Il video della domenica. KAREN LIN, PERFECTION. 6′

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La ricerca della perfezione può essere un additivo molto efficace, o addirittura lo scopo di una vita. Fino a quando regge.
Molto apprezzabile il bianco e nero (morigerato, senza snobismi), così come il montaggio e la rappresentazione simbolica, solo apparentemente banale, dello scorrere del tempo.

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Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (Le parole e le cose)

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“Questo studio non propone ricette stilistiche, non scommette su qualche poetica in particolare, non difende nessuna qualità letteraria genericamente intesa. Anzi, molti dei libri di cui ci occuperemo saranno mediocri o brutti: talvolta senza farlo apposta, talvolta dichiaratamente e quasi per partito preso. Sentiamo il dovere di tener conto della mediocrità e della bruttezza non solo perché costituiscono una parte molto consistente, anzi largamente maggioritaria, di ogni panorama letterario; ma anche perché proprio la letteratura triviale o d’intrattenimento sembra poter dire, oggi, qualcosa di specifico su quel che ci siamo abituati a chiedere all’arte e alla cultura.”
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Galleria. Notturnino

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All’inizio ne aveva sorriso, poi, quando era diventata un’abitudine, la cosa aveva incominciato a infastidirla. Già il suo lavoro, H 24, non era dei più vari: l’unico diversivo era guardare il passeggio oppure, nei giorni fortunati, una di quelle  manifestazioni con i cassonetti bruciati e le cariche della polizia, ma il più delle volte i gestori sprangavano tutto prima che iniziasse la festa, così lei poteva seguire soltanto l’audio della kermesse da dietro la serranda.
Lui era di una puntualità esasperante: subito dopo le 23, arrivava col suo passo strascicato, si piazzava a mezzo metro di fronte e sprofondava in una contemplazione catalettica: innocente, e proprio per questo stucchevole. Francamente erano più interessanti i maniaci, anche se non brillavano per fantasia. E dire che i primi tempi si era fatta un po’ prendere da quello che lei chiamava “il gioco del miracolo”. Prima di sottoporsi alla plastificazione, aveva studiato, e fra i ricordi di scuola c’era un libretto di Anatole France che le aveva fatto leggere la professoressa di francese, Le jongleur de Notre Dame, un racconto edificante nel quale un povero artista da strada offriva alla Vergine i suoi modesti lazzi, rampognato dai frati bigotti. Questo ricordo, che la riportava alla sua vita di prima, suscitava in lei un furore sordo e impotente, nonché una profonda avversione per i derelitti dagli occhi troppo espressivi; erano gli ultimi, fastidiosi residui dell’umana che era stata, ma le avevano garantito che col tempo sarebbero stati riassorbiti anch’essi dalla plastica.

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Margot Galante Garrone, PIETÀ L’È MORTA (canzone partigiana di Nuto Revelli)

Lassù sulle montagne bandiera nera:
è morto un partigiano nel far la guerra
è morto un partigiano nel far la guerra
un altro italiano va sotto terra.

Laggiù sotto terra trova un alpino,
caduto nella Russia con il Cervino.
Ma prima di morire ha ancor pregato:
che Dio maledica quell’alleato!

Che Dio maledica chi ci ha tradito
lasciandoci sul Don e poi è fuggito.

Tedeschi traditori, l’alpino è morto
ma un altro combattente oggi è risorto.
Combatte il partigiano la sua battaglia:
Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d’Italia!

Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!
Gridiamo a tutta forza: Pietà l’è morta!

Daniele Lo Vetere, Una società civilissima e balcanizzata. Sul politicamente corretto a partire da un libro recente (Le parole e le cose)

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Il p. c. (politicamente corretto) è «una forma di comunicazione e di categorizzazione»:[ii] è un regime linguistico e sociale relativamente indipendente dall’orientamento politico, che è solitamente di sinistra in Europa e liberal negli Usa; possono infatti adottare uno stile comunicativo p. c. anche i conservatori. Il p. c. è infatti una forma o una struttura, non un contenuto ideologico. Friedman ne identifica i tratti essenziali: 1) è connesso al narcisismo (ma inteso in senso antropologico e strutturale, più che psicologico), a una «cultura della vergogna», a una generale condizione di crisi d’identità individuale e collettiva; 2) è connesso a un uso del linguaggio «associativo e classificatorio»; 3) ha una natura intrinsecamente paradossale, perché proietta sul “nemico” la stessa logica che pretende di combattere.

