Le figurine di Radiospazio. Finali repentini

Nasten’ka se ne stava ferma, in silenzio, come inchiodata al suolo; un momento dopo cominciò con una sorta di timidezza a stringersi forte a me. La sua mano cominciò a tremare nella mia mano; la guardai… Ella si appoggiò a me ancora più forte. In quell’istante passò accanto a noi un giovane. Egli a un tratto si fermò, ci guardò fissamente e poi fece di nuovo alcuni passi. Il mio cuore tremò… «Nasten’ka», dissi sottovoce, «chi è, Nasten’ka?» «È lui!» mi rispose lei in un bisbiglio, stringendosi ancora di più a me trepidando… Io mi reggevo a stento sulle gambe. «Nasten’ka! Nasten’ka! Sei tu!» risuonò una voce dietro a noi e in quello stesso istante il giovane fece alcuni passi verso di noi…
Mio Dio, come gridò! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io ero lì fermo e li guardavo come colpito a morte. Ma appena ella gli ebbe dato la mano, appena si fu gettata tra le sue braccia, improvvisamente di nuovo si voltò verso di me, in un lampo mi fu accanto e, prima che riuscissi a raccapezzarmi, mi gettò entrambe le braccia al collo e mi baciò forte e con ardore. Poi, senza dire una parola, si lanciò di nuovo verso di lui, lo prese per le mani e lo trascinò con sé. Io rimasi lì a lungo a guardarli… Finalmente entrambi sparirono alla mia vista.

Fëdor Dostoevskij Le notti bianche

Maurice Blanchot, Medicina e magia

Quando pensiamo a Freud, siamo certi di aver avuto in lui una reincarnazione tardiva, forse l’ultima, del vecchio Socrate. Che fede nella ragione è stata la sua, che fiducia nel potere liberatorio del linguaggio. Che potere riconosceva alla relazione più elementare: un uomo che parla e un uomo che ascolta. E come per incanto non solo gli spiriti, ma anche i corpi guariscono: fatto mirabile e che quindi trascende la ragione. Per evitare grossolane interpretazioni magiche di questo fenomeno meraviglioso, Freud ha dovuto sobbarcarsi a un’ostinata opera di delucidazione, tanto più necessaria in quanto il suo metodo, cominciato assai vicino al magnetismo, all’ipnosi e alla suggestione, aveva un’origine impura. Anche ridotti a rapporti di linguaggio, i rapporti tra medico e malato non restano forse essenzialmente magici? Non sempre la magia comporta le cerimonie, l’imposizione delle mani o l’impiego delle reliquie. Essa è già presente là dove un uomo si dà importanza con un altro, e se tra un semplice malato e il suo medico intercorre un rapporto di autorità in cui quest’ultimo abusa sempre della propria importanza, ciò sarà vero a maggior ragione con un malato che non si reputa o non è reputato ragionevole. In qualsiasi clinica psichiatrica quest’impressione di violenza salta agli occhi del visitatore, che del resto vi contribuisce con lo spettacolo. Le parole non sono libere, i gesti ingannano. Tutto ciò che l’uno dice, tutto ciò che l’altro fa, paziente o dottore, è astuzia, finzione o prestigio. Siamo in piena magia.

Maurice Blanchot, La conversazione infinita, Einaudi.

Le figurine di Radiospazio. I grafomani

Ci dovrebbe pur essere una qualche legge contro gli scrittori inutili e inetti, come ci sono contro i vagabondi e i fannulloni. I tipi come me e cento altri verrebbero subito banditi dal nostro popolo. Non scherzo. La grafomania è sintomatica in un secolo eccezionalmente disordinato. Da quando in qua abbiamo scritto tanto, come da quando viviamo in mezzo alle turbolenze?{238} E quanto i Romani, se non quando furono vicini alla rovina? L’affinamento degli ingegni non implica un eguale affinamento nel governo della cosa pubblica.

Michel de Montaigne, “Della vanità”.Saggi

Il video della domenica. Borges legge “El Tango”. Musica Astor Piazzolla. (sottotitoli in italiano)

Dove saranno? Chiede la elegia
di chi non e’ piu’, come se fosse
uno spazio in cui lo Ieri potesse
esser l’Oggi, l’Anche e il Tuttavia.
Dove sara’ (ripeto) la masnada
che fondo’, in polverose strade
sterrate o in sperdute contrade,
la setta del coltello e del coraggio?…………………………….

