Raoul Bruni, Il contro-Sessantotto di Luciano Bianciardi (Le parole e le cose)

 

02clt-1-1479733586657luciano-bianciardi-1032-1.jpg“Bianciardi riracconta le Cinque giornate di Milano, posticipandone le vicende di oltre un secolo, dal 1848 al 1959, attualizzando così quell’epopea risorgimentale, a cui aveva già dedicato molte opere, tra cui lo scoppiettante pastiche La battaglia soda. In Aprire il fuoco Bianciardi rilegge e riscrive le Cinque giornate come una prefigurazione delle rivolte studentesche del Sessantotto. In totale controtendenza rispetto allo storicismo della cultura italiana coeva, lo scrittore abbatte ogni diaframma cronologico tra passato e presente, facendo direttamente interagire figure eminenti della storia risorgimentale (come Correnti e Cattaneo), uomini contemporanei del mondo dello spettacolo o della cultura (Enzo Jannacci, Giorgio Bocca, Domenico Porzio, Ugo Tognazzi, ecc.) e personaggi inventati di sana pianta. La cronaca delle rivolte assume talvolta un tono satirico che fa pensare ai Paralipomeni di Leopardi. Riassumendo con ironia le tendenze delle varie correnti, Bianciardi parla di quella che aveva «scelto ad emblema e divisa la cosiddetta linea emme, cioè la lettera iniziale dei nomi dei teorici a cui essa parte si rifaceva, e cioè il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse. (Gli avversari ci mettevano anche, a beffa, il Mussolini)».”
leggi il resto dell’articolo: 
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Liliana Segre: “Intorno a me si vedono delle cose…” 45″

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Liliana Segre, numero di matricola 75190 (Auschwitz), da qualche anno racconta la sua storia, che è testimonianza della grande tragedia del Novecento, e lo fa con una pacatezza che diventa un prezioso strumento pedagogico di fronte alla canea dalla quale siamo straziati. Questa affascinante signora (e ottima narratrice orale) di ottantotto anni gira le scuole portando agli studenti il suo racconto che ha elaborato per molti anni nel silenzio. In questa breve dichiarazione, Liliana Segre ci confida una sua sensazione: si sta addensando qualcosa che non ha ancora forma né nome, ma che la signora ha purtroppo già conosciuto.

 

Il video della domenica. Frank Zappa, I vecchi col sigaro in bocca

Un racconto molto interessante, con sfumature d’apologo, che non riguarda soltanto la produzione musicale.

Galleria. Sorelle

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Adelina è fatta così, soprattutto il sabato pomeriggio. Durante gli altri giorni della settimana, qualche volta si riesce prenderla per il verso giusto ma il sabato è quasi impossibile. Incomincia a caricarsi verso le quattro e mezza. Entra ed esce per le stanze sbattendo le porte e imprecando fra sé fino a quando non le chiedo:
– Hai perso qualcosa?
– Non ho perso niente, è che in questa casa qualcuno sposta tutto, mette le mutande coi guanti, i guanti con le scarpe e le scarpe in cantina.
Viviamo insieme da molti anni, noi due sole, e ho imparato a non rispondere, perché non è questo il punto.
Il punto si palesa poco dopo le cinque, quando Adelina dice:

– Non so che intenzioni hai tu, ma io non voglio passare tutto il sabato in questa tomba.
– Va bene, usciamo.
– Non sei costretta, eh?
Uscire vuol dire sempre la stessa cosa, andare a sedersi su una delle panchine che costeggiano il corso; una volta, ma moltissimi anni fa, ci andavano le ragazze; fingevano di parlare fra loro e intanto facevano un po’ di vetrina per i maschi che passavano avanti e indietro. I maschi di allora sono in parte sposati e in parte trapassati, e quelli di oggi prendono i motorini per andare chissà dove, oppure si rintanano nei loro locali.
“Ormai, il corso è morto e defunto”, dice Adelina.
Questo povero corso cittadino non le ha mai dato soddisfazione nemmeno quando era giovane: ogni tanto qualche ragazzo si fermava per attaccare discorso con lei, ma subito veniva congelato da un “Beh?” così sgradevole che lo faceva pedalare.
Invece io mio marito l’ho conosciuto proprio sul corso, come tutte. Quando ho detto a mia sorella che filavamo, ha risposto soltanto: “Contenta te… Ma già, tu sei di bocca buona”. A me fa malinconia venire qui, mi viene in mente che mio marito non c’è più da troppi anni, ma lei viene a vegliare il corso defunto tutti i sabati col piacere un po’ malato che si prova davanti al cadavere di un nemico.

In Galleria puoi leggere:
Quella certa apprensione.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/20/galleria-quella-certa-apprensione/
I prototipi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/13/galleria-i-prototipi/
La coiffure
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/06/galleria-la-coiffure/
A sipario chiuso
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/02/galleria-a-sipario-chiuso/ 
Il casco
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Il maggiolino
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/09/galleria-il-maggiolino/
Il corvo
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Certe sere
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Domeniche al mare
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/02/galleria-domeniche-al-mare/
Il bacio rubato
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/15996
Un ménage
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/16/galleria-un-menage/
La finestra
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/15693
L’eccitazione dentro
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/16121
La ragazza con l’impermeabile
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/04/13/galleria-la-ragazza-con-limpermeabile/
L’apparizione
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/30/galleria-lapparizione/
Per mano
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/16148
Notturnino
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/04/27/galleria-notturnino/
Bellissimi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/04/galleria-bellissimi/
Una tata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/11/galleria-una-tata/
Il romanzo dello zio
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/18/galleria-il-romanzo-dello-zio/

 

Dino Buzzati, In soffitta (racconto)

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La scrittura di Buzzati, che spesso manipola l’ordito del reale per insinuavi presenze e ambienti paralleli, compie in questo racconto un sottile slittamento trasformando una vecchia derelitta nella strega cattiva delle fiabe: il pathos si travasa nell’horror.

Questa è una vecchia, vecchissima fotografia della seconda classe del Collegio Cesarini. E queste siamo noi, le ragazze di tanti anni fa. L’ho trovata per caso in fondo a un cassetto. Le mie serate sono tanto vuote che non posso fare altro. Rovistare. Nei cassetti e nel passato. Ci sono anch’io, in primo piano, con le treccine. E queste sono le mie compagne. Credevo di averle perdute per sempre e invece eccole qua, tra le mie mani. Non possono fuggire.

«Tu, lassù, la prima a sinistra… tu sei Ada, dimmi, perché sorridi?»
— Non saprei, signora. Tutti sorridono quando ci si fa la fotografia.
«Cosa ne sai, tu? Sentiamo te, Rosetta: mi vuoi spiegare perché adesso sorridi?»
— Io?… Oh, è così buffo farsi fotografare… Mi viene da ridere… perché… siamo qui tutte in posa…
«E tu, Robertina? Anche a te pare così buffo?»
— Non so… ho sentito dire che nelle fotografie bisogna sorridere sempre…
«Sorridete tutte per poco, a quanto pare… E tu, Palometta?
— Io non sorrido, signora. Ho la bocca fatta così, e mi vengono fuori i denti, ma la mamma dice che sono carina lo stesso…
«Allora, coraggio, bambine, non mi avete ancora riconosciuta? Sapete chi sono?»
— La nuova direttrice?
«Macché direttrice! Sono una di voi. La Luisa, e mi ricordo di tutte, ad una ad una. Lo sapete quante di voi sono ancora vive oggi?… Qualcuna lo vuol sapere? … Nessuna? Allora ve lo dirò io: di trentotto che eravamo, siamo rimaste in quattro.»
— Luisa, senti, io ti ho regalato una borsettina di cuoio, ti ricordi? Dimmelo almeno a me: io sono ancora viva?
«Sicuro che mi ricordo, cara Maddalena… La borsettina! Ma poi, a diciotto anni, hai anche cercato di soffiarmi il fidanzato, vero?… Proprio per questo voglio accontentarti; sì, tu sei morta, da un bel pezzo morta e sepolta.»
— Da un pezzo? E perché da un pezzo?
«Sono più di quarant’anni, se lo vuoi sapere, che sono stata ai tuoi funerali. E non erano niente di speciale, te lo giuro. Difterite. »
— Signora, basta! Perché è venuta a dirci queste cattiverie?
«Adesso hai paura, Graziella… Però andavi a fare la spia alla maestra! Allora proprio tu devi sapere…»
— No, no, signora Luisa, la prego!
«Sì, invece. Così impari a fare la spia: a ventisei anni sei morta. Cameriera presso una certa famiglia Melloni…  Eri l’amante di uno dei ragazzi… Morta di tifo all’ospedale, come un cane. Sorridi ancora?»        
— Andiamocene via … Corriamo a chiuderci in camerata!
«Andare via? Ma se non potete muovervi neanche di un millimetro! Siete fotografate. E adesso, una per una, vi istruirò sulle disgrazie che vi capiteranno, vi dirò di che cosa siete morte… Sarà divertente. Abbiamo riso tanto, insieme. Bastava un niente… E adesso, invece… Sola, al freddo, in questa soffitta maledetta, povera, ignobile a vedersi, ecco la Luisa!… E non ho sonno, e la notte è lunga, e nessuno verrà a trovarmi… Lasciate che mi consoli raccontandovi come siete morte!»

Dino Buzzati, In soffitta, “Sessanta racconti”, Mondadori

Oliver Burkeman, E se veramente non avessimo tempo per fare tutto? (Internazionale)

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Se siete ossessionati almeno un minimo di quanto lo sono io dal problema di come gestire il vostro tempo, forse vi siete imbattuti – con un certo fastidio – nella storia dei sassi nel barattolo.
Per quanto ne so, a proporla per primo è stato il guru dell’autoaiuto Stephen Covey, e una delle versioni è: un insegnante mostra ai suoi alunni un barattolo di marmellata, qualche sasso più grande, qualcuno più piccolo e un po’ di sabbia. Il loro compito è farli entrare tutti nel barattolo. Gli studenti, che evidentemente non sono delle cime, cercano di metterci prima la sabbia e i sassolini, ma poi si accorgono che i sassi più grandi non c’entrano.
A quel punto l’insegnante, senza dubbio con un sorriso di sufficienza, svela la soluzione: meglio mettere prima i sassi grandi, poi i sassolini e infine la sabbia, perché gli oggetti più piccoli si assestano negli spazi lasciati liberi da quelli più grandi. La morale della storia è che dobbiamo prima sbrigare le faccende importanti – i “sassi più grandi” – cioè stabilire delle priorità. Altrimenti non troveremo mai il tempo per fare tutto.

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Il video della domenica. Shakespeare secondo Mister Bean (sottotitoli)

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https://www.youtube.com/watch?v=EIGXDceShQw

Il giovane Rowan Atkinson in una paludata (a suo modo) galleria di personaggi shakespeariani (le risate fuori campo sono un po’ eccessive,  ma la visione vale la pena ugualmente)

Galleria. Il romanzo dello zio

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Da quando era rimasto vedovo, lo zio era venuto a vivere con noi. Mia madre aveva opposto una certa resistenza: sapevamo tutti che i due coniugi non andavano d’accordo, infatti lui non aveva proprio l’aria di un uomo distrutto, quindi poteva benissimo starsene dov’era. Ma mio padre si era impuntato, gli sembrava che quell’accusa di insensibilità lanciata al fratello dovesse riverberarsi su tutta la famiglia. Ci fu anche qualche parola aspra. Mia madre infine cedette. Venne allestita per lo zio la camera che era stata occupata da mia nonna, deceduta, per un ingegnosa invenzione registica del destino, proprio tre mesi prima. Il trasloco non fu semplice, perché lo zio non aveva intenzione di lasciare la sua casa; si convinse solo quando gli fu garantito che sarebbe stato accudito in tutto e che avrebbe partecipato alla vita familiare nelle modalità che lui solo avrebbe deciso. Quando arrivò, con un piccolo bagaglio, lo zio giudicò la nostra casa insalubre e infestata da odori volgari, come cavolo, aglio e cipolla, quindi si richiuse nella sua stanza. Non lo si vedeva mai, tranne quando usciva velocemente per la sua passeggiata quotidiana. I pasti gli venivano serviti in camera; mia madre bussava tre volte e lasciava il vassoio davanti alla porta. Non si sapeva se essere più angosciati dalla sua presenza o dalla sua assenza. Mio padre ci raccomandava di non disturbarlo perché era impegnato in un lavoro di grande respiro, un trattato o qualcosa del genere, comunque un’opera che avrebbe dato lustro alla famiglia. Di cosa si trattasse lo scoprimmo solo dopo la morte dello zio: era un romanzo autobiografico che conteneva ogni sorta di malevolenze sulla nostra famiglia, dai bisnonni in poi. Il corpo senza vita dello zio venne scoperto un pomeriggio da mia madre, insospettita dal vassoio che era rimasto davanti alla porta. Lo zio stava ancora seduto al tavolo, con la penna in mano, intento a correggere il manoscritto. Per quello che si poteva capire di un uomo così indecifrabile, aveva un’espressione serena. 

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Pathos e ironia. Cechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Cechov è un autore da maneggiare con cautela, soprattutto quando, come in questo racconto, lo scenario che allestisce è dichiaratamente patetico. Nella goffa disavventura della ragazza di vita che andò per spremere e fu spremuta ci sono almeno due spie che ci segnalano l’uso ironico della componente patetica: l’inizio e la fine del racconto.

Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Polledro

 

Un curioso interesse rétro

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Penso che i lettori di questo blog non siano molto interessanti alla sua dinamica, ma il fenomeno è divertente e lo segnalo ugualmente. Fino a qualche tempo fa, l’interesse maggiore era riservato al post di giornata che, com’è naturale, otteneva il più alto numero di contatti – via via, seguivano quelli degli ultimi giorni in numero decrescente. Da qualche tempo, quale che sia l’argomento, il post del giorno è meno frequentato in favore di articoli retrodatati, addirittura risalenti a qualche anno fa; quanto al post del giorno, verrà recuperato e letto fra qualche mese dopo un adeguato invecchiamento, come i vini e i formaggi; insomma, si scrive per un oggi che, prima di essere letto, deve diventare uno ieri, quando saranno passati molti domani.
In pratica, sembra che i lettori dicano: tu pubblichi, ma siamo noi a decidere cosa leggere e quando leggerlo. Forse, dopo svariate centinaia di post, Radiospazio è diventato un arcipelago labirintico nel quale non esistono rotte più logiche delle altre, come potrebbe essere quella, banalissima, della successione temporale. Potrebbe essere il primo passo di una metamorfosi che trasforma  il blog in un organismo con regole tutte sue. Un giorno potrebbe arrivare a riprodursi  da sé.

La morte di Gérard Genette

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E’ morto ieri Gérard Genette. Così lo ricorda Libération
http://next.liberation.fr/culture/2018/05/11/gerard-genette-mort-d-une-figure-de-la-litterature_1649057

Galleria. Una tata

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Le referenze erano molto buone: una donna sola, che non aveva voluto metter su famiglia per motivi suoi – peccato, perché sarebbe stata un’ottima madre, con i bambini ci sapeva proprio fare: in presenza degli adulti era riservata, taciturna, un po’ lontana, come immersa in un suo mondo arcano, ma quando era coi piccoli si trasformava e inventava giochi entusiasmanti. Per non parlare della fantasia: le storie che raccontava trasportavano il piccolo uditorio in regni straordinari; per renderle più realistiche, allestiva dei veri e propri spettacolini con scene e costumi. La sera, i bambini raccontavano ancora eccitati i fantastici viaggi del pomeriggio: nel paese dei liocorni, delle scimmie di mare, degli uomini senza testa, degli impiccati canterini…
«Gli impiccati canterini non saranno un po’ troppo?», chiedeva qualche padre staccandosi per un attimo dal televisore, ma la moglie gli dava sulla voce: la fantasia non era mai troppa, a meno che non si volesse diventare come lui: aridi tartufi inutilmente conservati sotto vuoto.
La bella stagione coincise con quella dei pic nic dalla mattina alla sera – sempre in costume: da pirati, da astronauti, da puffi, secondo l’argomento che tutti insieme, tata e bambini, democraticamente sceglievano. Dopo la chiusura delle scuole, per i genitori era un sollievo poter respirare fino all’ora di cena. Una mattina, la tata avvertì che per quella volta non era necessario preparare i panini: là dove andavano loro, non servivano.

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Agota Kristof, Chiodi, 3 poesie (Le parole e le cose)

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Sono tornati i monti della primavera ma ormai
non assomigliano più a nulla in fondo
al lago non c’è altro che melma

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In ricordo di Ermanno Olmi. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere. 4′

https://www.youtube.com/watch?v=k8FYI-RHX4s

Il più proverbiale dei dialoghi leopardiani in una riscrittura minimale e in piena  sintonia col mondo dei piccoli e dei semplici raccontato da Olmi.

Matteo Marchesini. Antoine Compagnon, Gli antimoderni (Doppiozero)

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“La modernità è quel posto da cui non si può tornare indietro. Accelera i cambiamenti, divora i suoi figli che un attimo prima erano all’avanguardia, scioglie le caste e scompiglia i ceti, rende obsolete le filosofie sistematiche e dissolve i generi classicisti. Non ci si bagna due volte nel suo fiume.  Appena si è morsa la mela dello sviluppo, delle rivoluzioni e dello storicismo, ogni restaurazione che provi a mettere il tempo tra parentesi appare culturalmente kitsch e socialmente grottesca, anche e magari soprattutto quando s’impone con mezzi criminali. La modernità è puro artificio, e suscita il desiderio struggente di un altrove naturale. Ma tentare di raggiungerlo è inutile, perché ormai anche la natura coincide con questo artificio, e tutte le sue immagini edeniche scadono subito nel quadro pompier. L’innocenza, l’infanzia e il buon selvaggio sono il paradiso perduto dell’uomo otto-novecentesco proprio perché quest’uomo è caduto nell’èra irreversibilmente adulta e corrotta dei cronometri, e viene straziato a ogni passo da nostalgie e rimorsi. Così qualunque rivolta credibile contro il mostro moderno non può che ammettere di esserne complice, accettarne il contagio e mediarlo in sé, tentare di mitridatizzarsi.”

 

Leggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/materiali/antoine-compagnon-gli-antimoderni

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