L’obolo, lo sdegno e le mutande

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Forse, andare controcorrente è una pratica tonificante, un massaggio per il corpo (l’acqua che oppone resistenza e che al tempo stesso picchietta sulla pelle con piccoli spruzzi), nonché una lusinghiera frizione per il proprio Ego. “Ma tu guarda dove vanno tutti quei coglioni. E devono necessariamente esserlo, coglioni perché, in quanto moltitudine, essi sono l’opposto dell’Uno, che sono io. Ora, poiché non è possibile che il mio sia un Ego coglione (l’apriori è lampante), la deduzione viene da sé”. Dunque si va. Controcorrente. Dicevo che forse è tonificante perché non l’ho mai sperimentato. Mi sono sempre limitato ad andare, semplicemente, come molti. Compiendo, a volte, delle serpentine elicoidali, tornando indietro o svoltando con bruschi e imprevedibili (anche ai miei occhi) angoli retti, ma la corrente mi sono sempre sforzato di ignorarla, senza seguirla né risalirla.
Non è un esercizio facile, quello di tenere i piedi fuori dalla corrente: assomiglia più che altro a un tentativo, spesso frustrante, altre volte goffo e mal riuscito, ma credo che sia la ginnastica più interessante, anche se è la meno comoda e la meno spettacolare.
Lino Ricchiuti, presidente del movimento politico “Popolo Partite Iva”, pone un’argomentazione squillante e peraltro assai diffusa, quella dell'”Abbiamo già dato”. Dentro le mie, le nostre tasse c’è già tutto: alluvionati, senzatetto, derelitti generici, orfani e ragazze madri; andate dunque dai politici (ladri, magnaccia e magnaccioni, farabutti, mafiosi, mangiapane a tradimento, ecc.) che hanno intascato i miei soldi e chiedete conto a loro. A fare da sponda a ciò, le non dette da Ricchiuti ma implicite considerazioni sulla carità come falsa coscienza: in uno Stato serio (non diciamo giusto perché complicheremmo troppo), non deve esistere la carità, in quanto è la società a far fronte alle esigenze di tutti, a incominciare dai più deboli. Tutto quello che possiamo fare, dice Ricchiuti, è esprimere il nostro sdegno.
Convincente, vero? Sì, a parte lo sdegno che da qualche tempo, per inflazione, si è trasformato nel più indigeribile dei luoghi comuni (chissà cosa ne avrebbe scritto Flaubert nel suo sciocchezzaio,
se come noi fosse stato punzecchiato da questo ipocrita insetto). Dicevo convincente. Tanto da suscitare, se non altro per ragioni di metodo, qualche sospetto.
Mi accorgo che questo post sta diventando troppo lungo, sia per me che per il lettore, quindi prendo la scorciatoia dell’aneddoto/apologo.
Siamo nella Parigi degli anni Venti. Kiki de Montparnasse, la sublime, scandalosa ispiratrice di Man Ray e di tanti artisti, la ragazza che non aveva mai avuto una sua camera da letto, s’imbatte in una vecchia signora molto malridotta. Racconta Kiki nelle sue memorie: “Si lamentava di non avere soldi per pagare il funerale di suo figlio. Mi si intenerì il cuore. Senza dire nulla entrai nel vicino ristorante e girai per i tavoli alzando la gonna chiedendo qualche spicciolo per “lo spettacolo”. Poco dopo tornai al caffè con il cappello pieno di banconote. Le consegnai alla donna dicendole: “Qui ci sono soldi per pagare il funerale, e anche per comprarti un vestito”. Per completezza, conviene ricordare che Kiki non indossava mai le mutande.
A parte la natura forse troppo edificante di questo piccolo episodio, l’elemento che lo caratterizza sono proprio le mutande, o meglio la loro assenza. Questa disinvolta abitudine fa sì che Kiki, quando agisce, quando scende in campo, lo faccia senza riserve, senza petizioni e soprattutto senza sdegno.
Che poi ci siano altri ladri, altri farabutti, altri delinquenti che intercettano e rubano gli oboli destinati ai primi soccorsi, è un altro discorso, e ciascuno si regola come meglio crede. Preferibilmente con cautela.

 

77 definizioni di Letteratura. DANIELE GIGLIOLI, BARTHES E LA LETTERATURA

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Splendido viaggio di Daniele Giglioli nel pensiero di Roland Barthes (da “Le parole e le cose”).

