Galleria. Jack e Jackson

06b09436c63cb03d2b1d3cb2db7e7c0f.jpg

Jack e Jackson avevano incominciato a farlo per caso, da bambini, così come si fanno certe sciocchezze in famiglia. Forse la prima volta era stato per il compleanno di nonna Sarah, ma non se ne ricordavano più perché troppo tempo era passato. Dopo quel debutto erano stati costretti ad esibirsi in ogni riunione familiare, anche se i loro numeretti non superavano la soglia di un volenteroso dilettantismo, ma non aveva importanza, erano i loro vestitini color confetto a conquistare la platea, con in più la stessa freschezza di quando erano bambini. Tali e quali. Ma gli spettatori occasionali erano turbati, e dopo lo spettacolo non mancavano mai di chiedere: “Siete omosessuali?”. “Siamo gemelli”, cantavano in coro Jack e Jackson, e correvano via ridendo.
Quella risposta elusiva innescava una serie di domande e di congetture negli spettatori:
– Che lo siano è certo. Mi chiedevo se anche fra loro due…
– Ma no! Sarebbe mostruoso!
– Chi lo può dire? Quando si prende una certa china…
– Non voglio neanche pensarlo. Per fortuna non lo sapremo mai.
La conclusione, comunque, era sempre la stessa: meno male che si esibivano nella cerchia ristretta dei parenti. Seguiva un elogio dell’istituto familiare, prezioso contenitore delle perversioni che altrimenti si riverserebbero nella società.

Visita le altre stanze della Galleria
https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/galleria/

Chiara Portesine, Il comizio di Salvini a Pisa (Le parole e le cose)

cropped-image-3-2.jpg

“L’ironia di Salvini mi spaventa. Riconosco il tono canzonatorio del bullo che al liceo sfoderava un repertorio di battute pronte (“signora, non mi parli di pensioni; prima sognavo l’uomo nero, oggi sogno la Fornero”), che non dialoga con l’antagonista politico ma lo squalifica a priori (“tu sei l’unico con la maglietta rossa in tutta la piazza”). L’unico fondamento logico del suo sarcasmo è, in fondo, la diversità, è un’ironia separativa, che per confermare la maggioranza ha bisogno di capri espiatori ben visibili, di cui si ammette l’esistenza solo per beffa, senza cercare mai un reale confronto argomentativo. All’avversario Salvini spesso non imputa colpe precise, ma la persona stessa del nemico giustifica l’irrisione (“ormai se passa un giorno senza che la Boldrini mi contesti, allora significa che quel giorno ho sbagliato qualcosa”); Balotelli, Saviano, Gad Lerner vengono citati come puri nomi che in sé fanno ridere il pubblico, non importa il discorso specifico di cui si siano fatti, di volta in volta, portatori.”

Leggi il resto dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=32888#more-32888

Il video della domenica. Quando l’Italia mostrava i muscoli. Augusto Tretti, Il potere. La sfilata.1972

Un unicum cinematografico di un regista geniale.

Di Augusto Tretti, nel nostro blog: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/08/23/il-video-della-domenica-un-talento-sconosciuto-del-cinema-italiano-augusto-tretti-il-poteree/