Narrativa. Marcel Schwob, Una sorpresa (frammento)

Devo confessare che da giovane ero vittima di passioni improvvise, di una violenza a volte riprovevole, ma che fortunatamente svanivano con la stessa velocità con cui mi avevano aggredito. Avevo letto a lungo Apuleio, Petronio, Catullo e Longo e Anacreonte; tutte le donne mi apparivano come fiori e io ero la loro farfalla. Mi piaceva seguire per strada quelle eleganti e costruivo un romanzo sulla loro forma, vista da dietro. Non osavo vedere il loro viso per paura di una delusione. Facevo piuttosto il gradasso e nonostante fossi un po’ sovrappeso, assumevo pose poetiche, ma non scrivevo mai versi, anche se avrei potuto farne. Il ridicolo della mia giovane età! Mi lasciavo crescere i capelli, criticavo Victor Hugo dopo averlo esaltato – ero un giovane Alceste viziato – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicino casa, c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Una fra le altre, una ragazza che un po’ cuciva e un po’ leggeva il giornale o qualche romanzo, mi sembrava estremamente poetica. Per lei bruciavo dell’amore più byroniano; e poiché ero miope, mi sembrava di vedere la Venere di Milo. Presto credetti di aver fatto un certo colpo su di lei e aspettai che me ne desse la prova.
Un giorno – era estate, e lei cuciva alla finestra – la vidi fermarsi; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; si portò le mani alle labbra: doveva avermi mandato il più casto dei baci. Presi i miei occhiali e corsi alla finestra: la sua mano era ancora posata sulle labbra: “Io vi amo!”, gridai.
Orrore! Si stava ficcando le dita nel naso.

Marcel Schwob, Scritti giovanili

Le figurine di Radiospazio. Un’inglese in Sicilia

Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria. La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata, con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità; così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico, sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun brivido in risposta all’ardore della sua passione.

La piccola tragedia di un timido. CESARE ZAVATTINI, LETTERE ANONIME

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Chi si ricorda di Cesare Zavattini? Gli spettatori cinematografici che conoscono un poco la grande stagione neorealista lo associano, come sceneggiatore, a Vittorio De Sica col quale firmò alcuni capolavori. Tre titoli bastano: Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano.
Agli spettatori più giovani o più disattenti  il nome di Zavattini forse non dice molto; invece dovrebbero vedere in lui un battistrada, un precursore.
La cosa andò così: la mattina del 12 novembre 1976, Zavattini era stato invitato come ospite ai microfoni di radio rai. In quegli anni gli speaker della radio (per non parlare degli attori) erano tenuti a parlare un italiano forbito, asettico, dignitoso, senza inflessioni dialettali  e soprattutto che non urtasse la suscettibilità di nessuno.
Sul finire della trasmissione  il conduttore chiese a Zavattini se avesse un messaggio col quale chiudere, un concetto che gli sarebbe sempre piaciuto esprimere ma che per qualche ragione non aveva mai reso pubblico. Zavattini si avvicinà sul microfono per ottenere un robusto primo piano e con la sua vociona emiliana disse: “Cazzo!” Raramente una parola sola ne produsse tante quante quel semplice bisillabo: prime pagine, interpellanze parlamentari, tavole rotonde con sociologi, moralisti, studiosi di costume, ecc. L’Italia per un giorno si fermò: nessuno pensava che qualche decennio più tardi il bisillabo sarebbe diventato un condimento linguistico diffuso come l’aceto balsamico di serie b.
Ho ricordato questo piccolo episodio perché, non so come, mi sembra da mettere in relazione col breve racconto di Zavattini sul tragicomico stratagemma di un timido che tenta di evadere dal controllo della moglie. Non so se questo nesso lo vedo solamente io.

