Le figurine di Radiospazio. Il successo

– Senti, Ruth, l’unica cosa che sia mai riuscito a ottenere – in teatro e fuori dal teatro – è l’entusiasmo di una microscopica minoranza e l’aperta ostilità di tutti gli altri. Io attiro l’ostilità come la cagna in calore attira i cani. Appena compaio in scena, sento subito di dover lottare contro tutti gli spettatori ­– uno per uno, dalla platea al loggione. Un combattimento da gladiatore! Io solo contro tutti – e loro tutti così potenti! A volte riesco a debellarne una parte –  metà, un terzo. Ma quei pochi arrivo a piegarli! Li domo. E persino l’avversione della maggioranza rappresenta una specie di trionfo per me – perché so che nel loro intimo mi rispettano.
– E questo film che devi fare?
–Macché: la solita musica: «La teniamo presente – le faremo sapere… »
– Non vedo un gran merito nel cercare di ignorare l’insuccesso.
– Non esiste l’insuccesso – esiste solo l’attesa del successo.

John Osborne, Epitaffio per George Dillon

I legni parlanti. Paolo Brunati, Il Golgota domestico

golgota piccolo

Chi è quell’uomo che, sperduto su una smisurata carta geografica, esplora, fuori stagione, la riva del mare centimetro per centimetro?
Il Brunati.
Autore di un libro raro, imperdibile, “Colloqui con il pesce sapiente” (Miraggi/Scafiblu),  scrittore di molte parole scritte (poche, quelle dette) racchiuse in qualche centinaio di moleskine, artista figurativo/non rivendicativo, Brunati guarda, tace, e nel silenzio procede lungo la spiaggia. Osserva, si ferma. Di tanto in tanto si china e raccoglie: un sasso, un relitto, un bullone arrugginito giunto a riva da chissà quale naufragio.
La ricerca continua anche sulla terraferma. Qui l’uomo si muove seguendo le sue mappe: magazzini dimenticati, rigattieri, soffitte di signore loquaci che vorrebbero offrirgli un tè mentre lui le ignora, impegnato com’è a perlustrare, ad annusare.
E raccoglie.
Poi, chissà quando e perché, viene il momento in cui da questo magazzino reale e mentale alcuni oggetti si staccano e vanno a comporsi in un’opera.
Questo “Golgota domestico”, ad esempio, è nato da un vecchio, rozzo appendiabiti da muro; la croce, invece, l’ha portata il mare. L’autore racconta di esserne stato colpito proprio in mezzo alla fronte mentre nuotava fra le onde in burrasca (una versione moderna di Paolo sulla via di Damasco). Il perentorio segnale provocò la nascita dell’opera.

Julia Kristeva, Hannah Arendt

Chi se non Hannah Arendt ha saputo analizzare meglio di chiunque altro lo sfondo sociopolitico sul quale si sviluppano i drammi del XX secolo, ma anche i suoi radicali progressi tra cui l’emancipazione delle donne che ha cambiato la faccia del mondo? Filosofa, allieva di Jaspers e amante di Heidegger, sionista critica, questa «giornalista politica» (come Arendt amava definirsi) condanna, in La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, l’incapacità degli esseri umani di pensare con la propria testa – tendenza in realtà sempre più largamente diffusa: ieri sotto la ferula dei totalitarismi, oggi, in versione soft, a causa dell’automatizzazione della nostra specie. Arendt osserva che il totalitarismo nazista e quello staliniano hanno cominciato con lo sradicare la capacità di pensare prima ancora di sterminare gli esseri umani che ritenevano «superflui». Dopo l’orrore della Shoah e il discredito della politica, Arendt fa appello a una vita politica capace di garantire l’originalità del cittadino, all’interno di legami politici fatti di memoria e di racconti elaborati dal singolo e destinati agli altri. Poiché la «verità di per sé resta nascosta all’io» e appare chiara e netta soltanto agli altri.