Galleria. La padrona

dca0dcc61f4e2b2719aa4937ad8d4917--henri-cartier-bresson-dogs.jpg

Non la si poteva dire una cattiva padrona: disordinata, piuttosto, e non solo perché riempiva la ciotola quando si ricordava, ma anche perché gestiva la casa con un temperamento ventoso e imprevedibile; era capace di giacere in uno stato di torpore per una settimana lasciando che la polvere si depositasse ovunque, che i vestiti si ammucchiassero in camera da letto, in soggiorno, dappertutto, poi una mattina si svegliava, strillava: “Che orrore!” e incominciava a spostare, lavare e rassettare furiosamente come una pazza. In quei giorni era insopportabile, gridava continuamente: “Pascal, levati dai piedi!” (gli aveva messo quel nome esagerato che lo rendeva ridicolo agli occhi degli altri cani del quartiere). Lui si spostava, ma sempre nel posto sbagliato, evidentemente, perché dopo un po’ lei lo sbatteva fuori di casa. Poi, a lavori terminati, erano baci, carezze e bocconcini. Però era stressante. La vita sentimentale della padrona non era meno turbinosa. Gérard le piaceva, ma non abbastanza da sopportarlo per più di una settimana, infatti spesso, già di mercoledì lo cacciava nel pieno della notte, tranne poi pentirsi e telefonargli alle due del mattino del venerdì intimandogli di venire subito perché non poteva stare senza di lui (mai che le tempeste si scatenassero di pomeriggio); ma nel frattempo, il giovedì sera, Armand, dopo un lunghissimo happy hour solitario, aveva un ritorno di fiamma e si attaccava al campanello mentre menava grandi colpi sulla porta. Lei non gli apriva subito, prima gli strillava da dentro che lui le aveva rovinato la vita e che piuttosto preferiva morire. Infine cedeva, perché, come ormai tutti sapevano, Armand a letto aveva un qualcosa in più. A volte, quando si annunciava l’alba, suonava anche Raymond, il marito separato, col pretesto di certe camicie che aveva lasciato nel cassettone due anni prima e delle quali aveva urgente bisogno. Naturalmente lei si guardava bene dal rispondere e lui incominciava a gridare: “Sei sempre la solita puttana!” fino a quando non apriva il bar vicino casa, allora se ne andava a far colazione.
Un pomeriggio, la padrona guardò Pascal negli occhi e gli disse: “Lo sai che non ne posso più?”, e poi, con uno dei suoi impeti improvvisi:” Vieni, andiamo al mare.” Detta da qualunque altra padrona, sarebbe stata una frase innocente, ma con lei c’era da preoccuparsi, anche perché, giunta sulla spiaggia deserta, aveva subito incominciato a spogliarsi. Era solo la fine di maggio, troppo presto per una nuotata. Sono cose brutte da pensare, ma bisogna essere realistici: Pascal si disse che se quella squinternata avesse compiuto un gesto insano lui non sarebbe stato in grado di trascinarla a riva. Decise comunque di non guardare e incrociò le dita. Ma era stressante.

Visita le altre stanze della Galleria
https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/galleria/

I quadri introspettivo-analitici di Toni Hamel

I-quadri-introspettivo-analitici-di-Toni-Hamel4-Collater.al_-1024x1024.jpg

Per Toni Hamel l’arte è un sorta di terapia per rappresentare il subconscio e la sua natura più assurda ed irrazionale. Giraffe, nuvole e matite popolano le sue visioni paradossali.
leggi il resto dell’articolohttps://www.collater.al/toni-hamel-paintings/

Christian Raimo, La responsabilità di questo governo è tua (Minima&Moralia)

governo-giuseppe-conte-640x420.jpg

“…Tutto un orgoglio del prendere in castagna, un l’avevo detto io, causato tutto da un immenso senso di colpa per non aver fatto nulla per non far accadere questo, un senso di colpa immerso nella tempesta assolutoria che permette di perseverare nell’inazione, perché qual era l’alternativa eh? chi potevi votare? a che santini rivolgerti? non era votare l’invotabile sinistra che non c’era, ma provare a farla una politica, e invece in vent’anni quello che ti fa sentire in colpa è che tu non hai mai partecipato a uno sciopero, mai fatto un’iscrizione al sindacato, l’hai sbertucciato lo sciopero, sbeffeggiato il sindacato, non hai mai ingaggiato una battaglia sindacale, una battaglia all’interno del sindacato, mai una battaglia in solidarietà ai lavoratori evidentemente massacrati dalla devastazione del welfare, mai letto un testo di politica, mai un picchetto, un volantinaggio, tante dichiarazione d’intenti, ma mai l’idea di un gesto simbolico…”

leggi il resto dell’articolohttp://www.minimaetmoralia.it/wp/la-responsabilita-politica-governo-tua/#comment-1967954

 

