Una scatola ricca di segni. Il teatro di Natalia Ginzburg ritrovato

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Christian La Rosa, Ilaria Matilde Vigna, Elio D’Alessandro, Giorgia Cipolla,
diretti da Leonardo Lidi, in Segretaria

La scatola è linda e razionale: una sala con due ordini di colonne intorno alla quale una gigantesca mano ha avvolto un nastro adesivo; quando sono entrato ho pensato a una sala citata, virgolettata che mi ha fatto pensare alle prime opere di Giulio Paolini, e non a caso, visto che proprio negli anni Settanta in quello stesso spazio, interno al Teatro Gobetti di Torino, ci si ritrovava, con Paolini, appunto, e altri pittori, altri teatranti, altri artistici e vaghi temperamenti. Ci si ritrovava a progettare anche teatro. Qualche risultato talvolta ne usciva; per esempio, nel 1970, Gianfranco De Bosio, all’epoca direttore e regista del Teatro Stabile di Torino, mise in scena alcuni atti unici di autori del Gruppo 63, che era ancora abbastanza fresco. Per molti anni quello spazio si è chiamato, con minimale clarté sabauda, Sala delle Colonne. Oggi si chiama Sala Pasolini: una piccola platea con un praticabile direi di quattro metri per tre, non di più, sul quale recitano quattro attori. Sulla destra, tre strumentisti.
Si mette in scena, con cadenza settimanale, un trittico di Natalia Ginzburg prodotto dal Teatro Stabile di Torino: Dialogo, Segretaria e il più noto Ti ho sposato per allegria.
(Che fatica impelagarsi in una cronaca teatrale: prima di arrivare al dunque bisogna passare per le plaghe grigiastre di queste informazioni, oltretutto con la consapevolezza che sono sempre insufficienti. Mai più!).
Ho visto i primi due spettacoli. Non essendo un recensore all’antica (anzi, non essendolo affatto), non mi ero premurato di leggere in precedenza i testi, che non conoscevo. Ed è stato un bene perché durante l’esecuzione mi sono trovato a compiere istintivamente un’intensa attività comparativa: leggevo la scrittura scenica e nello stesso tempo ricostruivo quella (letteraria, si sarebbe detto un tempo) della Ginzburg. Di solito ricorro a questo impegnativo lavorio per non soccombere di fronte alle più dozzinali messe in scena dei classici; quando mi sento proprio annegare, faccio come gli imbianchini che scrostano le pareti per tornare “a muro” e rifare l’intonaco. Ma durante i due spettacoli che ho visto, il mio andirivieni fra azione scenica e testo non era dettato dalla necessità di sopravvivere; nasceva invece dal piacere di scoprire un progetto drammaturgico che si lasciava leggere in trasparenza mentre prendeva forma sulla scena. Questo dovrebbe essere un pre-requisito, s’intende, ma tutti sappiamo che raramente è così.
Qui, nel progetto Ginzburg, mi sembra che il lavoro sulla drammaturgia del testo e quella scenica si siano svolte in contemporanea, anche se il regista, nel primo spettacolo, Dialogo, ha fatto una scelta molto netta e ricca di conseguenze: ha creato un doppio del marito e della moglie dialoganti. Sulle prime mi è sembrato un rischio: il doppio, in teatro, così carico di suggestioni storiche e teoriche, è un artificio difficile da gestire: spesso questi doppi diventano ingombranti contenitori delle buone intenzioni di partenza. A meno che non si abbiano le idee chiare, come in questo caso. La coppia borghese del testo originario, trasformata in quartetto, consente al regista una concertazione dinamica e liberissima, nella quale il flusso della parola s’incanala e si trasforma creando via via forme di coro, di contrappunto, di basso continuo. Grazie a questa radicale riscrittura scenica, decadono gli psicologismi, e con essi i vezzi e la paccottiglia delle intonazioni di maniera. La crisi della coppia borghese, così omogenea alla poetica della Ginzburg, viene sottratta alla rivisitazione d’epoca (solo qualche sobrio intervento musicale dal vivo crea una straniante profondità storica), per planare nell’oggi, fresca di una crudeltà croccante e nuova.
Lo stesso rigore, declinato in forme diverse impronta anche il secondo spettacolo, Segretaria, imperniato sul perturbante, una ragazza piovuta dal cielo (o rotolata giù da un talamo: dal punto di vista attanziale non c’è troppa differenza), che funge da cartina di tornasole in un malandato (ancora) contesto familiare. Qui i dialoghi eleganti della Ginzburg vengono, per così dire, centrifugati dalla regia e dalla virtuosistica interpretazione degli attori, in un ritmo scenico che senza dubbio non coincide con le scansioni morbide della scrittura letteraria. E viene da dire, fortunatamente, per l’autrice e per noi, perché il migliore recupero dei classici (compresi quelli del Novecento), è proprio quello di usarli, soprattutto se la riscrittura scenica risulta così vitale e motivata come in questo felicissimo trittico.