Julia Kristeva, La vita altrove, Donzelli

Thomas Hardy, L’orologio degli anni

“Uno Spirito sfiorò la mia faccia, mi si drizzarono i capelli.”
E lo Spirito disse:
“posso invertire l’orologio degli anni
ma sono restio a fermarlo dove vuoi tu.”
Esclamai: “d’accordo,
procediamo,
sempre meglio che morta!”
Lui rispose: “tranquillo”,
e me la fece apparire davanti, finalmente;
poi lei rinverdì sempre più, fino all’anno
in cui la vidi
donna fatta
esclamando: “fermo!
va bene così,
è abbastanza, non toccarla più.”
Per mia disgrazia Lui scosse la testa
e non si fermò,
lei in una bella bambina
e poi nell’infanzia declinò.
Sempre meno lei,
con mia grande pena, divenne pian piano
rimpicciolendosi fino a sparire
nelle sue grinfie senza freno;
ed è come se lei
non fosse mai esistita.
“Meglio”, dissi papale,
“morta come prima! Il suo ricordo
in me era stato vivo, ma ora è impossibile!”
E quella fredda voce:
“sei tu che hai scelto”

Le figurine di Radiospazio. Il profitto

L’ateniese Demado condannò un concittadino, impresario di pompe funebri, perché era esoso nei prezzi e perché traeva profitto solo dalla morte di molti. Questo modo di giudicare presenta però il fianco alla critica, perché nessuno si avvantaggia mai se non danneggiando gli altri. Bisognerebbe perciò condannare ogni sorta di guadagno.
Il mercante non fa ottimi affari se non per le dissolutezza dei giovani; l’agricoltore se non vende il grano a prezzo elevato; l’architetto se non vanno in rovina le case; il giudice se gli uomini non litigano; e persino il sacerdote trae vantaggio dalla morte e dai vizi. Non c’è medico, secondo il comico greco (Filemone, n.d.r.), che abbia cara la salute dei propri amici; e non c’è soldato cui stia a cuore la pace della propria patria, e così via. Quel che è peggio, poi, se ognuno di noi scruta la propria coscienza, scopre che i nostri desideri più profondi nascono e si nutrono a spese altrui.
Pensando a ciò, mi è capitato di notare che, così operando, la natura non viene meno alla sua universale economia, visto che i fisici ritengono che ogni cosa nasca, si nutra e cresca grazie alla corruzione e alla morte di un’altra.

Michel de Montaigne, Saggi, “Il profitto dell’uno è svantaggio per l’altro”

Il video della domenica. Dina Velikovskaya, Ties, il distacco dalla famiglia

https://www.artribune.com/television/2022/03/video-il-distacco-dalla-propria-famiglia-in-un-toccante-video-animato/

Narrativa. Pascal Quignard, Amo una donna

– Sono triste, amo una donna, diceva un giorno Hanovre.
– Cosa le ha fatto per renderla triste, chiese Abrham.
– Niente.
– Le ha parlato del suo tormento?
– No.
– Perché?
– Io non amo le donne, disse Hanovre. E come farò per cancellare in me questo viso che mi attira? Come potrò allontanare quei seni che si tendono verso di me e la cui consistenza mi appare ogni volta così sorprendente? Come fare per strappar via i tratti di questa donna dal profondo del mio animo?
– Perché tutta questa antipatia quando incontra le donne?
– Mi sembra di ricordare qualcosa quando le vedo. Qualcosa di così antico. Ho paura quando mi trovo di fronte a loro. Mi mettono angoscia. Il loro corpo morbido, che aderisce, estraneo, mi respinge. Ecco perché lei mi vede così infelice.
– Ma di cosa ha paura?
– Che se ne vadano. Ho paura che se ne vadano perché partono continuamente. Ho paura di morire d’amore per loro. Non capisco niente di ciò che esse chiamano amore.

Pascal Quignard, L’amour et la mer, Gallimard

Michela Conoscitore, “Io sono io e me ne vanto”. La storia di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione (Bonculture)

Una bella contessa è stata arruolata nella diplomazia piemontese. Io l’ho invitata a civettare, se le riesce, a sedurre ‘imperatore. In caso di successo, le ho promesso che chiederò, per suo fratello, l’incarico di segretario a Pietroburgo. Ieri con discrezione ha cominciato la sua missione, al concerto delle Tuileries.

A scrivere questa breve annotazione nel suo diario fu il conte di Cavour, Camillo Benso: si era agli albori del processo che prevedeva l’unificazione voluta dal Piemonte e dal re Vittorio Emanuele II, a ostacolare i piani dei Savoia, oltre ai Borboni nel Meridione, anche l’Austria potenza egemone nel nord del paese. Il Regno di Sardegna aveva bisogno di alleati forti, che potessero contrastare diplomaticamente e in guerra l’impero Austro-Ungarico. Per i piemontesi, questa speranza era rappresentata dalla Francia e da Napoleone III. Corteggiato da Cavour e dai sovrani austriaci, l’imperatore non decideva ancora da quale parte stare. Così, Cavour giocò la propria “regina di cuori”: Virginia Oldoini, contessa di Castiglione.

Leggi l’intero articolo:   
https://www.bonculture.it/femmes/storie/io-sono-io-e-me-ne-vanto-la-storia-di-virginia-oldoini-contessa-di-castiglione/

Le figurine di Radiospazio. La Svizzera

Io, avevo paura, ancora più di quanta ne abbia oggi, e avevo scelto quella località come rifugio perché era a cinque chilometri dalla Svizzera. Bastava attraversare il lago, al minimo allarme. Nella mia ingenuità, credevo che più si era vicini alla Svizzera, più sarebbe stato facile mettersi in salvo. Non sapevo ancora che la Svizzera non esiste.

Patrick Modiano, Villa triste, Gallimard

Il video della domenica, Giorgia O’Brien (da non perdere)

https://www.youtube.com/watch?v=9M43frkGfjg

L’avevo vista sul palcoscenico, dove sfoggiava una voce capace di passare dai toni del baritono a quelli del soprano con disarmante naturalezza e mi sorpresi a pensare, poco dopo quella sua esibizione,  che avrebbe figurato benissimo in uno sceneggiato radiofonico a puntate al quale avevo incominciato a lavorare, il Candido, di Voltaire. Nella riscrittura del romanzo avevo introdotto un personaggio jolly, la balia della protagonista femminile Cunegonda, con funzioni di coro e mi pareva che le due voci dalle quali era abitata Giorgia avrebbero accompagnato la sperduta fanciulla nelle sue miserevoli peripezie come le due voci genitoriali dalle quali non riusciva a staccarsi. Quando entrammo nello studio radiofonico, fu quasi inevitabile, fisiologico che Giorgia, oltre a recitare, incominciasse a cantare al microfono, così alcune parti di quello sceneggiato divennero, oltre che avventurose e filosofiche, anche musicali.
Mentre si dipanava il romanzo di Candido, scorreva parallelo anche quello della vita di Giorgia che a cena ne raccontava alcuni capitoli, sollecitata dai colleghi. Il Fascismo: durante le adunate, Giorgia, all’epoca ancora Giorgio, istintivamente si allineava con le Piccole italiane anziché coi Balilla. L’addio a Palermo dopo la rottura coi genitori (ma la madre, di nascosto, andò a Roma per il debutto teatrale del figlio, nel frattempo divenuto figlia). Il capitolo più  avvincente riguarda l’operazione a Casablanca, col chirurgo che durante la visita preliminare cade in un silenzio estatico (inginocchiandosi, secondo il racconto) di fronte all’ermafroditismo di Giorgia. E folgorante, dopo l’operazione felicemente conclusa, il gossip del chirurgo: “Questo stesso intervento l’ho effettuato, poco tempo fa (eravamo nel 1970, N.d.R.) su un intellettuale italiano molto famoso che oggi continua a indossare gli abiti maschili di sempre ma che porta a spasso un gioiello segreto come quello che ho realizzato su di lei”. Il chirurgo non volle e non poté dire di più. Il mistero del famoso intellettuale italiano col gioiello segreto rimane.
Nel romanzo che andava dipanando a puntate, Giorgia non raccontava dei suoi successi né delle sue collaborazioni con personaggi come Chéreau, Giuseppe Bertolucci, Gregoretti, Bussotti, ecc. perché durante una cena conviviale non si parla di lavoro, ci si siede e si gusta la vita dopo aver messo a capotavola i due ospiti d’onore, la Leggerezza e l’Ironia.

Racconto. Dino Buzzati, I giorni perduti

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion. Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone. Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel fossato; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali. Si avvicinò all’uomo e gli chiese: «Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?».Quello lo guardò e sorrise: «Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni». «Che giorni?» «I giorni tuoi.» «I miei giorni?» «I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? » Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata ne aprì uno. C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n’andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari. Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere. «Signore!» gridò Kazirra. «Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.» Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva.

Dino Buzzati, Centottanta racconti, Mondadori

Marco Settimini, Il Petrarca allucinato, il Baudelaire padano. Sulla poesia di Antonio Delfini, l’autore più incendiario della letteratura italofona del Novecento (Pangea)

Antonio Delfini

“Attenzione, sozzi professionisti fascisti dopo il delitto Matteotti e antifascisti dopo la morte di Mussolini, […] turpi spie del governo fascista (e di tutti i governi), vecchi sporcaccioni cornuti fino al midollo della vostra fronte sfrontata, attenzione, c’è sempre qualcosa (anzi c’è sempre tutto!) che il vostro cervello privo di immaginazione, con la vostra fantasia da elefanti, col vostro cuore ateo, con la vostra cultura inesistente e con quella vostra erudizione, che persino il genio di Manzoni non sarebbe riuscito a percepire, attenzione… c’è sempre qualcosa, per tutti, e anche per voi ci sarà… prima e dopo la morte! […] Voi […] non andrete né in Paradiso né in Purgatorio… qui, in questa terra brucerete, come si brucia all’inferno e poi, dopo, come avete fatto nella vita, non saprete nulla, non soffrirete, avrete un solo ricordo: quello di far schifo ai vivi.”

Leggi l’articolo: https://www.pangea.news/il-petrarca-allucinato-il-baudelaire-padano-sulla-poesia-di-antonio-delfini-lautore-piu-incendiario-della-letteratura-italofona-del-novecento/

Le figurine di Radiospazio. Come gestire il lutto della nonna

A. – Come va?
B. – Non tanto bene. È appena morta mia nonna.
A. – Anche la mia è morta. Tanto tempo fa. Era una brava donna… (Segue un lungo racconto dettagliato. I due uomini si separano. Poco dopo, B. incontra C.)
C. – Novità?
A. – Purtroppo non buone. Questa mattina è morta mia nonna
C. – La mia è morta dieci anni fa, il cuore, credo… Le volevo tanto bene… (Segue un lungo racconto dettagliato. I due uomini si separano. Poco dopo, B. incontra D: stessa storia, poi incontra E, F, G… stessa storia ogni volta. Infine, B incontra X.)
X. – Come va?
A. – Va bene. Ho saputo di tua nonna, povero amico mio… So cosa vuol dire. Anche la mia è morta, qualche ora fa, emorragia cerebrale… (Segue un lungo racconto dettagliato.)

Éric Chevillard, L’oeuvre postume de Thomas Pilaster, Éditions de Minuit

Matteo Cazzato, Pasolini, centenario in musica (Le parole e le cose)

“Pasolini apprezzava molto la canzone, soprattutto quella melodica e dialettale. Aveva molta simpatia per Claudio Villa ad esempio, che viene ricordato in più di un’occasione in Ragazzi di vita e Una vita violenta. Inoltre spesso brani di canzoni popolari romanesche interpretate da Villa vengono cantati nelle borgate dai “ragazzi di vita”, come Quanto sei bella Roma del 1936, ma resa nota nel ’46 da Anna Magnani, e Zoccoletti Zoccoletti del 1950.
E così nel 1956 in un’intervista su “Avanguardia” Pasolini dichiarava: “Non vedo perchè sia la musica che le parole delle canzonette non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari raffinato non avrebbe niente di illecito. Anzi la sua opera sarebbe sollecitabile e raccomandabile. Personalmente non mi è mai capitato di scrivere versi per canzoni… non mi si è presentata l’occasione… credo che mi interesserebbe e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica”.

Leggi l’articolo: https://www.leparoleelecose.it/?p=43594

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