviale in cui si riconosce per un attimo una melodia che si è ascoltata una volta ma della quale è impossibile ricostruire l’autore. Il giovane Grant Woolard si è divertito a mixare (ma forse lui preferirebbe “mashuppare”) cinquantasette notissime melodie di trentatré autori rivestendole col suono di una pianoletta senza pretese, e tanto per non generare frustrazioni nell’ascoltatore, identifica i musicisti che si affacciano sul pentagramma con nome e relativa testolina. Il video ricorda, anche per via del colore, delle arachidi – e in effetti le si sgranocchia con piacere, come di fronte a una giostrina domenicale.

Quanto denaro/quanto sapere? Edoardo Lombardi Vallauri, MENTALITÀ AZIENDALE TARDIVA

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“Non c’è niente da fare, qui ci vuole un manager.” In questa affermazione risuona lo stupido ricatto della modernità che noi abbiamo troppe volte subito (quasi sempre, confessiamolo) – perché occorre avere una forte autoimmagine per sottrarsi a questo genere di ricatti . Nonostante il manager sia di casa in tv e svolazzi nelle conversazioni, nonostante sia oggetto di ammirazione (semiproletaria) o di esecrazione (semiradical), nonostante qualche nostro amico o amica abbia un marito o una moglie manager (più pregiata, la versione femminile), i tratti di questa figura ci sono sempre apparsi inafferrabili, come quelli di certi personaggi – per lo più ambigui – che Chester Gould disegnava con una sigaretta fra le labbra per appannarne il volto con le volute di un fumo criminaleggiante. Naturalmente il manager si guarda bene dal fumare: è al suo interno che si condensano i vapori di varie, disparate competenze dalle quali ci sentiamo esclusi; l’istinto ci dice che questo nostro ignorare è tendenzialmente provvidenziale, come la diffidenza dell’animale verso le bacche velenose, ma si tratta di un sentimento impalpabile e soprattutto ineffabile: infatti stiamo zitti e lo subiamo come uno dei tanti mali del secolo. Il bell’articolo di Edoardo Lombardi Vallauri pubblicato su “Le parole e le cose” ambienta il manager in un habitat che fino a qualche decennio fa sarebbe apparso a tutti sorprendente, ma nel quale il nuovo arrivato sembra trovarsi benissimo, l’Università.

Per oggi

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Per oggi lo lasciamo così, pronto. Pronto e basta. Dice: “Una vacanza?”. “No, è proprio un’attesa. La curiosità di vedere se entra qualcuno. Per abitudine, o anche per sbaglio”. Dice: “Non credo, anche i più affezionati vengono se vedono in vetrina un po’ di sostanza. Un bel post, una bella immagine e un titolo allettante.” Dico: “Non mi faccia parlare.”

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