Teatro Stabile di Torino. QUALCUNO CHE TACE. IL TEATRO DI NATALIA GINZBURG. Teatro Gobetti, Sala Pasolini
Giorgia Cipolla, Elio D’Alessandro, Christian La Rosa e Ilaria Matilde Vigna
Musiche originali eseguite dal vivo dai Perturbazione
Regia di Leonardo Lidi

 

 

CHRISTIAN RAIMO, DI CHE COSA HA BISOGNO IL TEATRO ITALIANO (da Internazionale)

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Lino Guanciale e Alessandra Mastronardi  nella fiction tv “L’allieva”, rai uno

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/10/25/teatro-italiano-crisi-fortezza-vuota

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Il traffico in tempo reale. Per non pensare esclusivamente al referendum

 

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E’ solo una simulazione, d’accordo, forse solo il gioco di un matematico (Brad Lyon) che si è divertito a rappresentare il flusso costante dei nati e dei morti; sta di fatto che se si incomincia a guardare il gioco dei puntini verdi (le entrate) e di quelli rossi (le uscite) che si avvicendano come sul tabellone di un aeroporto dal traffico frenetico, scatta l’effetto ipnotico. I Births sono più del doppio dei Deaths, e sono quasi tutti concentrati fra Asia e Africa. Di tanto in tanto compaiono anche l’Europa e l’Italia, ma così fugacemente che non si capisce se a proposito di nascite o di morti. Poi, fortunatamente, si passa ad altro, pensando che è, appunto, solo una simulazione.

Il video della domenica. ACHILLE CAMPANILE, ACQUA NATURALE. 8′

L’aver assistito a qualche centinaio di tramonti non preclude né sminuisce, per gli amanti del genere, il piacere del tramonto in atto, anzi lo aumenta perché quel nuovo e antico spettacolo va a collocarsi in un cunicolo della memoria dove trova altri esemplari solo apparentemente uguali ad esso. Così, questo piccolo atto unico di Campanile mette in mostra, ad ogni edizione l’ingranaggio che governa la macchina di una comicità perfetta. Bisogna tuttavia stare attenti, perché questo, come tutti i congegni perfetti, è delicato e richiede una mano sicura e leggera – quella che nel nostro caso mettono in mostra i tre ottimi interpreti: Eros Pagni, Camillo Milli e Magda Mercatali, diretti da Marco Parodi.

SPOT. I crudeli graffiti della giovinezza. BRUCE E GLI UNDER 30

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http://news.vodafone.it/2016/06/13/vodafone-shake-il-nuovo-spot-con-bruce-willis/

Guardando l’ennesimo spot della saga Vodaphone/Willis, viene in mente, per contrasto, un edificante e assai noto racconto per ragazzi di Tolstoj, Il nonno e il nipotino, che dice più o meno così:

Il nonno era molto vecchio. Camminava stentatamente, la vista gli si era indebolita, ci sentiva poco e quando mangiava imbrattava tovaglia e vestiti. Il figlio e la nuora s’infastidirono tanto che lo cacciarono dalla tavola comune e gli prepararono un seggiolone a parte, dietro la stufa.
Un giorno, mentre gli porgevano la minestra, il vecchio non afferrò la scodella che cadde e andò in pezzi. La nuora diede in escandescenze e disse che da allora in poi gli avrebbero dato da mangiare in una ciotola di legno, come alle bestie.
Il vecchio sospirò e chinò la testa.
Il giorno seguente, Michele, il nipotino, seduto in terra accanto al nonno, cercava di congiungere alcuni piccoli pezzi di legno ricurvo.
«Che fai, Michele?» gli chiese il babbo. Michele rispose: «Sto fabbricando una ciotola. Quando tu e la mamma sarete vecchi mi servirà per darvi da mangiare».
Il marito e la moglie si guardarono sconcertati e scoppiarono in lacrime. Ricondussero subito il vecchio genitore alla tavola familiare e lo circondarono d’ogni premura possibile.