Il video della domenica. Petrolini, Nerone (con un bell’articolo di Beatrice Dondi su L’Espresso)

Schermata 2018-06-14 alle 17.23.07

https://www.youtube.com/watch?v=HMSKeDw_-yI

dondi

http://espresso.repubblica.it/visioni/2018/06/11/news/bene-bravo-like-1.323487?ref=HEF_RULLO

 

Galleria. Il flipper

adescamento sul flipper.jpg

Che non era poi una gran trovata, quella del flipper, che sembrava che Anatol (ma si può chiamare un bambino Anatol?) ci sapesse fare solo lui con le donne, che due o tre sue amiche c’erano state fin dalla prima sera e si erano trovate benissimo (ma che modo di esprimersi, neanche fossero andata dal parrucchiere). Guardava quella faccia da marpioncino e pensava che l’idea della sfida era molto volgare:
– Ce la giochiamo a flipper, sei d’accordo?
– Che cosa?
– Lo sai tu come lo so io.
– Ma cosa?!
– Si sa ma non si dice.
Che non era poi un gran partito, quell’Anatol, che faceva la guida perché ci aveva la parlantina, il berretto con la visiera (che gli stava anche bene, questo sì), ma non è che ci vuole tanto a far la guida, basta imparare qualche paginetta a memoria, e non è che si diventa ricchi, per quello che lei ne sapeva, metti pure le mance dei turisti, che è anche umiliante tendere la mano, che però lui diceva che non aveva bisogno di chiedere perché soprattutto alle signore veniva spontaneo, e qualcuna spaiata se la portava anche al Grand Hôtel du Palais Royal dove c’era un suo amico portiere di giorno che gli rimediava una camera gratis per qualche ora. Che non aveva capito proprio niente, se si vantava con lei di tutte quelle donne straniere, dalle tedesche alle cinesi, come se a una ragazza facesse piacere andare con uno che infila il suo coso in tutte le sconosciute che incontra. Che alla fine, per chiuderla lì,  lei gli dicevo: senti, non mi va di giocare flipper e faceva per alzarsi ma lui la fermava: hai ragione, così passiamo direttamente alla fase due – che allora lei non potevo far finta di non aver capito cosa intendeva, ma quelle parole “fase due” erano così innocenti, burocratiche quasi, come quando all’ufficio postale ti dicono: compili qui, qui e qui, che io non potevo dargli uno schiaffo come se le avesse detto: andiamo a scopare, così si rimetteva a sedere mentre lui le diceva: dove credi che sia il Grand Hôtel du Palais Royal? E’ qui dietro, a cento metri neanche. Ci beviamo un drink. Aveva quel modo di girare le cose, forse perché era una guida, che uno pensava: finché si tratta di un drink non succede niente. Così lei si alzava e diceva: però ho solo mezz’ora. Ce la faremo bastare, diceva lui.

Visita le altre stanze della Galleria
https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/galleria/

Adam Phillips, Barbara Taylor, Sulla gentilezza (Internazionale)

143813-md.jpg

“La gentilezza, disse l’imperatore e filosofo Marco Aurelio, è la delizia più grande dell’umanità. Nel corso dei secoli altri pensatori e scrittori hanno espresso lo stesso parere. Oggi, invece, molte persone pensano che questa idea sia inverosimile o, quanto meno, molto sospetta. Nella nostra immagine degli esseri umani, la gentilezza non è un istinto naturale: siamo tutti pazzi, cattivi, pericolosi e profondamente competitivi. Le persone sono mosse dall’egoismo e gli slanci verso il prossimo sono forme di autoconservazione.”
Leggi il resto dell’articolohttps://www.internazionale.it/notizie/adam-phillips/2018/05/31/gentilezza

Céline sul métro. Gianluigi Pizzetti, Eleni Molos. Video integrale

15Céline prende Y per orecchio.jpg

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/14/celine-sul-metro-video-integrale/

leggi anche: Il timoniere gentile. Addio a Gianluigi Pizzetti: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/06/12/il-timoniere-gentile-addio-a-gianluigi-pizzetti/