La Striscia. SOMERSET MAUGHAM

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Albert era di statura media, direi, ma siccome non si poteva pensare a lui senza associarlo alla possente consorte, sembrava piccolo. Era esile, gracile e pareva più vecchio della sua età che era la stessa di Mrs Forrester. I capelli, molto corti, erano bianchi e radi, e bianchi erano pure i baffetti ispidi. Il viso, magro e rugoso, non aveva tratti rimarchevoli, e gli occhi azzurri, che forse un tempo erano stati belli, erano ormai stanchi e slavati. Era sempre ben vestito: pantaloni di tweed (sempre dello stesso modello), giacca nera e cravatta grigia con un piccolo fermacravatta di perla. Non imponeva mai la sua presenza, e quando, in piedi nel salotto di Mrs Forrester, accoglieva gli ospiti che li aveva invitato non lo si notava più dell’arredamento discreto e virilmente signorile. Era molto educato, e stringeva la mano agli ospiti con un sorriso affabile e cortese:
«Come stai? Sono contento di vederti» diceva agli amici di vecchia data.
«Tutto bene, spero».
Ma agli sconosciuti di un certo prestigio, e per di più alla prima visita, andava incontro sulla porta del salotto dicendo:
«Sono il marito di Mrs Forrester. Mi permetta di presentarle mia moglie».

William Somerset Maugham, L’impulso creativo,
“Una donna di mondo e altri racconti”, Adelphi, Traduzione Simona Sollai

Burkini, un dibattito tutt’altro che inutile. MARIO PIRAS

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Si sta scrivendo molto su questo argomento,  spesso in termini viscerali. Vi proponiamo un lucido e articolato articolo di Mario Piras pubblicato su “le parole e le cose”.

Il video della domenica. De Sica, LADRI DI BICICLETTE (1948). La mozzarella dei poveri

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https://www.youtube.com/watch?v=Myo2vOIGvLQ

Roma, secondo dopoguerra. Antonio Ricci, un disoccupato, trova lavoro come attacchino comunale. Per lavorare deve però possedere una bicicletta e la sua è impegnata al Monte di Pietà per cui la moglie Maria è costretta a dare in pegno le lenzuola per riscattarla. Proprio il primo giorno di lavoro, però, mentre tenta di incollare un manifesto cinematografico, la bicicletta gli viene rubata. Antonio rincorre il ladro, ma inutilmente.

La ricerca della bicicletta rubata è al tempo stesso odissea e romanzo picaresco di un padre e un figlio, due straordinari attori “presi dalla strada” (Lamberto Maggiorani e il piccolo Enzo Staiola). Sopravviene lo scoramento, la disperazione. Per superarla, Antonio propone al figlio la piccola follia di una pizza. La sequenza, una delle più famose, racconta molto: del rapporto padre/figlio, dell’appartenenza a una classe e di quelle barriere socio-culturali che si manifestano nell’etichetta, carattere distintivo del censo (“Ppe’ magnà come quelli lì, poco poco, bisognerebbe guadagnà un milione al mese!”). (Lo stipendio di Antonio, se riuscirà a recuperare la bicicletta, sarà di 24.000).

La Striscia. KANT

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La persona il cui sentire tende al malinconico non viene così definita perché, priva delle gioie della vita, si strugge in una oscura malinconia, ma perché le sue sensazioni, quando si dilatano oltre una certa misura, o imboccano una direzione errata, approdano a questa tristezza dell’anima più facilmente che ad altre condizioni di spirito. Il melanconico ha dominante il sentimento del sublime. Persino la bellezza, alla quale egli è altrettanto sensibile, non tende soltanto ad affascinarlo, ma, ispirandogli ammirazione, a commuoverlo. Il godimento del piacere è in lui più composto, non per questo meno intenso; ma ogni commozione suscitata dal sublime ha per lui maggiore attrattiva di tutti gli affascinanti allettamenti del bello.

Immanuel Kant, Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime
Rizzoli, Traduzione Laura Novati

Un centenario visto da vicino. GIUSEPPE UNGARETTI, I FIUMI (1916)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=24042#more-24042

La fruizione delle poesie in rete ricorda la bulimia compulsiva e distratta con la quale i forzati dell’aperitivo spazzolano via i vassoietti di noccioline, anacardi, patatine, polentine. Classici, debuttanti, poeti tanto occasionali quanto improbabili vengono triturati nella macchina sempre accesa delle “emozioni” – l’emozione essendo il prodotto di maggior consumo e di minor costo sul mercato: la schiacciata di una giocatrice di volley, gli occhi verdi del ragazzo del bar, il soggiorno nuovo che un’amica ha postato su Facebook, il compleanno di una nonna (non necessariamente la propria), una pasta allo scoglio: stando a quello che si scrive sui social e che si dichiara durante le interviste in TV, il flusso incessante delle emozioni è così vario e potente che viene da chiedersi come mai il nostro vivere quotidiano ci appaia tanto grigio e stagnante.
La bella lettura che fa Pietro Cataldi de “I fiumi” di Ungaretti (pubblicato da “Le parole e le cose”) ci offre una buona occasione per soffermarci, finalmente, su un grande testo del primo Novecento. Senza “emozione” e con lucidità-

Il video della domenica. TOM KING, BEACH DICK

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https://vimeo.com/171701857

Su un lido immaginario ma non privo di riferimenti alla realtà, un cazzone da spiaggia si esibisce nel suo molesto repertorio. Brevissimo e poverissimo video  che vuole avere funzione di scongiuro per gli amici che questa domenica si trovano sciaguratamente su certi lidi.

Le rose dell’anarchico. JAROSLAV HAŠEK

hasek e soldati fatto

Su Jaroslav Hašek abbiamo già pubblicato un post (https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/6185) ricordandone, oltre all’impegno politico disordinatamente anarchico, l’amicizia con Kafka e il romanzo Il buon soldato Sc’vèik,  grande affresco antimilitarista nel quale si scontrano due forze sproporzionate ma ciascuna a suo modo devastante, la candida, eversiva idiozia di Sc’vèik e la feroce demenza della macchina bellico-burocratica. La popolarità di Hasek è legata principalmente a questo romanzo (anche grazie alla riscrittura teatrale che ne fece Brecht); come spesso capita, il successo di un’opera celebrata ne oscura altre, in questo caso i racconti, nel quali Hasek stempera la comicità nell’ironia immergendola in una soluzione che contiene qualche traccia di malinconia.

Un mazzo di rose

Da sei mesi stava il mazzo di rose bianche nel vaso del salotto, appassito e secco.
Mia figlia ci teneva moltissimo, e ammoniva sia me che la serva.
«State attenta a quelle rose, quando fate le pulizie. E tu, papà, non ti mettere le rose del signor Marìk nel tabacco.»
«Sei matta, Carla? Sai bene quanto io stimi simili doni d’amore».
Dovete sapere che una piccola aggiunta di petali di rose aromatizza il fumo, ma non bisogna comprarle secche dal droghiere, perché vi mischiano tanti altri fiori, per esempio le peonie, che i ragazzi raccolgono nei cimiteri, e valle poi a fumare!
Un pomeriggio mia figlia Carla tornò dalla passeggiata portando a casa un altro mazzo di rose, non bianche ma gialle.
«Sono anche queste del signor Marik? »
«No papà, queste belle rose me le ha regalate il signor Biner.»
«E del primo mazzo che farai?»
«Puoi tagliarlo a pezzetti per il tuo tabacco, papà.»
E da quel momento mi dedicai al taglio delle rose bianche ormai secche, mentre nel vaso odoravano le fresche rose gialle.
Ma anche le rose gialle divennero secche, e quanto più stavano nel vaso, tanto più diminuiva la mia provvista. «Fra poco finirò di fumare il signor Marìk; e dopo?»
Finché un giorno mia figlia Carla portò a casa un nuovo mazzo di rose, questa volta rosse.
Caro papà, il giovane Kautsky mi ha dato queste rose, e chiede il permesso di venirci a trovare qualche volta.
Quel giorno tagliai a pezzetti nel mio tabacco le rose gialle del secondo mazzo e il fumo svanì come le speranze del signor Biner.
«Fumo il signor Biner, e che sarà dopo?»
Poi mi misi a fumare le rose secche comprate dal droghiere, perché il signor Kautsky, quando si fu sposato con mia figlia Carla, non portò più mazzi di rose.
Questi regali gli uomini li fanno solo prima delle nozze.

Jaroslav HašekUn mazzo di rose, “La casa felice”, Mondadori , Traduzione Ela Ripellino

Siamo uomini o gavettoni?