E’ evidente che nei futuri spot della serie non ci saranno capovolgimenti né tanto meno ravvedimenti, nessuno passerà sottobanco al vecchio Bruce qualche giga avanzato, nessuno lo inviterà al giovanile consesso: il bello del gioco (e dello spot) sta proprio nel meccanismo dell’esclusione, in essa risiede la forza dell’offerta promozionale riservata “a chi ha meno di trent’anni”. Si potrebbe anche dire che Bruce se l’è andata a cercare: lusingato dalla ragazza (ventiquattrenne) che lo sta ritraendo in un (deplorevole) ritratto sul muro, ha incominciato a registrarla col cellulare ma sul più bello gli finiscono i giga – metafora impietosa? casuale? maliziosa?, chi lo sa.
Credo nel mettere in scena il proprio declino ci sia un piacere sottile non privo di una certa civetteria  soprattutto quando ancora ci si regge bene in piedi, come Bruce. Alcuni attori lo realizzano interpretando Re Lear.

Il video della domenica. Intimità del genio: GLENN GOULD E BACH. 3′

Da ascoltare (e anche molto da guardare, nonostante due stacchi fastidiosi: uno sulla facciata della casa in legno (e passi), l’altro su tre insulsi gabbiani.

La preghiera

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/09/donald-trump-presidente-grillo-vaffanculo-generale-e-apocalisse-informazione-succedera-cosi-anche-con-m5s/3179326/

Questa dei morti è diventata un’ossessione. Il pensiero della morte accompagna tutti i vecchi: quelli meglio riusciti lo stemperano in un sorriso composto, un po’ dolente, e a volte anche venato di dolcezza quando chinano le barbe per osservare un bambinetto che gattona fra le aiuole o due passeri che si contendono con comica ira un pezzetto di pane. Il vecchio ben riuscito – cioè che tenta di sublimarsi nel personaggio del vecchio letterario – ricorda di quando lui stesso era passeretto frenetico e bambino ipercinetico, sempre in quel giardinetto e sempre sotto gli occhi dei vecchi del tempo; ricorda i loro occhi nascosti dietro la cataratta che lo spiavano indulgenti mentre uccideva i suoi compagni di giochi con la pistola di latta o semplicemente sparando con l’indice e il pollice: “Morto Giorgio… morto Pietro… morta Giovanna…” Ma erano uccisioni così festose che parevano quasi grida di ingresso nella vita. Nel vecchio riottoso che si oppone ottusamente alla morte, la voce del bambino diventa grido strozzato, il suo Ego s’incarognisce e si compiace di vedere morti complottanti contro di lui. Nel suo corpo stanco continua a scorrere una grottesca linfa giovane che lo illude di poter ancora uccidere con la leggerezza di una volta, puntando le dita a pistola e facendo “pum pum” con la bocca mentre non rinuncia a saltellare fra le aiuole nonostante gli scricchiolii delle ossa. Lo spettacolo del vecchio che arranca fra le aiuole imitando il passero iroso ha mobilitato un vasto pubblico entusiasta, e sull’onda del plauso popolare (“Il mio popolo”, dice egli fra sé) il vecchio viene percorso da scariche di eccitazione fuori età e si abbandona alla coprolalia (contrassegno dell’adolescenza e della disperazione senile). Strepita “vaffanculo”, come il bambino maleducato alla mamma (ma già, nessuno sgrida più i bambini, ai nostri giorni, e tanto meno i vecchi). Continua a ripetere il grido compulsivo, del quale è ormai prigioniero, e mulina le braccia immaginando che siano due grandi falci che mietono nemici. (E’ una sindrome che caratterizza il vecchio mal riuscito: i nemici crescono proporzionalmente al numero degli anni). L’allucinazione, che si autoalimenta, disegna scenari funebri sempre più ampi. I morti diventano schiere, gironi, categorie: i politici, i giornalisti… E’ un’ascesa tenace, quella che il vecchio sta compiendo, al termine della quale, forse, s’illude di incontrare il Male e, chissà, forse anche la Morte, per sopprimerli entrambi in un gesto che egli spaccia per Purità totale ma che nasconde solo una fiammella di paura, non si sa dove nascosta nel corpo in disarmo e che si rivela durante i momenti di stanchezza, quando il vecchio si assopisce borbottando: “Vaffanculo… pum… Vaffanculo… pum pum…”, questa volta come una preghiera.

Il baccellone e i batteri. La vittoria di Trump

 

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Pochi giorni fa, il famoso astrofisico Stephen Hawking lanciava un monito: “E’ molto probabile che gli extraterrestri esistano ma è meglio non cercare di entrare in contatto con essi perché potrebbero riservare sorprese spiacevoli, ad esempio colonizzarci senza pensarci due volte, visto che sarebbero enormemente più evoluti di noi appariremmo ai loro occhi come dei batteri, niente di più. Richiesto poi di un giudizio su Donald Trump, Hawkins ha detto: “È più imperscrutabile dei misteri sull’origine dell’universo”. 