Céline sul métro, scheda dello spettacolo : https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/il-repertorio/

Il timoniere gentile. Addio a Gianluigi Pizzetti

pizzi 5

Gli attori li conosci meglio quando le cose procedono nello smarrimento. Non parlo delle contrarietà che accompagnano le produzioni marginali, a quelle ti abitui presto e anzi, con una punta di (forzato) snobismo, impari a fregiartene come di una assurda medaglietta di latta; dico invece di quello smarrimento più sottile da cui sono colti i teatranti quando si accorgono che sta salendo la nebbia della solitudine. Si continua ad andare, naturalmente, mica ci si può fermare, ma dove si vada è meno chiaro di quando si è partiti; soprattutto, ed è ancora peggio, incomincia a venir meno il senso di ciò che si fa: con chi lo si condivide? Non c’è nessuno in vista, se non un pubblico molto ipotetico. Insomma, bisogna uscire dalla palude da soli, a braccia, afferrandosi per il codino e tirando con tutte le forze, secondo l’insegnamento del Barone di Münchhausen. A differenza del Barone, Gianluigi riusciva in questa difficile impresa senza sforzo (e, vista la sua bellissima calvizie, anche senza usare il codino); aveva fatto, e soprattutto vissuto, tanto teatro da poter attraversare la palude con una mite gentilezza che contagiava anche i suoi compagni. Teneva la rotta, sia dello spettacolo che dei rapporti, con l’istinto del timoniere, come gli dicevo ogni tanto inducendolo a schermirsi. Scherzavo e lo pensavo davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, lo scorso autunno, in un trittico di spettacoli (di cui trovate traccia nel nostro blog *); il terzo era una riscrittura dei Colloqui col professor Y, di Céline. Quando mandai il copione a Gianluigi, qualche mese prima delle prove, mi disse che sperava di essere all’altezza di un’impresa così difficile (la modestia era autentica): avrebbe studiato tutta l’estate, altrimenti non ne saremmo usciti. All’inizio delle prove eravamo preoccupati tutti e due per la medesima ragione: non è facile per un regista lavorare con un attore che ha mandato il testo a memoria; inevitabilmente, il copione si modella sulle intonazioni e sui ritmi del suo interprete come un abito su misura, e non è facile, poi, scucire e modularlo su un disegno registico. Il primo a rendersene conto era proprio Gianluigi, ma non c’era altra soluzione.
La prima prova fu un imprevedibile “Pizzetti show” (peccato non averlo registrato): il testo céliniano si sviluppava in combinazioni fantasiose e per me inaspettate, una vera riscrittura d’attore attraverso la quale mi sembrava di leggere spettacoli e personaggi molto nitidi e al tempo stesso non riconoscibili uno per uno: un background dell’attore e un angolo di storia del nostro fare teatro (più o meno) recente nel quale ritrovavo forme e attori scomparsi. Forse era semplicemente la Tradizione, ma senza la prosopopea che il termine spesso si porta dietro. Lo spettacolo sarebbe stato tutt’altra cosa, ma quel primo personale show, sul quale Gianluigi ragionava con lucidità e autoironia, fu un’ottima base di partenza: la sua intelligente disponibilità a mettere in discussione ciò che aveva costruito in solitudine  ci permise di realizzare una trasmutazione che non credevo possibile: il testo di Céline, così pericolosamente legato al personaggio dell’autore che agisce sulla scena (è imbarazzante: come parla Céline, come si muove?), si trasferì perfettamente in un Céline/Pizzetti, che era (fortunatamente) altro, autonomo. Alla mia riscrittura drammaturgica Gianluigi aveva sovrapposto la sua. Per dire meglio, era la sua storia d’attore che si riversava nel presente dello spettacolo, con la generosità e la consapevolezza laica e nobile dell’effimero che è connaturato a questo lavoro.