Il signor Picotin si affacciò alla finestra. — Che bella sera, — esclamò volgendosi alla signora Picotin che stava leggendo. Ma la sua timidezza gli impediva di esprimere i suoi reali pensieri, infatti dopo un lungo silenzio, disse: — Elvira, vado a comperare un sigaro —. La moglie alzò lentamente il capo dal giornale, suonò il campanello: accorse la donna di servizio. — Maria, il signore ti manda a comperare un sigaro…
La signora s’immerse nella lettura. Maria andò a comperare il sigaro, Picotin si affacciò di nuovo alla finestra. «Mai, mai ch’io possa uscire solo soletto alla sera?» pensava.
Alcune sere dopo i coniugi Picotin stavano terminando il pranzo quando Maria portò una lettera  per Picotin. Questi pian piano l’aprì, si mise gli occhiali, la scorse in un baleno. Erano poche parole. Il signor Picotin si alzò in piedi e gridò: — Ah, ah, ah… — Si fermò in faccia alla signora Picotin, agitò la lettera in aria, poi la gettò sul tavolo esclamando con voce drammatica: — È terribile, è terribile… — E prese il cappello e il bastone e uscì ripetendo: — È terribile, è terribile, — mentre sua moglie esterrefatta leggeva le poche parole della misteriosa lettera: «Vostra moglie vi tradisce».
All’angolo della strada il signor Picotin trovò il suo amico Salon che lo aspettava.
— Com’è andata? — gli chiese Salon.
— Benissimo, – rispose Picotin ridendo, — benissimo. Elvira è rimasta senza parola: io, naturalmente facendo fuoco e fiamme, me ne sono venuto via.
I due amici passarono una serata allegrissima. Quando si separarono, a mezzanotte, Salon disse: — E sabato? Sabato verrà anche Perier, andremo a teatro.
— Sabato, altra lettera anonima. Farò una scenata, una spaventosa scenata e uscirò sbattendo la porta. Tu aspettami alle otto in punto all’angolo della strada.
Il sabato, alle otto in punto, recapitarono una lettera al signor Picotin. La moglie era visibilmente impallidita. Picotin inforcò gli occhiali, lesse la lettera, si alzò in piedi, levò in alto i pugni, poi li abbatté fragorosamente sul tavolo urlando: — È vero, è vero, non può essere che vero. Tu mi tradisci !—
Picotin si avviò verso l’uscio emettendo dei suoni che secondo lui, dovevano dimostrare quanto fosse esacerbato il suo animo.
Stava per varcare la soglia della camera da pranzo quando la moglie lo chiamò: — Picotin… — Picotin aveva appena fatto in tempo a voltarsi che la signora Elvira gli si gettava ai piedi piangendo: — Picotin uccidimi, Picotin scacciami, hai ragione… sono stata un’ingrata; ma fu un momento di debolezza, te lo giuro, Picotin.
La signora Picotin, sempre aggrappata ai piedi del marito, si confessò per un’ora. E non è necessario riferire tutti i particolari che Picotin apprese da lei sulla sua adultera relazione con il signor Dodette.

 Cesare Zavattini, Lettere anonime, “Al macero”, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Le frasi lunghe

Colette: […] Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso…
Intervistatore: Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio?
Colette: No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…

Julia Kristeva, Colette , Donzelli Editore

Il video della domenica. Edward Hopper in 3D. Il trailer del cortometraggio di Wim Wenders (Artribune)

https://www.artribune.com/television/2020/04/video-edward-hopper-in-3d-wim-wenders/?fbclid=IwAR0CWgfEGHxkItACZAOf4IMtA0e1bMpcdy89pfWHP4SWHXR6HSjglreGW9M

Il nostro Philip Roth è Umberto Saba. Leggere per credere (Pangea)

A me, qui, interessa esaltare l’Umberto Saba scrittore di prosa. S’inventò (era il 1946) il genere delle Scorciatoie, che sono, in fondo, dei tunnel narrativi pieni di coriandoli e di risa. Sono canyon di provincia, viottoli dove Saba, da teppista, fa fuori l’opera di Svevo in un distico (“poteva scrivere bene in tedesco; preferì scrivere male in italiano”), disarticola i Libri gialli (“ricordano le interminabili avventure dei cavalieri erranti. Al posto del cavaliere è stato messo il poliziotto”), disintegra l’Ermetismo con una definizione shock (“Parole incrociate”) e mentre ci spiega cosa sia l’arte (“L’opera d’arte è sempre una confessione; e, come ogni confessione, vuole l’assoluzione”), s’inventa il primo romanzo in due righe e mezzo della storia (“Bianca – la mia bella ospite – è nata a Messina. È tutta luce. Non ha ombre dove possa rifugiarsi la mia stanchezza”) e ci spiega perché esiste la guerra (“Le guerre si combattono perché l’uomo è un animale aggressivo”), spacca gli stinchi, per sempre, a Gabriele D’Annunzio (“Che grande poeta minore sarebbe stato; solo che avesse avuto il senso dei suoi limiti!”).

Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/umberto-saba-scrittore-un-genio/?fbclid=IwAR26JLtkTjG_kTSGY1znX2GZVFMSBL2cJrZQj3A9YWBiQT3xDUw9BXe56Tc

Le figurine di Radiospazio. La televisione del padre

Mio padre, seduto sul suo divano, stava guardando la televisione. Avrei dovuto scrivere sul SUO divano, visto che era vietato sedersi su questa porzione di tessuto liso sul quale ha passato la maggior parte della sua vita. Era quello il suo regno. Si sentiva padrone di un territorio, un territorio tessile da cui dominava il mondo. Quando parlo del mondo, parlo della televisione. Mi ha sempre meravigliato l’illusione che poteva rappresentare per lui il semplice gesto di impugnare un telecomando. Poteva cambiare canale stando seduto nel suo divano, diventava un intrepido cacciatore d’immagini. Rappresentava questo improbabile mito moderno: l’avventuriero casalingo. Non si doveva mai disturbare il re durante il suo fondamentale incontro con le immagini. Era una fusione. Mio padre non era davanti alla televisione, era dentro.

David Foenkinos, La tête de l’emploi, Babelio

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