Nel dormiveglia della notte elettorale, l’alieno è arrivato. Per la verità, era da qualche tempo che soggiornava sul nostro pianeta sotto forma di baccello, come nel famoso film di fantascienza del 1956 L’invasione degli ultracorpi. I baccelloni provenienti da un altro mondo giungevano in qualche modo sulla Terra, poi, dopo un periodo di incubazione, prendevano sembianze umane. Così è stato per Trump; la trasformazione, piuttosto frettolosa per via della scadenza elettorale, non è ancora del tutto compiuta, come dimostra il ciuffo, ancora baccellare, ma per il grande pubblico può andare bene, soprattutto se il grande pubblico vuole qualcosa di diverso e di forte a tutti i costi. L’alieno evocato da Hawking non è stato stuzzicato, si è presentato lui alla porta. Ha bussato energicamente con la mazza del suo spaventoso Ego, e visto che nessuno apriva ha sfondato direttamente la porta fra il plauso generale (o quanto meno di una sembra solida maggioranza). Ora è difficile dire se si limiterà a cambiare l’arredamento e a fare delle pulizie di routine oppure se opterà per una disinfestazione radicale incominciando dai messicani e dagli immigrati così come aveva promesso in campagna elettorale, ma se scatterà l’operazione battericida, anche molti degli stessi elettori di Trump dovranno incominciare a temere: siamo tutti batteri. In questo, ahimè, fratelli.

P.S. Il sito che regola le richieste di emigrazione in Canada è appena andato in tilt per eccesso di richieste.

La malinconia del gianduiotto

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Avete mai sentito un narratore che dice del suo romanzo: “Si ride… si ride molto?”. A me non era mai capitato. E giurerei che non l’abbiano mai detto autori come Jerome, Campanile, Courteline, Twain; per non parlare di Flaubert, che pure scrisse uno dei libri più divertenti e al tempo stesso crudeli, Bouvard e Pécuchet.
Invece quel narratore c’è, l’ho sentito io alla televisione, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo. È Andrea Scanzi. La cosa è andata così: al termine del talk, la Gruber, accomiatandosi dai suoi ospiti, ricordava I migliori di noi, l’ultima fatica narrativa di Scanzi, di prossima uscita (ormai sarà in libreria da qualche giorno). Questa di ricordare il libro di un ospite, anche se non c’entra nulla con l’argomento della puntata, è una carineria del conduttore, ormai entrata nell’etichetta, è un viatico che praticano anche due ristoratori miei amici, i quali, dopo il conto, ti presentano un vassoio di gianduiotti. Dunque, l’impeccabile padrona di casa Gruber, credendo di far bene, dice qualche parola sul romanzo di Scanzi: la storia di due amici che si ritrovano dopo tanto tempo. Il destino li ha separati. Affiorano i ricordi, gli affetti. Forse i rimproveri: “Perché mi hai lasciato solo per tutti questi anni? Eravamo i migliori. I migliori di noi. Tra fratelli figli unici, non si fa.” (Cito dal materiale promozionale in rete, non ho ancora visto il libro, ma non è questo il punto). Siamo, insomma, sulla china dei sentimenti. Scanzi, di solito così accorto, si abbandona, entra nel ruolo romanziere importante, “di spessore” (d’ora in poi denominato Scanzi 2), e si lascia sfuggire la parola malinconia. Ma prima che l’abbia terminata, si risveglia in lui il suo Daimon (d’ora in poi denominato Scanzi 1), che gli tira uno scappellotto come facevano una volta i maestri con gli scolari sventati – il Daimon era invisibile, in quanto all’interno dello Scanzi televisivo (Scanzi 3), ma l’effetto si è visto in primo piano: per un attimo il romanziere Scanzi 2 è rimasto impietrito, ha visto il grafico delle vendite franare subito dopo il lancio gruberiano, forse gli è comparsa davanti, per un attimo, la faccia del suo editor, che non sarà stata raggiante, e si è immediatamente corretto: “Ma si ride, intendiamoci, si ride molto…” Troppo tardi, la malinconia, sia pure evocata di sfuggita, aveva macchiato lo spot come una goccia di caffè sul pantalone di lino bianco. Rimane, per i fan di Scanzi, il dubbio: “Davvero si riderà tanto?” Non più di tanto, azzarderei: come disse Céline, per far ridere davvero bisogna essere un po’ più che morti, e tutti gli Scanzi hanno troppo da fare per perdere il loro tempo con i viaggi oltremondani.

Il video della domenica.MICHEL HANEKE, LA PIANISTA

Quando vidi per la prima volta il film di Michael Haneke ricordo che ne rimasi particolarmente sconcertata. La violenza di alcune scene mi toccò a tal punto da catalogare la pellicola come l’ennesimo tentativo del nuovo cinema francese di pungere lo sprovveduto spettatore usando il trucco del voyeurismo sulla misera vita del soggetto al di sopra di ogni sospetto.
Fu un caso il fatto che mi capitò di vederlo una seconda volta. Un caso dal quale trassi la voglia di capire che cosa si cela dietro ad una storia dai sapori morbosi che non si può accontentare di un riduzionismo troppo abusato come rischiava di essere il mio.
Così cominciai ad agitare lo sguardo: l’inquadratura di una porta che si apre, una donna che entra, Erika. Ciò che segue è una lite tra madre e figlia che sfocia in un gesto di violenza da parte di quest’ultima. Dovrebbero tagliarti le mani! Picchiare tua madre in quel modo!
Buio.
Dopo, soltanto il precipitarsi degli eventi: la vita segreta dell’insegnante di pianoforte Erika Kohut, delle sue singolari sieste notturne nei sexy shop, sulle piane scure dei drive in, nel bagno, dove con un rasoio, si pratica mutilazioni genitali.
Buio.
E ancora: i suoi allievi bistrattati e Walter Klemmer che l’ama…l’ama? Buio. La richiesta di dolore e sofferenza fatta da una donna al suo giovane amante che dall’innocenza dell’infatuazione adolescenziale per la sua insegnante, passa ad essere il carnefice e lo spettatore di una vita distrutta poiché è in lui che si nasconde il fascino del morboso e dell’osceno, in lui il cittadino al di sopra di ogni sospetto, in Erika la vittima di un insolita tragedia consumata all’ombra di una strana forma di amore. Buio.
Fermai la pellicola e riavvolsi il nastro per la terza volta.

Luana Doni

 

 

Vegano in salsa macabra

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È un mio (tollerabile) rammarico non aver mai visto il museo del Grand Guignol, a Parigi, in rue Blanche, vicino a Pigalle. Me lo chiusero a tradimento, nel 1963; in seguito avrei cercato di compensare quella mia curiosità leggendo l’antologia di testi che Corrado Augias aveva curato per Einaudi nel 1972. Erano copioni modesti, ruvidi ed efficaci che piacevano a un pubblico desideroso di sensazioni forti. E più il pubblico gradiva, più si rincarava la dose. Gli autori conoscevano il mestiere (ci passò anche qualche titolato, però), erano ruvidi ma efficaci, puntavano al sodo, cioè al brivido immediato. Qualche volta aleggiavano implicazioni sociali (un sindacalista promuove lo sciopero dei treni ma a farne le spese è il suo figlioletto che muore tragicamente), ma per lo più lavoravano “a schiaffo” con sbudellamenti, strangolamenti, mutilazioni, esecuzioni capitali. Tutto improntato al massimo realismo.
Il repertorio alimentava il museo, nel quale si potevano passare in rassegna i morbosi effetti speciali che venivano realizzati in scena; fra essi si segnalava un impiccato che sussultava artisticamente mentre penzolava dal cappio.
Declinata la fortuna delle rappresentazioni, che erano iniziate nel 1897, il museo chiuse i battenti. Oggi la porta del Grand Guignol – ammodernato, sgangherato, insinuante, si socchiude con un post del ristorante vegano Piovono zucchine, di Brindisi. Ma qui il macabro nasce da un cinismo da cui ci si sente, chissà perché, assolti a priori in nome di un egocentrismo nel quale l’altro non è previsto, nemmeno se si tratta di un terremoto: “A noi non interessa se sta infastidendo qualcuno”, dichiarano le proprietarie del locale. E poiché le reazioni non sono mancate, chi protestava è stato rimbeccato: “Lei sta facendo qualcosa per le Marche oltre che indignarsi e condividere post sul terremoto? Ha mangiato tranquillamente a casa sua con la sua famiglia? È comodamente seduta ad indignarsi di quello che fanno gli altri? Bene, continui a fare quello che fa, noi facciamo altro.” Si apprende poi , dalle stesse incomprese proprietarie, che il messaggio intendeva scuotere le coscienze. (Senza perdere d’occhio la cassa, tuttavia, visto che non ci si dimentica di scrivere in calce: ”Aperto il 31 a cena”.)
Può darsi che la pubblicità di Piovono zucchine abbia funzionato. Certo ha riconfermato una semplice verità: astenersi dalla carne e dal sangue non preserva dal macabro.

 

 

 

 

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