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Il travaso

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Come alcuni lettori sanno, questo blog è nato piuttosto casualmente come strumento mediatico di una compagnia teatrale (donde il suo nome) per poi svilupparsi in piena autonomia (la compagnia, nel frattempo se n’è andata per proprio conto). Ora, la vita di un blog può riservare delle sorprese, soprattutto a chi, come me, non ha particolari competenze in questa materia. La prima sorpresa si verificò subito alla nascita di Radiospazio, quando mi accorsi che i lettori erano sparsi per il mondo come manciate di sale distribuite del tutto casualmente, dalla Tanzania all’Ucraina, dalla Bolivia al Giappone. Ma questo era lo stupore del neofita, e ben presto mi abituai a vedere nei prospetti quotidiani una lista di bandierine colorate e mutevoli che mi segnalavano questo o quel lettore sparso per il mondo; di recente, una sorpresa di maggior rilievo: i lettori degli Stati Uniti si sono fatti sempre più numerosi, tanto da sopravanzare, a volte, i lettori italiani. Sull’identità di questi nuovi frequentatori non posso fare che delle ipotesi: sono connazionali all’estero?, cultori della lingua italiana? e perché solo da qualche mese seguono Radiospazio con crescente interesse? Non credo che ci saranno risposte a questi interrogativi, perché i lettori del blog scrivono molto raramente. Non ci resta che salutare con una curiosità pari alla simpatia i nuovi importanti lettori nordamericani.

 

 

 

 

Galleria. Per mano

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Era stata sempre un po’ bambina – e quanto era piaciuto, a lui, fin dalle prime volte, insegnarle tutto, dal vino rosso che non si deve mischiare con quello bianco a come si mangiano le cozze, dalla consultazione dell’orario ferroviario alle pratiche sessuali, delle quali lei ignorava completamente l’esistenza. Sì, gli aveva dato delle grandi soddisfazioni, quella donnina che diceva sempre: “Ma davvero!?”, e subito aderiva a tutto, estatica, grata e felice di aver sposato uno che la sapeva tanto lunga. A volte, lui si era sorpreso a compiangere certi amici che raccontavano le loro beghe con le mogli testarde o addirittura ringhiose. Compiangeva, e tornato a casa inventava per la moglie qualcosa di mirabolante e sgangherato: un affare straordinario che li avrebbe fatti diventare molto ricchi, oppure un gesto eroico che lui aveva compiuto per alto senso civico. Non raccontava per mitomania, ma per sentirle dire  quel “Ma davvero!?” così gratificante. In mancanza di fantasia, analizzava la situazione politica con certe sottigliezze prive di senso, ma che alimentavano l’ammirata meraviglia di lei – il perno sfolgorante di quella felicità coniugale. Quando uscivano per una passeggiata, le chiedeva: “Dove ti piacerebbe andare?”; conosceva già la risposta ma non si stancava mai di ascoltarla: “A me piace andare dove vuoi andare tu.” E che voluttà sentire le ossicine di quella piccola mano che si rannicchiavano nel palmo possente di lui col più beato degli abbandoni! Quanta strada avevano fatto insieme, lui un poco avanti e lei che si faceva guidare come una principessa innamorata del suo cocchiere! Ma negli ultimi tempi, era sorto un inconveniente: lui non si ricordava più tanto bene i percorsi: da casa al mercatino rionale, tutto bene, ma al ritorno le strade, non si sa perché, si rigiravano, così a volte lui si dirigeva verso una casa che avevano abitato tanti anni prima, oppure verso il velodromo, in periferia, dove abitava la loro figlia. Sempre più spesso si piantava e a malincuore doveva fare ricorso a lei:
– Ma secondo te, dove siamo?
– E chi lo sa? 
Attraverso il tulle di una leggera cataratta (o era una delle tante varianti dell’angoscia?) gli arrivava il sorriso di lei, inalterato nel tempo e involontariamente crudele.