Vedi Céline sul métro, Video integrale
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/14/celine-sul-metro-video-integrale/

*https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/11/01/fellini-radioshow-questa-sera-il-debutto-si-replica-al-teatro-astra-fino-all8-di-ottobre/

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/11/10/maison-savinio-debutta-questa-sera-alle-19-al-teatro-astra/

https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/il-repertorio/

 

Il video della domenica. Iulia Voitova, La nuvola nera del blocco creativo. 1’35”

Schermata 2018-06-09 alle 18.54.17

https://www.collater.al/le-nuage-iulia-voitova/

Galleria. Il latte

mamma drammatica con latte.jpg

Una cosa alla volta, si diceva. Se lo ripeteva da quando era uscita di corsa: una alla volta, o mi scoppia la testa. Anzitutto il latte per i bambini. La cosa più importante. Non era vero, ma come madre sentiva in dovere di pensarlo: il latte per i bambini. Di cose importanti ce n’erano molte altre. Parlare con suo marito, ma anche con Bertrand. Le erano venuti in mente tutti e due nello stesso istante, da chi doveva incominciare? Forse non aveva importanza, perché il messaggio era lo stesso: “E’ finita”. Anche prendere il treno era molto importante, ma prima bisognava sapere per dove. Difficile, le cose non erano in sequenza e la testa incominciava a scricchiolare. Decise per Arles. Si chiese perché, ma si rispose che se incominciava a farsi delle domande perdeva il filo. Si disse allora: Carcassonne. Doveva lasciare una lettera? Che stupidaggine: se parlava con suo marito e con Bertrand era inutile. Però poteva essere la soluzione migliore: lasciare righe lasciate sul tavolo di cucina, e correre alla stazione. Adesso la lettera era in cima alla lista mentre le altre cose scappavano da tutte le parti. Una alla volta, ripeté. E ricominciò da capo, dal denaro per il biglietto.
Perché quel suo romanzo era così turbinoso e scomposto? Era stata la maledizione di sua madre? E già sua madre si era fatta largo fra le cose e si era seduta lassù in cima alla lista per guardarla meglio con quei suo occhi che erano stati sempre vuoti, anche da viva. Salmodiava dal naso: “Il latte per i bambini”. Se fosse stato possibile darle un pugno! Strinse più forte la bottiglia. 

Visita le altre stanze della Galleria
https://radiospazioteatro.wordpress.com/category/galleria/

“Una vecchia signora col numero di Auschwitz sul braccio”. L’intervento di Liliana Segre al Senato. 5′

image

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/05/governo-il-primo-intervento-in-aula-di-liliana-segre-aiutiamo-gli-italiani-a-essere-vigili-acclamazione-unanime/4406044/

Una lezione lucida e pacata di fronte alla quale anche la canea ha taciuto e si è alzata in piedi (per imitazione, ma anche, forse, per un barlume di imbarazzo).

Vedi anche Liliana Segre, Intorno a me si vedono delle cose: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/29/liliana-segre-intorno-a-me-si-vedono-delle-cose-45/

Daniela Brogi, “Dogman”, la verità dell’immaginazione

image

“La paura di essere aggrediti: la scena iniziale di Dogman ci butta subito addosso a quest’emozione estrema, grazie al primo piano sul muso di un molossoide enorme (come quelli usati dalla malavita per i combattimenti), che ci guarda minaccioso, sopra un bancone metallico, ringhiando e mostrandoci le zanne, in un locale chiuso, semibuio, illuminato da una luce artificiale, dove la belva (che è davvero spaventosa, ma è tutta bianca, emana qualcosa di magico) sarà ammansita, a poco a poco e con paziente dolcezza, da un omino dalla voce sottile, che si rivolge ai cani chiamandoli «Amoòre» strascicando la emme su una “o” aperta fino all’impossibile, in una specie di abbraccio sonoro, e arrotando la erre, come per gioco, come se parlasse a un bambino. Siamo già entrati in un mondo fuori norma, dilatato, quasi fantasmatico, e il film ci sta mostrando dove andare,”

Lsggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/materiali/dogman-e-la-verita-dellimmaginazione

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: