Il video della domenica. KJ ADAMES, IDENTITY, 5′

Schermata 2016-01-24 alle 18.51.35https://www.youtube.com/watch?v=ikGVWEvUzNM

Le maschere, al cinema (quelle di cartone), le ammetterei soltanto per le sequenze delle rapine – quando il sorriso stereotipato crea un gradevole contrasto con la violenza dell’azione. In altri casi, la maschera rischia di condurre a un pirandellismo da filodrammatica che è quasi sempre fasullo come una finta lezione di filosofia. Tuttavia. Sì, tuttavia questo video è ben costruito, nella sua retorica (e al fervore sempre un po’ entusiastica degli americani un tocco di pirandellismo lo si può anche concedere).

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Audio di Radiospazio


Schermata 2016-02-05 alle 18.40.26https://soundcloud.com/radiospazio-570062609/buzzati-lo-scarafaggio

Non sarà un’espressione criticamente irreprensibile, ma viene da dire che nei migliori racconti di Buzzati si realizza (si materializza?) un qualche cosa di esterno al racconto stesso, un ingranaggio collocato all’ultimo piano di un grattacielo senza fine e governante, di lassù, la narrazione. Buzzati ama i grattacieli e, di conseguenza, le vertigini; basti pensare ai due racconti I sette piani (da cui fu tratto il film di Tognazzi “Il fischio al naso”) e a Ragazza che precipita; nel primo, il protagonista, un gaudente borghese, ricoverato per un banale accertamento, è costretto a scendere piano dopo piano fino alla sezione per malati terminali; nel secondo, una ragazza si lancia con entusiasmo da un grattacielo e la durata del suo precipitare coincide con quella della sua stessa vita (come dire: vivere è un cadere graziosamente imbellettato, che va perdendo il trucco via via). Nel racconto che vi proponiamo nella realizzazione di Radiospazio, la vertigine, se si potesse dire, si espande orizzontalmente. Intorno al corpicino di uno scarafaggio schiacciato nel buio della notte si intesse una ragnatela di segni solo apparentemente incongrui: la soluzione giunge, come in un thriller, ma metafisico, con l’ultima frase. L’audio è tratto dal nostro spettacolo buzzatiano Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale, del 2013. Gli attori sono Roberto Accornero ed Eleni Molos, davvero bravi.

Le pause dei bravi figlioli. LO SPOT DI SKY/MAMMA

Schermata 2016-01-28 alle 12.23.54https://www.youtube.com/watch?v=x-pnrvjRbzw

Quando s’incontra un ragazzo come questo, si è indotti a pensare che non tutto andrà per il peggio. Certo, il momento che il giovanotto sta attraversando non è dei migliori ma siamo sicuri che se la caverà: è evidente che la moglie  lo ha lasciato a tre mesi dal matrimonio, subito dopo aver montato le ultime tendine, e per ragioni che lui non ha ancora ben compreso: per questo passa le serate sepolto in casa guardando i talent e chiedendosi dove ha sbagliato (nella vita). Il ragazzo è di buoni sentimenti, lo dimostra la sua sollecitudine con la mamma che gli telefona ogni due ore; qualcuno la chiamerebbe ipocrisia, invece si tratta di una galante menzogna che accontenta tutti e due (“Stavo per chiamarti”). Sì, fin da piccolo era un compiuto gentiluomo in miniatura, le amiche della mamma si scioglievano ai suoi complimenti, articolati come quei ricami che le sorelle maggiori cucivano sulle lenzuola del corredo: “Oggi sembra che il vento si sia divertito a giocare coi suoi capelli”, diceva alla voluminosa signora Bonnard che compariva, ansimante e scarmigliata, al quarto piano. Durante i tè con le amiche della mamma, il piccolo gentiluomo era al centro dell’attenzione: del che si compiaceva, anche se ogni tanto avrebbe voluto andarsene a giocare in camera sua, ma la vanità era più forte. Oggi, grazie a My Sky Pausa, riesce a conciliare il suo torpore di vedovo con la galanteria; terminata la telefonata con la mamma, non importa quanto lunga, egli s’immergerà nuovamente nel flusso televisivo nel punto in cui l’aveva lasciato: “The winner is…” La tristezza abita ancora i suoi occhi di sposo abbandonato, ma si consola pensando che non poteva gestire il suo abbandono meglio di così.

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Realizzazione Audio Radiospazio 6′

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https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/30/dino-buzzati-lo-scarafaggio-audio-di-radiospazio/

 

DINO BUZZATI, LO SCARAFAGGIO. Audio Radiospazio 6′

Decay-2

https://www.spreaker.com/user/7897121/buzzati-lo-scarafaggio

Non sarà un’espressione criticamente irreprensibile, ma viene da dire che nei migliori racconti di Buzzati si realizza (si materializza?)  un qualche cosa di esterno al racconto stesso, un ingranaggio collocato all’ultimo piano di un grattacielo senza fine, che governa di lassù la narrazione. Buzzati ama i grattacieli e, di conseguenza, le vertigini (o viceversa, le due cose sono interdipendenti); basti pensare a Il fischio al naso e a Ragazza che precipita: nel primo racconto, il protagonista, ricoverato al primo piano per un banalissimo fastidio, viene fatto salire da un piano all’altro di una clinica, e nella salita tutto diventa nebuloso e indecifrabile; nel secondo, una ragazza si lancia con entusiasmo da un grattacielo e la durata della sua caduta coincide con quella della sua stessa vita (come dire: la vita è una caduta graziosamente imbellettata, che va perdendo il trucco via via). In questo racconto la vertigine, se si potesse dire, si espande orizzontalmente. Intorno al corpicino di uno scarafaggio schiacciato nel buio della notte si intesse una ragnatela di segni solo apparentemente incongrui; la soluzione giunge, come in un thriller (ma metafisico) con l’ultima frase.
L’audio è tratto dal nostro spettacolo su Buzzati
Qualcuno o qualcosa sta salendo le scale, del 2013. Gli attori sono Roberto Accornero ed Eleni Molos, davvero bravi.

Intervista di A.G. con Primo Levi

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https://soundcloud.com/radiospazio-570062609/intervista-a-primo-levi_19-4-1

Era il 1968, credo, quando Corrado Guerzoni, allora direttore generale della radiofonia, decise di varare una trasmissione particolarmente impegnativa intitolata Lo specchio del cielo: sul sentimento della trascendenza, disse, così come lo vivevano alcuni personaggi della nostra cultura. Gli risposi che le mie frequentazioni con la trascendenza erano scarse, anche se non escludevo che col tempo sarebbero migliorate – quella risposta fra il laico e il  guascone si sarebbe rivelata una mezza profezia, comunque Guerzoni non la raccolse, anzi gli parve che un profano fosse il miglior antidoto a una certa compunzione che, invece, avrebbe condizionato un praticante la trascendenza. La strategia del direttore era scaltra ma non so se abbia funzionato: io penso che una certa compunzione mi abbia colto a mia insaputa: senz’altro si affaccia nella sigla della trasmissione (Il concerto per violoncello e orchestra di Dvorak) e forse serpeggia qua e là nelle domande. Comunque Primo Levi è da ascoltare perché lui, compunto non lo è mai. Il nostro dialogo durò più di due ore, tutte registrate in uno studio della rai di Torino. Il montato è di cinquantacinque minuti. Il mio rimpianto: non aver tenuto gli scarti che contenevano racconti, divagazioni e divertenti osservazioni su cosa significhi scrivere al computer (Levi e Umberto Eco furono i primi letterati italiani a usarlo in modo massiccio). La fretta di montare la trasmissione e la mia scarsa lungimiranza m’impedirono di capire che quel Primo Levi privato era uno splendido autoritratto, destinato a rimanere solo nella mia memoria.

Chiaroscuri Novecento. Giorgio Morandi fermo sull’angolo: perplesso

morandi e studio

Non avrei mai pensato che un uomo così grande avesse potuto passare gran parte della sua vita in uno studio tanto piccolo. Lo scoprii molti anni dopo la sua morte, quel minuscolo studio che in pochi metri quadrati racchiudeva bottiglie, colori, cavalletti e un piccolo letto singolo, dal quale probabilmente spuntavano, la notte, i lunghi piedi dell’uomo grande; quel bric à brac era stato ricostruito con i pezzi originali dal Comune di Bologna nell’ambito di una mostra su Giorgio Morandi. Le stanze intime dei Grandi Trapassati sono impregnate di assenza, come suggeriscono i custodi compunti: “Questo era il tavolo del Maestro”, “A questo pianoforte sedeva…”. Invece, in quello sgabuzzino gli oggetti non comunicano né distacco né cordoglio: stanno bene, possono permettersi il lusso di essere semplici oggetti, la loro sublimazione è già avvenuta sulle tele del loro padrone. 

Negli anni Cinquanta, mi capitava di incontrarlo spesso, Morandi, a Bologna, all’incrocio fra Strada Maggiore, dove abitavo, e via Fondazza, dove abitava lui. Su quell’angolo sostava a lungo come  perplesso sulla direzione da prendere e durante quella sospensione temporale stazionava davanti a un negozietto di scarpe e pantofole impolverate, esposte in vetrinette di legno giallino che sembravano recuperate dalla demolizione di povere culle proletarie. Davanti a quella vetrina il Maestro sostava, e giacché sostava, fingeva di guardare: certo non aveva intenzione di comprare pantofole, ma gli piaceva indugiare nell’incertezza di quel crocevia che, pur collocato a pochi metri da casa, gli offriva fantasiose prospettive di fuga. Questa sosta era per me, bambino, tanto indecifrabile quanto affascinante e, non visto, me la gustavo tutta, fino a quando il Maestro se ne tornava nella sua Fondazza 36.

Il giorno della memoria. Intervista di Alberto Gozzi a Primo Levi

Primo Levi in Turin, 1985

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2016/01/28/intervista-di-a-g-con-primo-levi/

Chiaroscuri ‘900 (V). Un futurista fuori sede: Fortunato Depero a New York

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Fortunato Depero, New York e tunnel, 1930

Circola un’aria sottile di commedia all’italiana in questa paginetta degli anni Trenta: in anticipo di qualche decennio, ma il taglio è quello. Invece di Alberto Sordi e consorte sono di scena Fortunato Depero e la moglie, catapultati dalla piccola Italia fascista alla Grande Mela. E in un salotto elegante, in un turbine di abiti lunghi e impeccabili, mentre i nostri due italiani sono vestiti alla meglio. L’abito di lui è scuro ma da passeggio, certo non da ricevimento; quanto alla signora, indossa un abito “bleu” più adatto alla spiaggia di Riccione (scoperta e amata, proprio in quegli anni, da Mussolini) che a un salotto esclusivo di New York. Un leggero strato di Futurismo ricopre la scrittura, ma la sostanza è quella del bozzetto non privo di qualche compiacimento. La mise inadeguata dei due italiani viene notata, qualcuno mormora, altri lascia cadere una battuta ironica, ma c’è una certa fierezza in questo reportage, e per contrasto con gli eccessi americani (taxi enormi, così come le acconciature delle signore) riaffiora l’essenzialità di quelle trattorie (a volte un po’ lugubri, sempre austere) nelle quali si facevano ritrarre i futuristi impomatati, per non parlare poi delle serate con Marinetti e gli altri, così sapientemente disordinate! Si affaccia, in definitiva, e per assenza, la Provincia, come un marchio che contraddistingue il prodotto genuino.