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Umberto Eco, Giocare al Fascismo

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Si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia. Succede alla nozione di “fascismo” quel che, secondo Wittgenstein, accade alla nozione di “gioco”. Un gioco può essere o non essere competitivo, può interessare una o più persone, può richiedere qualche particolare abilità o nessuna, può mettere in palio del danaro, o no. I giochi sono una serie di attività diverse che mostrano solo una qualche “somiglianza di famiglia”.
  1           2          3         4
abc      bcd      cde      def
Supponiamo che esista una serie di gruppi politici. Il gruppo 1 è caratterizzato dagli aspetti abc, il gruppo 2 da quelli bcd, e così via. 2 è simile a 1 in quanto hanno due aspetti in comune. 3 è simile a 2 e 4 è simile a 3 per la stessa ragione. Si noti che 3 è anche simile a 1 (hanno in comune l’aspetto c). Il caso più curioso è dato da 4, ovviamente simile a 3 e a 2, ma senza nessuna caratteristica in comune con 1. Tuttavia, a ragione della ininterrotta serie di decrescenti similarità tra 1 e 4, rimane, per una sorta di transitività illusoria, un’aria di famiglia tra 4 e 1. Il termine “fascismo” si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete al fascismo l’imperialismo e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il fascismo balcanico. Aggiungete al fascismo italiano un anticapitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola. A dispetto di questa confusione, ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’“ Ur-Fascismo”, o il “fascismo eterno”. Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista.

Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo

Fredric Jameson, Raymond Chandler, L’indagine della totalità (Le parole e le cose)

 

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“Parecchio tempo fa, quando scrivevo per le riviste pulp, misi in un racconto una riga tipo: «Scese dalla macchina e si avviò lungo il marciapiede inondato dal sole finché l’ombra del tendone sopra l’ingresso gli tagliò il viso col tocco dell’acqua gelida». La tagliarono, quando pubblicarono il racconto. I loro lettori non apprezzavano questo genere di cose – rallentava l’azione.
Ho tentato di dimostrare il contrario. La mia teoria era che i lettori semplicemente pensavano che interessasse loro solamente l’azione e che in realtà, anche se non se ne rendevano conto, la cosa che interessava loro, e che interessava anche me, era la creazione di emozioni mediante dialoghi e descrizioni”

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Galleria. La ragazza con l’impermeabile

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Appena arrivato a casa, l’aveva subito raccontato alla moglie che, così a caldo, prima gli aveva dato del porco, poi del demente, poi del porco demente.
– E dove sarebbe successo?
– Al parco. Eravamo in due, seduti su una panchina, io e uno che leggeva il giornale…
– Ah, c’è anche un testimone! Mi piacerebbe sentire come la racconta quel tizio.
– Lui non ha visto niente. Era tutto preso dal suo giornale. Doveva essere un manager…
– Già, lo sanno tutti: i manager non sono interessati alle ragazze che si denudano nei parchi.
– Che ne so?…
– Insomma, questa strafiga avrebbe fatto il suo spettacolino solo per te. Devi averla proprio eccitata.
– Credo proprio di sì, altrimenti come lo spieghi?
Invece di rispondere, la moglie gli aveva indirizzato un’occhiata di commiserazione ma priva di tenerezza. Questo a lui era dispiaciuto.