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Il caso è finito su giornali e telegiornali che lo stanno spolpando con gusto – precisando scrupolosamente che sarà la magistratura a chiarire i rapporti fra l’avvocato De Cesare e la pm Serra. In questa vicenda generata da una tragedia (ventisette morti) e digradante, oggi, nella malinconia della pochade di provincia, la cosa che colpisce di più è l’entrata in scena di un’entità eteroclita (come potrebbe esserlo, che so?, l’ingresso del ragazzo del bar con due cuba libre mentre Riccardo III seduce lady Anna davanti al feretro  del di lei marito dopo averlo cinicamente eliminato): il Gavettone.
Il Gavettone era uno dei personaggi mitici che popolavano la saga delle caserme; ad esso gli anziani irroravano le reclute, cercando sfogo a pulsioni sessuali che, represse, dovevano sfociare necessariamente nella violenza. La stessa pratica si riproponeva anche nell’ambito della goliardia, insieme al denudamento dei neo iscritti, le cui parti intime venivano sottoposte, nei rituali più efferati, a bruciamenti con candele e a trazioni di sapore medioevale pecoreccio. In questi giorni abbiamo appreso dall’avvocato De Cesare che il Gavettone è praticato anche in ambito forense – non durante il dibattimento in aula, si capisce, e neppure negli studi professionali, ma durante quelle festicciole che sono necessarie a ritemprare il corpo e lo spirito affaticati dallo studio del diritto. L’avvocato De Cesare, tanto esuberante quanto schietto, spiega le cose con molta semplicità: quando smette i panni dell’uomo di legge, anziché andare in bettola a giocare a carte come Machiavelli, si trasforma in un goliardo irrefrenabile, non ce n’è proprio per nessuno, guai a chi gli capita sotto; così, proprio per colpa di un Gavettone maldestro e impertinente, la pm Serra, che stava festeggiando il compleanno in un locale di classe (ospitava anche Umberto Smaila), fu irrorata da uno spruzzo malandrino. Bisognava riparare. Un mazzo di fiori? Un biglietto da qualche verso di d’occasione? No, la cosa più elegante parve a tutti i buontemponi presenti (avvocati anch’essi?) fare ricorso al buon vecchio galateo da spiaggia (dei bambini e dei vecchi gagà ancora in foia di acchiappare):
“dire, fare, baciare, lettere, testamento”. Data l’avvenenza della signora (che ha dichiarato, dal canto suo: “Ma essere bella non è un peccato”), l’avvocato optò per il baciare – e per sottolineare il suo pentimento decise di sfiorare rispettosamente il piede del magistrato con le labbra, col palpito di una farfalla contrita che abbia disturbato il naso di un austero notaio durante la consultazione di un codice. La foto che ha fatto il giro del web sembra raccontare altro, ma si sa che con photoshop si commettono le peggiori manipolazioni e che ogni occasione è buona  per attaccare la magistratura e i suoi dintorni.

La rete, i populismi, gli slogan, i social. La “carnival solidarity” secondo ZYGMUNT BAUMAN

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«Le persone si scambiano reazioni emotive sui social network e magari da lì si organizzano per andare in piazza a protestare. Gridano tutti gli stessi slogan, ma in realtà ciascuno ha interessi diversi e aspettative deluse diverse. Poi si torna a casa contenti della fratellanza con gli altri che si è creata in piazza, ma è una solidarietà falsa. Io la chiamo “carnival solidarity” perché mi ricorda appunto quegli eventi in cui per quattro o cinque giorni ci si mette la maschera, si canta e si balla insieme, fuoriuscendo per un tempo definito dall’ordine delle cose.”

La Striscia. RADIGUET

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Il fuoco m’incantò, mentre constatavo che, come me, Marthe aspettava di sentirsi scottare un fianco, prima di girarsi sull’altro. Il suo volto calmo e serio non mi era mai parso così bello come in quel bagliore selvaggio che, invece di dissolversi nella stana, conservava integra la sua forza. Se ci si allontanava di lì, il buio era così fitto che si urtava contro i mobili.
Marthe non conosceva la malizia. Si manteneva severa nel godimento.
Accanto a lei la mente mi s’intorpidiva a poco a poco. La trovai diversa. Proprio adesso che ero sicuro di non amarla più, cominciavo ad amarla. Mi sentivo incapace di calcoli, di macchinazioni, di tutto ciò da cui, fino a quel momento e in quella precisa occasione, non credevo fosse immune l’amore. Di colpo mi sentivo migliore. Quel brusco cambiamento avrebbe aperto gli occhi a chiunque altro: io non mi accorsi d’essermi innamorato di Marthe. Tutto, invece, mi sembrò una prova che il mio amore era morto, sostituito subito da un bel sodalizio. E quella lunga prospettiva d’amicizia mi obbligò ad ammettere d’improvviso quanto un sentimento diverso da parte mia sarebbe apparso colpevole, lesivo verso l’uomo che l’amava, a cui lei doveva appartenere, e che non poteva vederla.

Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo,
Feltrinelli, Traduzione Maria Larocchi

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