Trillo di telefono, trr… trr… Hallò, hallò, pronto, pronto, pronto, con chi parlo? Con… Con Madame Withman? Oh, come va? Come?… Sì, sì, sì, va bene signora grazie, dunque intesi, per questa sera, un invito familiare, non un ricevimento, grazie, arrivederci alle nove.
Marciapiedi infuocati.
Tassì, giallo, di proporzioni nuovayorkesi.
Si svolta ad un angolo, mentre la favola della folla e dei marciapiedi cala e risale su di un piano inclinato. Le macchine si sovrappongono, si accavallano e sorvolano.
Eccoci alla 67ma strada, all’esatto numero indicatoci. Davanti, una lunga teoria di automobili di lusso ferme. Ai, ai, ai, temo un tradimento. Altro che invito familiare, temo un ricevimento in grande stile.
Ci guardiamo in faccia con mia moglie titubanti. Desiderio comune di ritornare sui nostri passi poiché io indosso un abito scuro da passeggio e Rosetta un abito bleu a lunghe maniche. Breve sosta e confabulazione riflessiva. Il ritorno sarebbe lungo e giunti fin qui conviene rimanere. Entriamo, affrontiamo, andrà come Iddio vorrà.
L’ondata di sfarzo ci investe. Raffiche di cristallo e violenza di decoltè, vampe di carne e rasoiate di nerissimo smoking lucenti ed impeccabili con lo sparato che abbaglia e lo stile diplomatico che predomina.
Le capigliature femminili troneggiano come castelli dorati, come vampe solenni. Improvviso silenzio alla nostra umile apparizione e per un attimo ebbi la sensazione e il desiderio di sprofondare dentro un improvviso ed arcano trabocchetto, avrei voluto scomparire. Molti occhi ci guardano sorpresi ed interrogativi, incuriositi di questi due incauti e spesati simboli di modestia, di questi due distratti rappresentanti dell’arte in abito da passeggio.
Sui tavoli molto champagne e risate negli specchi che luccicano dentro lussuose cornici d’oro. I calici tintinnano e le luci sfavillano… un famoso violinista fa commuovere le corde e i cuori e un attore maligno (lo sorprendo) commenta ironico la nostra involontaria modesta parvenza, e quasi stonata presenza…
Splendori, inchini, violini, presentazioni e coppe… spalle… ciprie e molto fumo… e troppa luce di pupille e di lampade, di scarpe laccate e di gioielli impertinenti… Ronzii, tintinnii, voci sussurrate, risate fendenti, frantumi di commenti… e l’industriale tale, e il diplomatico tal altro… L’artista insigne X, il tenore Y… L’affascinante attrice Z… L’attore di Broadway… Il prestigiatore N N… Le sue figliole… suo marito… onoratissimo… Il violinista Corti e la sua signora… Il milionario Sempronio… qui presente… Il banchiere Caio… la sua madama… la duchessa bulgara… la principessa russa… la nipote del Kaiser, lì presso quel paralume gigantesco assieme alla pittrice… e giù, giù, e via via di seguito, fino alle due di notte…
E poi, mezz’ora di treno elevato sconquassante, fino alla 23ma tappa, fino all’albergo di Transito del 464 West, mia prima stazione della “Via Crucis americana”.

Fortunato Depero, Un futurista a New York, Edizioni del Grifo

Il video della domenica. ERIC ROHMER, LA MARCHESA VON O. Maria Dolores Pesce, Il tormento e la quiete

Schermata 2016-01-22 alle 10.55.53https://www.youtube.com/watch?v=TGh3slt0jzo

In un luogo indefinito una donna di alto lignaggio concepisce inconsapevolmente un figlio, lo accoglie contro ogni convenzione e contro ogni convenzione ne ricerca il padre che rimane indeterminato ma con tenacia è ricostruito, quasi in una narrazione interna alla narrazione, e riconquistato alla scena. “La marchesa di O” è il luogo ove il femminile diventa irresistibilmente racconto proiettivo in cui Heinrich von Kleist fa confluire il suo tormento, le sue contraddizioni e le sue fratture per cercare e, almeno nella narrazione, trovare quiete. Collegabile e giustamente collegato in una triade che vede da un lato i drammi della contrapposizione “Pentesilea”, o della furia femminile, e “Caterina di Heilbronn”, ovvero della sua remissività, e quasi al suo centro questa novella che negli strati profondi dell’inconscio consente l’incontro tra maschile e femminile ed il concepimento oltre le maschere sociali. È infatti proprio nel reciproco scivolamento, indotto o spontaneo che sia, in quella zona neutra ed oscura dell’anima, che i due protagonisti consentono il prevalere della loro “sincera” attrazione e il reciproco dono. Quel luogo oscuro, nel deflagrare della guerra che intorno a loro prosegue, in un certo senso li protegge da schemi e convenzioni sociali, quegli stessi schemi e convenzioni che, per von Kleist, tutto rendono insincero. Il seguito della novella è infatti costruito sul tentativo, narrativamente perfetto anche nei suoi molto moderni meccanismi, dalla suspense al ripetuto colpo di scena, di far emergere e far accettare al contesto sociale quell’evento quasi incorporandolo a forza nelle sue rigide strutture, a partire da un patriarcato venato da sfumate pulsioni incestuose. Erich Rohmer ne ha tratto un film nel 1976, premiato a Cannes, che ha il grande merito di rispettare e riprodurre con estrema fedeltà la narrazione di Kleist, ivi compreso il suo serrato e profondissimo impianto dialogico, e nel contempo quello di esaltare nel medium cinematografico quei meccanismi interni di significazione che fanno la indubbia modernità di un Heinrich von Kleist, forse proprio per questo, assai poco apprezzato e capito dai suoi contemporanei. Un film pittoricamente impressionista, che si lascia appunto “impressionare” dalle forti suggestioni del racconto e ne asseconda il fluire dai tormenti delle guerre interiori alla quiete del riconoscimento e della accettazione, soggettiva ma soprattutto reciproca.

Maria Dolores Pesce

L’autore che fece ridere KAFKA, JAROSLAV HAŠEK

J.hasekQuest’uomo, dall’aria fra l’appannato e il trasognato, è stato uno scrittore, anzi uno dei più importanti scrittori cechi del secolo scorso, anche se probabilmente questa definizione  gli sarebbe andata stretta: nonostante la sua ricca e talvolta convulsa produzione letteraria, nonostante avesse scritto un romanzo grottesco e ferocemente antimilitarista, Il buon soldato Sc’vèik, la vera vocazione di Jaroslav Hasek era quella di “stare in baracca”, cioè andare per le bettole di Praga (tutte, a quanto risulta, visitate regolarmente) a bere e a far casino con gli amici – e se nel corso della giornata gli veniva da scrivere, non se ne tornava certo al tavolo di casa ma sfornava, lì dov’era, un racconto, annaffiandolo con nuovo e fresco carburante.
L’alcol gli doveva conferire una lucidità “altra” che produceva esiti fantasiosi, come quello, ad esempio, di scrivere su un giornale di destra e di contestarsi furiosamente su un organo di stampa anarchico – un esercizio impensabile per certi opinionisti che  curano la loro immagine maniacalmente, con un’attenzione da manicure. Nel 1912, in occasione delle elezioni politiche, ad Hasek venne l’idea di fondare un partito dadaista al quale, contraddittorio com’era, diede il nome di “Partito del progresso moderato nell’ambito della legge”.  Fra i molti amici intervenuti al comizio (in una bettola, naturalmente) ce n’era anche uno che in quelle occasioni nascondeva il suo imbarazzo dietro un sorrisetto svagato e formale, come a dire: sono qui ma lasciatemi stare.  Il convenuto era Franz Kafka che secondo i testimoni fu sopraffatto dall’oratoria e dalla scorrettezza politica di Hasek e che si abbandonò a numerose, irrefrenabili risate. Pare che anche anni dopo, ricordando quella serata, Kafka non potesse trattenersi.
Riportiamo un frammento del comizio, grazie al blog “La tradizione libertaria”.

“Cari amici,
ho l’onore di presentarmi come candidato e dico subito, con franchezza: È noto che un deputato riceve un’indennità di dieci fiorini al giorno, una bella somma. È di questa, perché dovrei mentire, che m’importa soprattutto. Con il mio attuale lavoro di scrittore e di giornalista non potrò mai guadagnare dieci fiorini al giorno, a meno che non faccia la spia per la polizia come seconda professione. Dieci fiorini! Se sarò eletto saranno bene comune, che scialacquerò con amici di partito ed elettori.
Passando alla situazione politica, posso dire soltanto che è proprio schifosa, per quanto molto meno ripugnante della politica stessa, ciò che si può rilevare dalla voracità di molti noti uomini politici (acclamazioni: “Farabutti, truffatori, ladri, porci, ecc”). Giustissimo, è così che si deve intendere, se osservando tutte quelle porcherie e intrighi, ci ritraiamo in noi stessi, ci scrutiamo per giungere alla conclusione: infischiarsene di tutto e percorrere la strada che porta alla buona bevuta, che fa dimenticare tutto, la quale, in verità, deve portare all’alcolismo, come dice il programma. L’alcolismo è dunque in primo luogo, come detto, tanto diffuso, perché la gente vuole dimenticare e si sforza di sottrarsi a quegli scellerati, e inoltre, in secondo luogo, perché sono delle scimmie: di uno vogliono imitare tutto. Per esempio io comincio a trincare; subito si uniscono a me due, tre, dieci fratelli, bevono con me, e poiché i dieci danno ancora una volta un maledetto esempio, decuplicato, ad altri dieci, già bevono in cento e cento volte cento fanno diecimila e diecimila per diecimila sono un milione, tutta una nazione e popoli interi!
Le prostitute e le abitatrici dei bordelli sono delle vere samaritane, piene di bontà, in confronto alla prostituzione politica. Le innocenti e graziose creature sono proprio delle sante se confrontate con i beneficiari dei disordini politici che scuotono ininterrottamente con sobillazioni l’infelice penisola balcanica, insieme a imbrogli di corruzione, ciò che ognuno di noi può riconoscere chiaramente. Se sarò eletto, prometto ai miei elettori che, nell’ambito del nostro programma di partito, metterò in discussione in parlamento tutte le porcherie che ognuno di noi ha sotto gli occhi tutti i giorni.”

Addio a Michel Tournier

tournier e i libriLo scrittore Michel Tournier, uno dei grandi autori francesi della seconda metà del XX secolo, Prix Goncourt per Il re degli ontani, è morto lunedì all’età di 91 anni.
Fra le sue opere, Venerdì, o il limbo del Pacifico, Il re degli ontani, Il gallo cedrone e altri racconti; da uno di essi, Tristan Vox, abbiamo tratto uno spettacolo, del quale vi riproponiamo la registrazione.

Schermata 2016-01-19 alle 12.10.56
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/11/01/michel-tournier-lo-sceneggiato-audio-tristan-vox-completo/

Cose che accadono di notte. KAFKA, I PASSANTI

per kafka“Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?”, scriveva il giovane Kafka nel 1904 all’amico Oskar Pollak. I passanti non è un racconto deflagrante ma implosivo che fruga nelle ipocrisie e nella doppiezza della piccola retorica umana.

I passanti

Quando si passeggia di notte per una strada e un uomo, che si può scorgere già di lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena – ci viene incontro correndo, noi non lo acchiapperemo, anche se è debole e cencioso, anche se un altro lo insegue gridando, ma lo lasceremo proseguire nella sua corsa.
Perché è notte e non è colpa nostra se la strada è in salita e c’è la luna piena, può darsi, poi, che i due si rincorrano per divertirsi, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo ha intenzioni omicide e noi diverremmo complici di un assassinio, forse i due si ignorano a vicenda e ciascuno di essi corre per proprio conto verso il suo letto, forse sono dei nottambuli, forse il primo è armato.
E, infine, non ci è concesso di essere stanchi, non abbiamo bevuto tanto vino? Siamo contenti di non scorgere più neppure il secondo.

Franz Kafka, I racconti, Newton Compton, Traduzione Luigi Coppé e Giulio Raio

Cronaca di un piccolo spettacolo di dicembre. APPUNTI PER UN ‘900. Sesto e ultimo capitolo

Schermata 2016-01-13 alle 11.51.41https://www.youtube.com/watch?v=18W_GWZkoTQ

Ultimo capitolo del piccolo spettacolo. Nel breve video, gli abitanti del quartiere chiudono il cerchio memoria/futuro

Sulla scena, un frammento tratto da una commedia di Elias Canetti: siamo in una società paradossale che non prova angoscia della morte perché ogni persona sa quanto vivrà. Ognuno custodisce la sua data di nascita e di morte in una capsula sigillata e appesa al collo; il loro nome è costituito dal numero di anni che vivranno.

Elias Canetti, Vite a scadenza

UNO           A quei tempi!
L’ALTRO   E tu credi che a quei tempi le cose andassero davvero così?
UNO           Certo, l’ho letto coi miei occhi. Tanto tempo fa, un uomo usci di casa per comperare le sigarette. «Torno fra un paio di minuti, – disse a sua moglie – «vengo subito». Uscì dal portone e stava per attraversare la strada. All’improvviso un’automobile svoltò l’angolo e lo fece secco. Rimase lì disteso. Doppia frattura del cranio. Morto sul colpo.
L’ALTRO   Era arrivata la sua ora.
UNO           No. Questo è il bello di tutta la faccenda.
L’ALTRO   Ma come si chiamava?
UNO           Peter Paul.
L’ALTRO   Il suo vero nome, dico.
UNO           Peter Paul.
L’ALTRO   Secondo te, a quei tempi, la gente viveva senza un vero e proprio nome.
UNO           Certo, avevano nomi qualsiasi, che non significavano niente, come Peter Paul.
L’ALTRO       E il nome non aveva niente a che fare con l’ora?
UNO                    Niente. L’ora era sconosciuta.
L’ALTRO   Insomma nessun uomo aveva idea dell’ora in cui sarebbe morto?
UNO                    Esattamente. Nemmeno uno.
L’ALTRO   Io non so come facevano a vivere con tutta questa incertezza, questa angoscia!
UNO           Eppure il mondo è andato così per secoli.
L’ALTRO   Forse erano molto più stupidi di adesso. Oggi, da noi, il più semplice ciabattino sa molto di più dei filosofi di una volta. È sicuro del tempo che gli resta da vivere, può far progetti…
UNO           Secondo me, aver reso nota a ciascuno la sua ora è il progresso più importante nella storia dell’umanità.
L’ALTRO   Certo che prima erano proprio dei selvaggi. Dei poveri diavoli.
UNO           Sì, dei bruti, diciamolo.