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QUOTIDIANA. Un debutto

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Il malessere si manifesta solo in certi casi, non a ogni debutto. Insorge un’ora prima che si alzi il sipario, mentre gli attori sono nei camerini e il regista passeggia inutilmente sulla scena ricapitolando: le prove tutto sommato non sono andate male, il copione tutto sommato funziona, la produzione tutto sommato non è stata più avara di altre volte. Quando il direttore di scena fa il giro annunciando la mezz’ora, il regista ha finalmente capito perché lo spettacolo non potrà funzionare: è sghembo: non c’entra questo o quel passaggio, il ritmo di una scena, un cambio di luce; niente di tutto questo, lo spettacolo è abbastanza simile al disegno mentale originario ma nello stesso tempo non gli assomiglia per niente, come certe creature nelle foto di famiglia, delle quali si dice: “Tutto suo padre, tutto sua madre”, invece non è vero, si sa benissimo che quella presunta somiglianza è solo una piccola piaggeria.
Mentre i primi spettatori entrano in sala, il regista pensa che gli spettacoli hanno vita breve, al massimo entro una settimana (a dir tanto) quello che sta per iniziare sarà sepolto sotto uno strato della solita cipria grigia. Nessuno lo rimpiangerà, non lui, non il pubblico e tanto meno i committenti. Va a sedersi in una delle ultime file della platea: non è una serata peggiore di tante altre, praticamente è già finita.

 

Il video della domenica. Carlo-ta, Virgin of the Noise

Premessa la mia irrimediabile incompetenza, mi sembra che il lavoro di Carlot-ta, che seguo da qualche anno, guardi lontano. 

Nunzio La Fauci, Il lettore, coscienza dell’autore (“Doppiozero”)

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“Un libro o, più generalmente, un testo non è un oggetto inerte. È sempre un processo, un’operazione. Vi gioca un ruolo l’autore. Fuori dell’aspetto funzionale, dell’autore, può accadere si sappia poco o nulla: casi celebri, in proposito. Comunque sia, l’autore resta la funzione più esposta dell’operazione testuale, la saliente. “

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Galleria. L’eccitazione dentro

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Da qualche tempo, il sabato pomeriggio andavano per musei. Aveva deciso lei di fare gli abbonamenti senza dir niente. Quando lui, all’ora di cena, si era trovato quelle due tessere appoggiate alla zuppiera le aveva scambiato per multe da pagare (a volte lei gli faceva trovare sulla tovaglia delle bollette e altri corpi estranei). Sua moglie lo guardava un po’ rossa in viso e leggermente ansimante: eccitata – pensò lui – ma  in un modo del tutto inedito; l’altra eccitazione, quella coniugale, era stata archiviata da tempo e con un certo reciproco sollievo. Cercando di capirne di più, era rimasto sull’interlocutorio: «Beh, può essere un’idea…» La temperatura di lei si era improvvisamente alzata: non si trattava di un’idea, ma di una necessità, un’urgenza, eccheccazzo! (l’espressione non era questa, ma il tono sì); prima di morire, lei voleva provare a innalzarsi di qualche metro, su, in alto, verso il Bello – ormai di volare non se ne parlava proprio, visto che le loro povere ali incatramate li condannavano a starnazzare nella palude del quotidiano!
Non ci poteva essere dibattito.
Il primo decollo avvenne il sabato seguente. Pur fingendo di guardare le opere, il marito studiava obliquamente la moglie che si lasciava riempire dalla grandezza e dalla maestà del Bello. Ma questo importante travaso non provocava mutamenti sul viso di lei, che rimaneva indecifrabile come quando erano entrati, come a casa, come sempre. Non un battito di ciglia anomalo, non un dilatarsi della pupilla. Solo per un attimo lei si asciugò il naso, obbligatoriamente. Dopo due ore, guardò l’orologio e disse soltanto: “Bisognerà preparare cena”. La sera trascorse identica a tutte le altre sere. Per la prima volta lui pensò al dentro di lei; si rendeva conto che il termine era inadeguato, ma non sapeva quale altro nome dargli, a quel dentro.

L’Aquila, 6 aprile 2009/ 6 aprile 2018

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Dopo il terremoto del 2009, sono tornato all’Aquila tutti gli anni. L’immagine della città di prima si sovrapponeva a quella che il sisma aveva brutalmente rimodellato. Quel gioco di dissolvenze e assolvenze fra il passato prossimo e il presente sviluppava una dinamica cruda ma vitale. Il pensiero che, per cause di forza maggiore, quest’anno potrei non andare, immerge L’Aquila in quel moto ondoso oscillante fra il passato e il passato remoto che è tipico della memoria e che col tempo rischia di far evaporare cose e persone.

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