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I SIGNORA    Tu che sei così brava a giudicare, quanto le dai?
II SIGNORA   Non più di un anno, direi.
I SIGNORA    Credi che le rimanga ancora un anno?
II SIGNORA   Un anno scarso. Forse solo sei mesi.
I SIGNORA    Davvero? Certe volte mi dice sei anni, altre volte sette… Dice che spera ancora di trovar marito.
II SIGNORA   Con un anno solo? Non farmi ridere! E chi se la prende? Potrebbe anche essere la donna più bella del mondo, ma con un anno solo non se la prende nessuno. Se tu fossi un uomo, te la prenderesti una moglie con un anno solo?
I SIGNORA    Beh, parecchi uomini ne sarebbero felici.
II SIGNORA   Dici i mariti a breve scadenza! Una donna che tenga un po’ a se stessa, non si mette con tipi come quelli. Secondo me i mariti a breve scadenza sono dei delinquenti.
I SIGNORA    Ci sono anche dei mariti a breve scadenza molto affascinanti. Mio cugino, per esempio: si è appena risposato con una cifra bassa. A lui piacciono moltissimo. Quando lei morirà, lui si riprenderà un’altra cifra bassa. Una cifra bassa si dà più da fare per lasciare un buon ricordo. E poi una cifra bassa è di poche pretese.
II SIGNORA   Sono tutte sciocchezze. Una cifra bassa vuole godersi la vita, perché non può fare di meglio. Vuole uscire tutte le sere, divertirsi… Vuole nuovi amanti, vestiti nuovi… È una sprecona, tanto, cosa le importa di quel che viene dopo.
I SIGNORA    Lo credevo anch’io. Ma mio cugino dice che mi sbaglio. Lui se ne intende, è la quarta volta che è sposato con una cifra bassa. Se ne intende ed è previdente. La prossima l’ha già scelta: è una cifra ancora più bassa.
II SIGNORA   Ma organizza tutto mentre le altre sono ancora vive?
I SIGNORA    Certo, questo è il vantaggio. «Quanto tempo voglio vivere con la prossima?», si chiede, e, una volta che ha deciso, incomincia a darsi un’occhiata intorno.
II SIGNORA   Ma come fa a sapere che età hanno le sue fidanzate?
I SIGNORA    Questione di esperienza. Per lui è una specie di sport indovinare l’età esatta. E poi donne lo desiderano a tal punto che alcune gli dicono addirittura quanti anni hanno ancora da vivere, spontaneamente.
II SIGNORA   Quelle donne sono delle svergognate. Ma possibile che nessuna lo imbrogli?
I SIGNORA    A volte capita. Una gli diede a intendere che le restavano due anni da vivere. Lui le credette e se la sposò tranquillamente. Dopo due anni, viene il giorno del compleanno della moglie. Passa la mattina, passa il pomeriggio… niente. Si fa notte e lui va a letto convinto che il mattino dopo la moglie sarà morta. Il mattino dopo, se la vede che passeggia su e giù in camera da letto. «Che significa?», chiede lui. «Mi sono sbagliata, — dice lei, — sono più giovane di quanto pensassi. Succederà soltanto l’anno prossimo». Lui sapeva che lei aveva mentito ma non ci poté fare niente, dovette rimanere con lei per un altro anno.
II SIGNORA   Per me, questo non è amore. Puoi dire quello che vuoi, ma l’amore vero è solo quello con le cifre alte. Sono contraria a tutto ciò che è basso. Per me un uomo che non si chiami almeno Ottantotto è come se non esistesse.
I SIGNORA    Teoricamente hai ragione, col tempo s’impara a scendere a compromessi. Anch’io una volta ero come te. E poi alla fine che cosa ho fatto?
II SIGNORA      Ti sei sposata con un numero medio.
I SIGNORA    Già. Anch’io sono una cifra media.
II SIGNORA   Io non lo sopporto, il medio! Avresti fatto meglio a sposare un numero molto basso, magari un Venti o un Trenta qualsiasi, e poi, dopo la sua morte, darti da fare per vivere alla grande. Ma per l’appunto non sei altro che una cifra media.
I SIGNORA    Senti un po’, non è che tu sei poi una cifra cosi alta!
II SIGNORA   In tutti i casi ho sempre quindici anni di vantaggio su di te, no?
I SIGNORA    Sì, ma non c’era nessun bisogno di sbattermelo in faccia.
II SIGNORA   Non ti volevo offendere, ma devi capire che in molte cose la pensiamo in maniera diversa. Siamo per natura due caratteri diversi. Io sono una cifra alta, tu media, non c’è proprio niente da fare.

Il video della domenica. STANLEY KUBRICK, MACCHINA AL CENTRO

kubrickhttps://www.youtube.com/watch?v=flq0t4jrqJQ

Dalla collocazione della macchina da presa dipendono il tono e il senso di una sequenza; molti registi cercano la soluzione escogitando le prospettive più insolite, dal basso, dall’alto, di sguincio, dall’elicottero…
In questo brevissimo video, la soluzione limpida, aurea di Kubrick.

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